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Mercoledì, 16 Ottobre 2019

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Torna in libreria La moglie del procuratore

Copertina del romanzo

Se si dovesse stendere una classifica ideale della grande letteratura sulla Passione cercando di raccogliere il meglio della narrativa cristiana del Novecento nel nostro Paese probabilmente nessuno toccherebbe i vertici raggiunti da Elena Bono in La moglie del procuratore, romanzo breve di dotta ambientazione storica che la casa editrice Marietti rimanda finalmente in libreria a oltre cinquant'anni dalla prima uscita in catalogo (cfr. E. Bono, La moglie del procuratore, Marietti, Genova 2015, Pp. 206, Euro 12,00). Per chi non lo conoscesse, si tratta del capolavoro assoluto dell'opera in prosa della versatile scrittrice che si espresse pure con rara qualità anche nell'ambito poetico e drammaturgico: un racconto del processo più studiato e parimenti misterioso della storia dell'umanità, quello del procuratore romano Ponzio Pilato a Gesù di Nazaret, narrato dalla voce di una protagonista 'nascosta', anche nei Vangeli, che pure la citano, ovvero quella Claudia Serena Procula moglie dell'alto magistrato che - prima che tutto quanto accadesse – la notte prima del processo, in sogno, aveva compreso perfettamente l'innocenza di quell'uomo straordinariamente buono, perenne 'segno di contraddizione', amato dai poveri e dagli ultimi delle strade della Galilea ma disprezzato come nessun altro dal Sinedrio. Arduo, se non impossibile, cercare di trasmettere qui quello che la scrittrice di Chiavari riesce a realizzare nell'affresco che esce dalla sua penna: sullo sfondo di una notte d'inverno in cui Roma è avvolta dalla neve è la casa del filosofo Lucio Anneo Seneca a ospitare un altissimo confronto intellettuale tra lo stesso Seneca, simbolo e voce dello smarrimento esistenziale del mondo pagano – che va a finire - e l'amica Claudia che nel frattempo è diventata vedova. Moralità e religione, giustizia e destino, origine e fine della vita: le grandi domande che tormentano il cuore dell'uomo da sempre vengono qui scandagliate con crescente, quanto entusiasmente, passione attraverso la rievocazione dei dettagli apparentemente più inutili di quel drammatico processo. Il motivo è presto detto: quel processo ha spezzato letteralmente in due la storia dell'umanità, ma non in senso metaforico, ideale o rappresentativo, al contrario, proprio realissimo. La prova è che tutte le persone che hanno preso parte a quegli eventi, persino da lontano, come spettatori remoti, sono stati 'trasformati' una volta per tutte e le loro vite di conseguenza, a cominciare da Claudia che a decenni di distanza da quei fatti non riesce a dimenticare proprio come sia stato possibile consumare quell'ingiustizia. Ma lo stesso accade alle sue serve e al centurione sotto la croce, come a dire che davanti alla Verità in persona non è possibile rimanere a guardare ma bisogna prendere posizione direttamente e vivere di conseguenza. D'altra parte, chi non lo fa, pensando così di non decidere, ovvero Pilato che se ne lava le mani, finisce comunque per emettere un giudizio, anzi persino il giudizio più decisivo di tutti in questo caso: un giudizio – sembra suggerire la scrittrice – che non può che condurre all'angoscia dell'anima e alla inesorabile pazzia perchè la voce della nostra coscienza – specchio di Dio – di fronte al male e all'ingiustizia non può essere messa da parte, a tacere, come se nulla fosse. La soluzione sta allora nel riconoscere il proprio errore – il proprio peccato – e rimettersi fiduciosamente alla volontà di Dio nella consapevolezza che il primo passo per essere accolti e liberati sta nel confessare la propria docilità di figli iniziando a cambiare – in termini cristiani, 'convertendo' – il proprio cuore: “[...] prenderne uno ignaro, docile, come dopo tutto può averlo, o è vicino ad averlo, un brigante...un centurione” (pag. 176), i due pagani 'confessori della fede' che – uno accanto, l'altro sotto la croce – compresero che quel Gesù che offriva la vita davanti a loro era il volto umano, atteso da secoli, della misericordia infinita e onnipotente del Padre. Per una meditazione di questo calibro, ci voleva un grande scrittore, fine conoscitore dell'anima umana, e anche un grande credente, capace di ri-dire tutto il dramma sconvolgente della Passione con lo sguardo luminoso della fede. Non era affatto facile, ma Elena Bono in quest'opera dimostra di saper fare – con efficace, quanto straordinaria, disinvoltura – l'una e l'altra cosa insieme. Inutile da aggiungere, cose del genere di solito riescono soltanto a chi l'arte non la imita accademicamente ma la crea liberamente con il proprio genio poetico, perchè ne parla interiormente la lingua, più e persino meglio della sua lingua madre. Assolutamente da leggere, e conservare con cura in biblioteca.

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