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Mercoledì, 08 Dicembre 2021

Società, Stato e Chiesa in Italia. Dal tardo Settecento a oggi

Copertina Battelli 

Sul pluri-secolare rapporto tra Stato e Chiesa in Italia – storicamente – si possono osservare tante cose, anche contrapposte, una in particolare però, comunque la si pensi, resta centrale ed innegabile: il cattolicesimo rappresenta nonostante tutto una dimensione intrinseca dell'italianità e dell'“essere italiani”. E' questa la tesi di fondo da cui prende spunto l'ultimo saggio del professore Giuseppe Battelli – docente di Storia contemporanea all'Università di Trieste – pubblicato per l'editore Carocci in una collana divulgativa diretta al grande pubblico e in cui si tratteggiano le linee-principali dell'incontro/confronto/scontro avvenuto nel nostro Paese tra Stato e Chiesa dalla Rivoluzione francese a oggi (G. Battelli, Società, Stato e Chiesa in Italia. Dal tardo Settecento a oggi, Carocci, Roma 2013, Pp. 182, Euro 16,00). In otto agili capitoli l'Autore passa in rassegna praticamente tutte le tappe principali della vicenda soffermandosi – con una sintesi piuttosto ragionata – sugli snodi via via decisivi di questo rapporto: dalla lunga stagione conflittuale del cosiddetto 'Risorgimento' che porta all'unificazione della Penisola (1861), al Patto Gentiloni che segna l'ingresso dei cattolici in Parlamento (1913), ai Patti Lateranensi (1929) che chiudono l'annosa 'Questione Romana' fino al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) e ai pontificati di Giovanni Paolo II (1978-2005) e Benedetto XVI (2005-2013). Pur non nascondendo l'impostazione intellettuale che dà il tono all'opera (Battelli s'inserisce nella scuola storiografica del conterraneo Giovanni Miccoli e più in generale all’interno di quella cornice ermeneutica dell’ecclesiologia progressista di matrice dossettiana), l'Autore mostra di conoscere – piuttosto bene – anche le ragioni dell'altra parte: così, ad esempio, nel primo capitolo, dopo avere ammesso che “il 'risorgimento' italiano si sviluppò secondo canoni laici, quando non palesemente anticlericali” (p. 13) cita opportunamente pure i primi ispiratori del futuro intransigentismo come il padre gesuita svizzero Nikolaus von Diessbach (1732-1798), carismatico animatore delle Amicizie Cristiane nella Torino di fine Settecento, e la successiva Amicizia Cattolica del 1817 di Pio Brunone Lanteri (1759-1830) che nella battaglia culturale del tempo – particolarmente nel campo delle idee e della diffusione organizzata buona stampa – raccolse intorno a sé anche figure di primo piano del conservatorismo colto europeo come il conte savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821). Tuttavia, proprio nella descrizione di questo variegato mondo, Battelli non riesce a trattenere il suo malcelato scetticismo come quando scrive che “il dogma [dell'Immacolata] venne non a caso promulgato da Pio IX proprio in quegli anni” (p. 36) stabilendo così sorprendentemente una correlazione diretta tra una verità di fede sempre creduta dalla comunità cristiana (confermata peraltro dalle apparizioni di Lourdes del 1858) e la contingente politica difensiva anti-sabauda di Papa Pio IX che si opponeva in quel frangente alla capillare piemontesizzazione coatta che avrebbe avuto a lungo-termine effetti deleteri, ben oltre il campo ecclesiale e religioso, anche in vaste aree della Penisola (si pensi solo all’esplosione della ‘questione meridionale’ che da allora graverà enormemente sullo sviluppo socio-economico del Mezzogiorno). Più avanti, se appare notevole la dettagliata ricostruzione offerta della vita del movimento cattolico della seconda metà dell'800, dalla fondazione della Società della Gioventù Cattolica Italiana (1867) all'Opera dei Congressi (1872), il registro complessivo non cambia di tono: così, se è indubbiamente corretto rappresentare lo scontro elettorale del 18 aprile 1948 tra Fronte Popolare e Democrazia Cristiana a tutti gli effetti come uno 'scontro di civiltà' ante litteram, resta perlomeno discutibile attribuire sic et simpliciter seriamente ai primi la presentazione di istanze “fortemente solidaristiche” (p. 117) senza specificare il contesto ideologico in cui questi si muovevano. In particolare, dove l'analisi si fa più problematica è nei capitoli relativi alla storia ecclesiale degli ultimi decenni (cfr. il settimo e l’ottavo capitolo, pp. 147-181) che arrivano a teorizzare che l'intimistica 'scelta religiosa' di una parte del laicato cattolico tra gli anni Settanta e Ottanta sarebbe stata addirittura promossa dal Concilio (“tale primato era certo stato suggerito dal concilio”, p. 143) forzando qui disinvoltamente non solo i documenti dell'assise ma pure il reiterato magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI nonché a esprimere una singolare vis polemica contro i nuovi movimenti ecclesiali (su tutti Comunione e Liberazione) descritti in modo tranchant come “espressione tipica di quell'integralismo cattolico che attaccava più o meno esplicitamente il concilio”, p. 157).

Da questa prospettiva, l'Autore spende parole severe contro chiunque abbia avversato - o perlomeno messo in questione - la problematica lettura del XXI concilio ecumenico come atto rivoluzionario (“un momento di svolta ineguagliato”, p. 175), politici inclusi, fino ad accusare persino il piccolo partito dei CDU di Rocco Buttiglione (che, come si ricorderà, ebbe peraltro ben pochi anni di vita, dal 1995 al 2002) di “manifeste connessioni con i settori anticonciliari del cattolicesimo nazionale” (p. 167). Dall'altra parte, per avere un metro di paragone significativo, Rifondazione comunista è descritta dall’accademico acriticamente senza valutazioni di merito come “il partito interprete della componente massimalista del disciolto PCI” (p. 168), sposando dunque in toto un linguaggio partigiano neanche troppo velatamente ideologico. La storia del movimento ecclesiale italiano (Chiesa gerarchica inclusa) viene quindi infine interpretata secondo canoni non primariamente spirituali o morali quanto piuttosto politico-sociologici che valutano così l'operato dei vari soggetti ecclesiali, anche i Pontefici, secondo la griglia democrazia/pluralismo/modernità: il risultato è un atto di fede indiscusso nelle leopardiane “magnifiche sorti e progressive” e, in ultima analisi, un'indebita equiparazione verso derive totalitarie d'altri tempi persino nei confronti di quegli esecutivi recenti premiati a stragrande maggioranza dalle urne – evidentemente tutt'altro che confessionali, ma non ancora abbastanza pluralisti dal punto di vista dei valori – rei di non avere affatto ostacolato, almeno in teoria, l'affermazione dei cosiddetti 'princìpi (controversi per molti, ma sicuramente problematici per l'Autore) non negoziabili' (come i più volte citati Governi Berlusconi del 2001 e del 2008).

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