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Martedì, 11 Agosto 2020

Clemente Vismara, missionario e beato

Fatto

 

Vivere tutta la propria vita da missionario e in un paese come la Birmania è sicuramente un’avventura e venire in contatto con la quotidianità di un beato è sicuramente molto edificante e utile non solo per un missionario o un sacerdote, ma anche per un fedele laico.

E questa è l’avventura che si vive avvicinandosi alla vita del beato Clemente Vismara (1897-1988) missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), sacerdote dal 1923 e subito destinato alla Birmania orientale dove rimarrà fino alla morte. Attraverso le sue numerosissime lettere e articoli che scriveva riviviamo la vita di tutti i giorni con le difficoltà e le gioie di questo santo missionario raccolte e commentate da p. Piero Gheddo. P. Gheddo. sacerdote e giornalista e missionario del PIME, con i suoi articoli e biografie ha contribuito moltissimo alla conoscenza delle missioni e dei missionari. Il volume è appena stato pubblicato da Emi col titolo significativo: Fatto per andare lontano. Clemente Vismara, missionario e beato (1897-1988), Emi edizioni. Fatto per andare lontano: questa frase esprime alla perfezione il carattere del beato che “non si accontentava mai dei risultati raggiunti, puntava sempre più in alto, più in là, verso nuovi orizzonti”. E questo non era lo slancio del giovane missionario, ma anche del giovanissimo ottantenne che programmava sempre la sua giornata, il suo lavoro, la sua missione pensando sempre al futuro e morendo a 90 anni senza essere mai invecchiato.

Il volume, impreziosito da un ricco corredo di immagini, offre uno spaccato della storia della Birmania del secolo scorso e presenta queste popolazioni descrivendo il loro carattere e quanto la loro conversione al cattolicesimo abbia portato di miglioramento anche materiale nelle loro vite. È lo stesso Vismara, che senza giri di parole e molto schiettamente racconta il cambiamento attraverso la descrizione dei villaggi cristiani paragonati a quelli non cristiani. Da una parte la pulizia, l’operosità, l’ordine, dall’altra l’ignavia, l’incuria. La fecondità del cristianesimo che si inculturava felicemente in queste popolazioni portava frutti anche vocazionali e ne sono testimonianza le suore e i sacerdoti cattolici usciti da queste terre di missione.

Ma è la freschezza delle numerose lettere e articoli riproposti a fare di questo volume un unicum che ci porta nella normalità della santità. La gioia per l’arrivo di un panettone (quasi due mesi dopo il Natale) da dividere con le sue suore, la generosità nel dare la sua giacca di militare, alla quale era molto legato, ad una persona che non aveva niente e che di lì a poco sarebbe sicuramente morta. Questi e mille altri episodi che provocavano l’infinita generosità dei suoi compaesani che alimentavano e tenevano in vita il suo lavoro missionario per la salvezza delle anime, un uomo che “non era un missionario come gli altri e avrebbe segnato la storia del PIME”.

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