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Venerdì, 03 Luglio 2020

Media e oriente

Copertina_Media e Oriente

 

Un pensatore brasiliano scomparso alla fine del secolo scorso, Plinio Corrêa de Oliveira, disse, poco prima di morire, che dopo il crollo del comunismo (1991) l'Occidente avrebbe dovuto affrontare una nuova grande minaccia, ancora sottovalutata al tempo ma pericolosa tanto quanto la precedente, ovvero l'avanzata dell'Islam su scala mondiale. La profezia, a svariati anni di distanza, si è rivelata esatta ma il mondo musulmano dalle nostre parti - eccettuati i più noti conflitti bellici, e terroristici, su scala internazionale - continua ancora a restare ai margini della cronaca e sullo sfondo dell'interesse dei media. Peraltro, quando lo si affronta – soprattutto da parte degli organi di comunicazione più generalisti – si privilegia un approccio quanto mai approssimativo che ritrae la sponda mediorientale del Mediterraneo come un luogo a tratti caricaturale, affollato quasi esclusivamente da fanatici e ignoranti, totalmente fuori dal mondo e dalla storia. Come spiega nel suo ultimo saggio Andrea Morigi, giornalista del quotidiano Libero specializzato da tempo sui temi dell'immigrazione, componente del Comitato per l'Islam Italiano presso il Ministero dell'Interno e già autore di uno studio sulle fonti del terrorismo di matrice islamica (cfr. A. Morigi, Multinazionali del terrore, Piemme, 2004), la realtà però è molto diversa. Nel suo Media e Oriente (Mursia, Milano, Pp. 128, Euro 12,00), scritto a quattro mani con Hamza Boccolini, giornalista e docente di Media nel mondo arabo presso l'Università degli Studi di Napoli “L'Orientale”, Morigi tratteggia infatti un quadro straordinariamente articolato - e altrettanto documentato - riguardo alla realtà mediorientale e al suo rapporto con i media, che rifugge decisamente da ogni stereotipo: un'impressionante carrellata di ricchi emiri e tv satellitari, forum telematici e raffinate strategie di propaganda, che non hanno nulla da invidiare a quelle occidentali, e dimostrano come la guerra santa islamista ormai stia reclutando i suoi nuovi - e talora giovanissimi - adepti anche e soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione sociale più diffusi.

Come spiega Francesco Specchia nell'introduzione all'opera (pp. 5-6), in effetti, almeno dall'11 settembre 2001 [data dell'attacco terroristico alle Twin Towers di New York, ndr] nel mondo islamico “la tivù si trasformò nella spada del Profeta, le antenne paraboliche in immensi scudi innalzati verso gl'infedeli. Le apparizioni a tempo di Osama Bin Laden seduto nelle grotte afghane tra mitra e copie del Corano; la decapitazione di Nick Berg ripresa in diretta dai miliziani iracheni di al-Qaeda che divenne il manifesto del macellaio di Baghdad, al-Zarqawi; gli annunci mortuari dei kamikaze; perfino la notizia, anticipata rispetto ai notiziari, della soppressione di Shoaib Ahmadi ammazzato per il suo reportage sulla boxe sono fotogrammi terribili che ci rimangono stampigliati nel cervello” (pag. 5). I successivi sette capitoli che seguono (ciascuno dedicato alla presentazione e all'analisi descrittiva di un colosso televisivo, dalla qatarina al-Jazeera alla rivale saudita al-Arabiya, passando per la libanese, ma in mano al movimento sciita di Hezbollah, al-Manar) documentano con una notevole mole di dati le dimensioni di quest'autentico esercito satellitare quotidianamente al servizio della propaganda ideologica, politica e religiosa più radicale. Anzitutto va detto che i canali satellitari che diffondono trasmissioni in lingua araba “verso decine di milioni di antenne paraboliche installate nelle case degli immigrati in Europa, sui tetti del Medio Oriente e ovunque vi siano comunità arabofone” (pag. 7) sono oltre settecento. Una cifra impressionante che smentisce clamorosamente la vulgata politicamente corretta di un mondo arretrato succube dell'imperialismo culturale occidentale. Nondimeno, questa varietà dell'offerta culturale non riesce ugualmente a gettare le basi per una civiltà 'aperta' al pluralismo o, almeno, tollerante verso chi fuoriesce dal pensiero unico dominante, spesso totalitario. “Lo testimoniano le vicende, prima della fatwa emanata dall'ayatollah Khomeini il 14 febbraio 1989 contro Salman Rushdie, autore del romanzo 'I versetti satanici', poi l'omicidio avvenuto ad Amsterdam, il 2 novembre 2004, del regista olandese Theo van Gogh in esecuzione di una fatwa che lo condannava a morte per aver girato il film 'Submission', per continuare con le violenze scatenate a causa delle vignette satiriche a proposito di Maometto pubblicate sul quotidiano danese Jyllands-Posten nel 2005 e successivamente le reazioni alla lezione tenuta a Ratisbona il 12 settembre 2006 da Papa Benedetto XVI, per finire con il documentario 'Fitna' prodotto dal deputato olandese Geert Wilders per chiedere la messa al bando del corano nei Paesi Bassi” (pag. 14). Se si vede poi il ruolo che in questa situazione gioca “la madre di tutte le tivù” (pag. 29), ovvero la seguitissima al-Jazeera, fondata nel 1996, la situazione appare ancora più preoccupante: in effetti il canale, ormai ben noto anche in Occidente, che “dichiara 40 milioni di spettatori in tutto il mondo arabofono [...] apparentemente indipendente [e] che fornisce notizie in tempo reale e senza cesura e ne fa il proprio punto di forza” (pag. 30) è pesantemente condizionato dallo sceicco egiziano, nonchè ideologo “semi-ufficiale” (pag. 33) dei Fratelli Musulmani e membro del consiglio d'amministrazione stesso dell'emittente, Yusuf Abdallah al-Qaradawi. Lo sceicco è infatti il protagonista indiscusso di una delle più gettonate trasmissioni televisive della rete (“Shari'a wal-Hayat [letteralmente, “Shari'a e vita”]) che va in onda ogni domenica sera con indici di ascolto altissimi. Qui lo sceicco, che da giovane si è formato all'università cairota di al-Azhar (storica roccaforte dell'Islam sunnita nell'area) ed è stato più volte incarcerato per la sua appartenenza ai Fratelli Musulmani (precedentemente banditi dalle autorità egiziane), è solito alimentare periodicamente il fondamentalismo più radicale che non disdegna l'incitamento esplicito alla Jihad vista come vera e propria guerra di conquista e punizione verso gli infedeli, cioè i cristiani e gli ebrei. Così, non è raro sentire al-Qaradawi pronunciare in diretta dichiarazioni come queste: “L'ultima punizione [contro gli ebrei, ndr] fu portata a termine da Hitler. Tramite tutte le cose che fece loro – anche se ne hanno esagerato la portata – riuscì a metterli al loro posto” (cit. a pag. 34).

Ma al-Qaradawi non è il solo: insospettabili giornalisti yemeniti che in passato hanno lavorato negli studi qatarini sostengono infatti che “tra il 50 e il 70% dei giornalisti e dei funzionari amministrativi di al-Jazeera sono membri a pieno titolo o simpatizzanti di gruppi fondamentalisti islamici” (pag. 35). D'altronde, non è un segreto che l'emittente satellitare ha toccato il suo apice del successo “con la diffusione delle interviste di Osama Bin Laden e dei suoi video messaggi, ottenuti in esclusiva mondiale” (pag. 35). Sono stati questi “contatti privilegiati con la rete terroristica di al-Qaeda e il fatto di essere l'unica emittente ammessa nell'Afghanistan dei talebani” (ibidem) ad attirare sui governi occidentali - e anche su parte del pubblico arabo - il sospetto, poi diventato certezza, che la sottile linea di demarcazione tra l'informazione e la complicità (più o meno implicita) negli atti criminosi che si riportavano nei confronti dell'opinione pubblica fosse stata superata da un pezzo. Una storia da conoscere e far conoscere, anche e soprattutto all'indomani delle cosiddette 'rivoluzioni arabe' (alcune delle quali peraltro ancora in corso, e ben lontane dall'inaugurare una 'stagione di primavera') che hanno cambiato profondamente il volto politico e sociale della sponda meridionale del Mediterraneo.

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