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Domenica, 28 Febbraio 2021

Laboratorio Trieste, la formazione dei cattolici all'impegno sociale e politico

Copertina_Laboratorio Trieste

 

E' osservazione da tutti condivisa che nell'attuale stagione di crisi della politica nazionale servano non solamente idee e comportamenti nuovi, ma anche nuovi uomini, una 'nuova classe dirigente' come ha auspicato Papa Benedetto XVI. Lo stesso mondo cattolico si interroga con passione sulle radici della crisi e sta cercando plausibili vie d'uscita. Tra i fatti più significativi degli ultimi mesi da questo punto di vista spicca il prezioso volumetto dell'Arcivescovo di Trieste e Presidente dell'Osservatorio Internazionale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa, monsignor Giampaolo Crepaldi: uno dei presuli da sempre più attenti, oltre che culturalmente preparati, sull'evoluzione del dibattito pubblico del nostro Paese, soprattutto in relazione ai cosiddetti 'princìpi non negoziabili', i criteri-guida dell'azione del cattolico in politica (cfr. G. Crepaldi, Laboratorio Trieste. La formazione dei cattolici all'impegno sociale e politico, Cantagalli, Siena, pp. 70, Euro 8,00). L'opera, pubblicata a cura della Diocesi di Trieste e dell'Osservatorio di Dottrina Sociale, si struttura in quattro capitoli e una breve conclusione finale.

I primi due capitoli (“Esigenza e possibilità di un nuovo progetto”, pp. 5-27 e “Trieste: città di incontro e di dialogo non banale”, pp. 29-35), soprattutto, costituiscono la parte teoreticamente più esigente, presentando un'analisi ragionata che si sofferma sulla storia degli ultimi vent'anni e arriva fino all'attualità più stretta. L'esordio è dato da una considerazione di Papa Benedetto XVI durante il Convegno ecclesiale di Verona (2006), quando il Pontefice – sulla traccia di Giovanni Paolo II – ha parlato del nostro Paese come di un luogo di speranza e in controtendenza, dal punto di vista della coesione sociale, ma anche religiosa, rispetto al resto d'Europa. Qui, infatti, aveva sottolineato Benedetto XVI, il Cristianesimo, con le sue diverse realtà locali, alcune delle quali tuttora molto vive, anima ancora la comunità umana ed è un fatto di popolo, cosa che spingeva il Papa a vedere “nel popolo italiano e nella Chiesa italiana un serbatoio di valori positivi e un punto di partenza per la rievangelizzazione sia del nostro Paese sia di altre nazioni europee” (pag. 6). D'altra parte, se questo è di conforto, l'Autore, non manca di aggiungere come – pure in questa situazione complessivamente positiva – anche da noi, all'indomani della fine della Guerra Fredda non sia arrivato certo un tempo di assoluta distensione ma “sono emerse nuove ideologie [come] il nuovo laicismo che ha trovato espressione nelle forme dell'esclusione della religione dallo spazio pubblico” (pag. 8). A ciò, a partire almeno dal 2008, si è poi aggiunta – come noto – una grave crisi finanziaria internazionale che non ha risparmiato i piani di crescita, lavoro e sviluppo già messi da parte per gli anni a venire. Ad oggi siamo ancora nel pieno di questa crisi, e a detta degli stessi esperti non è dato di vedere con certezza quando ne usciremo. Ciò che però per l'Autore fa specie, ascoltando le analisi in proposito di questi mesi, è il fatto che le chiavi di lettura etiche e religiose raramente vengono prese in considerazione. Viceversa, il problema-primo è proprio “vedere se il nostro Paese riuscirà a recuperare un quadro morale sufficientemente solido per far fronte ai problemi dettati dai cambiamenti internazionali. Non si riflette a sufficienza di come la tenuta morale complessiva di un Paese sia una risorsa fondamentale anche nella competizione internazionale. Il capitale sociale di un popolo é la principale ricchezza, ma il capitale sociale ha bisogno di legami etici e di un'anima religiosa. L'inverno demografico, i costi sociali legati alla crisi della famiglia che pone problemi nei rapporti generazionali e nella trasmissione dei valori ai giovani, l'induvidualismo e la crisi delle relazioni sociali di vicinanza e solidarietà, un diffuso malcostume nelle relazioni interpersonali, l'emergenza educativa rappresentano alcuni tra i più evidenti esempi di come proprio su tematiche morali si giochi la tenuta del Paese” (pag. 9). E' questo uno degli aspetti più interessanti del libro di Crepaldi che pone finalmente a tema le diverse crisi della politica e della finanza come crisi minori derivanti in realtà, a catena, da una prima e ben più grande causa costantemente rimossa: lo stato della salute morale complessiva del nostro Paese. Il punto é che spesso si crede che il bene comune sia un concetto quantitativo, mentre in realtà é piuttosto di tipo qualitativo e i suoi indici di riferimento vanno ricercati in parametri come la dignità della persona umana e l'importanza riconosciuta allo sviluppo, anzitutto spirituale, dell'anima.

A seguire, l'Autore illustra alcuni punti di fondamentale importanza per l'impegno politico dei cattolici oggi: ovvero l'importanza del carattere veritativo della religione cristiana e la denuncia di quella insidiosa dittatura del relativismo etico che si traduce in pratica in una vera e propria anarchia dei valori istituzionalizzata. Qui Crepaldi sottolinea come la religione non sia un fatto privato o un caso di coscienza, per riprendere un'espressione famosa, ma riguardi il bene stesso della società giacché “senza la Verità altre piccole e arroganti verità si fanno avanti per imporsi con la violenza. Benedetto XVI ci ha abituato a pensare che senza Dio si fanno avanti gli dèi e che l'uomo moderno, che ha rifiutato la fede in Dio, finisce per credere a tutto” (pag. 17), scoprendosi quindi in ultima analisi molto meno protetto di quanto si potrebbe pensare superficialmente rispetto alle ideologie e alle utopie che si avvicendano di volta in volta sulla scena pubblica. Il messaggio fondamentale è allora quello di tenere presente il primato imprescindibile di Dio, tanto nella vita della Chiesa, come nella costruzione della città terrena, sulla scorta di quanto l'ultima enciclica Caritas in Veritate ha ricordato: “per l'autentico sviluppo dell'uomo, il cristianesimo non é solo utile ma indispensabile” (pag. 24). Passando poi ad analizzare i vari problemi della sua diocesi triestina, Crepaldi si sofferma sul poco spazio riservato alla società civile, soprattutto a livello di imprenditorialità citando il caso emblematico della scuola, dove i soggetti non statali sono praticamente inesistenti, con grande danno della libertà di educazione e del pluralismo associativo stesso. Se questa è la situazione, non solo a Trieste ma anche altrove, quello che serve é allora un deciso rilancio di “un progetto organico e non episodico per la formazione dei cattolici all'impegno sociale e politico” (pag. 37), a partire da un corretto chiarimento di rotta dal punto di vista dottrinale, dove oggi il mondo cattolico “é spesso confuso” (pag. 40). Crepaldi spiega quindi a lungo e ampiamente le quattro premesse da cui origina l'azione del cattolico in politica: il fatto che la regalità di Cristo riguarda l'intera realtà e quindi anche la realtà umano-storica e politica; il fatto che l'ordine della politica non è autosufficiente di per sé come invece troppo spesso si è ritenuto anche nel recente passato in Italia; il fatto che la coscienza personale del cattolico non può mai rendersi autonoma dalla dottrina cristiana insegnata dalla Chiesa su questioni di principio (altrimenti sarebbe protestante), e infine che la democrazia non esclude valori assoluti, ma, come si accennava poco sopra parlando della dittatura del relativismo, li richiede “per non trasformarsi in licenza ed arbitrio” (pag. 43). Da qui si comprende forse meglio perché, come ripete Benedetto XVI, i cosiddetti princìpi non negoziabili siano i princìpi ordinanti dell'agire politico, cattolico e non. Saranno in definitiva queste le premesse da cui partirà il Laboratorio Trieste che si svilupperà su tre ambiti: quello della Scuola diocesana di formazione all'impegno sociale e politico, quello degli incontri di confronto e verifica tra cattolici impegnati in politica e quello degli incontri di dialogo tra cattolici e laici. Si tratta quindi, conclude l'Autore, di riportare finalmente la Dottrina sociale della Chiesa nel bagaglio consapevole dei futuri cattolici impegnati in politica e di rafforzare con un progetto organico non soltanto la vita di fede personale ma l'identità e l'originalità della proposta cattolica nel suo insieme. Un piano ambizioso, come si vede, e non poco coraggioso, che in un clima montante di antipolitica dilagante parte dalla proposta concreta e realizzabile, non dalla protesta, guardando al futuro con serietà ma anche con una buona dose di speranza, cristianamente ispirata. Nel suo piccolo, senz'altro uno degli eventi dell'anno nell'intricato panorama politico-culturale italiano.

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