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Mercoledì, 26 Giugno 2019

Novecento, il secolo senza croce

Le definizioni e le interpretazioni storiografiche sul controverso XX secolo, il Novecento, come noto sono ormai innumerevoli: dal 'secolo breve' (Eric Hobsbawm) al 'secolo delle idee assassine' (Robert Conquest), negli ultimi anni interi volumi sono stati scritti alla ricerca del tratto distintivo del secolo appena passato. Resta però ancora poco indagata quella dimensione religiosa che pure era stata suggerita da Papa Giovanni Paolo II quando aveva auspicato una riflessione ragionata sulle conseguenze ultime della rimozione di Dio dalla vita pubblica. In effetti, se si resta ai soli dati noti, sono stati oltre 40 milioni i cristiani uccisi nel '900, una cifra – di badi – superiore alla somma di tutti i martiri della fede nei secoli precedenti. L'ultimo libro di Francesco Agnoli, che prosegue uno studio tematico in proposito inaugurato appena qualche anno fa (Conoscere il Novecento. La storia e le idee, 2005), fornisce da questo punto di vista ulteriori elementi di discussione per il dibattito in corso (F. Agnoli, Novecento. Il secolo senza croce, Sugarco, Milano 2011, pp. 147, Euro 16,00). Una chiave di volta fondamentale per capire il secolo appena passato e tutti i suoi spaventosi drammi per lo studioso resta la I Guerra Mondiale (1914-1918), la cosiddetta “Grande Guerra” che con i suoi dieci milioni di morti e gli altrettanto numerosi milioni di mutilati ed invalidi ha segnato profondamente la coscienza europea. Quell'immane conflitto provocherà anche, come noto, il crollo definitivo di quattro grandi imperi (tre dei quali millenari) che con il loro tramonto contribuiranno a far sparire – progressivamente, ma inesorabilmente – l'idea imperiale dalla storia politica e della memoria pubblica del nostro Continente. Soprattutto, però, la I Guerra Mondiale sarà la prima prova generale di conflitto civile a livello di nazioni europee che in realtà non erano divise sostanzialmente da nulla, essendo accomunate invece da una lungo e plurisecolare cammino insieme. Da questo punto di vista, la guerra vedrà l'entrata in scena violenta e inarrestabile di quelle ideologie politiche e sociali che si erano cominciate ad affermare nell'Ottocento ma che non erano ancora giunte al cuore dei rispettivi corpi sociali (nazionalismo, liberalismo, socialismo, comunismo). Con i primi decenni del Novecento, con l'avvento - cioè - della nazionalizzazione delle masse, per riprendere l'espressione di un noto storico tedesco contemporaneo (Georg Mosse), invece questo processo giunge al suo pieno e radicale compimento.

Copertina_AGNOLI

 

Sulle ceneri dei quattro imperi (in cui peraltro la religione era stata un collante non certo marginale) si ergeranno così Stati-Nazione atei, quando non apertamente anti-cristiani, connotati tutti da aggressive ideologie e partiti totalitari: il fascismo, almeno in parte, in Italia, il nazional-socialismo in Germania, il comunismo in Russia (poi Unione Sovietica), gli stessi fenomeni – non a caso – che con la loro volontà di potenza smisurata saranno all'origine anche della II Guerra Mondiale (1939-1945). Né si tratta di una parentesi della storia recente conclusa del tutto perchè se dopo il crollo del Muro di Berlino (1989) e quello dell'Unione Sovietica (1991) l'Europa ha potuto ricominciare a respirare l'aria della libertà, altrove (l'Autore cita la Corea del Nord, Cuba e soprattutto la Cina) il comunismo ad esempio è ancora al potere e continua a condizionare drammaticamente le cronache dei nostri giorni. Insomma, il secolo del 'sol dell'avvenire', liberatosi della superstizione religiosa e avendo messo da parte la croce si è infine rivelato “senza dubbio il più violento e sanguinario della storia umana” (pag. 7). In effetti, mai come nel Novecento si sono moltiplicati ovunque “dittatori, polizie segrete, stermini di massa e campi di concentramento (lager, gulag, laogai)” (pag. 8). Agnoli sottolinea le responsabilità morali non solo della classe politica – oggi ormai indiscusse – ma soprattutto dell'intelligentsja migliore, da Thomas Mann (1875-1955) a Gabriele D'Annunzio (1863-1938) che auspicò prima, e sostenne con ogni mezzo poi, la necessità dell'immane conflitto fratricida a livello internazionale. L'interventismo diventa insomma l'altra faccia della secolarizzazione avanzante di una società che – avendo ormai perso ogni fede in Dio, si ricordi l'urlo nichilista dello Zaratustra nietscheiano di qualche anno prima – vive solo ed esclusivamente per il momento presente cercando di affermare se stessa con l'elaborazione a tavolino di nuove narrazioni identitarie e strumentali revanscismi nazionalistici. E, poiché l'uomo è un essere 'naturalmente' religioso, saranno proprio questi ultimi a sostituire nei popoli la fede trascendente. Venuta meno la presenza di Cristo nell'immaginario collettivo si affermerà così la venerazione verso il partito, il leader carismatico, la bandiera ideologica, la classe. Gli effetti saranno sotto gli occhi di tutti: il continente europeo vivrà – praticamente ininterrottamente – dal 1914 al 1945, trent'anni di guerre, lotte e conflitti vari, quasi tutta la prima metà del secolo.

Unite nell'odio verso il nemico di classe o etnico, le nuove ideologie politiche saranno a maggior ragione unite nell'odio verso la religione di Cristo che aveva unificato l'Europa, come Agnoli dimostra selezionando numerose citazioni dai discorsi e i diari dei diversi dittatori: così, ad esempio, secondo Hitler “il cristianesimo costituisce il peggiore dei regressi che l'umanità abbia mai potuto subire, ed è stato l'Ebreo, grazie a questa invenzione diabolica, a ricacciarla quindici secoli indietro” (pag. 71). Anzi, sarebbe stato proprio il Cristianesimo a generare il bolscevismo leninista: “Il colpo più duro che l'umanità abbia ricevuto è l'avvento del cristianesimo. Il bolscevismo è figlio illegittimo del cristianesimo. L'uno e l'altro sono una invenzione degli Ebrei. E' dal cristianesimo che la menzogna cosciente in fatto di religione é stata introdotta nel mondo...” (pag. 72). Qui l'Autore ricorda invece come siano stati spesso proprio i cristiani ad opporsi ai totalitarismi del secolo passato, pagando per tutti in prima persona la lotta per la libertà, dal dissidente, poi esule, Aleksandr Solzenicyn (1918-2008), premio Nobel per la letteratura nel 1970, ai ragazzi tedeschi – ghigliottinati dal regime – della Rosa Bianca. Le ultime pagine sono dedicate, infine, a quello che oggi resta del 'secolo senza croce': anzitutto Cuba e Cina, richiamate all'inizio, per cercare di comprendere le radici del 'secolo di Caino' (Giovanni Paolo II) e della cultura della morte che sono ancora tra noi: in particolare, secondo l'Autore, il caso della Cina “con i suoi 80 milioni di morti in pochissimi anni (secondo le cifre più prudenti), riassume il dramma del Novecento (che in Cina dura tuttora) e svela una chiara verità: l'idea utopica di costruire un mondo senza Dio, in cui l'uomo é salvatore di se stesso, ha generato e genera tragedie e crudeltà che non hanno eguali nella pur travagliata storia umana” (pag. 107).

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