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Copertina_Laboratorio Trieste

 

E' osservazione da tutti condivisa che nell'attuale stagione di crisi della politica nazionale servano non solamente idee e comportamenti nuovi, ma anche nuovi uomini, una 'nuova classe dirigente' come ha auspicato Papa Benedetto XVI. Lo stesso mondo cattolico si interroga con passione sulle radici della crisi e sta cercando plausibili vie d'uscita. Tra i fatti più significativi degli ultimi mesi da questo punto di vista spicca il prezioso volumetto dell'Arcivescovo di Trieste e Presidente dell'Osservatorio Internazionale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa, monsignor Giampaolo Crepaldi: uno dei presuli da sempre più attenti, oltre che culturalmente preparati, sull'evoluzione del dibattito pubblico del nostro Paese, soprattutto in relazione ai cosiddetti 'princìpi non negoziabili', i criteri-guida dell'azione del cattolico in politica (cfr. G. Crepaldi, Laboratorio Trieste. La formazione dei cattolici all'impegno sociale e politico, Cantagalli, Siena, pp. 70, Euro 8,00). L'opera, pubblicata a cura della Diocesi di Trieste e dell'Osservatorio di Dottrina Sociale, si struttura in quattro capitoli e una breve conclusione finale.

I primi due capitoli (“Esigenza e possibilità di un nuovo progetto”, pp. 5-27 e “Trieste: città di incontro e di dialogo non banale”, pp. 29-35), soprattutto, costituiscono la parte teoreticamente più esigente, presentando un'analisi ragionata che si sofferma sulla storia degli ultimi vent'anni e arriva fino all'attualità più stretta. L'esordio è dato da una considerazione di Papa Benedetto XVI durante il Convegno ecclesiale di Verona (2006), quando il Pontefice – sulla traccia di Giovanni Paolo II – ha parlato del nostro Paese come di un luogo di speranza e in controtendenza, dal punto di vista della coesione sociale, ma anche religiosa, rispetto al resto d'Europa. Qui, infatti, aveva sottolineato Benedetto XVI, il Cristianesimo, con le sue diverse realtà locali, alcune delle quali tuttora molto vive, anima ancora la comunità umana ed è un fatto di popolo, cosa che spingeva il Papa a vedere “nel popolo italiano e nella Chiesa italiana un serbatoio di valori positivi e un punto di partenza per la rievangelizzazione sia del nostro Paese sia di altre nazioni europee” (pag. 6). D'altra parte, se questo è di conforto, l'Autore, non manca di aggiungere come – pure in questa situazione complessivamente positiva – anche da noi, all'indomani della fine della Guerra Fredda non sia arrivato certo un tempo di assoluta distensione ma “sono emerse nuove ideologie [come] il nuovo laicismo che ha trovato espressione nelle forme dell'esclusione della religione dallo spazio pubblico” (pag. 8). A ciò, a partire almeno dal 2008, si è poi aggiunta – come noto – una grave crisi finanziaria internazionale che non ha risparmiato i piani di crescita, lavoro e sviluppo già messi da parte per gli anni a venire. Ad oggi siamo ancora nel pieno di questa crisi, e a detta degli stessi esperti non è dato di vedere con certezza quando ne usciremo. Ciò che però per l'Autore fa specie, ascoltando le analisi in proposito di questi mesi, è il fatto che le chiavi di lettura etiche e religiose raramente vengono prese in considerazione. Viceversa, il problema-primo è proprio “vedere se il nostro Paese riuscirà a recuperare un quadro morale sufficientemente solido per far fronte ai problemi dettati dai cambiamenti internazionali. Non si riflette a sufficienza di come la tenuta morale complessiva di un Paese sia una risorsa fondamentale anche nella competizione internazionale. Il capitale sociale di un popolo é la principale ricchezza, ma il capitale sociale ha bisogno di legami etici e di un'anima religiosa. L'inverno demografico, i costi sociali legati alla crisi della famiglia che pone problemi nei rapporti generazionali e nella trasmissione dei valori ai giovani, l'induvidualismo e la crisi delle relazioni sociali di vicinanza e solidarietà, un diffuso malcostume nelle relazioni interpersonali, l'emergenza educativa rappresentano alcuni tra i più evidenti esempi di come proprio su tematiche morali si giochi la tenuta del Paese” (pag. 9). E' questo uno degli aspetti più interessanti del libro di Crepaldi che pone finalmente a tema le diverse crisi della politica e della finanza come crisi minori derivanti in realtà, a catena, da una prima e ben più grande causa costantemente rimossa: lo stato della salute morale complessiva del nostro Paese. Il punto é che spesso si crede che il bene comune sia un concetto quantitativo, mentre in realtà é piuttosto di tipo qualitativo e i suoi indici di riferimento vanno ricercati in parametri come la dignità della persona umana e l'importanza riconosciuta allo sviluppo, anzitutto spirituale, dell'anima.

A seguire, l'Autore illustra alcuni punti di fondamentale importanza per l'impegno politico dei cattolici oggi: ovvero l'importanza del carattere veritativo della religione cristiana e la denuncia di quella insidiosa dittatura del relativismo etico che si traduce in pratica in una vera e propria anarchia dei valori istituzionalizzata. Qui Crepaldi sottolinea come la religione non sia un fatto privato o un caso di coscienza, per riprendere un'espressione famosa, ma riguardi il bene stesso della società giacché “senza la Verità altre piccole e arroganti verità si fanno avanti per imporsi con la violenza. Benedetto XVI ci ha abituato a pensare che senza Dio si fanno avanti gli dèi e che l'uomo moderno, che ha rifiutato la fede in Dio, finisce per credere a tutto” (pag. 17), scoprendosi quindi in ultima analisi molto meno protetto di quanto si potrebbe pensare superficialmente rispetto alle ideologie e alle utopie che si avvicendano di volta in volta sulla scena pubblica. Il messaggio fondamentale è allora quello di tenere presente il primato imprescindibile di Dio, tanto nella vita della Chiesa, come nella costruzione della città terrena, sulla scorta di quanto l'ultima enciclica Caritas in Veritate ha ricordato: “per l'autentico sviluppo dell'uomo, il cristianesimo non é solo utile ma indispensabile” (pag. 24). Passando poi ad analizzare i vari problemi della sua diocesi triestina, Crepaldi si sofferma sul poco spazio riservato alla società civile, soprattutto a livello di imprenditorialità citando il caso emblematico della scuola, dove i soggetti non statali sono praticamente inesistenti, con grande danno della libertà di educazione e del pluralismo associativo stesso. Se questa è la situazione, non solo a Trieste ma anche altrove, quello che serve é allora un deciso rilancio di “un progetto organico e non episodico per la formazione dei cattolici all'impegno sociale e politico” (pag. 37), a partire da un corretto chiarimento di rotta dal punto di vista dottrinale, dove oggi il mondo cattolico “é spesso confuso” (pag. 40). Crepaldi spiega quindi a lungo e ampiamente le quattro premesse da cui origina l'azione del cattolico in politica: il fatto che la regalità di Cristo riguarda l'intera realtà e quindi anche la realtà umano-storica e politica; il fatto che l'ordine della politica non è autosufficiente di per sé come invece troppo spesso si è ritenuto anche nel recente passato in Italia; il fatto che la coscienza personale del cattolico non può mai rendersi autonoma dalla dottrina cristiana insegnata dalla Chiesa su questioni di principio (altrimenti sarebbe protestante), e infine che la democrazia non esclude valori assoluti, ma, come si accennava poco sopra parlando della dittatura del relativismo, li richiede “per non trasformarsi in licenza ed arbitrio” (pag. 43). Da qui si comprende forse meglio perché, come ripete Benedetto XVI, i cosiddetti princìpi non negoziabili siano i princìpi ordinanti dell'agire politico, cattolico e non. Saranno in definitiva queste le premesse da cui partirà il Laboratorio Trieste che si svilupperà su tre ambiti: quello della Scuola diocesana di formazione all'impegno sociale e politico, quello degli incontri di confronto e verifica tra cattolici impegnati in politica e quello degli incontri di dialogo tra cattolici e laici. Si tratta quindi, conclude l'Autore, di riportare finalmente la Dottrina sociale della Chiesa nel bagaglio consapevole dei futuri cattolici impegnati in politica e di rafforzare con un progetto organico non soltanto la vita di fede personale ma l'identità e l'originalità della proposta cattolica nel suo insieme. Un piano ambizioso, come si vede, e non poco coraggioso, che in un clima montante di antipolitica dilagante parte dalla proposta concreta e realizzabile, non dalla protesta, guardando al futuro con serietà ma anche con una buona dose di speranza, cristianamente ispirata. Nel suo piccolo, senz'altro uno degli eventi dell'anno nell'intricato panorama politico-culturale italiano.

Le definizioni e le interpretazioni storiografiche sul controverso XX secolo, il Novecento, come noto sono ormai innumerevoli: dal 'secolo breve' (Eric Hobsbawm) al 'secolo delle idee assassine' (Robert Conquest), negli ultimi anni interi volumi sono stati scritti alla ricerca del tratto distintivo del secolo appena passato. Resta però ancora poco indagata quella dimensione religiosa che pure era stata suggerita da Papa Giovanni Paolo II quando aveva auspicato una riflessione ragionata sulle conseguenze ultime della rimozione di Dio dalla vita pubblica. In effetti, se si resta ai soli dati noti, sono stati oltre 40 milioni i cristiani uccisi nel '900, una cifra – di badi – superiore alla somma di tutti i martiri della fede nei secoli precedenti. L'ultimo libro di Francesco Agnoli, che prosegue uno studio tematico in proposito inaugurato appena qualche anno fa (Conoscere il Novecento. La storia e le idee, 2005), fornisce da questo punto di vista ulteriori elementi di discussione per il dibattito in corso (F. Agnoli, Novecento. Il secolo senza croce, Sugarco, Milano 2011, pp. 147, Euro 16,00). Una chiave di volta fondamentale per capire il secolo appena passato e tutti i suoi spaventosi drammi per lo studioso resta la I Guerra Mondiale (1914-1918), la cosiddetta “Grande Guerra” che con i suoi dieci milioni di morti e gli altrettanto numerosi milioni di mutilati ed invalidi ha segnato profondamente la coscienza europea. Quell'immane conflitto provocherà anche, come noto, il crollo definitivo di quattro grandi imperi (tre dei quali millenari) che con il loro tramonto contribuiranno a far sparire – progressivamente, ma inesorabilmente – l'idea imperiale dalla storia politica e della memoria pubblica del nostro Continente. Soprattutto, però, la I Guerra Mondiale sarà la prima prova generale di conflitto civile a livello di nazioni europee che in realtà non erano divise sostanzialmente da nulla, essendo accomunate invece da una lungo e plurisecolare cammino insieme. Da questo punto di vista, la guerra vedrà l'entrata in scena violenta e inarrestabile di quelle ideologie politiche e sociali che si erano cominciate ad affermare nell'Ottocento ma che non erano ancora giunte al cuore dei rispettivi corpi sociali (nazionalismo, liberalismo, socialismo, comunismo). Con i primi decenni del Novecento, con l'avvento - cioè - della nazionalizzazione delle masse, per riprendere l'espressione di un noto storico tedesco contemporaneo (Georg Mosse), invece questo processo giunge al suo pieno e radicale compimento.

Copertina_AGNOLI

 

Sulle ceneri dei quattro imperi (in cui peraltro la religione era stata un collante non certo marginale) si ergeranno così Stati-Nazione atei, quando non apertamente anti-cristiani, connotati tutti da aggressive ideologie e partiti totalitari: il fascismo, almeno in parte, in Italia, il nazional-socialismo in Germania, il comunismo in Russia (poi Unione Sovietica), gli stessi fenomeni – non a caso – che con la loro volontà di potenza smisurata saranno all'origine anche della II Guerra Mondiale (1939-1945). Né si tratta di una parentesi della storia recente conclusa del tutto perchè se dopo il crollo del Muro di Berlino (1989) e quello dell'Unione Sovietica (1991) l'Europa ha potuto ricominciare a respirare l'aria della libertà, altrove (l'Autore cita la Corea del Nord, Cuba e soprattutto la Cina) il comunismo ad esempio è ancora al potere e continua a condizionare drammaticamente le cronache dei nostri giorni. Insomma, il secolo del 'sol dell'avvenire', liberatosi della superstizione religiosa e avendo messo da parte la croce si è infine rivelato “senza dubbio il più violento e sanguinario della storia umana” (pag. 7). In effetti, mai come nel Novecento si sono moltiplicati ovunque “dittatori, polizie segrete, stermini di massa e campi di concentramento (lager, gulag, laogai)” (pag. 8). Agnoli sottolinea le responsabilità morali non solo della classe politica – oggi ormai indiscusse – ma soprattutto dell'intelligentsja migliore, da Thomas Mann (1875-1955) a Gabriele D'Annunzio (1863-1938) che auspicò prima, e sostenne con ogni mezzo poi, la necessità dell'immane conflitto fratricida a livello internazionale. L'interventismo diventa insomma l'altra faccia della secolarizzazione avanzante di una società che – avendo ormai perso ogni fede in Dio, si ricordi l'urlo nichilista dello Zaratustra nietscheiano di qualche anno prima – vive solo ed esclusivamente per il momento presente cercando di affermare se stessa con l'elaborazione a tavolino di nuove narrazioni identitarie e strumentali revanscismi nazionalistici. E, poiché l'uomo è un essere 'naturalmente' religioso, saranno proprio questi ultimi a sostituire nei popoli la fede trascendente. Venuta meno la presenza di Cristo nell'immaginario collettivo si affermerà così la venerazione verso il partito, il leader carismatico, la bandiera ideologica, la classe. Gli effetti saranno sotto gli occhi di tutti: il continente europeo vivrà – praticamente ininterrottamente – dal 1914 al 1945, trent'anni di guerre, lotte e conflitti vari, quasi tutta la prima metà del secolo.

Unite nell'odio verso il nemico di classe o etnico, le nuove ideologie politiche saranno a maggior ragione unite nell'odio verso la religione di Cristo che aveva unificato l'Europa, come Agnoli dimostra selezionando numerose citazioni dai discorsi e i diari dei diversi dittatori: così, ad esempio, secondo Hitler “il cristianesimo costituisce il peggiore dei regressi che l'umanità abbia mai potuto subire, ed è stato l'Ebreo, grazie a questa invenzione diabolica, a ricacciarla quindici secoli indietro” (pag. 71). Anzi, sarebbe stato proprio il Cristianesimo a generare il bolscevismo leninista: “Il colpo più duro che l'umanità abbia ricevuto è l'avvento del cristianesimo. Il bolscevismo è figlio illegittimo del cristianesimo. L'uno e l'altro sono una invenzione degli Ebrei. E' dal cristianesimo che la menzogna cosciente in fatto di religione é stata introdotta nel mondo...” (pag. 72). Qui l'Autore ricorda invece come siano stati spesso proprio i cristiani ad opporsi ai totalitarismi del secolo passato, pagando per tutti in prima persona la lotta per la libertà, dal dissidente, poi esule, Aleksandr Solzenicyn (1918-2008), premio Nobel per la letteratura nel 1970, ai ragazzi tedeschi – ghigliottinati dal regime – della Rosa Bianca. Le ultime pagine sono dedicate, infine, a quello che oggi resta del 'secolo senza croce': anzitutto Cuba e Cina, richiamate all'inizio, per cercare di comprendere le radici del 'secolo di Caino' (Giovanni Paolo II) e della cultura della morte che sono ancora tra noi: in particolare, secondo l'Autore, il caso della Cina “con i suoi 80 milioni di morti in pochissimi anni (secondo le cifre più prudenti), riassume il dramma del Novecento (che in Cina dura tuttora) e svela una chiara verità: l'idea utopica di costruire un mondo senza Dio, in cui l'uomo é salvatore di se stesso, ha generato e genera tragedie e crudeltà che non hanno eguali nella pur travagliata storia umana” (pag. 107).

E’ arrivato nella rete Autogrill “Il libro dei Fatti 2012”. La ventiduesima edizione della versione italiana integrata del World Almanac and Book of Facts è disponibile nella versione softcover in tutti gli Autogrill della rete autostradale. Per due mesi fino al 14 luglio sarà offerto in omaggio a chi acquisterà un altro libro.

A caratterizzare l’edizione di quest’anno è l’inserto speciale ‘Quale Italia nel 2013’ corredato dai messaggi ai lettori da parte delle massime autorità istituzionali, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dal ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera al presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ai leader sindacali.

Accanto alla classica pubblicazione cartacea, quest’anno certificata Fsc (forest stewardship council) per rispettare rigorosi standard ambientali, sociali ed economici, il Libro dei Fatti ha un’evoluzione nel digitale e diventa sia e-book sia app, disponibile a partire dal 25 maggio.

Una pubblicazione che vanta cifre da capogiro: oltre tre milioni di copie, 17.000 notizie, 15.000 protagonisti della politica, dello spettacolo, dello sport e poi migliaia di foto, quiz, tabelle e statistiche.

Il Libro dei Fatti contiene le informazioni sugli avvenimenti più importanti dell’anno appena trascorso e offre al lettore una ricostruzione ragionata dell’attualità, un vero osservatorio privilegiato di quanto accade nel mondo.

L’edizione 2012 del bestseller edito da AdnKronos Libri presenta 5 inserti fotografici con i principali avvenimenti mondiali, i venti fatti più importanti dell’anno dall’interno e dall’estero. La sua puntuale cronologia racconta tutto il 2012 al microscopio: i grandi eventi politici e di cronaca, cultura, religione e sport. Tutti gli avvenimenti mondiali e nazionali con informazioni, dati e statistiche utili per studiare, lavorare, viaggiare. Ad arricchire il volume, i quiz per tenere allenata la memoria e l’ormai consueto appuntamento con l’antologia del buonumore, che offre una simpatica selezione dei fatti più curiosi dell'anno.

La versione rilegata con copertina rigida è in vendita in libreria al prezzo di Euro 12,50.

Il Libro dei Fatti, grazie ad una partnership con FS, sarà distribuito gratuitamente all'interno dei Freccia Club ai viaggiatori dell'Alta Velocità.

“Un libro che, a 22 anni, è sempre attuale - ha detto l’editore del Gruppo Adnkronos, Cavaliere del Lavoro, Giuseppe Marra - uno strumento facile e veloce per raccontare quello che fino a ieri era cronaca e oggi è già storia”.

La copertina del saggio di Mion e Loza Adaui

 

La recente crisi economica e finanziaria internazionale ha messo in seria discussione prassi e comportamenti che, pur riprovevoli, venivano negli ultimi tempi ormai accettati dai più alla stregua di luoghi comuni intangibili, necessari allo sviluppo. Tra questi, in particolare il fatto che l'agire dell'impresa e dell'attività economico-imprenditoriale in genere si esauriscano nella pura e semplice massimizzazione dei profitti a breve termine. Come invece suggerisce l'ultima enciclica sociale di Papa Benedetto XVI (Caritas in Veritate, 2009), i comportamenti viziosi e, per parlare chiaro, perfino i peccati pubblici di singoli o collettivi non sono mai a costo zero per lo sviluppo umano, neanche in un 'mercato libero' come viene definito quello attuale. L'idea, feconda di conseguenze pratiche rilevanti, è ripresa e organicamente sviluppata in questo saggio scritto a quattro mani da Giorgio Mion (docente di Economia aziendale presso l'Università degli Studi di Verona) e Cristian Loza Adaui (dottorando di ricerca presso l'Università Cattolica di Eichstätt-Ingolstadt in Germania) pubblicato nella collana “Quaderni dell'Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa” di Verona: Verso il metaprofit. Gratuità e profitto nella gestione d'impresa (Cantagalli, Siena 2011, pp. 178, Euro 12,00).

Composto da tre capitoli e una breve conclusione, il volume è introdotto dall'arcivescovo di Trieste nonché presidente dell'Osservatorio, monsignor Giampaolo Crepaldi che, riflettendo sulla Caritas in Veritate vede il messaggio fondamentale dell'enciclica pontificia “nella proposta della priorità del dono [....] dono [che] appartiene per statuto all'attività economica e non solo per concessione” (pag. 9). E' in quest'ambito che si sviluppa il concetto di 'metaprofit': “il prefisso 'meta', infatti significa sia 'oltre' che 'attraverso'. Indica che il profitto deve tendere a qualcosa che sta oltre se stesso verso cui ha una funzione strumentale” (ibidem). La vocazione dell'impresa insomma, pur realizzandosi per mezzo del profitto, tende necessariamente ad andare oltre, nell'ottica di essere anzitutto un progetto a servizio dell'uomo, delle sue domande e dei suoi bisogni. Crepaldi spiega quindi che si tratta di un'applicazione della Dottrina sociale della Chiesa secondo cui il perseguimento del trascendente permette di ottenere anche dei risultati immanenti: una convinzione forte nell'insegnamento degli ultimi Pontefici (soprattutto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), eppure non ancora accompagnata da un'adeguata riflessione a livello pubblico. A seguire, il primo capitolo (“Un 'ritorno' al concetto d'impresa”, pagg. 11-49), chiarisce i fondamentali - proprio secondo una visione antropologica che pone al centro il valore della dignità della persona - che vanno sempre tenuti presente quando si tratta di studiare impresa, valori e profitto: Mion spiega al proposito che “l'obiettivo è quello di cogliere come anche la [categoria logica della] gratuità non sia estranea alla gestione dell'impresa né, tantomeno, alla fisiologia di quest'ultima o, meglio, alla sua struttura costitutiva” (pag. 12). Emerge qui chiaramente la presenza di quelle variabili metamateriali ma comunque centrali dell'attività umana, e quindi della persona, rispetto a cui l'aspetto meramente economico è 'solo' una dimensione - peraltro strumentale - dell'agire, a cui sono connesse molteplici altre. Per Mion occorre insomma ripensare l'ambito delle scelte economiche senza marginalizzare (la stessa crisi internazionale l'ha reso ormai evidente) le 'opzioni di valore', cioè le opzioni morali, “i cui effetti ed i cui moventi vanno ricercati oltre l'economico” (pag. 46). D'altra parte, è anzitutto all'interno di una visione complessa in cui valori economici e metaeconomici coesistono paritariamente che si può comprendere “la più profonda essenza aziendale, nella quale la socialità non rappresenta un 'altro' rispetto all'economicità, bensì ne costituisce qualificazione e completamento” (pag. 48). Il secondo capitolo (“Gratuità e gestione d'impresa”, pagg. 51-94), a firma di Loza Adaui, approfondisce invece le considerazioni dell'enciclica sociale di Benedetto XVI nell'ottica del magistero pontificio precedente, da Leone XIII a Giovanni Paolo II. Lo studioso si sofferma in particolare sul principio di gratuità e la logica del dono nell'analisi delle relazioni tra agenti economici spiegando come questi due punti “profondamente interconnessi tra loro, definiscono il cammino che può condurre ad un vero umanesimo integrale nella gestione imprenditoriale” (pag. 66). Beninteso, non si tratta qui di diminuire il legittimo ruolo del profitto nello sviluppo dell'attività imprenditoriale ma di dare invece più spazio “alla gratuità nella vita economica [argomentando consapevolmente] che questa è un'esigenza anche economica” (pag. 73). A margine si vede bene come la marginalizzazione della gratuità sia stata anche tra le cause della crescita della povertà in alcune aree del pianeta e come solo una sua adeguata ri-valorizzazione possa fornire soluzioni finalmente più condivise ai problemi attuali. Il terzo capitolo (“Le condizioni di sviluppo del 'metaprofit'” (pagg. 95-157), ancora a firma di Mion, rivendica quindi l'insufficienza interpretativa della tradizionale classificazione tra imprese 'profit' e 'non-profit', da cui sorge “la necessità di guardare al cosiddetto metaprofit ed alle sue condizioni di sviluppo come fenomeno rilevante e significativo” (pag. 97) e suggerisce l'integrazione di nuovi elementi strategici quali (oltre alla gratuità e all'attenzione sul valore etico del metaprofit), la promozione del capitale umano (con un nuovo accento sulla dimensione della partecipazione soggettiva al lavoro), la rivalutazione di una visione d'insieme dell'impresa (che non sia il semplice frutto d'interessi individuali), infine “la promozione di politiche aziendali di comunicazione esterba improntate alla trasparenza ed alla partecipazione” (pag. 154).

Le pagine conclusive (“Tracce per una conclusione”, pagg. 159-162) mettendo in guardia dalle attuali visioni dell'uomo riduttive - ancorchè dominanti nel dibattito sulle teorie economiche - riportano l'attenzione sull'orizzonte della gratuità come natura propria e ineludibile dell'agire umano: “la gratuità è l'immagineeconomica, si potrebbe dire della carità e come tale è connaturata alla persona umana, in quanto recettore del dono e responsabile del dono; essa non è, dunque, un atteggiamento morale che l'uomo può assumere se accetta un particolare approccio valoriale, ma è dimensione propria della sua qualità antropologica creaturale” (pag. 161).

Fare formazione editoriale e creare figure professionali qualificate in grado di svolgere un ruolo fondamentale nel management di settore. Sono questi gli obiettivi della prima Accademia delle Editorie che nasce in Sicilia dalla pluriennale esperienza di Villaggio Maori Edizioni e del Festival DeScritto.

Insegnanti come Andrea Gentile de Il Saggiatore, Milano, Angelo Di Benedetto RTL 102,5, Loredana Rotondo RAI,  Maria Ida Gaeta Festival Internazionale delle Letterature di Roma, Paolo Di Paolo La Repubblica e altri specialisti del settore editoriale, accompagneranno gli allievi dell’Accademia in tutto il loro percorso didattico che si concluderà con uno stage formativo di quattro mesi. I corsisti avranno, pertanto, modo di ricevere una formazione concretamente spendibile e competitiva nelle migliori aziende del settore italiano di editoria e giornalismo.

I corsi proposti dall’Accademia spaziano dalla scrittura creativa al desktop publishing, al marketing e alla Grafica Editoriale e Photo Editing. Le lezioni avranno inizio il 9 ottobre 2012 (400 ore in aula da ottobre a maggio e 4 mesi stage).

Le figure professionali formate saranno in grado di ricoprire ruoli professionali importanti che vanno dal redattore editoriale all‘esperto di comunicazione e marketing, dal consulente editoriale all’esperto di editing.

“L'accademia delle Editorie (non a caso si è scelto di utilizzare il plurale) – spiegano gli ideatori- nasce dalla volontà di creare a Catania un percorso di formazione per giovani menti che intendono impiegare la loro intelligenza nei vari campi dell'editoria professionale (libraria, musicale etc). I corsi di formazione sono stati studiati per integrare e ottimizzare al meglio il percorso didattico (previsto a Catania con docenti d'eccezione) e quello professionale con stage in aziende (Milano, Roma e Catania)”.

Tre diverse formule didattiche, per venire incontro alle esigenze e alle disponibilità di tempo di ogni allievo. Formula tempo pieno: le lezioni si terranno dal martedì al giovedì. Il calendario delle lezioni verrà pubblicato sul sito 30 giorni prima dell’apertura dei corsi. Formula fine settimana: i corsi si terranno nei giorni di sabato e domenica. Lezione Magister: è possibile partecipare ai singoli moduli del piano di studi, iscrivendosi separatamente a uno o più di essi e partecipando così sia alla lezione del Magister.

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