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Il modo più originale e dilettevole per una ricerca di geografia umana legata al territorio è certamente quello di far rivivere con fiabe e leggende l’anima secolare pugliese, e in particolar modo quella salentina.

Ecco che l’ultimo lavoro di Antonio Errico, “Fiabe e leggende di Puglia” ( Capone editore) , ci propone trentadue, tra fiabe e leggende, la riscoperta di luoghi e personaggi,tramandando una sorta di riconoscimento delle radici comuni, esorcizzando la paura di fronte all’inspiegabile, interpretando e raccontando un mondo che non c’è più, affidato alla tradizione orale .

Il libro è frutto di una ricerca e di una rielaborazione di racconti popolari legati al territorio pugliese e salentino, alla tradizione e alla cultura indigena.

Parimenti ogni racconto finisce per aggiungere un’altra dimensione ad ogni luogo, circoscritto e circoscrivente della narrazione, quella di antichi incantesimi e magie, di miti ed eroi, nascosti tra gli anfratti, negli ipogei, tra torri e castelli, incisi sulla pietra che ci parlano ancora dopo secoli.

Filo conduttore sono gli incantevoli luoghi paesaggistici che da sfondo delle fiabe e delle leggende divengono protagonisti della narrazione.

È un peregrinare tra Avetrana e Santa Caterina al Bagno, Soleto e “La Montagna Spaccata”, Lecce e Copertino ….

Un peregrinare tra trentadue località care a chi ci vive, ma anche a che le visita con occhi fanciulleschi pieni di stupore e meraviglia, capaci di cogliere gli aspetti più nascosti, pieni di quel fascino che solo i miti,le fiabe e le leggende possono elargire.

Copertina_Media e Oriente

 

Un pensatore brasiliano scomparso alla fine del secolo scorso, Plinio Corrêa de Oliveira, disse, poco prima di morire, che dopo il crollo del comunismo (1991) l'Occidente avrebbe dovuto affrontare una nuova grande minaccia, ancora sottovalutata al tempo ma pericolosa tanto quanto la precedente, ovvero l'avanzata dell'Islam su scala mondiale. La profezia, a svariati anni di distanza, si è rivelata esatta ma il mondo musulmano dalle nostre parti - eccettuati i più noti conflitti bellici, e terroristici, su scala internazionale - continua ancora a restare ai margini della cronaca e sullo sfondo dell'interesse dei media. Peraltro, quando lo si affronta – soprattutto da parte degli organi di comunicazione più generalisti – si privilegia un approccio quanto mai approssimativo che ritrae la sponda mediorientale del Mediterraneo come un luogo a tratti caricaturale, affollato quasi esclusivamente da fanatici e ignoranti, totalmente fuori dal mondo e dalla storia. Come spiega nel suo ultimo saggio Andrea Morigi, giornalista del quotidiano Libero specializzato da tempo sui temi dell'immigrazione, componente del Comitato per l'Islam Italiano presso il Ministero dell'Interno e già autore di uno studio sulle fonti del terrorismo di matrice islamica (cfr. A. Morigi, Multinazionali del terrore, Piemme, 2004), la realtà però è molto diversa. Nel suo Media e Oriente (Mursia, Milano, Pp. 128, Euro 12,00), scritto a quattro mani con Hamza Boccolini, giornalista e docente di Media nel mondo arabo presso l'Università degli Studi di Napoli “L'Orientale”, Morigi tratteggia infatti un quadro straordinariamente articolato - e altrettanto documentato - riguardo alla realtà mediorientale e al suo rapporto con i media, che rifugge decisamente da ogni stereotipo: un'impressionante carrellata di ricchi emiri e tv satellitari, forum telematici e raffinate strategie di propaganda, che non hanno nulla da invidiare a quelle occidentali, e dimostrano come la guerra santa islamista ormai stia reclutando i suoi nuovi - e talora giovanissimi - adepti anche e soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione sociale più diffusi.

Come spiega Francesco Specchia nell'introduzione all'opera (pp. 5-6), in effetti, almeno dall'11 settembre 2001 [data dell'attacco terroristico alle Twin Towers di New York, ndr] nel mondo islamico “la tivù si trasformò nella spada del Profeta, le antenne paraboliche in immensi scudi innalzati verso gl'infedeli. Le apparizioni a tempo di Osama Bin Laden seduto nelle grotte afghane tra mitra e copie del Corano; la decapitazione di Nick Berg ripresa in diretta dai miliziani iracheni di al-Qaeda che divenne il manifesto del macellaio di Baghdad, al-Zarqawi; gli annunci mortuari dei kamikaze; perfino la notizia, anticipata rispetto ai notiziari, della soppressione di Shoaib Ahmadi ammazzato per il suo reportage sulla boxe sono fotogrammi terribili che ci rimangono stampigliati nel cervello” (pag. 5). I successivi sette capitoli che seguono (ciascuno dedicato alla presentazione e all'analisi descrittiva di un colosso televisivo, dalla qatarina al-Jazeera alla rivale saudita al-Arabiya, passando per la libanese, ma in mano al movimento sciita di Hezbollah, al-Manar) documentano con una notevole mole di dati le dimensioni di quest'autentico esercito satellitare quotidianamente al servizio della propaganda ideologica, politica e religiosa più radicale. Anzitutto va detto che i canali satellitari che diffondono trasmissioni in lingua araba “verso decine di milioni di antenne paraboliche installate nelle case degli immigrati in Europa, sui tetti del Medio Oriente e ovunque vi siano comunità arabofone” (pag. 7) sono oltre settecento. Una cifra impressionante che smentisce clamorosamente la vulgata politicamente corretta di un mondo arretrato succube dell'imperialismo culturale occidentale. Nondimeno, questa varietà dell'offerta culturale non riesce ugualmente a gettare le basi per una civiltà 'aperta' al pluralismo o, almeno, tollerante verso chi fuoriesce dal pensiero unico dominante, spesso totalitario. “Lo testimoniano le vicende, prima della fatwa emanata dall'ayatollah Khomeini il 14 febbraio 1989 contro Salman Rushdie, autore del romanzo 'I versetti satanici', poi l'omicidio avvenuto ad Amsterdam, il 2 novembre 2004, del regista olandese Theo van Gogh in esecuzione di una fatwa che lo condannava a morte per aver girato il film 'Submission', per continuare con le violenze scatenate a causa delle vignette satiriche a proposito di Maometto pubblicate sul quotidiano danese Jyllands-Posten nel 2005 e successivamente le reazioni alla lezione tenuta a Ratisbona il 12 settembre 2006 da Papa Benedetto XVI, per finire con il documentario 'Fitna' prodotto dal deputato olandese Geert Wilders per chiedere la messa al bando del corano nei Paesi Bassi” (pag. 14). Se si vede poi il ruolo che in questa situazione gioca “la madre di tutte le tivù” (pag. 29), ovvero la seguitissima al-Jazeera, fondata nel 1996, la situazione appare ancora più preoccupante: in effetti il canale, ormai ben noto anche in Occidente, che “dichiara 40 milioni di spettatori in tutto il mondo arabofono [...] apparentemente indipendente [e] che fornisce notizie in tempo reale e senza cesura e ne fa il proprio punto di forza” (pag. 30) è pesantemente condizionato dallo sceicco egiziano, nonchè ideologo “semi-ufficiale” (pag. 33) dei Fratelli Musulmani e membro del consiglio d'amministrazione stesso dell'emittente, Yusuf Abdallah al-Qaradawi. Lo sceicco è infatti il protagonista indiscusso di una delle più gettonate trasmissioni televisive della rete (“Shari'a wal-Hayat [letteralmente, “Shari'a e vita”]) che va in onda ogni domenica sera con indici di ascolto altissimi. Qui lo sceicco, che da giovane si è formato all'università cairota di al-Azhar (storica roccaforte dell'Islam sunnita nell'area) ed è stato più volte incarcerato per la sua appartenenza ai Fratelli Musulmani (precedentemente banditi dalle autorità egiziane), è solito alimentare periodicamente il fondamentalismo più radicale che non disdegna l'incitamento esplicito alla Jihad vista come vera e propria guerra di conquista e punizione verso gli infedeli, cioè i cristiani e gli ebrei. Così, non è raro sentire al-Qaradawi pronunciare in diretta dichiarazioni come queste: “L'ultima punizione [contro gli ebrei, ndr] fu portata a termine da Hitler. Tramite tutte le cose che fece loro – anche se ne hanno esagerato la portata – riuscì a metterli al loro posto” (cit. a pag. 34).

Ma al-Qaradawi non è il solo: insospettabili giornalisti yemeniti che in passato hanno lavorato negli studi qatarini sostengono infatti che “tra il 50 e il 70% dei giornalisti e dei funzionari amministrativi di al-Jazeera sono membri a pieno titolo o simpatizzanti di gruppi fondamentalisti islamici” (pag. 35). D'altronde, non è un segreto che l'emittente satellitare ha toccato il suo apice del successo “con la diffusione delle interviste di Osama Bin Laden e dei suoi video messaggi, ottenuti in esclusiva mondiale” (pag. 35). Sono stati questi “contatti privilegiati con la rete terroristica di al-Qaeda e il fatto di essere l'unica emittente ammessa nell'Afghanistan dei talebani” (ibidem) ad attirare sui governi occidentali - e anche su parte del pubblico arabo - il sospetto, poi diventato certezza, che la sottile linea di demarcazione tra l'informazione e la complicità (più o meno implicita) negli atti criminosi che si riportavano nei confronti dell'opinione pubblica fosse stata superata da un pezzo. Una storia da conoscere e far conoscere, anche e soprattutto all'indomani delle cosiddette 'rivoluzioni arabe' (alcune delle quali peraltro ancora in corso, e ben lontane dall'inaugurare una 'stagione di primavera') che hanno cambiato profondamente il volto politico e sociale della sponda meridionale del Mediterraneo.

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Col titolo Feluche d’Italia il curatore Francesco Perfetti raccoglie saggi di vari studiosi dedicati al tema della diplomazia in rapporto con l’identità nazionale (Le Lettere ed., pp. 250, € 19,50). La nascita del Regno d’Italia fu possibile anche per il sapiente operato di una classe diplomatica di stretta osservanza cavourriana. Da quel momento le feluche – dal nome del copricapo anticamente utilizzato dagli ambasciatori – operarono, nel corso delle varie e anche contraddittorie fasi della storia nazionale, per tutelare gli interessi permanenti del Paese, oltre il mutare dei governi e dei titolari degli Esteri.

I contributi contenuti nel volume ricostruiscono l’azione della diplomazia italiana dal 1861 alla conclusione del confronto bipolare dopo la guerra fredda. Questa riflessione corale non si limita a descrivere le attività dei diplomatici, ma cerca di comprendere i valori, la forma mentis e il modus operandi di un ceto che, in certa misura pure nell’Italia contemporanea, svolge una funzione rilevante. Formalmente subordinati al potere politico, i diplomatici hanno saputo ritagliarsi margini di autonomia (talora ristretti) che hanno sovente permesso, nei limiti a volte condizionanti delle loro facoltà, di contenere gli sbandamenti del Paese nell’arena internazionale. Attiva quanto silente tessitrice della politica estera italiana, la diplomazia rappresenta, a centocinquant’anni dall’Unità, una realtà con la quale fare i conti, anche sul piano storiografico. Autori dei saggi sono Massimo de Leonardis, Gerardo Nicolosi, Federico Niglia, Giuseppe Pardini e lo stesso curatore.

E stato presentato a Bari il suo nuovo libro Onde di Francesco Di Palo Francesco De Palo, giornalista, blogger e scrittore. Classe ’76, nato a Bari, laureato in giurisprudenza. Scrive di politica, culture e Mediterraneo (specificatamente di Grecia e Cipro, parlando anche il greco moderno) per Italiani quotidiano, ilfattoquotidiano.it , Rivista Il Mulino, Formiche, Gli Altri, dopo averlo fatto per Ffwebmagazine, Secolo d’Italia e Futurista. È direttore del magazine Mondo Greco.

È autore di Onde-diario di un immigrato (Aletti editore) racconto sull'immigrazione e sui nuovi italiani. È componente del dipartimento politiche globali della Fondazione “Agenda”. È membro onorario della Società di Studi Cipriologici di Nicosia e socio fondatore dell’Associazione Internazionale Mondogreco.

la storia :

Un uomo di 40 anni che si occupa di politica e, per caso o per convenienza, di immigrazione. Un circuito sociale, della provincia italiana, dove l’immagine ha ancora un preciso peso specifico. E sei vite che si intrecciano, ognuna con le proprie peculiarità, in un racconto semplice. Paolo, sposato con Licia e padre di due figli, si trova ad un bivio: manca poco alle consultazioni regionali che, con la sua rielezione, potranno sancire la sua definitiva consacrazione come uomo politico, anche in virtù  di una legge regionale che porta il suo nome con norme molto restrittive per gli immigrati clandestini. Luca è un brillante avvocato, suo amico da anni: un po’ il collante fra Paolo e il tessuto sociale cittadino. Ma, dopo l’ennesimo tradimento, Paolo sarà scosso da un incontro/scontro con un ragazzo molto più piccolo di lui, dal colore della pelle diverso da lui. Ma che gli aprirà la mente verso un modo nuovo di affrontare la sua vita.

Una storia, o molte storie, con sullo sfondo il delicato tema dell'immigrazione e l’assenza, almeno per il momento, di una strategia di lungo respiro che rifletta, senza pregiudizi e con una lungimirante accortezza, sul fattore umano. Di tutte le razze.

Un corposo volume che raccoglie approfondimenti e analisi realizzati dai ricercatori dell'Istituto di Studi Politici ''S. Pio V'' esce col titolo Atlante geopolitico del Mediterraneo, a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari, con prefazione di Antonio Iodice e introduzione di Andrea Margelletti (Datanews ed., pp. 354, € 20). Il volume offre un compiuto inquadramento storico e giuridico delle trasformazioni in atto nel Mediterraneo, che hanno avuto sì inizio nel 2011 (la cosiddetta primavera araba), ma che affondano le loro radici nel passato. Diversi sono i temi trattati: dai diritti religiosi, al sistema Schengen, alle migrazioni via mare, compreso un focus sul “caso Lampedusa”. Dieci in tutto le schede Paesi, con cui gli esperti puntualmente tracciano il quadro storico indispensabile per comprendere i cambiamenti economici, sociali e religiosi che stanno vivendo Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Libano, Siria, Giordania e Turchia. Sono particolarmente utili le sezioni di sintesi storica, curate cinque da Ungari e altrettante da Anghelone, che inquadrano ottimamente gli ultimi eventi nel convulso divenire del Novecento.

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