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Martedì, 18 Giugno 2019

Copertina_Media e Oriente

 

Un pensatore brasiliano scomparso alla fine del secolo scorso, Plinio Corrêa de Oliveira, disse, poco prima di morire, che dopo il crollo del comunismo (1991) l'Occidente avrebbe dovuto affrontare una nuova grande minaccia, ancora sottovalutata al tempo ma pericolosa tanto quanto la precedente, ovvero l'avanzata dell'Islam su scala mondiale. La profezia, a svariati anni di distanza, si è rivelata esatta ma il mondo musulmano dalle nostre parti - eccettuati i più noti conflitti bellici, e terroristici, su scala internazionale - continua ancora a restare ai margini della cronaca e sullo sfondo dell'interesse dei media. Peraltro, quando lo si affronta – soprattutto da parte degli organi di comunicazione più generalisti – si privilegia un approccio quanto mai approssimativo che ritrae la sponda mediorientale del Mediterraneo come un luogo a tratti caricaturale, affollato quasi esclusivamente da fanatici e ignoranti, totalmente fuori dal mondo e dalla storia. Come spiega nel suo ultimo saggio Andrea Morigi, giornalista del quotidiano Libero specializzato da tempo sui temi dell'immigrazione, componente del Comitato per l'Islam Italiano presso il Ministero dell'Interno e già autore di uno studio sulle fonti del terrorismo di matrice islamica (cfr. A. Morigi, Multinazionali del terrore, Piemme, 2004), la realtà però è molto diversa. Nel suo Media e Oriente (Mursia, Milano, Pp. 128, Euro 12,00), scritto a quattro mani con Hamza Boccolini, giornalista e docente di Media nel mondo arabo presso l'Università degli Studi di Napoli “L'Orientale”, Morigi tratteggia infatti un quadro straordinariamente articolato - e altrettanto documentato - riguardo alla realtà mediorientale e al suo rapporto con i media, che rifugge decisamente da ogni stereotipo: un'impressionante carrellata di ricchi emiri e tv satellitari, forum telematici e raffinate strategie di propaganda, che non hanno nulla da invidiare a quelle occidentali, e dimostrano come la guerra santa islamista ormai stia reclutando i suoi nuovi - e talora giovanissimi - adepti anche e soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione sociale più diffusi.

Come spiega Francesco Specchia nell'introduzione all'opera (pp. 5-6), in effetti, almeno dall'11 settembre 2001 [data dell'attacco terroristico alle Twin Towers di New York, ndr] nel mondo islamico “la tivù si trasformò nella spada del Profeta, le antenne paraboliche in immensi scudi innalzati verso gl'infedeli. Le apparizioni a tempo di Osama Bin Laden seduto nelle grotte afghane tra mitra e copie del Corano; la decapitazione di Nick Berg ripresa in diretta dai miliziani iracheni di al-Qaeda che divenne il manifesto del macellaio di Baghdad, al-Zarqawi; gli annunci mortuari dei kamikaze; perfino la notizia, anticipata rispetto ai notiziari, della soppressione di Shoaib Ahmadi ammazzato per il suo reportage sulla boxe sono fotogrammi terribili che ci rimangono stampigliati nel cervello” (pag. 5). I successivi sette capitoli che seguono (ciascuno dedicato alla presentazione e all'analisi descrittiva di un colosso televisivo, dalla qatarina al-Jazeera alla rivale saudita al-Arabiya, passando per la libanese, ma in mano al movimento sciita di Hezbollah, al-Manar) documentano con una notevole mole di dati le dimensioni di quest'autentico esercito satellitare quotidianamente al servizio della propaganda ideologica, politica e religiosa più radicale. Anzitutto va detto che i canali satellitari che diffondono trasmissioni in lingua araba “verso decine di milioni di antenne paraboliche installate nelle case degli immigrati in Europa, sui tetti del Medio Oriente e ovunque vi siano comunità arabofone” (pag. 7) sono oltre settecento. Una cifra impressionante che smentisce clamorosamente la vulgata politicamente corretta di un mondo arretrato succube dell'imperialismo culturale occidentale. Nondimeno, questa varietà dell'offerta culturale non riesce ugualmente a gettare le basi per una civiltà 'aperta' al pluralismo o, almeno, tollerante verso chi fuoriesce dal pensiero unico dominante, spesso totalitario. “Lo testimoniano le vicende, prima della fatwa emanata dall'ayatollah Khomeini il 14 febbraio 1989 contro Salman Rushdie, autore del romanzo 'I versetti satanici', poi l'omicidio avvenuto ad Amsterdam, il 2 novembre 2004, del regista olandese Theo van Gogh in esecuzione di una fatwa che lo condannava a morte per aver girato il film 'Submission', per continuare con le violenze scatenate a causa delle vignette satiriche a proposito di Maometto pubblicate sul quotidiano danese Jyllands-Posten nel 2005 e successivamente le reazioni alla lezione tenuta a Ratisbona il 12 settembre 2006 da Papa Benedetto XVI, per finire con il documentario 'Fitna' prodotto dal deputato olandese Geert Wilders per chiedere la messa al bando del corano nei Paesi Bassi” (pag. 14). Se si vede poi il ruolo che in questa situazione gioca “la madre di tutte le tivù” (pag. 29), ovvero la seguitissima al-Jazeera, fondata nel 1996, la situazione appare ancora più preoccupante: in effetti il canale, ormai ben noto anche in Occidente, che “dichiara 40 milioni di spettatori in tutto il mondo arabofono [...] apparentemente indipendente [e] che fornisce notizie in tempo reale e senza cesura e ne fa il proprio punto di forza” (pag. 30) è pesantemente condizionato dallo sceicco egiziano, nonchè ideologo “semi-ufficiale” (pag. 33) dei Fratelli Musulmani e membro del consiglio d'amministrazione stesso dell'emittente, Yusuf Abdallah al-Qaradawi. Lo sceicco è infatti il protagonista indiscusso di una delle più gettonate trasmissioni televisive della rete (“Shari'a wal-Hayat [letteralmente, “Shari'a e vita”]) che va in onda ogni domenica sera con indici di ascolto altissimi. Qui lo sceicco, che da giovane si è formato all'università cairota di al-Azhar (storica roccaforte dell'Islam sunnita nell'area) ed è stato più volte incarcerato per la sua appartenenza ai Fratelli Musulmani (precedentemente banditi dalle autorità egiziane), è solito alimentare periodicamente il fondamentalismo più radicale che non disdegna l'incitamento esplicito alla Jihad vista come vera e propria guerra di conquista e punizione verso gli infedeli, cioè i cristiani e gli ebrei. Così, non è raro sentire al-Qaradawi pronunciare in diretta dichiarazioni come queste: “L'ultima punizione [contro gli ebrei, ndr] fu portata a termine da Hitler. Tramite tutte le cose che fece loro – anche se ne hanno esagerato la portata – riuscì a metterli al loro posto” (cit. a pag. 34).

Ma al-Qaradawi non è il solo: insospettabili giornalisti yemeniti che in passato hanno lavorato negli studi qatarini sostengono infatti che “tra il 50 e il 70% dei giornalisti e dei funzionari amministrativi di al-Jazeera sono membri a pieno titolo o simpatizzanti di gruppi fondamentalisti islamici” (pag. 35). D'altronde, non è un segreto che l'emittente satellitare ha toccato il suo apice del successo “con la diffusione delle interviste di Osama Bin Laden e dei suoi video messaggi, ottenuti in esclusiva mondiale” (pag. 35). Sono stati questi “contatti privilegiati con la rete terroristica di al-Qaeda e il fatto di essere l'unica emittente ammessa nell'Afghanistan dei talebani” (ibidem) ad attirare sui governi occidentali - e anche su parte del pubblico arabo - il sospetto, poi diventato certezza, che la sottile linea di demarcazione tra l'informazione e la complicità (più o meno implicita) negli atti criminosi che si riportavano nei confronti dell'opinione pubblica fosse stata superata da un pezzo. Una storia da conoscere e far conoscere, anche e soprattutto all'indomani delle cosiddette 'rivoluzioni arabe' (alcune delle quali peraltro ancora in corso, e ben lontane dall'inaugurare una 'stagione di primavera') che hanno cambiato profondamente il volto politico e sociale della sponda meridionale del Mediterraneo.

E stato presentato a Bari il suo nuovo libro Onde di Francesco Di Palo Francesco De Palo, giornalista, blogger e scrittore. Classe ’76, nato a Bari, laureato in giurisprudenza. Scrive di politica, culture e Mediterraneo (specificatamente di Grecia e Cipro, parlando anche il greco moderno) per Italiani quotidiano, ilfattoquotidiano.it , Rivista Il Mulino, Formiche, Gli Altri, dopo averlo fatto per Ffwebmagazine, Secolo d’Italia e Futurista. È direttore del magazine Mondo Greco.

È autore di Onde-diario di un immigrato (Aletti editore) racconto sull'immigrazione e sui nuovi italiani. È componente del dipartimento politiche globali della Fondazione “Agenda”. È membro onorario della Società di Studi Cipriologici di Nicosia e socio fondatore dell’Associazione Internazionale Mondogreco.

la storia :

Un uomo di 40 anni che si occupa di politica e, per caso o per convenienza, di immigrazione. Un circuito sociale, della provincia italiana, dove l’immagine ha ancora un preciso peso specifico. E sei vite che si intrecciano, ognuna con le proprie peculiarità, in un racconto semplice. Paolo, sposato con Licia e padre di due figli, si trova ad un bivio: manca poco alle consultazioni regionali che, con la sua rielezione, potranno sancire la sua definitiva consacrazione come uomo politico, anche in virtù  di una legge regionale che porta il suo nome con norme molto restrittive per gli immigrati clandestini. Luca è un brillante avvocato, suo amico da anni: un po’ il collante fra Paolo e il tessuto sociale cittadino. Ma, dopo l’ennesimo tradimento, Paolo sarà scosso da un incontro/scontro con un ragazzo molto più piccolo di lui, dal colore della pelle diverso da lui. Ma che gli aprirà la mente verso un modo nuovo di affrontare la sua vita.

Una storia, o molte storie, con sullo sfondo il delicato tema dell'immigrazione e l’assenza, almeno per il momento, di una strategia di lungo respiro che rifletta, senza pregiudizi e con una lungimirante accortezza, sul fattore umano. Di tutte le razze.

Un corposo volume che raccoglie approfondimenti e analisi realizzati dai ricercatori dell'Istituto di Studi Politici ''S. Pio V'' esce col titolo Atlante geopolitico del Mediterraneo, a cura di Francesco Anghelone e Andrea Ungari, con prefazione di Antonio Iodice e introduzione di Andrea Margelletti (Datanews ed., pp. 354, € 20). Il volume offre un compiuto inquadramento storico e giuridico delle trasformazioni in atto nel Mediterraneo, che hanno avuto sì inizio nel 2011 (la cosiddetta primavera araba), ma che affondano le loro radici nel passato. Diversi sono i temi trattati: dai diritti religiosi, al sistema Schengen, alle migrazioni via mare, compreso un focus sul “caso Lampedusa”. Dieci in tutto le schede Paesi, con cui gli esperti puntualmente tracciano il quadro storico indispensabile per comprendere i cambiamenti economici, sociali e religiosi che stanno vivendo Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Israele, Libano, Siria, Giordania e Turchia. Sono particolarmente utili le sezioni di sintesi storica, curate cinque da Ungari e altrettante da Anghelone, che inquadrano ottimamente gli ultimi eventi nel convulso divenire del Novecento.

1140feluche

 

Col titolo Feluche d’Italia il curatore Francesco Perfetti raccoglie saggi di vari studiosi dedicati al tema della diplomazia in rapporto con l’identità nazionale (Le Lettere ed., pp. 250, € 19,50). La nascita del Regno d’Italia fu possibile anche per il sapiente operato di una classe diplomatica di stretta osservanza cavourriana. Da quel momento le feluche – dal nome del copricapo anticamente utilizzato dagli ambasciatori – operarono, nel corso delle varie e anche contraddittorie fasi della storia nazionale, per tutelare gli interessi permanenti del Paese, oltre il mutare dei governi e dei titolari degli Esteri.

I contributi contenuti nel volume ricostruiscono l’azione della diplomazia italiana dal 1861 alla conclusione del confronto bipolare dopo la guerra fredda. Questa riflessione corale non si limita a descrivere le attività dei diplomatici, ma cerca di comprendere i valori, la forma mentis e il modus operandi di un ceto che, in certa misura pure nell’Italia contemporanea, svolge una funzione rilevante. Formalmente subordinati al potere politico, i diplomatici hanno saputo ritagliarsi margini di autonomia (talora ristretti) che hanno sovente permesso, nei limiti a volte condizionanti delle loro facoltà, di contenere gli sbandamenti del Paese nell’arena internazionale. Attiva quanto silente tessitrice della politica estera italiana, la diplomazia rappresenta, a centocinquant’anni dall’Unità, una realtà con la quale fare i conti, anche sul piano storiografico. Autori dei saggi sono Massimo de Leonardis, Gerardo Nicolosi, Federico Niglia, Giuseppe Pardini e lo stesso curatore.

Copertina_Laboratorio Trieste

 

E' osservazione da tutti condivisa che nell'attuale stagione di crisi della politica nazionale servano non solamente idee e comportamenti nuovi, ma anche nuovi uomini, una 'nuova classe dirigente' come ha auspicato Papa Benedetto XVI. Lo stesso mondo cattolico si interroga con passione sulle radici della crisi e sta cercando plausibili vie d'uscita. Tra i fatti più significativi degli ultimi mesi da questo punto di vista spicca il prezioso volumetto dell'Arcivescovo di Trieste e Presidente dell'Osservatorio Internazionale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa, monsignor Giampaolo Crepaldi: uno dei presuli da sempre più attenti, oltre che culturalmente preparati, sull'evoluzione del dibattito pubblico del nostro Paese, soprattutto in relazione ai cosiddetti 'princìpi non negoziabili', i criteri-guida dell'azione del cattolico in politica (cfr. G. Crepaldi, Laboratorio Trieste. La formazione dei cattolici all'impegno sociale e politico, Cantagalli, Siena, pp. 70, Euro 8,00). L'opera, pubblicata a cura della Diocesi di Trieste e dell'Osservatorio di Dottrina Sociale, si struttura in quattro capitoli e una breve conclusione finale.

I primi due capitoli (“Esigenza e possibilità di un nuovo progetto”, pp. 5-27 e “Trieste: città di incontro e di dialogo non banale”, pp. 29-35), soprattutto, costituiscono la parte teoreticamente più esigente, presentando un'analisi ragionata che si sofferma sulla storia degli ultimi vent'anni e arriva fino all'attualità più stretta. L'esordio è dato da una considerazione di Papa Benedetto XVI durante il Convegno ecclesiale di Verona (2006), quando il Pontefice – sulla traccia di Giovanni Paolo II – ha parlato del nostro Paese come di un luogo di speranza e in controtendenza, dal punto di vista della coesione sociale, ma anche religiosa, rispetto al resto d'Europa. Qui, infatti, aveva sottolineato Benedetto XVI, il Cristianesimo, con le sue diverse realtà locali, alcune delle quali tuttora molto vive, anima ancora la comunità umana ed è un fatto di popolo, cosa che spingeva il Papa a vedere “nel popolo italiano e nella Chiesa italiana un serbatoio di valori positivi e un punto di partenza per la rievangelizzazione sia del nostro Paese sia di altre nazioni europee” (pag. 6). D'altra parte, se questo è di conforto, l'Autore, non manca di aggiungere come – pure in questa situazione complessivamente positiva – anche da noi, all'indomani della fine della Guerra Fredda non sia arrivato certo un tempo di assoluta distensione ma “sono emerse nuove ideologie [come] il nuovo laicismo che ha trovato espressione nelle forme dell'esclusione della religione dallo spazio pubblico” (pag. 8). A ciò, a partire almeno dal 2008, si è poi aggiunta – come noto – una grave crisi finanziaria internazionale che non ha risparmiato i piani di crescita, lavoro e sviluppo già messi da parte per gli anni a venire. Ad oggi siamo ancora nel pieno di questa crisi, e a detta degli stessi esperti non è dato di vedere con certezza quando ne usciremo. Ciò che però per l'Autore fa specie, ascoltando le analisi in proposito di questi mesi, è il fatto che le chiavi di lettura etiche e religiose raramente vengono prese in considerazione. Viceversa, il problema-primo è proprio “vedere se il nostro Paese riuscirà a recuperare un quadro morale sufficientemente solido per far fronte ai problemi dettati dai cambiamenti internazionali. Non si riflette a sufficienza di come la tenuta morale complessiva di un Paese sia una risorsa fondamentale anche nella competizione internazionale. Il capitale sociale di un popolo é la principale ricchezza, ma il capitale sociale ha bisogno di legami etici e di un'anima religiosa. L'inverno demografico, i costi sociali legati alla crisi della famiglia che pone problemi nei rapporti generazionali e nella trasmissione dei valori ai giovani, l'induvidualismo e la crisi delle relazioni sociali di vicinanza e solidarietà, un diffuso malcostume nelle relazioni interpersonali, l'emergenza educativa rappresentano alcuni tra i più evidenti esempi di come proprio su tematiche morali si giochi la tenuta del Paese” (pag. 9). E' questo uno degli aspetti più interessanti del libro di Crepaldi che pone finalmente a tema le diverse crisi della politica e della finanza come crisi minori derivanti in realtà, a catena, da una prima e ben più grande causa costantemente rimossa: lo stato della salute morale complessiva del nostro Paese. Il punto é che spesso si crede che il bene comune sia un concetto quantitativo, mentre in realtà é piuttosto di tipo qualitativo e i suoi indici di riferimento vanno ricercati in parametri come la dignità della persona umana e l'importanza riconosciuta allo sviluppo, anzitutto spirituale, dell'anima.

A seguire, l'Autore illustra alcuni punti di fondamentale importanza per l'impegno politico dei cattolici oggi: ovvero l'importanza del carattere veritativo della religione cristiana e la denuncia di quella insidiosa dittatura del relativismo etico che si traduce in pratica in una vera e propria anarchia dei valori istituzionalizzata. Qui Crepaldi sottolinea come la religione non sia un fatto privato o un caso di coscienza, per riprendere un'espressione famosa, ma riguardi il bene stesso della società giacché “senza la Verità altre piccole e arroganti verità si fanno avanti per imporsi con la violenza. Benedetto XVI ci ha abituato a pensare che senza Dio si fanno avanti gli dèi e che l'uomo moderno, che ha rifiutato la fede in Dio, finisce per credere a tutto” (pag. 17), scoprendosi quindi in ultima analisi molto meno protetto di quanto si potrebbe pensare superficialmente rispetto alle ideologie e alle utopie che si avvicendano di volta in volta sulla scena pubblica. Il messaggio fondamentale è allora quello di tenere presente il primato imprescindibile di Dio, tanto nella vita della Chiesa, come nella costruzione della città terrena, sulla scorta di quanto l'ultima enciclica Caritas in Veritate ha ricordato: “per l'autentico sviluppo dell'uomo, il cristianesimo non é solo utile ma indispensabile” (pag. 24). Passando poi ad analizzare i vari problemi della sua diocesi triestina, Crepaldi si sofferma sul poco spazio riservato alla società civile, soprattutto a livello di imprenditorialità citando il caso emblematico della scuola, dove i soggetti non statali sono praticamente inesistenti, con grande danno della libertà di educazione e del pluralismo associativo stesso. Se questa è la situazione, non solo a Trieste ma anche altrove, quello che serve é allora un deciso rilancio di “un progetto organico e non episodico per la formazione dei cattolici all'impegno sociale e politico” (pag. 37), a partire da un corretto chiarimento di rotta dal punto di vista dottrinale, dove oggi il mondo cattolico “é spesso confuso” (pag. 40). Crepaldi spiega quindi a lungo e ampiamente le quattro premesse da cui origina l'azione del cattolico in politica: il fatto che la regalità di Cristo riguarda l'intera realtà e quindi anche la realtà umano-storica e politica; il fatto che l'ordine della politica non è autosufficiente di per sé come invece troppo spesso si è ritenuto anche nel recente passato in Italia; il fatto che la coscienza personale del cattolico non può mai rendersi autonoma dalla dottrina cristiana insegnata dalla Chiesa su questioni di principio (altrimenti sarebbe protestante), e infine che la democrazia non esclude valori assoluti, ma, come si accennava poco sopra parlando della dittatura del relativismo, li richiede “per non trasformarsi in licenza ed arbitrio” (pag. 43). Da qui si comprende forse meglio perché, come ripete Benedetto XVI, i cosiddetti princìpi non negoziabili siano i princìpi ordinanti dell'agire politico, cattolico e non. Saranno in definitiva queste le premesse da cui partirà il Laboratorio Trieste che si svilupperà su tre ambiti: quello della Scuola diocesana di formazione all'impegno sociale e politico, quello degli incontri di confronto e verifica tra cattolici impegnati in politica e quello degli incontri di dialogo tra cattolici e laici. Si tratta quindi, conclude l'Autore, di riportare finalmente la Dottrina sociale della Chiesa nel bagaglio consapevole dei futuri cattolici impegnati in politica e di rafforzare con un progetto organico non soltanto la vita di fede personale ma l'identità e l'originalità della proposta cattolica nel suo insieme. Un piano ambizioso, come si vede, e non poco coraggioso, che in un clima montante di antipolitica dilagante parte dalla proposta concreta e realizzabile, non dalla protesta, guardando al futuro con serietà ma anche con una buona dose di speranza, cristianamente ispirata. Nel suo piccolo, senz'altro uno degli eventi dell'anno nell'intricato panorama politico-culturale italiano.

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