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Lunedì, 17 Giugno 2019

«Nel mar Bianco, dove le notti sono bianche per sei mesi l’anno, l’Isola Grande delle Solovki sorge dall’acqua con le sue candide chiese contornate dalle mura del cremlino, rugginose di licheni; i gabbiani grigio-bianchi delle Solovki le avvolgono continuamente di voli e di strida”. Questo poetica descrizione apre il secondo capitolo di Arcipelago Gulag di Alexandr Solzenicyn (vol. 2, pag. 27). “L’Arcipelago sorge dal mare” è il titolo di questo intenso capitolo che descrive la trasformazione di queste isole di silenzio e di preghiera in “un lager modello, di esemplare durezza, orgoglio della Repubblica operaia e contadina. E questo dal 1923. La letteratura sul Gulag è, oggi, fortunatamente ampia, ma anche sola la lettura di Arcipelago Gulag dava (agli inizi degli anni ’70) un quadro completo e drammatico. Quadro che il grande dissidente russo riuscì a comporre grazie alle testimonianze di 227 persone, che come lui erano entrate nell’Arcipelago.

A questo quadro, specialmente al quadro della storia delle isole Solovki, si aggiunge oggi un altro volume che raccoglie molto del materiale già tradotto in italiano e ne fa un’efficace sintesi antologica: si inizia con la storia del Gulag che inizia nel 1917 (dal dicembre del 1917 Lenin chiede l’internamento in campi di concentramento per gli oppositori). La storia è precisa e dettagliata e le fonti (pubblicazioni francesi e, ovviamente, Arcipelago Gulag principalmente) sono talmente numerose che il volume si presenta come un punto fermo a oggi della storia del sistema concentrazionario sovietico. Ma l’intento dell’autore, p. Emilio Fiorenzo Reati, sacerdote e religioso francescano che è vissuto 16 anni in Russia, è quello di descrivere la vita e la morte specialmente nel lager sulle isole Solovki e lo fa ricostruendone la storia, dal 1492 fino al 1932 quando gli ultimi monaci furono cacciati. Le lettere, le testimonianze dirette di chi ha vissuto in quel paradiso trasformatosi in inferno, rendono vivo il volume e danno voce a martiri per troppi anni dimenticati e sono il modo più esauriente per descrivere la tragedia del Gulag. Reati è membro della sezione italiana di Memorial che si batte per la riabilitazione delle vittime innocenti del regime comunista sovietico e, attraverso le loro testimonianze essere di esempio per la difesa delle libertà, in particolar modo per la libertà di coscienza.

Fiorenzo Reati O.F.M., La lunga ombra del gulag - Vita e morte del lager sulle isole Solovki , Arca edizioni, 2012

Si sta completando il ciclo di conferenze organizzate in occasione dell'Anno della Fede, dall'Associazione Alessandro Maggiolini e da Alleanza Cattolica. Gli incontri dovrebbero far comprendere meglio il grande evento del Concilio Vaticano II, apertosi cinquant'anni fa.

Venerdì scorso si è svolto il 7° incontro, l'ultimo si svolgerà il 17 maggio prossimo, con la relazione del cardinale Raymond Leo Burke, predetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Relatore della serata del 5 aprile, è stato padre Giovanni Cavalcoli OP, docente di Metafisica nello Studio domenicano di Bologna e di Teologia Sistematica nella facoltà Teologica dell'Emilia Romagna, Officiale della segreteria di Stato dal 1982 al 1990. Da oltre dieci anni svolge corsi per catechisti a Radio Maria.

Padre Cavalcoli conosce bene il tema del Concilio perché è autore di un ottimo volume dal titolo “Progresso nella continuità”, edito da Fede & Cultura (Verona, 2011).Tra l'altro, il testo, l'ho letto e recensito qualche mese fa, ho approfittato della presenza a Milano di padre Giovanni per farmi fare una dedica sul suo testo.

L'incontro è stato presentato da Marco Invernizzi che ha sottolineato il nodo principale del Concilio: “l'ermeneutica della Riforma nella Continuità”, così come la propose il 22 dicembre del 2005 Papa Benedetto XVI. E' proprio papa Ratzinger qualche giorno prima di concludere il suo mandato petrino ricordava, anzi esortava i vescovi, tutto il clero romano a superare quella lettura del Concilio di tipo mediatico e piuttosto a leggere e studiare i documenti, non fermarsi all'evento, come fanno i teologi della cosiddetta scuola di Bologna che hanno costruito una specie di “Concilio virtuale”. In pratica Benedetto XVI con questo discorso ha voluto consegnare con forza un mandato al suo successore, quello di affrontare sistematicamente la questione dei nodi irrisolti del Concilio Vaticano II.

Infatti secondo padre Cavalcoli, dopo cinquant'anni è ancora aperta la questione dell'interpretazione del Concilio Vaticano II. I motivi il domenicano li ha elencati nel suo libro. Effettivamente alcuni passi del Concilio si prestano ad un'interpretazione modernistica. Come la tendenza a valutare la Modernità come una serie di valori positivi, il criterio assoluto per valutare lo stesso Vangelo. In questo modo per padre Giovanni, il criterio interpretativo si pone al di fuori della dottrina tradizionale della Chiesa.

Padre Cavalcoli è consapevole che l'uso del termine modernismo, potrebbe scioccare, perchè chi lo sente lo confronta col termine condannato da S. Pio X, dove il Modernismo era la somma di tutte le eresie. Comunque sia gli studiosi che hanno dialettizzato il Concilio, fanno del mondo moderno una specie di idolatria che giudica addirittura il Vangelo. Certo il cattolico deve confrontarsi anche con il pensiero moderno, ma lo deve fare sempre con discernimento.

Padre Giovanni fa riferimento ai vari passi problematici del Concilio, in particolare, a quelli elencati da monsignor Brunero Gherardini, e precisa“definitivamente i contenuti vincolanti del Concilio, mostrando la loro continuità con la precedente Tradizione”. E di questo lavoro di chiarimento se ne dovrà fare carico l'attuale papa.

La confusione ad opera di una forte corrente teologica sulla vera interpretazione dei testi conciliari è nata a partire dall'immediato postconcilio, in particolare con Schillebeeckx e Rahner, per quanto riguarda i cosiddetti modernisti, dall'altra parte i lefebvriani che accusano il Concilio di aver falsificato la Tradizione. Pertanto secondo Cavalcoli la lettura sbagliata del Concilio Vaticano II ha ripetuto quello che era già successo con il Modernismo agli inizi del Novecento. I professori hanno insegnato le false interpretazioni del Concilio nei vari seminari, i seminaristi si sono formati con quelle teorie, divenuti nel frattempo sacerdoti, hanno rioetuto il “Concilio mediatico”, e poi magari sono diventati vescovi, fino a raggiungere la stessa segreteria di Stato. Padre Cavalcoli, stigmatizza l'episodio del caso Gabrieli. E' incredibile che un maggiordomo si sia impossessato di certi documenti segreti del papa; a chi potevano servire, non certo a Gabrieli. Padre Giovanni lancia qualche riserva personale e ci tiene a dirlo, sulle dimissioni di Papa Ratzinger, non è convinto sulla motivazione della rinuncia. A questo proposito, introduce il concetto del “Papa crocifisso”, che deve affrontare la Via Crucis, come un nuovo Gesù emarginato, tradito. Anzi sostiene che da Giovanni XXIII in poi abbiamo avuto dei “papi crocifissi e soli”.

Ritornando al Concilio padre Giovanni ha ribadito i criteri per una retta ermeneutica: 1 Il Concilio non ha solo un carattere pastorale ma anche dottrinale. 2 Le dottrine del Concilio ribadiscono dogmi già definiti e soprattutto una migliore conoscenza degli stessi.3 Le dottrine anche se nuove e non definite come atti di fede, sono immutabilmente vere. 4 Grande importanza del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Infine padre Cavalcoli ricorda i punti controversi, i soliti, quelli elencati nel suo pampflet,“Progresso nella Continuità”: si va da quelli sulla Liturgia, tra l'altro, forse più vistosi come ha ben esposto don Nicola Bux nel precedente incontro. Fino alla questione dell'ecumenismo.

Il modo più originale e dilettevole per una ricerca di geografia umana legata al territorio è certamente quello di far rivivere con fiabe e leggende l’anima secolare pugliese, e in particolar modo quella salentina.

Ecco che l’ultimo lavoro di Antonio Errico, “Fiabe e leggende di Puglia” ( Capone editore) , ci propone trentadue, tra fiabe e leggende, la riscoperta di luoghi e personaggi,tramandando una sorta di riconoscimento delle radici comuni, esorcizzando la paura di fronte all’inspiegabile, interpretando e raccontando un mondo che non c’è più, affidato alla tradizione orale .

Il libro è frutto di una ricerca e di una rielaborazione di racconti popolari legati al territorio pugliese e salentino, alla tradizione e alla cultura indigena.

Parimenti ogni racconto finisce per aggiungere un’altra dimensione ad ogni luogo, circoscritto e circoscrivente della narrazione, quella di antichi incantesimi e magie, di miti ed eroi, nascosti tra gli anfratti, negli ipogei, tra torri e castelli, incisi sulla pietra che ci parlano ancora dopo secoli.

Filo conduttore sono gli incantevoli luoghi paesaggistici che da sfondo delle fiabe e delle leggende divengono protagonisti della narrazione.

È un peregrinare tra Avetrana e Santa Caterina al Bagno, Soleto e “La Montagna Spaccata”, Lecce e Copertino ….

Un peregrinare tra trentadue località care a chi ci vive, ma anche a che le visita con occhi fanciulleschi pieni di stupore e meraviglia, capaci di cogliere gli aspetti più nascosti, pieni di quel fascino che solo i miti,le fiabe e le leggende possono elargire.

Si è svolta sabato pomeriggio nell’affollata cornice dell’Aula consiliare di Palazzo San Domenico la presentazione del libro “Oggetti senza gloria” di Grazia Dormiente (Edizioni Nemapress).

Il libro della etnoatropologa ripercorre, tra storia e memoria, le vicende del Museo Ibleo delle Arti e Tradizioni Popolari, dalla fondazione (1978) voluta dall’Associazione “S. A. Guastella”, alla chiusura per restauro dell’edificio (2005), fino alle prospettive della sua imminente riapertura.

Un itinerario conoscitivo, quello raccontato dalla Dormiente, che conduce il lettore alla scoperta di un luogo dimenticato dai più, addirittura ignoto alle nuove generazioni, nella speranza che le istituzioni pubbliche sappiano rilanciarlo e valorizzarlo, nel rispetto dei ruoli e delle competenze. L’autrice, dal canto suo, indica la strada da seguire per il rilancio del Museo nell’apertura dell'Associazione a una più ampia partecipazione, con l’immissione di nuove energie e con il relativo adeguamento dello Statuto.

Il sindaco Antonello Buscema e il presidente del Consiglio comunale Carmelo Scarso, nel loro intervento introduttivo, hanno posto l’accento proprio sulla necessità di valorizzare i beni culturali della città e di dare lustro al Museo che rappresenta un patrimonio collettivo.

Giuseppe Barone, preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Catania e presidente della Fondazione Grimaldi, ha contestualizzato la nascita del Museo negli anni in cui l’industrializzazione del Paese cancellava le identità e le radici della civiltà artigiana e contadina pre-industriale, rendendo più acuta tra gli antropologi, i sociologi e alcune frange di intellettuali l’esigenza di conservare ambienti e pezzi di una memoria altrimenti destinata all’oblio. Oggi, ha concluso lo storico, la globalizzazione ripropone con più forza il tema della preservazione dell’identità locale.

Il giornalista Marco Sammito, moderatore dell’incontro, ha letto l’intervento inviato da Neria De Giovanni, presidente dell’Associazione internazionale dei critici letterari di Parigi e direttrice editoriale di Nemapress, impossibilitata a partecipare. La studiosa ha parlato di un libro a doppio registro: da un lato la memoria storica di un progetto di volontariato culturale che divenne realtà; dall’altro una guida completa al Museo, un vademecum per il turista ma anche per il concittadino che non vuole dimenticare le proprie radici etnico-culturali.

Alessandro Ferrara, dirigente generale del dipartimento Attività produttive e già Sovrintendente di Ragusa, ha fornito una testimonianza diretta dell’impegno e della passione profuse dall’autrice  nel corso delle riunioni e dei sopralluoghi effettuati durante i lavori di restauro del Palazzo dei Mercedari che ospita il Museo.

Salvatore Scalia, giornalista e scrittore, responsabile delle pagine culturali del quotidiano “La Sicilia”, ha preso spunto dal titolo del volume per affermare la necessità di restituire l’aura perduta (il riferimento è al saggio di Walter Benjamin, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”) agli oggetti e agli ambienti ricostruiti all’interno del Museo.

Grazia Dormiente, nelle conclusioni, ha parlato del Museo come di un inestimabile patrimonio di memoria ereditato dal passato, che le nuove generazioni dovranno custodire e tenere “vivo”, come alberi che gioveranno in un altro tempo.

 

Copertina_Media e Oriente

 

Un pensatore brasiliano scomparso alla fine del secolo scorso, Plinio Corrêa de Oliveira, disse, poco prima di morire, che dopo il crollo del comunismo (1991) l'Occidente avrebbe dovuto affrontare una nuova grande minaccia, ancora sottovalutata al tempo ma pericolosa tanto quanto la precedente, ovvero l'avanzata dell'Islam su scala mondiale. La profezia, a svariati anni di distanza, si è rivelata esatta ma il mondo musulmano dalle nostre parti - eccettuati i più noti conflitti bellici, e terroristici, su scala internazionale - continua ancora a restare ai margini della cronaca e sullo sfondo dell'interesse dei media. Peraltro, quando lo si affronta – soprattutto da parte degli organi di comunicazione più generalisti – si privilegia un approccio quanto mai approssimativo che ritrae la sponda mediorientale del Mediterraneo come un luogo a tratti caricaturale, affollato quasi esclusivamente da fanatici e ignoranti, totalmente fuori dal mondo e dalla storia. Come spiega nel suo ultimo saggio Andrea Morigi, giornalista del quotidiano Libero specializzato da tempo sui temi dell'immigrazione, componente del Comitato per l'Islam Italiano presso il Ministero dell'Interno e già autore di uno studio sulle fonti del terrorismo di matrice islamica (cfr. A. Morigi, Multinazionali del terrore, Piemme, 2004), la realtà però è molto diversa. Nel suo Media e Oriente (Mursia, Milano, Pp. 128, Euro 12,00), scritto a quattro mani con Hamza Boccolini, giornalista e docente di Media nel mondo arabo presso l'Università degli Studi di Napoli “L'Orientale”, Morigi tratteggia infatti un quadro straordinariamente articolato - e altrettanto documentato - riguardo alla realtà mediorientale e al suo rapporto con i media, che rifugge decisamente da ogni stereotipo: un'impressionante carrellata di ricchi emiri e tv satellitari, forum telematici e raffinate strategie di propaganda, che non hanno nulla da invidiare a quelle occidentali, e dimostrano come la guerra santa islamista ormai stia reclutando i suoi nuovi - e talora giovanissimi - adepti anche e soprattutto grazie ai mezzi di comunicazione sociale più diffusi.

Come spiega Francesco Specchia nell'introduzione all'opera (pp. 5-6), in effetti, almeno dall'11 settembre 2001 [data dell'attacco terroristico alle Twin Towers di New York, ndr] nel mondo islamico “la tivù si trasformò nella spada del Profeta, le antenne paraboliche in immensi scudi innalzati verso gl'infedeli. Le apparizioni a tempo di Osama Bin Laden seduto nelle grotte afghane tra mitra e copie del Corano; la decapitazione di Nick Berg ripresa in diretta dai miliziani iracheni di al-Qaeda che divenne il manifesto del macellaio di Baghdad, al-Zarqawi; gli annunci mortuari dei kamikaze; perfino la notizia, anticipata rispetto ai notiziari, della soppressione di Shoaib Ahmadi ammazzato per il suo reportage sulla boxe sono fotogrammi terribili che ci rimangono stampigliati nel cervello” (pag. 5). I successivi sette capitoli che seguono (ciascuno dedicato alla presentazione e all'analisi descrittiva di un colosso televisivo, dalla qatarina al-Jazeera alla rivale saudita al-Arabiya, passando per la libanese, ma in mano al movimento sciita di Hezbollah, al-Manar) documentano con una notevole mole di dati le dimensioni di quest'autentico esercito satellitare quotidianamente al servizio della propaganda ideologica, politica e religiosa più radicale. Anzitutto va detto che i canali satellitari che diffondono trasmissioni in lingua araba “verso decine di milioni di antenne paraboliche installate nelle case degli immigrati in Europa, sui tetti del Medio Oriente e ovunque vi siano comunità arabofone” (pag. 7) sono oltre settecento. Una cifra impressionante che smentisce clamorosamente la vulgata politicamente corretta di un mondo arretrato succube dell'imperialismo culturale occidentale. Nondimeno, questa varietà dell'offerta culturale non riesce ugualmente a gettare le basi per una civiltà 'aperta' al pluralismo o, almeno, tollerante verso chi fuoriesce dal pensiero unico dominante, spesso totalitario. “Lo testimoniano le vicende, prima della fatwa emanata dall'ayatollah Khomeini il 14 febbraio 1989 contro Salman Rushdie, autore del romanzo 'I versetti satanici', poi l'omicidio avvenuto ad Amsterdam, il 2 novembre 2004, del regista olandese Theo van Gogh in esecuzione di una fatwa che lo condannava a morte per aver girato il film 'Submission', per continuare con le violenze scatenate a causa delle vignette satiriche a proposito di Maometto pubblicate sul quotidiano danese Jyllands-Posten nel 2005 e successivamente le reazioni alla lezione tenuta a Ratisbona il 12 settembre 2006 da Papa Benedetto XVI, per finire con il documentario 'Fitna' prodotto dal deputato olandese Geert Wilders per chiedere la messa al bando del corano nei Paesi Bassi” (pag. 14). Se si vede poi il ruolo che in questa situazione gioca “la madre di tutte le tivù” (pag. 29), ovvero la seguitissima al-Jazeera, fondata nel 1996, la situazione appare ancora più preoccupante: in effetti il canale, ormai ben noto anche in Occidente, che “dichiara 40 milioni di spettatori in tutto il mondo arabofono [...] apparentemente indipendente [e] che fornisce notizie in tempo reale e senza cesura e ne fa il proprio punto di forza” (pag. 30) è pesantemente condizionato dallo sceicco egiziano, nonchè ideologo “semi-ufficiale” (pag. 33) dei Fratelli Musulmani e membro del consiglio d'amministrazione stesso dell'emittente, Yusuf Abdallah al-Qaradawi. Lo sceicco è infatti il protagonista indiscusso di una delle più gettonate trasmissioni televisive della rete (“Shari'a wal-Hayat [letteralmente, “Shari'a e vita”]) che va in onda ogni domenica sera con indici di ascolto altissimi. Qui lo sceicco, che da giovane si è formato all'università cairota di al-Azhar (storica roccaforte dell'Islam sunnita nell'area) ed è stato più volte incarcerato per la sua appartenenza ai Fratelli Musulmani (precedentemente banditi dalle autorità egiziane), è solito alimentare periodicamente il fondamentalismo più radicale che non disdegna l'incitamento esplicito alla Jihad vista come vera e propria guerra di conquista e punizione verso gli infedeli, cioè i cristiani e gli ebrei. Così, non è raro sentire al-Qaradawi pronunciare in diretta dichiarazioni come queste: “L'ultima punizione [contro gli ebrei, ndr] fu portata a termine da Hitler. Tramite tutte le cose che fece loro – anche se ne hanno esagerato la portata – riuscì a metterli al loro posto” (cit. a pag. 34).

Ma al-Qaradawi non è il solo: insospettabili giornalisti yemeniti che in passato hanno lavorato negli studi qatarini sostengono infatti che “tra il 50 e il 70% dei giornalisti e dei funzionari amministrativi di al-Jazeera sono membri a pieno titolo o simpatizzanti di gruppi fondamentalisti islamici” (pag. 35). D'altronde, non è un segreto che l'emittente satellitare ha toccato il suo apice del successo “con la diffusione delle interviste di Osama Bin Laden e dei suoi video messaggi, ottenuti in esclusiva mondiale” (pag. 35). Sono stati questi “contatti privilegiati con la rete terroristica di al-Qaeda e il fatto di essere l'unica emittente ammessa nell'Afghanistan dei talebani” (ibidem) ad attirare sui governi occidentali - e anche su parte del pubblico arabo - il sospetto, poi diventato certezza, che la sottile linea di demarcazione tra l'informazione e la complicità (più o meno implicita) negli atti criminosi che si riportavano nei confronti dell'opinione pubblica fosse stata superata da un pezzo. Una storia da conoscere e far conoscere, anche e soprattutto all'indomani delle cosiddette 'rivoluzioni arabe' (alcune delle quali peraltro ancora in corso, e ben lontane dall'inaugurare una 'stagione di primavera') che hanno cambiato profondamente il volto politico e sociale della sponda meridionale del Mediterraneo.

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