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OLIVERIO BEHA, LUISELLA COSTAMAGNA, MICHELE AFFIDATO, ROBERTO NAPOLETANO, ADOLFO BARONE (2)

 

Grandi nomi del giornalismo italiano hanno preso parte, gli scorsi 9 e 10 agosto, alla terza edizione del Premio letterario Caccuri, svoltosi nel suggestivo sagrato della Chiesa della Riforma, ed impreziosito dalle opere del maestro orafo crotonese Michele Affidato. E’ sua, infatti, la “Torre d’Argento”, ispirata alla torre del Castello di Caccuri, con cui sono stati premiati i vincitori.

Vincitore assoluto del premio Caccuri è stato proclamato Roberto Napoletano, direttore del Sole24Ore per il suo “Promemoria italiano”, edito da Rizzoli. A pari merito si sono piazzati gli altri due finalisti Luisella Costamagna, con “Noi che costruiamo gli uomini” (Mondadori), e Oliviero Beha, con “Il culo e lo stivale” (Chiarelettere).

Grandi nomi del panorama giornalistico e culturale italiano hanno preso parte all’evento voluto fortemente dagli organizzatori Adolfo Barone, Roberto De Candia e Olimpio Tallarico.La prima serata è stata aperta dal professor Antonio Ereditato, direttore del Dipartimento di fisica dell’Albert Einstein Center di Berna. Subito  è stata la volta di Carmine Abate, autore de “La collina del vento” e Premio Campiello ancora in carica, a cui è andato il riconoscimento di Affidato "Premio Caccuri per la narrativa". Altrettanto accattivante il dialogo tra l’economista Gianfranco Viesti, ed il giornalista Pino Aprile in veste di intervistatore.

Il Premio è entrato nel vivo nella serata del 10 agosto, con un serrato dialogo dei finalisti con Carmen Lasorella, presidente Rainet. Nel corso della serata è stato inoltre conferito un premio speciale per il giornalismo a memoria di Alessandro Salem.

La “Torre d’Argento” per la musica e la letteratura è stata infine assegnata a Mogol, personaggio che ha scritto le pagine più belle della musica italiana e che ha presentato a Caccuri il suo libro “Ciliegie e amarene”.E’ stata poi la volta di un altro volto notissimo del giornalismo: Paolo Guzzanti, premiato con un bassorilievo in argento, opera di Affidato.

“Il Premio letterario Caccuri, giunto alla terza edizione, rappresenta uno degli appuntamenti culturali più prestigiosi dell’estate calabrese e merita grande attenzione – commenta Affidato – per questo sono orgoglioso di prendervi parte con la mia arte. Ringrazio – prosegue l’orafo crotonese - gli organizzatori Adolfo Barone, Roberto De Candia e Olimpio Tallarico nei quali, pur vivendo ormai fuori dal nostro territorio, è rimasto forte il legame con questa terra: con grandi sforzi hanno deciso di sostenerla regalandole questo prestigioso premio che in questi anni ha visto arrivare a Caccurieccellenti personaggi della letteratura italiana”.

Copertina_Contro Satana_Ruscica

 

Parlare del diavolo non è mai facile. Tanto più in un tempo di relativismo imperante come il nostro, che ha finito per condizionare anche non pochi settori della stessa Chiesa. E' quindi un'occasione da non perdere la lettura dell'ultima testimonianza, inedita, concessa da uno dei più grandi esorcisti italiani, padre Matteo La Grua (1914-2012), il religioso francescano scomparso lo scorso inverno a Palermo, all'età di 97 anni (cfr. La Grua, Contro Satana. La mia lotta per vincere le potenze delle tenebre, Piemme, Milano 2013, Pp. 221, Euro 15,50). Nel testo, frutto di una lunga intervista rilasciata poco prima di morire alla giornalista Roberta Ruscica, viene infatti alla luce – senza cedere allo spettacolarismo, ma anche senza tacere alcunché – tutta l'attività pluridecennale che il sacerdote siciliano, noto per i suoi particolari carismi spirituali, oltre che per la sua opera di esorcista, ha svolto accogliendo con pazienza persone di ogni genere e specie operando non poche guarigioni, fisiche o spirituali. Non a caso quello che oggi è di gran lunga il più celebre esorcista noto al grande pubblico, padre Gabriele Amorth, ha parlato di lui come di uno dei più potenti esorcisti di sempre. Venendo al racconto dei fatti, la vita di La Grua, segnata da una precocissima vocazione al francescanesimo e trascorsa nel più completo nascondimento per molti anni, conosce una svolta decisiva a Palermo, quando il religioso riceve in affidamento la parrocchia del Sacro Cuore nel quartiere degradato de La Noce, sulla piazza Gesù Liberatore, giusto a pochi passi da uno dei territori storicamente 'governati' da Cosa Nostra. Sarà qui che la sua fama di 'guaritore' carismatico lentamente, ma inesorabilmente, si diffonderà a macchia d'olio richiamando l'attenzione anche di uomini politici, industriali e finanzieri, magari già affermati, celebri e ricchi nel portafoglio, ma interiormente sulla via della disperazione morale e spirituale, se non del suicidio. La Grua non farà mai distinzione accogliendo sempre tutti (ha continuato a farlo finchè è rimasto lucido, pochi giorni prima di morire) diffondendo così intorno a sé una genuina fama di santità, tutta ancora da vagliare ufficialmente ma già acclarata a furor di popolo, com'era accaduto per un altro religioso carismatico molto ricercato in vita per le sue doti di veggente – e pure morto recentemente in fama di santità – il padre canadese Emiliano Tardif (1928-1999).

Ruscica, dopo aver intervistato e parlato più volte con La Grua lo descrive così: “Padre Matteo leggeva il tuo cuore, scrutava la tua mente. Non c'erano segreti. Niente rimaneva nascosto al suo grande dono: quello della conoscenza del passato, del presente e del futuro. Le sue profezie sono note. Grazie a queste, molte persone hanno superato prove difficili” (pag. 12). L'analisi del francescano sui tempi che viviamo, però, fuori da ogni retorica facile e ingenuo ottimismo, suonava spietata: “La malattia del secolo è la bulimia spirituale. Mai come oggi il mondo ha avuto tanta fame di consolazione! L'uomo si sente solo. Per colmare questa solitudine ricorre a due soluzioni distruttrici. L'edonismo o l'esoterismo” (pag. 13). Dal suo osservatorio privilegiato 'popolare' La Grua vedeva infatti una “grande sofferenza che sommerge il mondo” (pag. 31). Il motivo, a suo avviso, era da ricercarsi nel fatto che “l'Italia – un po' come tutta l'Europa, del resto – si dirige verso il declino culturale e religioso. Penso che se Cristo non ritornerà al centro della vita, se anzi Gesù verrà allontanato dalla quotidianità, allora l'intero mondo occidentale crollerà. Eliminato Cristo, tutto vacillerà” (ibidem). La lotta contro Satana infatti non è una battaglia di un giorno, solo astratta, riservata magari a chi ha una certa conoscenza dell'oscuro mondo dell'aldilà, ma una sfida quotidiana che coinvolge tutta l'umanità che vive e soffre nel mondo compiendo le scelte fondamentali che organizzano e danno senso alla propria esistenza: dalla famiglia, al lavoro, alla politica. In questa battaglia, evidentemente, ha un grande valore la preghiera, personale e comunitaria, e in particolare quella dei gruppi di preghiera (come quelli carismatici del Rinnovamento nello Spirito, che il religioso condusse per anni). La preghiera in quanto tale infatti è compito di tutti i battezzati, diversamente dalle orazioni cosiddette 'di liberazione' che sono invece a tutti gli effetti un esorcismo riservato ai ministri ordinati della Chiesa (i sacerdoti) all'uopo incaricati dal Vescovo. D'altronde, in realtà, i casi in cui occorre veramente l'esorcismo (perchè la persona è 'vessata' o 'posseduta' dal demonio, detti casi 'straordinari' in manualistica) sono relativamente pochi. Di solito, un serio cammino di conversione che fugge le tentazioni (e quindi l'azione 'ordinaria' del demonio) e un ritorno convinto alla vita cristiana con la preghiera e i sacramenti (confessione ed eucarestia) sono di per sé più che sufficienti per tornare a godere una vita serena e 'normale'.

Dopo avere ricordato, e sperimentato, gli effetti benefici della preghiera di lode o del cosiddetto 'canto in lingue', a scanso di equivoci La Grua aggiunge poi che “la liberazione è un dono di Dio. Soltanto Dio può liberare: quando e come vuole, ricordiamocelo, poiché se Satana è potente, Dio è Onnipotente! Il Signore può dunque liberare anche senza l'intervento di intermediari umani. L'uomo è chiamato a impetrare, cioè a chiedere nella preghiera, la liberazione dal maligno, ma questa, quando giunge, è e rimane comunque una grazia. Colui che libera è infatti sempre e solo Gesù” (pagg. 53-54), tanto per sgombrare il campo dal miracolismo e dalla ricerca di inopinabili 'santoni' che pure talvolta alberga anche nei fedeli meno formati, e quindi più strumentalizzabili, del popolo cristiano. Per restare contro Satana, e non avere nulla da temere, quindi, citando il titolo del libro, la prima cosa da fare è rimanere lontani dal peccato e dalle sue seduzioni. Dice invece La Grua, parafrasando un'intuizione di Papa Pio XII: “purtroppo la più grande eresia è, oggi, la negazione del peccato. Ed è, questa menzogna, frutto della lusinga e della seduzione del maligno” (pag. 76) il quale, dall'inizio dei tempi, cerca sempre di convincere l'umanità che egli non esista e dunque i 'lacci' morali della religione non sarebbero altro che inutili ostacoli da rimuovere definitivamente per vivere finalmente liberi e felici. Ovviamente questo negherebbe frontalmente l'azione redentiva di Cristo, perchè se il peccato (a partire da quello originale, compiuto da Adamo ed Eva) non esiste, non si capisce da che cosa ci avrebbe salvati l'Incarnazione del Figlio di Dio. Per rispondere a tutto questo il religioso aveva coniato un termine pseudo-medico dal profondo significato: ovvero, “Cristoterapia”. Se il mondo moderno rifiutava di ammettere la presenza demoniaca rendendo vana l'azione del Signore, egli rispondeva ribadendo (in polemica anche con certo scientismo che negava l'ipotesi stessa dell'esistenza delle realtà ultime) che solo “Cristo è la medicina universale. Lui solo guarisce tutte le malattie, quelle dell'anima e quelle del corpo” (pag. 91). Per accedere a questa medicina occorrono però quattro condizioni: 1) riconoscere che Cristo è nostro Signore e Salvatore, e quindi credere in Lui con atto di fede; 2) riconoscere che siamo malati e quindi bisognosi di cure, nel fisico come nello spirito; 3) prendere la medicina prescritta dal medico, come in ogni terapia, quindi ascoltare i suggerimenti del sacerdote in confessionale o della guida spirituale a cui ci si affida; 4) collaborare alla guarigione attivamente, cooperando noi stessi e non limitarsi ad essere passivi, sperando che tutto cambi come 'per magia', dall'alto, con la bacchetta magica. Si tratta quindi di un cammino impegnativo e d'altronde non a caso San Paolo nelle sue lettere parla della vita cristiana come di un combattimento morale e spirituale che coinvolge tutto il corpo per tutta la nostra vita, fino all'ultimo giorno sulla terra. E' con questa convinzione che padre La Grua ha messo la sua esistenza a disposizione degli altri compiendo, senza risparmiarsi, anche straordinarie opere di bene come la creazione del centro di spiritualità di Margifaraci, sorto simbolicamente vicino al cimitero, fatto in realtà da vere e proprie fosse comuni, delle vittime della mafia. Qui la gente era solita attendere ore e ore pur di avere una parola di conforto da lui, a testimonianza di un sensus fidei diffuso e radicato, anche laddove il male sembrava avere definitivamente vinto. Qui, nell'angolo dimenticato e superficialmente più sconvolgente della sua Palermo è morto il gennaio scorso, all'alba dei 98 anni. Le ultime parole consegnate alla giornalista valgono da sole un ritratto di una vita che, è il caso di dirlo, ha guardato al male senza timori, dall'alto in basso, combattendolo eroicamente senza tregua: “non dobbiamo mai arrenderci” (pag. 221).

La_forma

 

“Adolf Portman (1897-1982) cominciò a disegnare animali quando ancora era un bambino e appena cominciava ad apprendere i nomi. Egli sarebbe divenuto il più grande studioso della forma esteriore degli animali. Nei suoi scritti rimarca ripetutamente la povertà del selezioniamo, scrivendo , tra l’altro: «La forma funzionale pura e semplice, che taluni tengono in grandissima considerazione come la più conforme alla natura, è un caso raro e del tutto particolare … Guardando (l’involucro degli animali) per lo più abbiamo l’impressione di trovarci di fronte al prodotto della fantasia senza scopo, e, più che ad una necessità di ordine funzionale, ci vien fatto di pensare all’opera festosa di un capriccioso gioco delle forze creatrici».

L’analisi di Portman inizia da una critica alla filosofia della ricerca. L’uomo – egli scrive- è così dominato oggi dall’idea che la scienza si identifichi con la conquista della natura, dall’orgoglio per la sua tecnica, da una concezione utilitarista della sua attività, che non riesce a vedere nella natura, e in particolare negli animali, che strumenti di lotta, attrezzature tecniche, ritrovati utilitari. Al resto, e in particolare alla forma esteriore dei viventi, o viene offerto uno scopo accessorio, o non viene concesso alcun interesse. Prima di rivolgersi verso la natura dobbiamo liberarci di questa immagine riduttiva della realtà, che è stata invece particolarmente accentuata dalle prime opere di Darwin e da quelle dei suoi successori. Portman ci invita verso quei campi di attività «dove l’oggetto della ricerca non sarà soltanto stabilito dal sentimento di potenza che viene dalla dominazione, ma verrà piuttosto ispirato dal senso di meraviglia e di rispetto che circonda tutto quanto è misterioso».

La forma degli animali (Tiergestalt) esprime l’arte pittorica e la fantasia grafica della natura. In molte specie l’eleganza della raffigurazione non ha alcun valore «ottico» perché si tratta di specie che vivono nell’oscurità.

In qualche caso limite possiamo farci un’idea sul modo in cui si formano i disegni, ma non sul loro scopo (che probabilmente non esiste). I disegni delle conchiglie di Gasteropodi sono prodotti dal margine del mantello, da cui i pigmenti sono segreti. Se la secrezione è limitata ad alcuni tratti del mantello ed è continua avremo strisce perpendicolari al margine della conchiglia. Se interessa tutto il mantello ma è ritmica, avremo strisce parallele al margine. Se è limitata e ritmica avremo disegni reticolari.

Nei Vertebrati le manifestazioni della forma sono di più difficile interpretazione. Se ne consideriamo la funzione ne possiamo capire «qualcosa», ma se ne perdiamo di vista il valore fondamentale, che è quello di esibire un significato, cioè di «rendere manifesta, nel linguaggio dei sensi, la peculiare natura di singoli esseri viventi e di portare, di detta natura, la testimonianza diretta nelle loro fogge particolari». Questo è ciò che Portman chiama il «valore di presentazione» (Darstellungwert). Quello che distingue due specie vicine (come notato dall’ultimo Darwin) non è la necessità funzionale. L’elefante africano e quello indiano differiscono chiaramente; ma non c’è alcuna funzione che li distingua. Ciò vale ancora di più per quel che riguarda la forma e il colore del becco delle varie specie di uccelli. «Tali differenze eccedono di gran lunga qualsiasi necessità di ordine funzionale». Esse sono il contrassegno, il marchio di identificazione delle specie. Attraverso esse l’individuo esalta ed esprime la propria identità specifica, e altresì l’appartenenza ad un sesso e la sua età.

Il portamento e l’atteggiamento contribuiscono a manifestare il livello di organizzazione degli animali superiori. Un fatto messo in particolare evidenza da Portman è che, quanto più è elevata l’organizzazione, tanto più gli elementi della forma contraddistinguono la testa, come il polo guida dell’organismo. Nei pesci i colori sembrano distribuiti senza alcuna regola. Macchie, strisce, bande, fiamme possono apparire in tutto il corpo senza nessuna relazione colla struttura interna o coll’estremità cefalica. Anche negli anfibi e nei rettili la testa è poco marcata e inespressiva. Nei mammiferi a basso livello di organizzazione, come negli spermofili e negli scoiattoli, le bande longitudinali che suddividono il tronco a strisce non hanno alcun rapporto con la testolina disadorna. Se invece osserviamo la tigre, ecco che le strisce mettono in evidenza le masse muscolari del corpo, e raggiungono nella testa uno splendido disegno che pone in rilievo con tratti marcati gli occhi e gli orecchi. E quando il suo muso è eccitato la sua immagine esprime violenta le forze occulte della natura. Quanta nobiltà nel musa del cavallo, nei suoi occhi, nelle orecchie, nelle narici e quale alta dignità nel suo portamento!

Elevatezza, nobiltà, dignità, così come modestia e timidezza sono espresse dalle forme degli animali. Esse manifestano la natura profonda dell’essere. Esse sono modi dell’esistenza e del vivere, espressione della natura, suoi simboli. Piccolo è il loro scopo, grande il loro significato.”

Non è possibile descrivere il lavoro di Adolf Portmann (1897-1982) con parole più adeguate di quelle che scrisse, nel lontano 1981, il prof. Giuseppe Sermonti (Le forme della vita. Introduzione alla biologia, Armando editore, 1981, pagg. 56-59) grande ammiratore del biologo basileo.

La forma degli animali è il volume di recente pubblicazione da Raffaello Cortina Editore (pagg. 248, Euro 24,00) che porta finalmente all’attenzione del lettore italiano un opera che, pur inserendosi in un contesto evoluzionista affronta il tema con grande senso critico. L’osservazione delle forme animali lo porta a uscire la filone finalistico e aprirsi all’ignoto fino ad “avvertire la misteriosa grandezza di ciò che accade in natura ed essere coscienti di quanto limitate siano le nostre conoscenze in relazione al problema della vita: questi due presupposti ci fanno assumere una posizione completamente diversa di fronte a fenomeni naturali come quello della fioritura delle piante. La configurazione di queste meravigliose strutture come organi della visibilità è per noi un fatto tanto misterioso quanto l’emergere delle forme animali superiori. Lo studio della forma pone quindi a botanici e zoologi gli stessi identici problemi”.

Porsi nel filone evoluzionistico significa, per Portmann, mettere in discussione Darwin e specialmente le sue conclusioni che afferma “valere non per l’origine, ma al massimo per la conservazione di fiori che erano già vistosi di loro (…); come questi bei fiori si siano sviluppati resta un mistero non meno profondo di quello dell’origine degli animali”.

Un biologo aperto alla bellezza, al mistero, che si pone delle domande ma che non trova necessariamente delle risposte obbligate ed ha il coraggio di pronunciare la parola” ignoto”.

libro1

 

Don Pasquale Barone, parroco di Paravati, canonico della chiesa cattedrale di Mileto e presidente della Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime”, in occasione del suo 50° anniversario di Sacerdozio (1963-2013), ha voluto offrire alla comunità ecclesiale una sua testimonianza, raccolta in un elegante volume edito dall’Adhoc, frutto maturo di un percorso sacerdotale nel quale la Provvidenza ha posto un incontro diventato, in certo modo, determinante per un rinnovato apostolato e spirito di servizio

Linguaggio semplice ed essenziale, erudito ed efficace il suo. Riflessioni ed esperienze che si sono andate sviluppando negli anni del suo servizio pastorale a Paravati dal 1980, diverse già pubblicate su periodici locali, ora ragionevolmente ricomposte in quattro parti, come quattro cesti carichi di gustosi frutti: il suo curriculum vitae, memorie storiche di Paravati, l’incontro-scontro personale col mistero di Natuzza Evolo (1924-2009), la disponibilità di servire “questa volontà divina”.

L’autore parte dalla storia personale per una autocomprensione e parte dalla storia della comunità per entrare in una vicenda “mistica”, che dà occhi nuovi per osservare la storia. Così, come in una sequenza fotografica, ecco gli anni della seconda guerra mondiale, la formazione umana che derivava dal focolare e dalla vita agricola. Riconosce che l’affetto per Paravati nasce, in fondo, fin dalla fanciullezza, trascorsa a Piana delle Querce, che si estende tra la sua natia San Calogero e la periferia di Paravati. Il suo cammino verso il Sacerdozio parte da Tropea: nel 1950 respira la stessa aria di don Mottola, per un anno nel seminario di quel vescovato. Quindi nel seminario diocesano di Mileto e in quello pontificio di Reggio Calabria per il liceo e la teologia.

Ordinato sacerdote il 29 giugno 1963 a Mileto, inizia il ministero parrocchiale mentre a Roma si celebra il Concilio Vaticano II. È tempo di rinnovamento, d’aggiornamento, di spinta per una rievangelizzazione della società. Questa aria nuova soffia propizia, tramite don Pasquale, anche nelle contrade di Comparni e San Giovanni di Mileto, le comunità a lui affidate per sedici anni. «Sono stati- scrive- anni di lunghe letture, profonde riflessioni e osservazione attenta della realtà sociale» (p. 20).

Chiamato ed ordinato per essere ministro del Mistero di Dio, il suo itinerario sacerdotale è stato segnato dall’incontro con un mysterion che, a suo modo, in un angolo di terra, nella vita di una creatura, in una misura di tempo, proclama la permanente attualità della Pasqua del Signore. Si tratta di Natuzza Evolo, verso la quale nei primi sei anni si pone con atteggiamento di rispetto, ma pure con una distanza “scettica”. Destinato nel 1980 dal vescovo Domenico Cortese ad essere parroco di Paravati, il suo programma pastorale “camminare insieme”, non poteva escludere questa umana presenza, attraverso cui il mistero di Dio lo interpellava più radicalmente, per una rinnovata tensione profetica e pastorale.

«Con tutta sincerità – leggiamo- devo ammettere che nei confronti di questa donna di famiglia, favorita da Dio, ero già segnato da forti pregiudizi, con una risolutezza quanto meno ingiustificata: tra me e Natuzza Evolo non ci doveva essere alcun contatto» (p. 83). Poi la conoscenza spirituale di questa donna lo porterà a dichiarare con convinzione: «In realtà Natuzza è una mistica che non viene dal convento, ma da una esperienza forte di famiglia, dal mondo dei problemi di una chiesa domestica, perché ha messo il Crocifisso al centro della sua vita e sta facendo una concreta esperienza di Dio. Dunque, una aristocratica dello spirito» (p. 92). Una donna semplice, analfabeta, povera, che ama e obbedisce alla Chiesa, che serve la famiglia, che accoglie tanti fratelli e sorelle sofferenti, che è portatrice di segni e messaggi i quali, indubbiamente, provocano e interpellano ragione e fede, scienza e coscienza, col coraggio del confronto, l’umiltà dell’ascolto, la saggezza del discernimento, certi che il Vangelo non richiede ai credenti la “maturità”, ma la “santità”.

Scorrendo le pagine scritte con tanta passione da don Pasquale, soprattutto quelle nelle quali emerge il dovere del suo carisma legato all’ufficio sacerdotale e l’imprevedibile libertà dello Spirito che dona carismi quando, come e dove vuole, ho ripreso una significativa riflessione del teologo Karl Rahner, che ha oggi, nella vicenda di Natuzza, una straordinaria conferma: «L’autenticità di un carisma, che è una missione da svolgersi verso la Chiesa ed in essa, non a partire da essa, si rivela nel fatto che chi è così mandato sopporta umilmente e con pazienza tale inevitabilità del dolore legato al proprio complesso di doni carismatici, non edifica alcuna chiesuola allo scopo di avere più facile la vita, non si lascia amareggiare ma sa che è il Signore a creare nella sua Chiesa la forza e la contraddizione, il vino dell’entusiasmo e l’acqua della sobrietà, mentre non ha dato a nessuno dei suoi servi il compito di rappresentarlo da solo» (L’elemento dinamico nella Chiesa, Morcelliana, Brescia 1970, p. 73).

Dai frutti riconoscerete l’albero: il ministero parrocchiale di don Pasquale a Paravati ha visto, promosso e seguito lo sviluppo del carisma e dell’opera di mamma Natuzza. A lui si è affiancato, con tanto zelo e intelligente dedizione, don Michele Cordiano che ha amabilmente curato pure l’edizione di questo volume. L’autore ricorda: l’apostolato che stanno svolgendo i Cenacoli di Preghiera in Italia e all’estero: «contemplativi nell’azione e attivi nella contemplazione in maniera esemplare« (p. 214); l’Associazione di Volontariato; il costruendo Santuario; il Centro Anziani , opere tutte sotto il titolo Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime, come la Madonna stessa chiese a Natuzza.

Il libro ha certamente valore di documento per la nutrita raccolta di testimonianze e considerazioni scritte da un’ autorevole penna su Natuzza Evolo. L’opera sarà utile non solo ai fedeli e ai lettori interessati, ma certamente pure per l’avvio del complesso procedimento in vista del riconoscimento canonico della santità di Natuzza, degna di essere additata e onorata come modello di virtù evangeliche.

Don Pasquale Barone ha voluto manifestare la sua gioia di essere sacerdote, servitore della Chiesa, “testimone di un mistero”, anche con la pubblicazione di questo volume, e dobbiamo essergli veramente grati per tanto dono. Cinquanta anni fa nella immaginetta ricordo della sua Ordinazione fece stampare questi versetti del salmo 23: « Chi salirà il monte del Signore? / Chi starà nel suo luogo santo? / Chi ha mani innocenti e cuore puro». Dopo mezzo secolo di ministero presbiterale, queste domande e questa divina risposta hanno un suono di memorie, cariche di volti, di eventi, di parole e di silenzi. Torna il fascino di quella innocenza e purezza di cuore, che diventa la giovanile letizia che ogni giorno muove i passi del sacerdote verso l’altare. Torna nel cuore grato di don Pasquale l’incontro fascinoso e risolutivo con quell’anima mistica, dalle mani innocenti e dal cuore puro, mamma Natuzza, che ha rinnovato di entusiasmo apostolico i suoi passi sacerdotali verso il Monte del Signore e la gioia santa di collaborare con lei per la realizzazione di un “luogo santo”, in un angolo di questa terra, riflesso del Cielo, preludio di gioia eterna.

Filippo Ramondino

 

Il Libro: PASQUALE BARONE, Testimone di un mistero, Adhoc edizioni, Vibo Valentia 2013, pp. 312, €. 20,00.

Fatto

 

Vivere tutta la propria vita da missionario e in un paese come la Birmania è sicuramente un’avventura e venire in contatto con la quotidianità di un beato è sicuramente molto edificante e utile non solo per un missionario o un sacerdote, ma anche per un fedele laico.

E questa è l’avventura che si vive avvicinandosi alla vita del beato Clemente Vismara (1897-1988) missionario del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), sacerdote dal 1923 e subito destinato alla Birmania orientale dove rimarrà fino alla morte. Attraverso le sue numerosissime lettere e articoli che scriveva riviviamo la vita di tutti i giorni con le difficoltà e le gioie di questo santo missionario raccolte e commentate da p. Piero Gheddo. P. Gheddo. sacerdote e giornalista e missionario del PIME, con i suoi articoli e biografie ha contribuito moltissimo alla conoscenza delle missioni e dei missionari. Il volume è appena stato pubblicato da Emi col titolo significativo: Fatto per andare lontano. Clemente Vismara, missionario e beato (1897-1988), Emi edizioni. Fatto per andare lontano: questa frase esprime alla perfezione il carattere del beato che “non si accontentava mai dei risultati raggiunti, puntava sempre più in alto, più in là, verso nuovi orizzonti”. E questo non era lo slancio del giovane missionario, ma anche del giovanissimo ottantenne che programmava sempre la sua giornata, il suo lavoro, la sua missione pensando sempre al futuro e morendo a 90 anni senza essere mai invecchiato.

Il volume, impreziosito da un ricco corredo di immagini, offre uno spaccato della storia della Birmania del secolo scorso e presenta queste popolazioni descrivendo il loro carattere e quanto la loro conversione al cattolicesimo abbia portato di miglioramento anche materiale nelle loro vite. È lo stesso Vismara, che senza giri di parole e molto schiettamente racconta il cambiamento attraverso la descrizione dei villaggi cristiani paragonati a quelli non cristiani. Da una parte la pulizia, l’operosità, l’ordine, dall’altra l’ignavia, l’incuria. La fecondità del cristianesimo che si inculturava felicemente in queste popolazioni portava frutti anche vocazionali e ne sono testimonianza le suore e i sacerdoti cattolici usciti da queste terre di missione.

Ma è la freschezza delle numerose lettere e articoli riproposti a fare di questo volume un unicum che ci porta nella normalità della santità. La gioia per l’arrivo di un panettone (quasi due mesi dopo il Natale) da dividere con le sue suore, la generosità nel dare la sua giacca di militare, alla quale era molto legato, ad una persona che non aveva niente e che di lì a poco sarebbe sicuramente morta. Questi e mille altri episodi che provocavano l’infinita generosità dei suoi compaesani che alimentavano e tenevano in vita il suo lavoro missionario per la salvezza delle anime, un uomo che “non era un missionario come gli altri e avrebbe segnato la storia del PIME”.

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