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Sabato, 15 Dicembre 2018

L'ultimo libro inchiesta di Mario Giordano lo dedica a sua moglie Paola che lo sopporta e supporta da tanti anni per il suo intenso e difficile lavoro di giornalista. Dedicare un libro dura in eterno, sostiene Giordano. L'ultimo libro appena uscito è «Avvoltoi», con un sottotitolo abbastanza lungo e impegnativo: «L'Italia muore, loro si arricchiscono. Acqua, rifiuti, trasporti. Un disastro che ci svuota le tasche. Ecco chi ci guadagna». Sono vent'anni che Giordano scrive libri inchiesta sui difetti della nostra politica, denunciando gli sprechi del Palazzo, i costi esagerati, le spese folli delle Regioni, le auto blu, lo scandalo dei vitalizi, la moltiplicazione dei privilegi.

Nell'introduzione Giordano tenta di giustificare il suo ventennale impegno giornalistico di denuncia sul mal funzionamento del Paese.

Le domande da porsi potrebbero essere tante: «Chi te lo fa fare? Anche stavolta hai deciso di farti qualche nemico». Infatti lo stesso Giordano si rende conto dei rischi che corre, forse sarebbe meglio scrivere un romanzo d'amore, anzi meglio se erotico, «sono sicuro che venderebbe molto più di un saggio d'inchiesta. In ogni caso mi provocherebbe meno guai». Anche per me potrebbe risuonare la stessa frase di Giordano: chi me lo fa fare di scrivere su certi temi. Con tutti i problemi che ho. Tuttavia meglio avere giornalisti coraggiosi come Giordano che ci racconta così bene il «Male italiano», parafrasando il titolo di un libro del presidente dell'Autorità anticorruzione Raffaele Cantone.

Certamente si potrebbe far finta di non vedere. Anzi sarebbe più comodo averli come amici gli avvoltoi. E invece no, anche in questo libro, Giordano come nel precedente «Vampiri», il giornalista di Mediaset (a proposito per quanto tempo ancora?) come in tutti gli altri, non avendo girato la testa dall'altra parte, sicuramente avrà dei problemi, qualche guaio.«E' inevitabile. Gli avvoltoi sono elencati con nomi e cognomi, come è abitudine della casa. Qui non si spara nel mucchio. Non si fanno discorsi generici. Tutt'altro che qualunquismo. Si raccontano casi e storie, fatti concreti. E' inevitabile che qualcuno se ne abbia a male».

Infatti Giordano rivela di ricevere per i suoi libri inchiesta diverse querele. Ogni mattina a casa si aspetta il messo comunale con qualche querela.

Avvoltoi è il 15° libro pubblicato da Mondadori. «Ho sempre pensato – scrive nella introduzione- che i problemi del nostro Paese fossero in una classe dirigente che non è stata all'altezza della sfida dei tempi[...]in questi ultimi tempi è successo qualcosa di nuovo: proprio per colpa di quella politica malata, lo Stato si è pericolosamente avvicinato al trapasso. Vacilla,barcolla, esala gli ultimi respiri. E attorno a questo corpaccione malato, ormai a un passo di diventare cadavere, si sono levati in volo gli Avvoltoi, che non vedono l'ora di divorarselo tutto».

Chi sono questi avvoltoi che si stanno divorando i resti dell'Italia? Giordano nei 4 capitoli, li raggruppa tutti insieme: nel 1° si occupa degli avvoltoi dei trasporti. Nel 2° degli avvoltoi dei rifiuti. Il 3° quelli dell'acqua, infine nel 4°, quelli dei caselli, delle autostrade.

L'intento del libro è che venga letto, che se ne parli il più possibile, per il giornalista, non c'è altra via per tentare di cambiare le cose: «smascherarle. Divulgarle. Farle sapere a tutti. Perché sono convinto che gli Avvoltoi di tutti i luoghi e di tutte le epoche abbiano un unico grande alleato: la nostra ignoranza».

Ci sono due punti fermi nel libro: il male è diffuso e comune a tutte le aree nazionali, da quelle meridionali a quelle settentrionali. Dalla Sicilia alla Campania, alla Sardegna, ma anche nelle efficienti, indiscutibili ed operosi territori dell'Italia settentrionale. Il secondo aspetto che appare evidente, nello scorrere delle pagine, dalle Alpi al Mediterraneo la degenerazione morale, è penetrata in tutti i partiti sul palcoscenico, soprattutto nel sottobosco incontrollato delle Regioni e dei Comuni.

«Si sono buttati sopra il treno e anche sull'autobus», scrive Giordano. Nel senso che da veri Avvoltoi, manager, imprenditori, dirigenti, direttori si sono buttati sulle carcasse del trasporto pubblico. Così da Nord a Sud, un po' dappertutto, su e giù per l'Italia, hanno depredato tutto quello che c'era nelle ferrovie, nei trasporti comunali. Ovunque spuntano «vagoni d'oro, bus fantasma, treni comprati a caro prezzo e fermi da anni, soldi buttati, soldi intascati, tangenti, operazioni illegali, strane compravendite, manager arricchiti, denari distribuiti a pioggia e utilizzati per tutto, tranne che per migliorare il servizio».

Le tariffe dei treni, degli autobus, dei tram continuano ad aumentare, i costi pure (paghiamo oltre 6000 euro al minuto per il trasporto pubblico). Ma tutti questi quattrini non servono a far funzionare come si deve i treni, tram e autobus. Leggendo il libro di Giordano scoprirete dove finiscono i soldi. Non starò qui a raccontare o a segnalare tutti gli episodi, ne scelgo qualcuno, come quello dello «scandalo degli autobus di seconda mano (200 all'anno)». In pratica in Italia c'è l'abitudine di comprare gli scarti delle altre nazioni. Quando la Germania,la Polonia, la Francia, la Svizzera, «decidono di buttare via i loro mezzi pubblici perché sono troppo vecchi e insicuri per girare sulle strade, noi li compriamo e li mettiamo in circolazione con orgoglio. La loro spazzatura è il nostro investimento, i loro scarti sono il nostro futuro. Allegria».

Chiediamoci, quale futuro può avere un paese che investe su autobus usati? Che futuro può avere un Paese che ricicla come novità gli scarti d'Europa? Nelle pagine del libro Giordano con metodo certosino racconta fatti ben documentati che appartengono alle nostre amministrazioni comunali. Autobus vecchi di 12 anni, comprati come nuovi. Qualche amministrazione li compra addirittura di terza mano, per carità di patria non scrivo quale. Poi uno si stupisce se gli autobus finiscono in una scarpata.

Giordano rivela che esiste in Italia, un'azienda specializzata che acquista bus usati e poi li rivende soprattutto agli enti comunali, si può consultare in internet, nulla di nascosto. Vendono trecento autobus usati all'anno, il 70, 80%, alle amministrazioni pubbliche.

Il testo pubblica numerosi dati, come quello del tempo trascorso sui mezzi pubblici dagli utenti europei, in Italia per spostarsi in media ci vuole il doppio dei Paesi europei. In tutto il nostro paese ci sono meno metropolitane che nella sola Madrid, la metà di quelle che ci sono a Londra. Il ritardo è spaventoso, «se il nostro sistema si adeguasse agli standard europei, guadagneremmo di botto, oltre a un fegato sano, anche 12 miliardi di euro». Immaginate quante cose si potrebbero fare anziché stare bloccati nel traffico. Basti pensare a quello che devono subire i cittadini romani, a causa dei mezzi pubblici dell'Atac, «non c'è bisogno della sfera  magica, per sapere che i mezzi pubblici romani sono più vecchi e più inefficienti d'Europa». Giordano racconta cose turche. Su l'Atac, Raffaele Cantone, è lapidario: il 90 per cento dei contratti siglati dall'Atac negli ultimi cinque anni risulta irregolare.

Ma non c'è solo Roma, il disastro torinese della Gtt non ha nulla da invidiare a quello romano.

Per quanto riguarda l'inadeguatezza del servizio ferroviario, il libro si sofferma sulla Puglia, addirittura con 2 paragrafi. Ci sono nomi e cognomi dei vari Paperon dei Paperon che nonostante lo squallore dei servizi mungono a man bassa le casse dello Stato. Giordano dà conto di contratti, di consulenze, veramente aberranti e ci si chiede come mai ancora succedono tutte queste cose nonostante il serio lavoro del presidente dell'anticorruzione Cantone. Lavoro e impegno che l'ex pm napoletano ha raccontato in un libro nel 2015, insieme al giornalista Gianluca Di Feo, «Il Male italiano», Rizzoli (2015), libro che ho presentato l'anno scorso. Ci sono regioni come la Puglia e la Basilicata che ricevono fondi europei per lo sviluppo regionale, ben 123 milioni, tra il 2006 e il 2016 e altri 46 milioni per la Bari-Matera, ma non si sa dove sono finiti. Per percorrere i 74 chilometri che separano le due città ci vogliono 1 ora e 39 minuti. Matera nel 2019 sarà la capitale europea della cultura, ed è l'unico capoluogo di provincia italiano che non ha un collegamento ferroviario, c'è la stazione, ma non arrivano i treni.

Non potevano mancare i riferimenti al trasporto siciliano. Descrivere il trasporto ferroviario in Sicilia è come sparare sulla Croce rossa. Giordano fa l'esempio degradante del viaggio “biblico” che bisogna affrontare da Trapani per  raggiungere  la città dei Templi, Agrigento, 11 ore e 58 minuti. Il candidato premier della Lega Matteo Salvini per comprendere il disagio dei pendolari siciliani, ha voluto percorrere persoalmente per intero il tragitto pubblicandolo sui social.

Ma il libro tratta anche delle Ferrovie Nord di Milano. Anche qui c'è molto da scrivere, basti pensare al recente e tragico incidente di Pioltello, alle porte di Milano.

Nel 2° capitolo, quello dei rifiuti. Scopro che non puzza solo il Sud, come ha ben scritto Pino Aprile in un suo fortunato pamphlet, ma anche il Nord puzza. «Il business della spazzatura non è più Cosa loro - scrive Giordano -  Ormai dilaga. Al Nord, al Centro, al Sud, prende molte strade, s'intrufola nei nostri condomini, ci prosciuga le tasche, ci rovina i terreni sotto casa, s'è messo la grisaglia della finanza, il vestito buono dell'imprenditore, soffia dentro le società quotate in Borsa». Trafficare con i rifiuti ormai rende molto più che trafficare in cocaina o in immigrati. «L'immigrazione prima o poi, si fermerà. La monnezza si produce sempre». Anche qui il libro di Giordano fa un giro per tutta l'Italia, per scoprire cose raccapriccianti. Il magna magna, la “mucaria”, la “pila”, i soldi, quanto costa per comprarsi i sindaci, per vincere gli appalti, per fare la bella vita. Del resto, scrive Giordano «in Italia, chi trova l'immondizia trova un tesoro». Troviamo manager, direttori, politici, che nel gestire i loro affari personali, di famiglia sono asburgici, quando devono però gestire quelli pubblici, l'atteggiamento cambia.

In questo capitolo fanno una certa impressione i numerosi roghi sospetti accesi in Lombardia e Veneto. E' esagerato parlare di una nuova «terra dei fuochi» al Nord? Perché nessuno si allarma? «Perché le autorità costituite controllano attentamente gli asini dell'allevatore e non altrettanto gli asini che fanno viaggiare l'immondizia?». E' una frase ironica che Giordano utilizza dopo l'inchiesta di «Bresciaoggi», sulle fiamme ad un impianto dei rifiuti nella città lombarda.

Sembra che in Lombardia da qualche tempo, gli incendi seguiti da nubi tossiche, si susseguono a ritmi impressionanti. Giordano riporta casi clamorosi, come quello in provincia di Pavia, dove i cittadini sono stati costretti a rimanere chiusi in casa. Comunque non è un mistero, ne parlano i giornali, si parla di strani incendi nel settore dei rifiuti, venti casi in due anni. «A bruciare sono sempre centri per la raccolta, lo smistamento e il trattamento della differenziata, che in Veneto è a livelli record, 'siamo di fronte alla mafia senza mafiosi' sostengono gli investigatori».

Giordano lamenta il silenzio su questi incendi. «Eppure il ripetersi ossessivo di episodi del genere, a breve distanza di tempo e a breve distanza di chilometri, dovrebbe suscitare almeno qualche domanda».

Sembra che la Commissione d'inchiesta parlamentare abbia contato 260 roghi dolosi a impianti di rifiuti in tre anni, il 40 per cento al Nord.

Peraltro secondo Giordano «la rotta dei rifiuti si è invertita. Non è più da Nord a Sud, dalle industrie settentrionali alla terra dei Fuochi, dal produttivo lombardo-veneto alle discariche del Mezzogiorno. La nuova rotta è, all'opposto, dalle terre dell'emergenza (che sono al Sud) a quelle dove ci sono più imprenditori, commercianti, faccendieri, mediatori, businessman e uomini d'affari (cioè al Nord)». Praticamente per Giordano questa è gente che sa come fare quattrini. «Perciò accendono i roghi. Bruciano i rifiuti. Per non toccarli e guadagnare di più». Come li prendi, così li consegni. In pratica si finge di fare la lavorazione. «Il rifiuto meno lo tocchi, più si guadagna». E se la gente si avvelena? Peggio per la gente, e se i terreni si avvelenano? Peggio per i terreni.

Il 3° capitolo si occupa degli Avvoltoi dell'acqua. Vogliono farci credere che i rubinetti restano a secco perché c'è il cambiamento climatico o perché ci siamo fatti troppe docce o abbiamo innaffiato gli orti. «Mentre il clima prosciuga i fiumi, loro prosciugano le nostre tasche». Sono sempre gli stessi che si gonfiano di stipendi d'oro, poltrone, appalti, consulenze e tanti quattrini. In questo capitolo si comincia dalla Sicilia. Ma anche qui la grande sete non è dovuta per il clima siciliano. Se a Canicattì, in certi quartieri, l'acqua arriva ogni 15 giorni, un paio d'ore al massimo, nei quartieri più fortunati, arriva ogni tre o quattro giorni. Ormai nessuno si scandalizza più. L'acqua non esce, ma le bollette si. Negli acquedotti ci sono perdite giganti che aspettano da anni per essere riparate. Almeno il 50 per cento dell'acqua immessa va dispersa. Sindaci e assessori non smettono di denunciarlo.

Anche per il business dell'acqua, Giordano elenca una serie di nomi eccellenti, li trovate nel libro. Il costo dell'acqua in Italia, negli ultimi anni è aumentato dell'89 per cento, più dei trasporti, più dei rifiuti, più del gas, più della luce. I soldi delle bollette che finiscono spesso a gestori privati, non ha migliorato per niente il servizio. Il servizio «fa acqua da tutte le parti».

A Napoli, va disperso il 35,7 per cento di quello che passa nei tubi, a Roma il 44,1 per cento, a Palermo il 54,6 per cento. A Potenza addirittura il 68,8 per cento. E' veramente significativo lo sfottò sui web a proposito di Roma senz'acqua: «non c'erano riusciti nemmeno i barbari...». Tuttavia la questione tocca anche territori che dovrebbero essere virtuosi, nella verde Toscana, il cuore dell'Italia, si pagano le tariffe delle bollette più alte d'Italia. La domanda è sempre la stessa dove diavolo finiscono tutti questi soldi, che le Regioni incassano?

Infine l'ultimo capitolo, quello dei caselli, delle autostrade. I dati sono sotto gli occhi di tutti, qui non c'è bisogno di ricorrere a fonti segrete o a documenti inediti per scoprire chi si arricchisce. «I signori del casello», «sono ricchi, potenti, gestiscono tanti soldi, fanno assunzioni, distribuiscono appalti, pagano pubblicità e controllano la rete di autogrill, dove si può decidere la fortuna di un prodotto, forse anche di un libro». E' tutto da leggere il capitolo, i nomi, i dati,le tabelle di quanto si incassa nelle autostrade. E a proposito dell'autostrada dell'A22, che passa per il Trentino-Alto Adige. Perché i cittadini devono pagare una tassa ai potenti locali? Che cos’è ? Un nuovo Medioevo autostradale ? Il neofeudalesimo del pedaggio? O,più semplicemente uno scambio politico?”.

Giordano attribuisce l’osservazione al senatore Malan ma è vecchia e decrepita, ora con Renzi e la Boschi ma in precedenza con i democristiani, con cui il partito locale era fratello di fede.

 

Sono passati centosessanta anni da quella fredda mattina dell'11 febbraio 1858 quando, in un angolo remoto della Francia, nel dipartimento degli Alti Pirenei (l'antica Bigorre) una ragazzina di quattordici anni di nome Bernadette Soubirous esce in compagnia di una sorella minore e un'amichetta d’un anno più giovane, per raccogliere lungo un torrente che scende dai Pirenei legna da ardere e raccattare ossi di animali da vendere per qualche moneta. E' la figlia di un mugnaio andato in rovina e imprigionato un anno prima con l'accusa di aver rubato dei sacchi di farina. Un uomo che vive insieme alla moglie e quattro figli in una stanza di pochi metri quadrati, non riscaldata e con soli due letti: una camera fredda e buia dove il buon Dio non manda i suoi raggi, per parafrasare una canzone di Fabrizio De André. La madre racimola qualche soldo facendo lavori pesanti nelle case in cui viene chiamata saltuariamente. Una miseria nera, quella della famiglia Soubirous, la stessa che un tempo c'era nelle nostre campagne, spesso tramandataci dai racconti delle nostre nonne e bisnonne.

Marie Bernarde - questo il vero nome dell'adolescente - è di buon carattere, ma denutrita ed analfabeta. Non ha neppure frequentato il catechismo, né fatta la prima comunione. A casa non ci sono i soldi necessari neppure per acquistare un sillabario. Non parla né comprende il francese: si esprime solo nel dialetto locale, un idioma dalla forte assonanza ispanica. E' in questa lingua che le si rivolgerà la giovane signora (petito damiselo la chiamerà) nelle diciotto apparizioni (dall'11 febbraio al 16 luglio) che dirà di avere. Nel suo peregrinare insieme alle sue due compagne alla ricerca di legna, quella mattina di febbraio, giunge vicino ad un canale, che separa le fanciulle da una grotta detta Massabielle (“la roccia vecchia”), dove si intravedono rami secchi portati dalla piena del fiume. A differenza delle sue compagne, Bernadette esita ad attraversare: la mamma le ha raccomandato di non prendere freddo per via della sua salute cagionevole. Ciò nonostante decide di togliersi le calze e le scarpe. Subito dopo...due raffiche di vento, a breve distanza l'una dall'altra, richiamano la sua attenzione in direzione della grotta, e le pare di vedere, in un incavo della roccia...qualcosa di bianco: la figura di una piccola signora.

Sarà l'inizio di un racconto dove sembra che il Cielo si sia immerso nella storia degli uomini. Ma sarà anche, per quella ragazzina misera e insignificante, l'inizio di un calvario giudiziario e di grandi sofferenze, sopportate eroicamente, alla luce delle promesse rassicuranti ricevute dalla giovane signora che sostiene di vedere. Niente fino a qualche tempo prima, alle viste umane, avrebbe potuto candidare quella grotta fuori mano a luogo di eventi straordinari, se si pensa che era un posto malfamato, dove pare si dessero appuntamento gli amanti per consumare i loro rapporti sessuali clandestini. Certo, si possono avere opinioni diverse su questo ed altri fenomeni simili. A me credente, in quel luogo ai piedi dei Pirenei, in una cornice paesaggistica e storica che mi ricorda molto da vicino il mio villaggio di origine ai piedi del Gran Sasso, pare sempre di fare esperienza fisica della speranza cristiana, a cui ci richiama una donna che, come alle nozze di Cana, torna ad indicarci il Figlio come risposta alle nostre inquietudini.

Ma ho la sensazione di incontrare, insieme alla speranza, anche la poesia allo stato puro. Mi sembra di toccare con mano il mistero e... la fiaba. Il mistero di un Dio che irrompe nella storia degli uomini, e la contamina; la fiaba di una giovane e sorridente regina che per consegnare il suo messaggio sceglie una ragazzina povera e ignorante (come la piccola fiammiferaia della storia di Andersen), alla quale si rivolge come nessuna persona prima aveva fatto, con ineffabile dolcezza, e dandole addirittura il “Voi”. Il credente sensibile all'arte non vi vede solo il riflesso di un Dio che si è fatto carne, ma anche l'immagine di un Cristo che si fa...favola. Ma non la “favola bella” dell'illusione poetica di Gabriele D'Annunzio, ma la favola vera di una regina che ci si fa incontro per accompagnarci lungo il cammino della vita e verso la gioia senza fine.

Nel suo ultimo libro su Lourdes dal titolo Bernadette non ci ha ingannati, Vittorio Messori ci ricorda che se Lourdes è vera, se la piccola e giovanissima “demoiselle” giunta dal Cielo è davvero apparsa in quella grotta adibita a rifugio comunale dei porci del villaggio, «allora sono vere anche tutte le verità della Chiesa Cattolica» e «questa grotta è dunque il salvagente regalato ai credenti in questa difficile modernità». Ci segnala altresì, il Messori, che Lourdes ricorda a cristiani distratti che il Vangelo non è un'astratta teoria, né una filosofia, né un progetto sociale, tanto meno un'ideologia, ma una rivelazione che deve abbracciare l'intera esistenza. Il celebre scrittore cattolico ci informa anche - circostanza che mai avrei immaginato - che la bellissima signorina che appare («Aquerò», cioè «quella là» nel dialetto della Bigorre, l'unica lingua che Bernadette conosce, ma soprattutto «el petito damiselo», cioè «la piccola signorina», come la ragazzina ripete spesso), quasi sempre sorridente, almeno in tre occasioni addirittura ride di cuore. Ride alla seconda apparizione, quando Bernadette, nell'evenienza che si tratti di un fenomeno diabolico, cerca di spruzzarle addosso l'acqua santa. Ride anche alla terza apparizione, quando la veggente, dietro suggerimento, porge all'affascinante signorina carta e penna affinché scriva il suo nome, ricevendone per tutta risposta uno scoppio di «riso, cristallino come quello di una bambina». Ed è a questo punto che la Vergine, che non si è ancora rivelata, scende dall'ogiva, in alto, si porta all'altezza della piccola veggente, e le due ragazze, l'una di fronte all'altra, continuano a ridere con la complicità di due coetanee. La giovanissima Vergine ride perfino nel momento più solenne, il 25 marzo, quando rivela a Bernadette di essere l'Immacolata Concezione.

Che dire? Teologia avvolta dalla poesia...A completare la bellissima “fiaba”, mi piace ricordare la toccante descrizione - sempre riferita da Messori nell'opera citata - fatta di Bernadette da un giovane e facoltoso notabile di Lourdes, Jean-Baptiste Estrade, dapprima scettico, poi letteralmente rapito (e lo sarà per tutta la vita!), dopo aver assistito, spinto dalla sola curiosità, alla settima apparizione, quella del 23 febbraio 1858: «I suoi occhi divennero splendenti, un sorriso angelico apparve sulle sue labbra, una grazia indescrivibile, da regina, si sparse per tutta la sua persona, pur coperta com'era di poveri stracci. Mi sembrava che la sua anima si sforzasse di uscire dalla prigione del corpo per raggiungere ciò che vedeva...». Due piccole regine, dunque, una ricoperta di stracci, l'altra avvolta di luce, che s'incontrano in una vecchia porcilaia. Autentica, profonda, irripetibile poesia...Ai piedi dei Pirenei Maria si mostra come una ragazza dolce e sorridente, a tratti perfino allegra e gioviale, che parla di cose profondamente serie con una sua coetanea. Il fascino che promana da questa circostanza è la cifra stessa del mistero.

A Lourdes, come in nessun altro luogo sacro - lo dico con il fiato sospeso -, ho avuto l'impressione di leggere il quinto Vangelo, quello che ciascun cristiano, nella prosaicità della vita ordinaria - in famiglia e nel luogo di lavoro - è chiamato a scrivere con la sua vita mettendo in pratica i precetti dei quattro Vangeli canonici. Ma per riconoscere questa profonda verità occorre farsi bambini. Anche l'intellettuale cristiano deve farsi semplice come quell'adolescente di nome Bernadette. Ci si può chiedere: perché il fenomeno è avvenuto in quel preciso giorno? Perché in quel villaggio? Perché in quel posto? Perché quella fanciulla? Ho spesso pensato che forse bisognerebbe riscrivere la storia degli ultimi secoli alla luce di...questa Luce. E sarebbe ugualmente una storia degli uomini, ma illuminata dalla volontà di un Padre che incarica la sua figlia prediletta di additare ad altri suoi figli la via della felicità.

La lezione che ci viene da Lourdes è che Dio si nasconde tra le pieghe della storia, come l'autentica bellezza si cela tra le pieghe del tempo. Il cristianesimo è un guanto...rigirato, una verità nascosta ai sapienti e svelata ai piccoli. I cristiani hanno spesso commesso l'errore di collocare lo spirito troppo in alto, forse per metterlo al riparo dai colpi degli avversari; ma così facendo lo hanno allontanato dall'orizzonte dei loro contemporanei. Lo devono riportare in basso, a contatto con la vita vera, nelle periferie esistenziali di questa difficile ma pur sempre interessante modernità. Del resto, lo Spirito soffia dove vuole...E' con questa disposizione d'animo che sono andato l'ultima volta in questa piccola capitale mariana, e nel rivolgere lo sguardo da lontano a quella grotta, prima di lasciarla, è maturata nel mio cuore un'invocazione, tra la preghiera e lo slancio lirico, che solo più tardi si è palesata, sgorgando dall'anima come un rigagnolo di quell'acqua nella quale ci si bagna, e che sempre ci ottiene il miracolo di rinfrescare i nostri pensieri e placare le nostre ansie.

Bianca Regina

rivestita di luce,

Vergine della roccia,

catena dolce

d'invisibile amore,

alla tua grotta

mi sono recato,

due lettere ti ho

recapitato:

una per me,

l'altra per altri...

E tu, ragazza

fatta regina,

insieme all'altra

ragazzina,

hai coperto

col tuo manto celeste

le mie piccole

due richieste.

Hai accarezzato

col tuo sguardo lieto

i turbamenti del mio

cuore inquieto,

indicandomi la via

della vera autonomia,

e ricordandomi ch'è

in Gesù, tuo figlio,

il centro d'ogni filosofia,

nel tuo eterno “sì”

l'autentica poesia.

Ti ringrazio, Maria...

Tommaso Romano è editore raffinato e di lungo corso ma anche scrittore fecondo. Ha profondamente inciso, con il suo impegno culturale, certamente nel tessuto della città di Palermo ma sicuramente anche in tutt’Italia e oltre. Le edizioni Thule hanno valorizzato, dato spazio e slancio ad autori di grande prestigio ma anche promosso esordienti che una editoria venduta al potere, sinistra da tutti i punti di vista,  non avrebbe mai preso in considerazione. Adesso con prefazione di Gennaro Malgieri, ha pubblicato “Profili da Medaglia” , una rassegna di personaggi della cultura e spesso anche dell’azione, che egli a vario titolo e con diverso peso considera suoi maestri di pensiero e di vita. Si tratta di punti di riferimento che Tommaso Romano non solo ha letto, studiato, pubblicato e stimato ma anche conosciuto personalmente e spesso ospitato nei sui uffici palermitani,  nella indimenticabile prima sede di via Leonardo Ximenes, e poi in via Ammiraglio Gravina, dove attualmente opera. Sedi ormai storiche, che sono state laboratori di pensiero e centri di azione culturale. Ma anche luoghi di fraternità cristiana, luoghi dove abbiamo talvolta celebrato le vittorie e meditato dolenti sulle tante sconfitte come quelle storiche e tragiche del referendum contro la legge Fortuna-Baslini che ha introdotto il divorzio in Italia e quella contro la legge 194 che ha introdotto l’omicidio-aborto.  Luoghi dove sono passati tanti di quei critici della modernità dei quali tratteggia nel volume in questione le note biografiche e le linee magisteriali essenziali. Penso per esempio, tra gli altri, a Francisco Elias de Tejada y Spinola che ci ha spiegato le ragioni della monarchia tradizionale e il fascino del Carlismo contro nostalgismi sentimentaloidi e vanamente romanticheggianti, così come al caro avvocato napoletano Silvio Vitale, fondatore e redattore della rivista l’Alfiere, che ci ha insegnato a leggere criticamente il Risorgimento e la storia del Sud, liberandoli dalle leggende che la scuola italiana con i suoi cantastorie prezzolati veicola da decenni, dall’Unità in poi. Penso a quel grande pisano, maestro di vita spirituale autenticamente cattolica e profondamente mariana, storico raffinato del Medioevo: Marco Tangheroni, uno dei primissimi soci di Alleanza Cattolica e figlio spirituale di quel Giovanni Cantoni che ne fu il  fondatore.  E che dire del filosofo Augusto Del Noce, che ci ha insegnato a leggere quel grande male che è stato ed è la secolarizzazione, quella malattia che è la Rivoluzione, il suo trionfo e il suo suicidio, che ha cercato di dare una anima cattolica alla destra italiana spesso vuotamente vacillante tra tentazioni neopagane e sogni idealistici, tra spiritualismi irreligiosi, tradizionalismi incerti e neostoicismi ateizzanti vagheggiati dal filosofo omosessuale Armando Plebe simbolo di una “reazione senza valori”.

Ma di grande importanza il presentare ai giovani lettori, oggi attraverso “Profili da Medaglia”, ma negli anni passati attraverso la pubblicazione delle loro opere, la organizzazione di convegni che li ha visti protagonisti nei salotti di Thule e nei simposi di quella Palermo capitale che li ha accolti e acclamati in più occasioni create dal Tommaso Romano promotore culturale. Pensiamo per esempio al grande pensatore modicano Carmelo Ottaviano,  filosofo del bello e del vero, antimoderno e critico deciso di quella riforma della scuola italiana figlia dell’irrazionalismo, del nichilismo, del solipsismo e del relativismo. O del grande filosofo nato a Giarre, Michele Federico Sciacca, convertitosi al cattolicesimo dall’idealismo e grande ripropositore del tomismo noto anche per aver scritto su Platone,  Pascal, Kierkegaard, Blondet, S.Agostino. Filosofo che più di ogni altro denunciò, sovente inascoltato, l’anomalia neognostica e libertaria che ha corrotto quella cultura occidentale che ci ha regalato questa Europa senz’anima e senz’aria dei giorni nostri. E che dire ancora di quel grande vescovo di Agrigento, pastore in anni difficili, monsignor Giuseppe Petralia, nato a Bisacquino che, scrittore fecondo, conferenziere eccelso, poeta raffinato, agiografo attento, fu aperto alla questione sociale senza deviazioni progressiste. Petralia ci ha onorato della Sua amicizia e compagnia nella sua casa palermitana ma anche in occasioni di incontri organizzati dall’editore palermitano ma anche da Alleanza Cattolica che lo ha visto in più occasioni relatore.

Profili da Medaglia è saggio popolato da tanti altri personaggi e amici, in molti casi, alcuni dei quali pur nella indiscutibile straordinarietà della statura umana possono non essere condivisi in molti loro itinerari culturali non cessando per questo di rimanere figure altamente significative della vita culturale e politica.

Profili da Medaglia  è uno spaccato di un’epoca, di una serie di vicende umane, talvolta diverse tra loro, talvolta non condivisibili, ma che avevano intuito che il mondo moderno non era proprio un qualcosa di eccezionale e che andava cambiato. E con onestà intellettuale tentarono di farlo spesso con insuccesso e con non pochi limiti ed errori.

Tommaso Romano

Profili da Medaglia

Con prefazione di Gennaro Malgeri

Fondazione ThuleCultura –Palermo 2017

Pag.190 – Euro 20.00

 

Sono troppi gli storici, i sociologi, i giornalisti e tanti altri a imputare alla Religione certi aspetti tragici della storia, in ogni caso le negano qualunque ruolo positivo nelle vicende dell'umanità. Non tutti però, c'è un sociologo americano, Rodney Stark che da tempo sta cercando di affermare una grande verità: «la religione ha svolto un ruolo importantissimo nel dirigere il corso della storia».

Questa grande verità Stark la sostiene in uno dei suoi tanti studi: «A gloria di Dio. Come il Cristianesimo ha prodotto le eresie, la scienza, la caccia alle streghe e la fine della schiavitù». Il testo è stato pubblicato in Italia, dalla casa editrice torinese, Lindau nel 2011.

Il sociologo americano ribalta quello che certi storici scrivono, per esempio che il cristianesimo ha ostacolato il progresso scientifico e offerto giustificazioni alla schiavitù. In realtà è il contrario, «la scienza moderna è un prodotto della concezione cristiana del Dio unico, che attribuisce alla ragione un valore essenziale». Inoltre per Stark, «La Chiesa ha avuto una parte rilevante nella diffusione dell'idea che la schiavitù fosse un abominio agli occhi di Dio e nella soppressione di questa pratica disumana in Occidente». In questo saggio, Stark, avvalendosi di una serie impressionante di documenti, di libri, di studi, di ricerche recenti e passate, si prefigge lo scopo di denunciare e smascherare gli errori e i pregiudizi degli storici. E in particolare di dimostrare come le idee su Dio abbiano plasmato la storia e la cultura moderna dell'Occidente, costituendo l'indispensabile premessa di molte delle sue più importanti conquiste. A dimostrazione di quello che ho scritto, lo studio di Stark si avvale di una notevole bibliografia, oltre 50 pagine.

Nel testo Rodney Stark affronta anche fenomeni abbastanza complessi e contraddittori, come la caccia alle streghe e le eresie. Il sociologo delle religioni, effettua una indagine nuova, ricca di episodi, di considerazioni, che sono in grado di cambiare radicalmente il nostro modo di giudicare i fenomeni. Certo il lettore per non cadere in giudizi ideologici, dovrà sempre calarsi in quel tempo e nello spazio di quei accadimenti.

Pertanto, come ha scritto Jeffrey Burton Russell, «ciò che comunemente sappiamo su scienza, religione, stregoneria,schiavitù e sette religiose, purtroppo è falso». E certamente questo libro contribuirà molto a chiarire questi argomenti, c'è un solo impegno: non avere pregiudizi e avere una mente aperta. Lo studio di Stark ha ben 555 pagine, in soli quattro capitoli.

L'autore utilizza un suo metodo: esamina in dettaglio i quattro grandi episodi storici, ognuno dei quali caratterizzato da persone che credevano di agire per la gloria di Dio.

Nel primo episodio (il 1° capitolo), Stark tratta del secolare tema delle riforme dei tre monoteismi, in particolare, del Cristianesimo e quindi della Chiesa cattolica. Naturalmente uno spazio rilevante viene dato alla Riforma protestante. E qui Stark sostiene che le riforme del XVI secolo, avevano origini antiche, forse rintracciabili addirittura nel II secolo. In pratica si registrano dei tentativi di riforma nei vari secoli della chiesa cattolica, con la comparsa di movimenti popolari «eretici», a partire da Marciano (85-160 circa) e poi da Montano (II sec), fino ad arrivare ai Catari e ai Valdesi.

Stark nel capitolo mette in evidenza l'emergere nella Chiesa cattolica di «due Chiese». Da una parte la «Chiesa della pietà», dall'altra la «Chiesa del potere», quella della ricchezza concessa al clero da Costantino. La prima, dediti alla visione morale del primo cristianesimo, sorse come reazione alla Chiesa del potere. A questo proposito scrive Stark: «La Chiesa della pietà avrebbe potuto essere emarginata fino a diventare un'altra setta cristiana senza successo, ma ciò non accadde a causa delle sue solide basi istituzionali nel monachesimo, il quale a sua volta, era sostenuto principalmente dalla nobiltà e dalle classi più elevate».

Pertanto Stark potrà sostenere che le riforme del XVI secolo iniziarono più di un millennio prima, con i movimenti monastici che chiedevano la riforma della Chiesa. Infatti, per più di un millennio, la Chiesa della pietà, tentò di riformare la Chiesa del potere. Secondo Stark, papa Gregorio Magno (540-604), il primo monaco a sedere sul trono papale, rappresenta una sorta di primo protestante. Il suo lungo pontificato fu caratterizzato da un incessante tentativo di riformare la Chiesa. Fu talmente impressionato dalla Regola di San Benedetto (480-547) che cercò di farla adottare anche dagli altri ordini religiosi.

Mentre i nuovi papi anche se a livello personale erano pii, prestarono poca attenzione alla riforma e praticamente rafforzarono la Chiesa del potere. E qui Stark non è per niente indulgente con la Chiesa di quel periodo: «I papi erano nominati, corrotti e spesso uccisi dalle grandi famiglie ecclesiastiche romane». In particolare fa riferimento alla nobildonna Marozia, amante di papi, che dominava la vita politica ed ecclesiastica di Roma. Anche dopo Marozia le cose non migliorarono, si pensi che tra 872 e il 1012, un terzo dei papi morirono di morte violenta. Poi con Gregorio VII (1073-1085), monaco attivista sistemò il papato, gli subentrarono altri papi con un passato monacale che tentarono di riformare la Chiesa. Ma a questo punto si scatenarono una nuova serie di movimenti eretici, nati soprattutto all'interno degli ambienti universitari, dove si rivendicavano le libertà e di indagine teologica. Inevitabilmente per Stark si giunse a conclusioni contraddittori, che generarono conflitti religiosi e dissenso. «In effetti – scrive Stark – alcuni dei più importanti dissenzienti religiosi d'Europa erano professori universitari: John Wyclif a Oxford, Jan Hus a Praga, Martin Lutero a Wittemberg». Ma anche Giovanni Calvino ha avuto un incarico universitario.

Il capitolo naturalmente racconta come si arrivò allo strappo di Lutero. Anche qui Stark ci offre delle considerazioni abbastanza originali. Effettivamente il clero del tempo era abbastanza immorale e indolente. Gli storici lodano i cosiddetti «papi rinascimentali» per la loro attenzione all'arte, alla ricostruzione del Vaticano, al mecenatismo di Michelangelo, Botticelli, Raffaello e tutti gli altri. «Eppure questi stessi papi erano fra fra i più dissoluti, avidi, prolifici e famigerati uomini che si siano mai seduti sul trono di Pietro». C'era qualche papa che scriveva poesie erotiche o che indebitava la Chiesa per onorificenze private. Papi con figli illegittimi; Giulio II che dedicò tutto il suo papato alla guerra, con indosso l'armatura fatta d'argento, guidò truppe su e giù per l'Italia. Pertanto Lutero si fece avanti in un epoca in cui il papato «era al punto più basso della sua reputazione». E la situazione non migliorava negli altri territori, secondo lo storico tedesco Ludwig Pastor, autore di 14 volumi sul papato, la maggioranza dei cardinali e molti vescovi erano abbastanza corrotti, non meno i sacerdoti. Addirittura nell'arcidiocesi di Braga, più di 1700 erano figli illegittimi di altri sacerdoti. Tuttavia per Stark è importante sottolineare che le accuse di corruzione, di empietà e immoralità al clero e agli ordini religiosi non sono opera di partigiani protestanti, ma soprattutto di «leali e devoti cattolici, allora come oggi, avanzavano queste accuse». Nel 1335, papa Benedetto XII emanò diverse bolle pontificie nelle quali ordinava di riformare vari monasteri ed elencava una lunga serie di attività empie e immorali.

Attenzione nella Chiesa non c'era solo corruzione, per Stark, «non va dimenticato che, nonostante tutte queste mancanze nella Chiesa del potere, la Chiesa della pietà esisteva ancora. C'erano migliaia di sacerdoti, monaci e suore devoti. Proprio loro avrebbero svolto un ruolo importante nella formazione e nella guida dei movimenti protestanti, e poi nel riuscire a prevalere finalmente sulla Chiesa del potere portando a termine la Controriforma».

Per quanto riguarda la cosiddetta riforma luterana, Stark sostiene che questa non portò a quella tanto auspicata riforma della Chiesa, ma ebbe il risultato di una nuova Chiesa. Anche se la fida protestante diede finalmente il potere alla “Chiesa della pietà” di riformare il cattolicesimo romano.

Il testo poi si trattiene sulle altre riforme, tutte appartenenti al Nord Europa. Da quella inglese a quella svizzera, a quella francese. L'autore tra le tante domande, se ne pone una sul protestantesimo: «perché ebbe successo in alcuni luoghi e non in altri». Stark cerca di individuare diverse risposte, da quelle dottrinali a quelle locali. Le variabili sono tante. Le aree che abbracciavano il protestantesimo erano quelle «in cui la Chiesa romana cattolica pativa una mancanza di sostegno popolare di vecchia data». Infatti secondo lui, nell'Europa settentrionale, la debolezza cattolica derivava dal fallimento della Chiesa nella cristianizzazione delle masse. In alcune aree c'era risentimenti nei confronti della Chiesa, dovuto a repressioni sanguinarie. Poi subentrarono anche l'interesse delle famiglie reali alla riforma protestante. Molti di quei prìncipi principi avevano tanto da guadagnare, in termini di ricchezza e potere, nel diventare protestanti.

La lettura del primo capitolo è importante per Stark, perché presenta in linee generali la storia religiosa europea, una lettura che aiuterà «a collocare i tre capitoli successivi in un contesto coerente».

Nel 2° episodio, la nascita della scienza, Stark dimostra «che non c'è mai stata nessuna 'rivoluzione scientifica' che alla fine sia riuscita a infrangere le barriere superstiziose della fede, e che il fiorire della scienza nel XVI secolo fu la normale conseguenza, graduale e diretta, della Scolastica e delle università medievali». Infatti secondo Stark, i presupposti teologici del cristianesimo spiegano il motivo per cui la scienza nacque solamente nell'Europa cristiana. Pertanto a differenza di quello che hanno scritto certi storici, «la religione e la scienza non solo erano compatibili, ma addirittura inseparabili». Quindi nell'ultima parte del capitolo quando si discute sull'evoluzione, secondo il sociologo, non si tratta di un conflitto fra scienza e religione, ma fra «Veri Credenti da entrambi le parti».

Il capitolo inizia con la questione del viaggio di Cristoforo Colombo e della «terra rotonda o piatta». Per troppo tempo si è fatto credere che la Chiesa non sapesse che la terra fosse rotonda, questa tesi è sostenuta in un testo di Andrew Dickson White, «La storia della lotta della scienza con la teologia nella cristianità». Il problema è che quasi ogni parola di White sulla vicenda di Colombo è falsa. «Ogni persona istruita dell'epoca, compresi i prelati cattolici romani, sapeva che la terra era rotonda». A questo proposito Rodney Stark cita alcuni esponenti della Chiesa come Beda il Venerabile (673-735 ca.) o il vescovo Virgilio di Salisburgo (720-784), Ildegarda di Bingen (1098-1179), lo stesso San Tommaso d'Aquino (1224-1274 ca.), tutti proclamati santi, insegnavano che il mondo era rotondo. Per quanto riguarda il Medioevo, il testo più popolare di astronomia aveva come titolo, Sfera, scritto da uno studioso della Scolastica inglese, Giovanni di Sacrobosco (1200-1256 ca.).

I numerosi saggi spagnoli che sconsigliavano Colombo di intraprendere il viaggio, non solo sapevano che la Terra era rotonda, ma anche che era molto più grande di quanto pensava lo stesso Colombo. Pertanto erano contrari al viaggio, perché «egli aveva seriamente sottostimato la circonferenza della Terra e contava su un viaggio troppo corto». Dunque si può concludere che gli studiosi cristiani non erano dei fanatici dalla mente ottenebrata che si aggrappavano alle affermazioni delle Scritture per stabilire che la terra fosse sferica.

Chi affermava il contrario lo faceva per polemizzare e criticare la Chiesa e i suoi uomini. Pertanto Stark in questo capitolo sostiene non solo che «non esiste un conflitto intrinseco tra religione e scienza, ma, anzi, che la teologia cristiana fu essenziale per la nascita della scienza». Per dimostrarlo Stark ha studiato diverse opere di storici recenti, pertanto la religione «non generò nessuna 'epoca buia' [...]». Inoltre è falsa «l'idea che, dopo la 'caduta' di Roma, sull'Europa sia scesa una lunga e oscura notte d'ignoranza e superstizione  è falsa tanto quanto la storia di Colombo». Certamente per Stark la cosiddetta rivoluzione scientifica del XVI secolo, fu la normale conseguenza del lavoro iniziato dagli studiosi della Scolastica del XI secolo. Ecco perché non è stato il protestantesimo a far nascere la scienza. Stark dimostra come le principali figure scientifiche del XVI e XVII secolo fossero in grande maggioranza dei devoti cristiani che credevano di comprendere l'opera di Dio.

Dalle sue ricerche emerge che i mitici «secoli bui» del Medioevo non erano per niente bui, in questo periodo, durato ben dieci secoli, sono state inventate molte cose, fino al punto che studiosi seri come Regine Pernoud, una grande storica francese, tra i tanti libri che ha scritto, ha potuto scriverne uno dal titolo significativo: «Luce del Medioevo».

Peraltro fu proprio il cristianesimo in quegli anni a stimolare la nascita di una grande tecnologia europea che superava quella di qualsiasi parte del mondo. E' in questi anni che nelle università scolastiche nacque la scienza e lo studio dei classici, da Aristotele a Platone. Tra l'altro furono gli studiosi della Scolastica, e non i greci, i romani, i musulmani, o i cinesi, a basare i propri studi sulla dissezione umana. Nel mondo classico non era permessa. Nel capitolo Stark, dimostra anche perché la scienza non si è sviluppata in altre società come la Cina, la Grecia, e nell'Islam. Da buon sociologo Stark crea tabelle per individuare la nazionalità e la religiosità delle «stelle della scienza»: «ho esaminato libri e articoli di storia della scienza, e ho anche consultato alcune enciclopedie specializzate e dizionari biografici, fra i quali devo citar le diverse edizioni della Biographical Encyclopaedia of Science and Technology di Isaac Asimov, per la sua completezza e mancanza di pregiudizi».

Il 3° capitolo è dedicato alla caccia alle streghe in Europa. «Per secoli – scrive Stark - gli europei hanno creduto che le loro società fossero vittime di un terribile movimento clandestino di 'streghe', che avevano giurato fedeltà a Satana e che gioivano nell'infliggere sofferenza, morte e distruzione al prossimo». Anche su questo tema sono state scritte tante sciocchezze e assolute invenzioni: «alcuni degli episodi più famosi non sono mai avvenuti, esistendo solamente in racconti ingannevoli e documenti falsificati, e perfino l'attuale letteratura 'colta' abbonda di cifre assurde sul numero delle streghe condannate». Qualche storico sostiene che ben 9 milioni di donne europee furono mandate al rogo come «streghe». Cosicché alcuni si sono spinti a utilizzare il termine di genocidio, paragonando la caccia alle streghe all'Olocausto.

Rodney Stark, in questo capitolo fa un lavoro scrupoloso, di certosino discernimento, leggendo i documenti reali. La datazione convenzionale dell'epoca della stregoneria va dal 1450 al 1750 circa. «Durante tutti questi tre secoli, è assai poco probabile che in Europa siano morte più di 100.000 persone per stregoneria». Altri hanno calcolato intorno a 60.000 persone compresi i maschi. Per la precisione si tratta di due vittime per 10.000 abitanti. Certamente una piccola frazione sulle stime che sono state a lungo ripetute.

Comunque sia per Stark: «la morte di 60.000 persone innocenti è certamente un qualcosa di agghiacciante, ma non giustifica l'esagerazione così inverosimile delle cifre. Né esiste alcuna giustificazione per presumere e continuare a ripetere che la maggior parte dei cacciatori di 'streghe' fossero dei fanatici sadici». Hugh Trevor-Roper a questo proposito, sottolineò che «i più feroci persecutori delle streghe, scopriamo spesso, sono anche i mecenati più colti del sapere contemporaneo». Peraltro la percentuale di condanne totali per coloro che furono portati in tribunali con accuse di stregoneria era del 50-55%, «una cifra bassa tanto quanto le percentuali di condanna per altri crimini in quell'epoca». Secondo Stark è probabile che le donne condannate per infanticidio erano molte di più, rispetto a quelle per stregoneria.

Nel testo l'autore fa una analisi ben dettagliata della magia, stregoneria e satanismo. Il sociologo americano oltre a confutare le statistiche esagerate individua otto spiegazioni sbagliate sulla caccia alle streghe, che purtroppo dominano sia nella letteratura popolare, sia in quella accademica. Stark chiarisce e confuta ognuna di queste teorie e solo così si potrà fondamentalmente conoscere il fenomeno. Naturalmente non sto qui a rendere conto delle otto spiegazioni. Lascio alla lettura del testo. Sarebbe interessante vagliarle tutte, sull'esistenza o meno delle vere streghe, sul satanismo, sulla presunta malattia mentale delle streghe. Un'altra spiegazione infondata è quella della tesi del sessismo, oppure quella economica, del guadagno da parte di chi gestiva la caccia. E poi c'era la questione del clero fanatico, molte di queste interpretazioni erano in realtà puro e semplice anti-cattolicesimo. Stark smonta ad una ad una tutte queste tesi. Praticamente spesso la stregoneria venne usata come arma di battaglia contro la fede.

Tuttavia occorre precisare che furono i protestanti a dare quel diffuso vigore a dare la caccia alle streghe, proprio durante le cosiddette Guerre di Religione. E se alcuni studiosi amano collocare nel «buio Medioevo», la caccia alle streghe, in realtà, gli episodi più efferati si sono verificati durante l'«Illuminismo»; durante i secoli  del Rinascimento, della Riforma e della scienza sperimentale. Infatti emerge chiaramente dagli studi di Stark che i primi ad obiettare sull'esistenza reale della stregoneria satanica sono stati proprio gli inquisitori spagnoli e non i cosiddetti scienziati. Thomas Hobbes, quello del Leviatano (1651), esplicitamente ateo, scriveva che le streghe «sono giustamente punite». Ma anche Jean Bodin (1530-1596 ca.) acerrimo nemico della Chiesa, autore di un libro contro le streghe, incitava a bruciare le streghe a fuoco lento. Oltre a questo esisteva un altro libro più celebre, proprio per scoprire le streghe, si tratta del «Malleus maleficarum», pubblicato nel 1486, fra i primi stampati, con numerose edizioni e traduzioni. Il testo ha avuto un impatto impressionante, «non solo convinse generazioni di persone istruite del fatto che le “streghe” esistessero; esso spiegava anche in dettaglio come scoprirle e interrogarle per ottenere una confessione valida[...]».

Stark è convinto che se non vi fosse stato in circolazione questo libro ed altri simili, «molte epidemie locali di caccia e di persecuzione delle “streghe” non vi sarebbero mai state[...]». Certamente senza questo libro, non ci sarebbe stata quell'«ossessione per le streghe». Dai confronti di dati, dai processi scoperti da Stark si evince che dal 1300 al 1499, gli imputati furono solamente 935. Certo poi con il passare del tempo sia i processi che gli imputati divennero più numerosi. «Eppure, nell'Europa nel suo complesso, negli ultimi 25 anni del XV secolo, solamente 283 imputati giunsero a processo, circa 11 all'anno, con 4 esecuzioni. Se le percentuali fossero rimaste queste, non ci sarebbe nessuna 'ossessione delle streghe' da spiegare».

Il proliferare dei processi per stregoneria cominciò all'inizio del 1500, raggiungendo il suo culmine tra 1562 e il 1600. Stark citando lo studio di Erik Midelfort sulla Germania sudoccidentale, scopre che qui furono giustiziate 1114 persone, molte di più di quante fossero state processate in tutta Europa nei due secoli precedenti. Successivamente sempre nello stesso territorio, furono giustiziate altre 1839 persone. In un altro studio, si scopre che nella sola Ginevra, nella metà del 1600, sono state giustiziate 153 ginevrini. Un numero rilevante, visto che la popolazione della città allora si aggirava intorno alle 19.000 abitanti.

Comunque sia Stark per spiegare la sua teoria della caccia alle streghe, dà la colpa ai conflitti religiosi intensi dell'epoca e al fattore paura, che in questo periodo c'era negli europei. Si pensi anche alle frequenti incursioni dei musulmani, sia sulle coste del Mediterraneo, sia sull'Europa continentale.

Dallo studio di Stark emerge che la caccia alle streghe avvenne nei territori dove erano attecchite le eresie e sopratutto nelle «terre di confine» dove c'era una certa «debolezza politica», cioè dove non c'era un'autorità centrale forte. E' nel caos politico delle terre di confine dove si sopportava tutto il peso delle guerre di religione. «Qui combattevano gli eserciti protestanti e cattolici, conquistando e riconquistando gli stessi luoghi, e seminando il terrore fra le popolazioni civili: omicidi, mutilazioni, stupri, incendi, vandalismi, saccheggi, fame, e diffusione di malattie». Naturalmente in questi territori, facilmente si cambiava affiliazione religiosa più di una volta.

Il 4° e ultimo capitolo affronta un'altra questione spinosa e difficile da affrontare: Il peccato della schiavitù.

Così come per la nascita della scienza anche per l'opposizione morale della schiavitù fu essenziale la teologia cristiana. Con questo non vogliamo negare che i primi cristiani accettassero la schiavitù. Tuttavia, tra i grandi monoteismi, «solo nel cristianesimo si sviluppò l'idea che la schiavitù fosse un peccato e dovesse essere abolita». Anche se è di moda negarlo, ma Stark è convinto che le prime dottrine antischiaviste iniziarono a comparire nella teologia cristiana. Alcuni storici ripetono che la schiavitù fu ripudiata dalla Chiesa cattolica romana non prima del 1890. Sciocchezze! Addirittura nel VII secolo , santa Batilde (moglie di re Clodoveo II) divenne famosa per la sua campagna contro il commercio degli schiavi e a favore della loro liberazione.

E se poi gli europei istituirono la schiavitù nel Nuovo Mondo, «lo fecero nonostante la strenua opposizione papale, un fatto questo che è stato dimenticato nella storia, per motivi di convenienza ideologica, fino a epoche recenti». Tuttavia l'abolizione della schiavitù nel Nuovo mondo fu un'impresa avviata da attivisti cristiani. Questo è il tema che svilupperà Rodney Stark nel suo eccellente libro, “A gloria di Dio”. Già dall'inizio chiarisce, una questione che in tanti dimenticano, «il fatto che la schiavitù un tempo fosse praticamente universale per tutte le società in grado di permettersela, e che solo in Occidente nacque una significativa opposizione di natura morale che portò alla sua abolizione». Il testo rileva che gli umanisti che amavano la classicità della Grecia e di Roma opponendosi al bieco Medioevo, non presero in considerazione che si trattasse di società schiaviste. Anche Marx prestò poca attenzione alla schiavitù in quanto tale. Del resto gli storici marxisti ignorarono l'argomento.

Anche qui Stark smonta tutti quei pregiudizi dei libri di testo sulla schiavitù, come di un vizio solo europeo e in particolare americano. Inoltre, «non parlano dell'estensione della schiavitù in epoche passate, o delle notevoli dimensioni del fenomeno che tuttora persiste in molte parti del mondo non cristiano».

Altro particolare che Stark evidenzia è quello dell'incapacità di filosofi e moralisti non religiosi o anti-religiosi dell'Illuminismo di opporsi efficacemente alla schiavitù. Infine smonta la tesi che fu solamente l'economia a porre fine alla schiavitù e che tutti i riferimenti a Dio e al peccato furono irrilevanti.

Il capitolo affronta la schiavitù africana, quella del Nuovo Mondo, le incursioni schiaviste all'interno dell'Africa e poi vaglia i vari comportamenti tenuti dai Paesi colonialisti e guarda caso erano proprio i «crudeli» spagnoli ad avere la legge schiavista più umana, seguita dalla Francia e molto lontanamente dall'Inghilterra.

Le differenze religiose sono fondamentali per capire la complessità della schiavitù, e soprattutto in questo tema serve tanta apertura mentale, senza pregiudizi ideologici. La lettura dello studio di Stark sicuramente darà un forte contributo a comprendere meglio, questi temi, che probabilmente sono i più complessi che hanno dovuto affrontare gli studiosi, gli storici, i sociologi. 

 

 

Il pros­simo 12 aprile 2018 alle ore 17.30 a Roma,  presso la libreria "Arion" di Testaccio, Piazza di S. M. Liberatrice 26, lo scrittore Giuseppe Lago presenterà il libro "La Fuoriuscita" (Alpes Editrice).
Oltre l'autore, rela­tori per l'occasione saranno: Piero Sistopaoli psicologo e psicoter­apeuta; Stefano Cocci giornalista  e scrit­tore; Chiara Scarpulla  psicologa e psicoter­apeuta.
Presentazione letter­aria con curiosità e suspence,  per un avvincente thriller psicologico uscito da poco nel  mercato e che affronta il te­ma della psicoterapia e dei suoi eccessi.
Psichiatra e psicote­rapeuta, direttore dell'Istituto Romano di Psicoterapia Psic­odinamica Integrata (IRPPI) autorizzata dal Ministero dell'U­niversità e della Ri­cerca, Giuseppe Lago è da anni  uno scrittore e saggista, aut­ore di libri ma anche di numerosi artico­li scientifici. Cons­ulente per Skytg24, Tgcom e Virgin Radio, vive a Roma, dove opera come rinomato professionista. Nella scuola di speciali­zzazione che a lui fa capo ha riversato una grande quantità di esperienze ed elab­orazioni, frutto della sua lunga esperienza clinica.
In dodici capitoli, ne "La Fuoriuscita" il lettore ha modo di appassionarsi ad un viaggio nel mondo delle emozioni, deg­li affetti, delle di­namiche interpersona­li.
La trama di ques­to romanzo conduce il lettore nelle aree cruciali di un perc­orso che molte perso­ne oggi ormai pratic­ano, o perlomeno han­no praticato nella loro vita. Lo scenario ha qualche punto di contatto con la se­rie tv Intreatment, ma si differenzia nell'impianto narrat­ivo, che presenta una vicenda complessa e coinvolgente, con un finale che si tinge di giallo, con  ris­volti inaspettati.
Le caratteristiche dei personaggi emergo­no nella storia, scr­itta con sapienza da Giuseppe Lago, attr­averso la loro inter­azione. Il filo rosso del romanzo mette a confronto, nella vicend­a, un metodo di psic­oterapia direttivo ed  oracolare, ormai superato, poiché intri­so di elementi magici con un metodo mode­rno, collaborativo e riflessivo, che è fonte di conoscenza e distante anni luce dalla taumatur­gia di certi guru.
In questa opera letteraria si intrecciano in profondità il Giuseppe Lago professionista con il Giuseppe Lago scrittore, tanto che è im­possibile non domand­arsi quanta esperien­za tratta dal suo  vissuto sia presente in questa costruzione letteraria e quanto invece la fiction abbia tratto la sua linfa vitale da una casistica pro­fessionale nota.
Tema attuale e moder­no, prepotentemente emerso a fasi alterne dalle cronache gio­rnalistiche del quot­idiano, la parola setta richiama alla mente un luogo dantesco con pene psicologiche da scontare, a volte tremende, in camb­io del miraggio di poter affidare le gio­ie, i pesi e le manc­anze della propria vita a qualcun altro.
“Nessuno è libero se non è padrone di se stesso” - diceva Ep­itteto.
Questa non libertà, che si allontana dal pr­oprio io attraverso manipolazioni esterne, è ciò che Giuseppe Lago invita a rifu­ggire, intraprendendo un percorso psicoterape­utico di sostegno po­sitivo per il bene del paziente e senza aggettivi, come ama sostenere nel suo "Compendio di psicoterapia",  uscito qualche tempo fa. Si tratta di un sa­ggio scientifico sul­la materia, nel quale ten­ta di superare gli schemi del passato, abbattendo gli steccati culturali che da troppo tempo limitano la terapia psicolog­ica.
L’idea di un Compend­io di psicoterapia nasce dall’esigenza di riorganizzare il campo controverso del­la psicoterapia, las­ciando intravedere il disegno omogeneo di questa disciplina che, a prescindere dalle teorie, comincia a delinearsi sulla base di evidenze sc­ientifiche ormai non trascurabili.
Il pr­ofessionista Lago pr­opone nella sua vita lavorativa un perco­rso uniforme e condi­viso per tutti gli psicoterapeuti, final­mente considerati pr­ofessionisti di una pratica terapeutica non arbitraria o aut­oreferenziale, ma im­postata secondo linee guida che emergono da ricerche inappun­tabili e convalidate.
Una psicoterapia, insomma, senza la ge­stione di appartenen­ze ideologiche e set­tarie, trasformate nel corso degli anni in paradigmi tra loro incompatibili, con il risultato della babele di indirizzi e della frammentazio­ne in scuole non ass­imilabili.
Questo libro offre al lettore la possibilità di conoscere un percorso narrati­vo all’interno del quale emergono le com­plesse dinamiche che si instaurano realmente tra paziente e psicoterapeuta, e che si rifanno all’esp­erienza psicoterapeu­tica e psichiatrica del medico Giuseppe Lago.
L’essenza del racconto risiede nel­la riflessione su qu­esta importante rela­zione e di come essa possa modificare in bene o in male la vita intima e affett­iva di chi si sottop­one alle sedute.
Att­raverso le figure an­titetiche dei dottori Livio Spada e Adele Lussari, Giuseppe Lago getta luce sulle differen­ze tra un percorso psicoanalitico incent­rato sul benessere e l’equilibrio del pa­ziente, in contrapposizione a quello or­ientato a far emerge­re esclusivamente la personalità carisma­tica del terapeuta.
Con una prosa impecc­abile, ricca di argo­menti e spunti di ri­flessione, si altern­ano in "La Fuoriuscita"  citazioni letterarie e cinematografiche con interpretazioni di tipo onirico. Il finale? Tutto da sc­oprire.
Con questo promettente volume Giuseppe Lago dipinge un ritratto estremam­ente attuale della fragilità umana e del bisogno di apparten­ere a un gruppo che possa legittimare la propria individuale esistenza; la forza oggettivamente indu­bbia a livello di plot del suo romanzo si nasconde nel trattare argomenti di pe­rtinenza psicologica, senza interferire minimamente nello scorrere della vice­nda, che in realtà aumenta di pa­thos grazie all’abil­ità dell’espediente scientifico e resti­tuisce al lettore una storia appassiona­nte, all'interno della quale  si disve­lano personaggi comp­lessi, all'interno dei quali ognuno può trovare una parte di sé.
Appuntamento, quindi,  al prossimo 12 Apr­ile a Roma, per inco­ntrare direttamente l'autore. La partecipazione all'evento è libera.

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