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Un viaggio intimo e valoriale raccontato in un libro intenso e mai scontato, “Da Pericle a Papademos” (Betelgeuse editore). Dove Enzo Terzi, italiano trapiantato ad Atene, affresca i cambiamenti intercorsi in Grecia negli ultimi anni, ma bypassando l'avvento della troika con un vero e proprio diario di viaggio.
Che risale ai primi contatti con un mondo nuovo e inatteso, quei costumi e quelle abitudini che, oggi, si scontrano contro il muro invalicabile di una crisi sistemica. Che ha individuato Atene come drammatico capro espiatorio.

1975 il suo primo incontro con questo paese  e come dice lui in una recente intervista a Francesco De Paolo : arrivai già carico di tutte quelle informazioni che compagni di università, greci, mi avevano fornito. Era un periodo particolare per quel paese, reduce da una dittatura appena conclusasi e che mi aspettavo di trovare romanticamente libero, così come ci si può immaginare in gioventù. Ma non feci in quella occasione scalo ad Atene, se non per cambiare aereo. E venni subito proiettato, come per un viaggio indietro nel tempo sull’isola di Mitilini. Ed una immagine su tutte è rimasta: quella di un vecchio autobus - al quale attribuii, vista l’età, l’onore di aver ospitato anche Churchill – sul quale salii appena sceso dall’aereo, un fiammante Airbus della Olympic che al tempo era orgoglio della nazione. In quel contrasto, oggi so con ancora più coscienza di quanta non ebbi allora quando ancora ero disposto a interpretarli come i retaggi di una società di tipo tribale (in senso antropologico s’intende), che in quei simboli vi era tutto il filo delle contraddizioni e delle diversità che sopravvivono ancora oggi in questo paese dove ad una storia, tragica come quella contemporanea, figlia della modernità, l’antico, la tradizione, la conservazione dei valori, fanno da muro di contenimento, da barriera frangiflutti. Non a caso nell’alveo della famiglia oggi si ritrova l’arma più potente disponibile per tanta di questa gente, per contrastare la crisi. Un valore che sopravvive ed anzi si erge imperioso in un momento in cui di valori se n’è persa traccia. Ma non gli si potrà chiedere l’impossibile. Oggi sono i nonni che aiutano i figli che aiutano i nipoti. Sono i nonni che offrono le case a loro volta ereditate o costruite piano piano negli anni ai figli ed ai nipoti. Ancora una volta il clan familiare è la vera – e spesso viene da pensare l’unica – anima che cementa questa più che mai divisa società che solo in questo patrimonio comune oltre che nell’orgoglio (quello sano e non certe autarchiche derive) che pervicacemente mostra ad ogni non-greco, sembra ritrovarsi

Enzo Terzi parte dal presupposto che osservare la quotidianità sia vedere al microscopio quanto la statistica ci riporta e nel contempo, verificare da cosa prende origine nella sua unità di misura: il cittadino. E qui le statistiche parlano di grandi ed impossibili numeri che esemplificano il disastro: 29% di disoccupazione, 64% di disoccupazione giovanile, oltre 500.000 imprese chiuse negli ultimi quattro anni, 500.000 posti di lavoro persi solo negli ultimi due anni, più di 100.000 bambini in condizioni abbondantemente sotto la soglia di povertà come indicato nell’ultimo Report 2013 dell’Unicef. Tutto questo su una popolazione complessiva di poco più di 10 milioni di abitanti.

Secondo l autore le statistiche in positivo, non esistono. Nemmeno una. Neanche quella di una possibile ricrescita perché la data della possibile ripresa ogni anno viene rinviata al successivo. In sintesi: un 10-15% della popolazione è ricca, lo è sempre stata e sempre lo sarà, così come la povertà, quella cronica, esiste in ugual misura. La differenza è tutta in quel 70% di popolazione silenziosa, che oggi, riesumando antiche capacità dovute alla storia di un paese vissuto lungamente sotto dominazione o governo straniero, porta nel proprio dna: la capacità di arrangiarsi, di sopravvivere, confidando che i tempi cambieranno.

Terzi Enzo

Enzo Terzi nasce il 02.11.1955 a Firenze, ove compie i propri studi presso il Liceo Scientifico e l’Università alla Facoltà di Lettere e Filosofia dedicandosi particolarmente a Storia Moderna e Storia del Teatro. Dal 1975 al 1979 collabora come giornalista con il quotidiano nazionale “Nazione Sera” curando 3 volte la settimana la pagina dello spettacolo teatrale. Sarà proprio il teatro la prima grande passione che lo porterà a seguire per 2 anni da vicino Gabriele Salvatores (al tempo regista teatrale della compagnia Il Gruppo della Rocca) e successivamente Ariane Mnouckine fondatrice e trascinatrice del Theatre du Soleil a Parigi. Seguiranno anni di studio e di collaborazione con l’Università di Milano per una ricerca storica sul teatro italiano. Dal 1990 cominciano le prime collaborazioni con case editrici. Ha gestito per 4 anni la rivista per le scuole medie superiori “The Wall” e nel 1995 ha costituito una propria azienda, la “ETP Books”. Fino al 2007 è stato responsabile esterno delle pubblicazioni per il Dipartimento Museale (etrusco e romano) di Fiesole (Fi). Risiede dal 2008 ad Atene.

La 19° edizione della Città del Libro di Campi Salentina si terrà dal 12 al 15 dicembre ha annunciato il presidente della Fondazione Sirsi volendo inaugurare un nuovo metodo di condivisione delle scelte con gli editori, con particolare attenzione ai rapporti con le case editrici. Ha già chiesto agli editori una loro personale verifica sul passato della rassegna e i suggerimenti per il futuro.

La Fondazione cercherà di coinvolgere tutti coloro che credono in questa manifestazione, fuori da steccati ideologici e pregiudizi nemici della cultura.

La Città del libro è una rassegna letteraria nazionale che si svolge a Campi Salentina in provincia di Lecce e si articola in più giornate, con presentazioni di libri e tavole rotonde di argomento letterario, storico, filosofico e scientifico.

La prima edizione si tenne a dicembre del 1995 e venne intitolata “…per amore del libro”. Vi parteciparono Nando dalla Chiesa, Emanuele Macaluso, Alda Nerine e Vittorio Veltri.

Protagonista della 19° edizione della Città del Libro sarà Marco Travaglio, giornalista e scrittore, attualmente vice direttore de “Il Fatto Quotidiano”, insieme alla famosissima attrice Isabella Ferrari, per presentare lo spettacolo teatrale “È Stato la Mafia”, prodotto da Promo Music di Marcello Corvino.

Lo spettacolo racconterà i retroscena e dettagli sulla storia della presunta trattativa tra Stato e Cosa Nostra, cominciata su iniziativa dello Stato nel 1992, all’indomani delle due stragi che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e agli uomini delle rispettive scorte. Un negoziato in cui lo stop alle bombe stragiste, doveva passare obbligatoriamente dall’attenuazione delle misure detentive previste dall’articolo 41 bis e altro ancora.

Intanto, proprio in queste ore, la Fondazione Città del Libro chiude con nomi di assoluto rilievo del panorama culturale, sociale ed intellettuale, per la composizione del Comitato Scientifico della Rassegna.

Su tutti il Magnifico Rettore dell’Università di Bari “Aldo Moro”, Corrado Petrocelli ordinario di Filologia classica ed Esegesi delle fonti di storia greca e romana. Il docente dell’Università degli Studi di Lecce, Egidio Zacheo, del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’uomo, già sindaco di Campi Salentina e, di fatto, principale fautore della Città del Libro. Il vice presidente dell’Apulia film commission, Luigi De Luca, già Amministratore del Teatro Pubblico Pugliese e sindaco del Comune di Cursi.

Gradito ritorno poi, quello del giornalista Tonio Tondo, inviato speciale de La Gazzetta del Mezzogiorno. Infine, ma non per ultimo, il coinvolgimento del sindaco di Corigliano d’Otranto,Ada Fiore, docente di Storia e Filosofia presso il Liceo “Capece” di Maglie e ideatrice del “Parco filosofico” nelle strade del suo comune, per un nuovo “turismo del pensiero”.

 

 

La Casa Editrice Congedo ha dato alle stampe l’ultimo lavoro di Nino Lavermicocca,col contributo di Marino Capotorti e Nicola Cortone, , La Puglia, l'Adriatico, i Turchi. (Dai Selgiukidi agli Ottomani, 1071-1571), pagine 144, € 15,00 - ISBN: 9788883491801

Il filo conduttore del saggio è l’Adriatico, inteso come un corridoio tra l’Occidente e l’Oriente, tra scontri e incontri, commerci e piraterie, tempeste e guerre navali, viaggi e diaspore e della “ fortunata terra di Puglia: dove terra fortunata significa terra esposta alle diverse vicende della fortuna a causa della sua posizione geografica e delle contese che su di essa si erano svolte per secoli.

Quella terra fortunata era stata abitata da popolazioni preromane e preelleniche (Dauni, Peuceti, Messapi); sottomessa dai Greci e poi conquistata dai Romani, vi passarono diverse popolazioni ed eserciti: Goti, Bizantini, Longobardi, Saraceni, poi di nuovo Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini e Catalani, Francesi e Spagnoli, Austriaci e Tedeschi, Turchi, Ungheresi e Russi.

Ciascuna di queste popolazioni, di provenienza sia orientale che occidentale, portò in Puglia il proprio patrimonio storico e culturale, le proprie consuetudini di vita, la propria lingua e le proprie convinzioni religiose.

Parimenti i turchi dal 1071 al 1571 guardarono alla Puglia come alla frontiera dell’occidente che, pur nella sua disgregazione politica e debolezza militare, seppe comunque opporre un argine, paradossalmente proprio con la caduta di Otranto, l’11 agosto 1480.

Soprattutto la Puglia è considerata dagli autori “ porta dell’Adriatico, e in grado di cogliere oggi tutte le potenzialità insite in questa riscoperta, riannodando rapporti storici, economici, culturali, piu che mai attuali. In questo quadro un ruolo privilegiato hanno le connessioni fra le città rivierasche pugliesi, da Vieste a Otranto, con le “consorelle” dell’opposta sponda, attive e proficue per tutta l’antichità e l’età medievale fino alle soglie del mondo contemporaneo. Prova dunque la regione a ricostruire i fondamenti di questo

millenario rapporto, andando indietro nel tempo, ma pronta ad ogni sviluppo futuro, puntando su città come Trani, Bari, Brindisi, Otranto, che “aprono” alle culture adriatiche mediterranee (ebraica, musulmana, ortodossa) con iniziative e proposte che concernono in particolare la Serbia, la Croazia, il Montenegro, l’Albania, la Grecia, la Turchia, in un fermento di attivita e confronti, analogo a quello di altre città dello

stesso mare, quali Ancona, Ravenna, Venezia e Trieste”.

 

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Peter Dennis Kapsaskis è nato ad Atene, ma la sua famiglia proviene da Zante dove si stabilì intorno al 1534 . Ha vissuto 7 anni a Roma dove ha frequentato la scuola media statale ''Vittorio Alfieri'' e successivamente a frequentato l' instituto Maria Montessori di Roma. A completato i suoi studi  all' universita' ''Panteion University of Athens'', dove ha studiato Scienze Politiche e Storia. Ha lavorato al Ministero degli Affari Esteri e l'Accademia diplomatica d' Atene, (nel settore del diritto del mare) . In seguito dopo aver completato il servizio militare si e' trasferito a Londra dove a completato con successo i suoi studi post-laurea in Sicurezza e Geopolitica al Royal Holloway University of London. Ora sta lavorando al ambasciata Greca a Londra e sta proseguendo i suoi studi con il dottorato di su Diplomacy, Secret Services and Energy. E' stato intervistato in varie trasmissioni Elleniche e Inglesi e ha dato diverse conferenze in Grecia riguardo la Diplomazia e la Politica Estera, L'educazione e la gioventu'.
Parlando con il 27ene Peter D. Kapsaskis riguardo il suo discorso a Roma e' stata per noi una grande sorpresa sentirsi spiegare i simbolismi e i messaggi che ci sono nella sua presentazione. Ci siamo accorti che per la prima volta in un discorso politico il rettore trae ispirazione da un drama teatrale. In questo caso il drama di Henrik Ibsen intitolato ''Un nemico del Popolo''. Εssa secondo noi e' un' innovazione assoluta nel campo dei discorsi politici. Peter ci ha spiegato che sarebbe bene trovare esempi sani per poter inspirare la gioventu' in un modo originale (senza allontanarla dalla tradizione) e construtivo allo stesso momento. Egli trova nel protagonista del racconto Henrik Ibsen (Dr. Stockmann) l' uomo ideale che puo'  ha come principi della sua vita l'etica, la giustizia e la verita'.
Quando abbiamo chiesto a Peter D. Kapsaskis di scriverci alcunne linee di cio che noi avremmo aspettato da lui a Roma il Venerdi 25 Ottobre, Peter ci ha risposto:

Il Nemico del Popolo e la Crisi Etica'' e' una retorica contro l'epidemia dell' omogeneita'. Il trionfo dell' etica sulla mania di far polemica e' l'apoteosi dello scetticismo critico che si trova in antitesi con la cachessia di quello ipocrita.''Un Nemico del Popolo'', Il titolo della mia tesi, e' una metafora inspirata dal dramma di Henrik Ibsen. Il protagonista Dr. Stockmann e' un autentico paradigma del anti-idolo; una figura eroica che si trova agli antipodi del sistema politico del periodo storico in cui vive.

La mia priorita' non e' di sintetizzare e/o analizzare le miriadi d' agonie del protagonista del drama di Ibsen, bensi' quella di usare il suo paradigma come un antidoto alla genesi del dogma laico e alla necrosi psichica e spirituale del cosmos in cui viviamo oggi. In sintesi, l'emfasi verra' data alla metamorphosi sociale che avvera' solo attraverso la metamorfosi della monade.

In questa plethora di simboli ritrovιamo non solo il sintomo della crisi economica che ha stigmatizzato la nostra epoca, ma anche l' ellipsis del pensiero critico che ha generato il carcinoma della ''Crisi Etica''. La scuola ha perso il suo ruolo e la pedagogia e' diventata anemica. Il poema epico e' diventato sindromo emetico e gli eroi ormai si possono trovare solo nei cimiteri. Il simmetrico ha dato il suo posto al antisimmetrico e l'estetica e' di moda paragonarla a un' idea eretica. Siamo caustici con l'eterogeneita' perche' ci piace vivere in armonia con gli epigoni dell' omogeneita' e della tirannia. L' armonia e' persa dentro l' agonia e il pathos e' diventato anomalia che porta l'uomo alla pseudo-idolatria, simbolo caratteristico della demonecrazia. La mania per l'effimero e l'estremo egoismo ci ha portato sull' orlo dell' anathema e del paralogismo.

L'esodo dalla crisi non lo si trovera' nel idiotismo bensi' in ideali come l'ethos, il pathos e l' antropocentrismo.

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Copertina del libro

 

In quest'“Anno della Fede” sono apparse nelle librerie religiose, ma anche laiche, diverse pubblicazioni che si propongono di ri-spiegare (o riassumere sinteticamente) le verità fondamentali della religione cristiana per il grande pubblico, che rappresenta poi la maggioranza di chi non frequenta la Messa domenicale e le principali feste di precetto (come si chiamavano un tempo) dell'anno liturgico. Il testo che raccoglie l'ultimo ciclo di conversazioni radiofoniche tra padre Livio Fanzaga, il direttore della popolare “Radio Maria” e il giornalista collaboratore de Il Timone, Saverio Gaeta, appena uscito dalla casa editrice milanese Sugarco, per l'estrema chiarezza e sistematicità dei contenuti, non disgiunta tuttavia dal rigore che la materia stessa richiede, si presenta da questo punto di vista come una delle più riuscite operazioni dell'anno (cfr. P. Livio Fanzaga – Saverio Gaeta, Il Cristianesimo non é facile ma é felice, Sugarco, Milano 2012, Pp. 147, Euro 15,50). Il singolare titolo è dato, come spiega in avvio il religioso scolopio (appartenente cioé all'isituto religioso dei “Chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie”, fondato da San Giuseppe Calasanzio (1557-1648)), da una celebre affermazione di Papa Paolo VI (1897-1978) che governò la Chiesa nel quindicennio (1963-1978) forse più turbolento della seconda metà del Novecento. Eppure è stato proprio lui “uno dei Pontefici che maggiormente hanno parlato della gioia che é connessa alla vita cristiana e che é fondamentale nella 'Buona Notizia' proposta dal Nuovo Testamento” (p. 7). Oggi più che mai si tratta di un punto nodale, soprattutto perchè l'uomo contemporaneo, sedotto dalle varie mode della modernità, fatica sempre di più a vedere oltre il proprio quotidiano. Apparentemente tutti dicono di volere la felicità ma non sempre sono poi disposti ad andare oltre le luci effimere del mondo: “La nostra vita é una ricerca della felicità. Se l'uomo anela alle piccole gioie della vita, tutte limitate ed esposte alla fragilità della condizione umana, resta sempre sullo sfondo una inappagata fame di felicità” (p. 8). Diversa é invece la lezione immortale dei grandi Santi che restano, anche in tempi di relativismo culturale dominante, figure ammirate dalle persone di più diversa estrazione: “San Francesco [riassunse la fame di felicità] nella locuzione 'perfetta letizia', invitando tutti i suoi frati a ricercarla: quella gioia non illusoria, capace di resistere alle insidie del tempo e del male. E sant'Agostino aveva spiegato che «il nostro cuore é inquieto finché non riposa in Te». L'amore perfetto deriva unicamente da Dio, che é Amore, e ci é stato donato da Gesù Cristo” (p. 8). Fatta questa premessa, ne segue che la decisione fondamentale 'per Dio', impostando cioé la vita su di Lui e i suoi insegnamenti é la prima cosa da fare per mettersi sulla strada della vera e autentica felicità. La vita cristiana – tratteggiata negli otto capitoli che compongono l'opera – emerge così come l'unica risposta plausibile alla vocazione all'infinito che risiede nel cuore di ogni uomo.

Come sempre, padre Fanzaga, non utilizza mezze misure: “Non c'è altro modo per realizzare pienamente la propria esistenza, se non scommettendo ogni istante della nostra vita sulla persona di Cristo. Si tratta, in sostanza, dell'esperienza dell'amore pieno e definitivo verso Dio Trinità, che prende avvio nel momento in cui ci si scopre amati da lui. Una sola scintilla dell'amore di Dio, se tocca il nostro cuore, é capace di accendere una fiamma così viva e così forte che nessuna tempesta riscirà mai a spegnerla” (pp. 8-9). E' questo il tema del capitolo d'esordio (“La vita cristiana vocazione all'inifinito”, pp. 7-23) in cui viene lumeggiato il carattere personalistico della fede cristiana (che è essenziamente una relazione personale con la Persona di Gesù Cristo) e la consapevolezza di fondo che anima il fedele per cui “amare Dio é il fine della vita” (p. 9). Il secondo capitolo, invece (“Il Decalogo del vero amore”, pp. 25-42) illustra sinteticamente il valore e il senso dei Dieci Comandamenti che tracciano il cammino morale della vita non solo cristiana ma anche propriamente umana: “All'uomo del nostro tempo occorre far comprendere che il Decalogo é certamente una formulazione scritta che Dio ci ha donato attraverso la rivelazione. Ma, ancor prima, la legge morale che i dieci comandamenti esprimono é in realtà già inscritta nella coscienza di ogni uomo. E anche chi appartiene ad altre religioni percepisce in qualche modo l'attualità di queste dieci parole. Il punto fondamentale é far sì che tutte le persone sentano veri nel loro cuore i dieci comandamenti, percepiscano che senza il Decalogo non ci si può veramente realizzare” (p. 27). Viene quindi completamente ribaltata l'ottica comune, alquanto diffusa, secondo cui i comandamenti impedirebbero la felicità: al contrario è solo nel loro rispetto che ci si può veramente realizzare, come le stesse vite dei Santi esemplificano. Poi, “dal punto di vista pastorale occorre aiutare a comprendere che i dieci comandamenti, oltre che un progetto personale, sono anche un progetto comunitario, che investe la convivenza sociale. Senza i comandamenti, la nostra diventerebbe una società dove si avvera l'immagine dell'homo homini lupus (l'uomo è lupo all'uomo)” (p. 27) del filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679). L'esistenza sulla terra, così, assume i tratti del pellegrinaggio, giacchè qui siamo solo di passaggio, e del combattimento senza sosta fra il bene e il male che andrà avanti fino alla fine del mondo, prima del ritorno glorioso di Cristo (si veda il terzo capitolo, “Bene e male si confrontano”, pp. 43-67). In questa battaglia, però, è bene sottolinearlo, la Chiesa non ci lascia soli: ci offre infatti anzitutto i Sacramenti e la Parola di Dio che danno al fedele cristiano la forza per andare avanti nelle numerose prove e traversie che non mancheranno (è il tema del quarto capitolo, “L'Eucaristia e la Parola di Dio”, pp. 69-82).

Centrale è poi la preghiera che da sempre è il vero carattere distintivo del cristiano: se anche si sono ricevuti i Sacramenti dell'iniziazione alla vita cristiana (Battesimo, Comunione, Cresima), infatti, senza preghiera è molto probabile – anzi, quasi certo – che prima o poi si farà naufragio nella fede. Il motivo va ricercato appunto nel fatto che – essendo per ognuno l'esistenza terrena una battaglia per la salvezza eterna dell'anima – l'appartenenza a Cristo e la sua sequela vanno confermate ogni giorno. Se non lo si fa, e non si vive al contempo una vita di Grazia, la capitolazione alle mode del mondo e alle sue ideologie è solamente questione di tempo. A tutto questo sono dedicati non a caso i due capitoli forse più importanti del libro, ovvero il quinto e il sesto (intitolati rispettivamente “Il significato dell'orazione”, pp. 83-94, e “Le preghiere e le devozioni”, pp. 95-113). Gli ultimi due invece (“Testimoni dinanzi al mondo”, pp. 115-129 e “Il cammino verso l'eternità”, pp. 131-147) rispondono alle obiezioni più comuni che vedono oggi il Cristianesimo come imputato. A quanti ad esempio accusano la religione cristiana di essere superata padre Fanzaga obietta a sua volta: “che cosa [costoro] offrono in cambio? Forse una visione più profonda e più felice della vita?No, danno semplicemente spazio ai vecchi vizi dell'umanità. Lo chiamano superamento del Cristianesimo, ma in realtà è il ritorno del Paganesimo. Chiamano modernità l'attività più antica dell'uomo: quella di peccare. Chiamano emancipazione la seduzione dell'antico serpente. La religione del mondo d'oggi non è forse il culto del denaro, del sesso, del divertimento, del potere, dell'apparire?Non é forse vero che, oggi come ieri, non pochi uomini per un pugno di denaro sono pronti a commettere qualsiasi delitto?Mentono, ingannano, rubano, stuprano, uccidono, come gli uomini di tutti i tempi. E' vero, anche i cristiani cedono al male, ma loro sanno che é male e che senza conversione periranno. L'inganno nel quale si rischia di cadere é di pensare che occorra disfarsi della fede per realizzarsi nella vita. Il superamento del Cristianesimo viene presentato come un passo decisivo in avanti. In realtà é solo il ritorno dei vecchi idoli pagani, simbolo dei vizi che rendono schiavo l'uomo” (p. 128).

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