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Lunedì, 30 Novembre 2020

Copertina

Nel mutare delle stagioni non si capisce perché diversi critici letterari si ostinino ancora a credere che la poesia sia morta o in agonia. Tale pensiero aveva forse una validità all’epoca della seconda guerra mondiale e dei lager, quando cioè le nazioni si erano imbestialite e avevano perduto lo slancio d’amore fraterno e i valori di umanità e civiltà. In quel frangente, le cetre erano appese ai rami dei salici per le tragiche esperienze di lotte, torture, angosce e solitudine, che avevano raggelato le parole sulle labbra del poeta.

Oggi si riprende a cantare, a squarciagola, allargando la dimensione biografica ai motivi sociali, nell’incontro con il dolore e la tristezza di tutti gli uomini; sicché la poesia non è morta e il poeta non ha smesso di vegliare sui libri («Chi legge cerca sempre qualcosa») e di esprimere in versi sentimenti profondi e vivi; anzi egli non ha cessato di essere continuamente immerso nell’esperienza del sentimento e nello stato d’animo «in cui la ragione lascia spazio alla passione».

Un esempio su tutti: il bel libro Poesie di un’estate (Manni, 2015) di Silvana Palazzo riconquista spazi di liricità con temi, motivi, ragioni, ironia, intenzioni, che parlano d’incanto e di moti dell’anima. È un modo particolare di fare poesia e vedere la vita senza illusione, anzi con evidenza e grazia verissima.

I suoi versi si presentano come «lampi della mente» e come vivo bisogno di tranquillità: «Tutto è nero d’intorno/ ma so che presto/ una luce alla vita mi aprirà».

Nell’esistenza umana, che ha alti e bassi, momenti lieti e tristi, fatterelli e figure, una domanda è ineludibile: «Cosa vuoi dalla vita: «un porto sicuro/ o una ricerca infinita?».

Silvana Palazzo si muove con più coerenza e speranza tra l’interno familiare e il taglio poetico dell’intellettuale che tende a non darsi pace e a superare la paura della morte: «Non c’è lavoro più stancante/ del vivere».

Per lei l’estate ha l’aspetto di un personaggio, che libera l’animo dalle note di malinconia e coniuga il lirismo sintetico con la limpida espressione e discorsività»: «L’estate è poesia./ Libera come/ la nudità/ libera come/ la facoltà di/ navigare/ tra gocce del mare./ L’estate è poesia/ e la poesia è l’estate/ senza nubi nel cielo/ arroccate».

Il salto qualitativo, dolce e rasserenante è dato dalla nascita di Silvia, dal nome leopardiano, simbolo dell’innocenza perduta «ed in lei ritrovata»; e dalla fusione di postulati analitici ed esistenziali saturi di una sensualità sana e di verità e storie d’oggi.

La poesia è, in fondo, per Silvana Palazzo, autoanalisi e preghiera.

La raccolta si pone nella storia della personalità di Palazzo, che porta alla luce, con stile scarno e serrato, zone inconsce della sua mente ed evoca sensazioni ed esperienze emozionali dilatate, per mezzo della poesia, a condizione del mondo.

La scrittura lirica si colora e riaccende quando s’incontra con il sentimento ed evidenzia il motivo metafisico: «Qualcuno ha detto/ che non crede/ in Dio ma/ nell’essere umano/ annullando/ ogni senso ch’è in noi/ del divino».

Silvana Palazzo è in vena di confessione e alla ricerca di una salvezza. È a questo desiderio, a quest’anelito, che la sua figura di poetessa si consegna e attinge forza creativa:

L’estate finisce con il ritorno dal mare, con le piogge settembrine e la città che si rianima.

Non ha tuttavia termine la stagione della poesia, che arriva «nell’abisso del cuore» e scopre la condizione umana in una continua avventura e ricerca della felicità, che, purtroppo, «la si riconosce/ sempre il giorno dopo».

Una raccolta attualissima e avvincente nel contenuto, che attraverso le intricate vie della vita segnala la bellezza dell’incontro con la natura e la mescolanza di realtà quotidiana e di gioco rappresentativo, in versi e pagine di meditata e appassionante poesia.

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L’avvocato Maria Aiello, originaria di Crotone ma milanese d’adozione, è una studiosa di storia dello sport e di diritto e management sportivo e recentemente ha pubblicato il suo nuovo libro “Il tempo dello sport”.

In questa sua opera effettua un viaggio antropologico a spasso nel tempo, fra le diverse discipline umanistico-scientifiche, che caratterizzano il percorso evolutivo dell’uomo ed hanno sempre un comune denominatore: lo sport.

Maria Aiello sofferma lo sguardo sulla giusta contestualizzazione, anche sotto un profilo socio-politico, dell’ antichissimo quanto efficace mezzo di comunicazione, costituito dal fenomeno sport nelle sue tappe evolutive.

La scrittrice ha già precedentemente pubblicato un altro libro, dal titolo “Viaggio nello sport attraverso i secoli”, nel quale ha trattato questa complessa materia, sulla base di una visione sostanzialmente eurocentrica dello sport.

In questo suo secondo libro viene ripreso un lavoro capillare di intensa ricerca, con l’intento di fornire al lettore una visione ancor più ampia ed attenta del tema sport , ponendo l’accento su remoti contesti storici, partendo dal mondo dell’agonismo classico dell’Antica Grecia, per poi passare alle culture e alle tradizioni popolari, a dimostrazione di quanto, da sempre, il momento della competizione fisica rappresenti un immenso patrimonio comune.

Lo sport, nel tempo, ha conosciuto momenti di luci ed ombre. Soprattutto in questi ultimi anni assistiamo ad un lento degrado, determinato da una gestione poco lungimirante dello sport e dal disinteresse da parte degli amministratori e delle istituzioni in genere, nei confronti di discipline legate all’attività fisica, quindi basilari per il benessere di ogni persona.

Piace sottolineare che in Italia, da sempre, i rapporti fra scuola e sport non sono idilliaci, al contrario di altri Paesi, come gli Stati Uniti, dove l’attività fisica, a livello non necessariamente agonistico, è incoraggiata e promossa all’interno delle scuole e si pone sullo stesso piano di altre materie didattiche.

In questi giorni ho avuto occasione di intervistare l’autrice Maria Aiello, partendo dalla sua frase inserita nel libro come dedica:

"Dedico questa mia opera soprattutto ai giovani, smarriti di fronte all’incertezza sul futuro, con la convinzione che la conoscenza e la pratica dello sport aiutino a scoprirne i veri valori , come impulso a giocare la partita dell’avvenire”. In questa sua frase la vera essenza dell’utilità, anche sociologica, dello sport. Quanto e fino a che punto lo sport può aiutare i giovani nell’acquisire consapevolezza del proprio “essere” nella società?

Oggi in verità, specie in alcuni contesti, assistiamo a una svalutazione o addirittura a dure critiche rispetto allo sport: se ne parla come di un’esperienza negativa per la persona, fatta di competizione sfrenata, di esercizio fisico esasperato, finalizzato talvolta solo alla costruzione di un corpo muscoloso da esibire. Per non parlare poi del fenomeno della frode, che propone anche il ricorso a sostanze nocive e perciò vietate. Ora, ad un’immagine così negativa dello sport, il mio libro risponde proponendo, con riguardo all’esperienza dell’uomo nella storia attraverso lo sport, l’idea che quest’ultima sia un’occasione di crescita armonica del corpo e dello spirito, al punto da far coincidere bellezza fisica e virtù, (il ricordo va a Diagora di Rodi, modello di bellezza fisica e di qualità spirituali). Questa esperienza può contribuire a dare ai giovani una sempre maggiore sicurezza nel rapporto con se stessi e con gli altri. In questa prospettiva, lo sport appare fondamentale per la loro formazione: esso riesce a conquistare i giovani per la componente fisica e per lo spirito di competizione, nonché per la sua valenza socializzatrice. In effetti, questo libro contiene non solo la dedica ai giovani, ma è soprattutto pensato per un “pubblico giovane” e per coloro che sono chiamati a compiti educativi.

In che modo nel Medioevo vennero disciplinate le attività sportive attraverso l’applicazione di norme contenute nell’antico Diritto Privato Romano?

Vorrei anzitutto premettere che questo libro mira a superare un certo modo di concepire il Medioevo nel suo rapporto con lo sport. E’ diffusa anche in letteratura l’opinione che il Medioevo rappresenti, anche dal punto di vista dello sport, una cesura fra antico e moderno, in altri termini un periodo oscuro, una fase senza sport.

Il libro si contrappone, invece, a questa interpretazione mostrando che la pratica sportiva, sia pure in forme diverse, continuò e s’impose per tutto il Medioevo europeo, (dai tornei ai giochi popolari).

Ciò è testimoniato dal riferimento dei giuristi dell’epoca a quelli che chiamavano con vocabolo latino “certamina sacra” garantendo ad essi un’apposita tutela giuridica sulla base del giustinianeo “Corpus Iuris Civilis”, con conseguente esenzione da responsabilità, in caso di lesioni eventualmente riportate durante lo svolgimento della gara.

Talvolta, si incorre in fraintendimenti nell’uso delle fonti del Diritto Romano; ma il punto chiave è che, a determinate condizioni (quello che i giuristi definivano “certamen licitum”), lo sport merita di essere incoraggiato e perciò tutelato.

Ricordando sempre i tempi antichi, i Giochi Olimpici, un importante appuntamento nell’antica Grecia, vennero aboliti nel 393 d.C. per volere dell’Imperatore Teodosio. Sicuramente va a Pierre de Coubertin il merito di aver fatto rinascere le Olimpiadi, conferendo ad esse l’importanza, anche a carattere internazionale ed il loro alto profilo morale. Vorrebbe parlare brevemente di questo controverso personaggio?

Questa domanda pare postulare un “vuoto” per quel che riguarda la pratica dello sport dalla fine del mondo antico fino alla riscoperta di Olympia nell’Ottocento.

In realtà, come ho accennato nella domanda precedente, lo sport nell’antichità continuò per tutto il Medioevo, modulandosi secondo la cultura del tempo, per poi svilupparsi ulteriormente durante il Rinascimento, nel quadro di una rivalutazione generale dell’uomo e quindi anche del corpo, nonché nei secoli successivi senza soluzione di continuità; quindi, l’idea di una rinascita dello sport nell’Ottocento col formarsi del Movimento Olimpico, è a mio giudizio una forzatura ideologica o se si vuole, un travisamento. Certo, va sottolineato che si sviluppa un’ importante regolamentazione ed organizzazione dello sport su scala globale, in altri termini lo sport si “istituzionalizza”.

Sicuramente a de Coubertin va il merito di aver contribuito a ripristinare le odierne Olimpiadi, ma non possiamo passare sotto silenzio alcuni equivoci: in particolare nel libro si evidenzia la scelta del barone di rifarsi al modello dell’Antica Grecia, con un voluto fraintendimento di immaginare atleti sempre rigorosamente dilettanti, quando invece nell’Antica Grecia il professionismo era praticato e diffuso: Olympia aveva i suoi sponsor.

Questo fraintendimento sfociò nel rigoroso vincolo del dilettantismo usato da de Coubertin come fattore di esclusione dei ceti umili dall’agonismo, dando in tal modo luogo ad uno sport elitario a misura di gentleman.

Quando inizia a svilupparsi il complesso rapporto fra moda e sport?

Questo rapporto inizia a emergere alla fine dell’Ottocento, epoca in cui l’abbigliamento usuale era poco adatto all’attività sportiva e iniziano ad essere proposte linee più adeguate e insieme attente al gusto del momento.

Si comincia con la ricerca di abiti idonei per le cavallerizze e per le donne che si cimentano nell’automobilismo, per poi proseguire con le prime tute per lo sci e dai primi del Novecento gli stilisti iniziano a guardare anche al tennis, con l’obiettivo di conciliare estetica e funzionalità.

Visto l’accrescersi del fenomeno sportivo e il continuo progresso scientifico e tecnologico, qual è oggi il ruolo della medicina nell’ambito sportivo?

Si tratta di un rapporto assai antico.

Con il progresso scientifico e la diffusione del fenomeno sportivo, negli ultimi decenni i rapporti sono divenuti sempre più stretti, fino all’idea che possa essere la medicina a “costruire” il campione. In questo intimo legame riscontriamo indubbie potenzialità e al tempo stesso alcuni pericoli: da un lato la medicina dello sport offre oggi numerosi rimedi per migliorare la salute e il benessere della persona, quindi dell’atleta; dall’altro, emergono talune pratiche che possono rivelarsi addirittura dannose alla salute.

Ed anche le prospettive che oggi si aprono, attraverso le biotecnologie, appaiono insieme affascinanti e inquietanti, poiché finiscono per rendere artificiale la prestazione e lo stesso atleta, mortificando l’originario e naturale spirito competitivo.

Dalle attente riflessioni storiche contenute nel suo libro, emerge quanto il fenomeno sportivo segua da sempre una linea di continuità. Cosa vorrebbe aggiungere, a conclusione di questa intervista?

Nella sua storia, lo sport ha assunto caratteristiche in parte diverse, in relazione alla cultura dell’epoca. In alcuni contesti, si è dato rilievo all’aspetto educativo dei giovani e in altri , invece, si è posto maggiormente

l’accento,ad esempio, su logiche commerciali e spettacolari.

Oggi, comunque, ritengo che vi siano le condizioni per rivalutare alcuni valori tradizionali, ponendo un freno agli eccessi e promuovendo un’idea di sport attenta al corpo e complessivamente a tutta la persona, sin dalla prima età.

Mi consenta una domanda profetica: il 25 marzo 2065 di quale argomento sportivo si occuperanno i mezzi d’informazione?

Eccessiva mercantilizzazione dello sport:

La sana passione sportiva è un ricordo del tutto travolto dalla violenza e dalla sopraffazione.

De profundis per il classico spirito sportivo e nostalgia del “fair play”.

Aperti i lavori della Conferenza Mondiale “I giovani e il loro sforzo per ridisegnare i veri valori sportivi”.

Finale della Coppa del Mondo di sci: clamorosa vittoria della valanga saudita: Mohammad Aslud supera l’austriaco Klutz Ascherbach.

Da ultimo, due motivi per acquistare il suo libro da parte di un giovane, di un insegnante, di un nonno.

Giovane:

Libro pensato per loro. Stile fluido, semplice. L’indice analitico e dei nomi permette ai giovani di acquisire informazioni in modo agevole ma, allo stesso tempo, molto più affidabile di quanto permetta una ricerca su Internet. Stimola la curiosità attraverso la trattazione di argomenti a volte del tutto sconosciuti e sorprendenti.

Insegnante:

Libro molto eclettico e sempre attento al contesto culturale dell’ambito storico e geografico trattato. Il mio intento è quello di armonizzare la brevità dei paragrafi con la densità degli argomenti, per mantenere viva l’attenzione degli allievi. Propone dei modelli formativi lungo l’arco dei secoli, attraverso lo sport.

Nonno:

Il nonno, in virtù della sua autorevolezza, stimola l’attenzione e la curiosità del nipote, attraverso il racconto degli episodi, come se fossero storie fantastiche. Spesso le indicazioni e gli insegnamenti del nonno risultano più cogenti nei confronti del nipote rispetto a quanto lo siano quelli dei genitori.

L’introduzione è del dott. Gianmarco Gotta, legato all’autrice da un rapporto professionale fondato sulla reciproca stima e l’affetto. Egli afferma che il volume affronta in maniera approfondita ogni aspetto dell’universo sportivo, offrendo molteplici spunti sul suo rapporto con la filosofia, la medicina, l’arte, la letteratura, la tecnologia, la biotecnologia, la moda e le tradizioni religiose. In tal modo il lettore può cogliere appieno la funzione formativa dello sport parallelamente al contesto socio-culturale in cui è inserito, evitando di ridurlo a semplice attività motoria e di impoverirne così il significato.

La postfazione è a cura del dott. Bruno Pizzul, che definisce l’autrice Maria Aiello una straordinaria navigatrice, fra la moltitudine di discipline afferenti all’uomo. Il libro “Il tempo dello sport” non è altro che la conferma di questa sua grande capacità di evocare particolari suggestioni attraverso racconti ricchi di approfondimenti, inerenti al mondo dell’agonismo classico, nelle sue policrome espressioni, che accompagnano il lettore nel cammino lungo i secoli, fino ai giorni nostri.

Nel ringraziare Maria Aiello per l’interessante intervista rilasciata a Il Corriere del Sud, colgo l’occasione per esprimerle i miei complimenti per lo stile sobrio, raffinato ed esaustivo adottato nel trattare ogni argomento affrontato nel suo libro “Il tempo dello sport” (Edizioni Gruppo Abele), che è disponibile in tutte le librerie.

 

 

 

 

 

 

 

Dell'olandese Maarten van Aalderen, esce per Albeggi Edizioni un libro che renderà orgogliosi gli italiani. 
Il 19 febbraio l'autore lo presenta a Roma presso l'Associazione della Stampa Estera con il Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, Josè Rallo (Donnafugata) e Massimo Franco (Corriere della Sera). 

In un momento di grave crisi per il Paese, Il Bello dell’Italia infonde una sferzata di energia per risollevarsi, proprio come l’Icaro raffigurato nella copertina. L’autore è il giornalista olandese Maarten van Aalderen, Presidente dell'Associazione della Stampa Estera in Italia, che ha chiesto a 25 colleghi corrispondenti stranieri quali cose preferiscono del Paese che li ospita. E’ nato così un appassionato “canto” corale di pareri, sensazioni, esperienze, che raccontano di una terra meravigliosa e sorprendente con tante carte da giocare per rialzare la testa. Il Bello dell’Italia può incuriosire chi opera nel mondo della politica, della comunicazione, stranieri che vivono in Italia, manager e imprenditori, viaggiatori e amanti del made in Italy, ma soprattutto è un libro che rende orgogliosi gli italiani.

Il tedesco Udo Gümpel è colpito dalla capacità degli italiani di tirarsi fuori, con grande creatività e fantasia, dalle situazioni più disastrose. Gli fanno eco la giornalista brasiliana Gina de Azevedo Marques, che ama il loro prendersi in giro con dissacrante autoironia, e la turca Esma Cakir, che elogia la convivialità a tavola. Lo spagnolo Rossend Domènech è impressionato da Slow Food e dal suo impegno affinché non si perda la cultura del cibo, mentre il finlandese Petri Burtsov loda Eataly, a suo avviso un importante biglietto da visita per l’Italia. L’americana Monica Larner cita il vino e le oltre 3.000 qualità di uva, di cui 700 ufficialmente registrate. Numeri che nessun altro Paese del mondo può vantare. La russa Elena Pouchkarskaia racconta del “caso” Loro Piana e della visione del suo imprenditore per cui il petrolio italiano è rappresentato dal pensiero, dalla capacità di creare e dallo spirito innovativo. L’algerinaNacéra Benali è sorpresa dal senso di solidarietà degli italiani e dalla forte presenza di volontariato su tutto il territorio. La segue la romena Mihaela Iordache che nel ricordare l’impegno della Comunità di Sant’Egidio come buon esempio delle qualità italiane, cita Papa Francesco sulla necessità del dialogo interreligioso. Per l’israeliana Sivan Kotler l’istruzione, spesso criticata, sta migliorando: oltre il 90% dei bambini di tre anni sono iscritti alla scuola dell’infanzia, su una media del 70% di altre nazioni. L’iraniano Hamid Masoumi Nejad afferma che il numero di persone che studia l’italiano cresce, anche in Paesi che non hanno conosciuto l’immigrazione italiana. Ogni anno più di mille studenti iraniani vengono in Italia per studiare e imparare l’italiano. La colombiana Carmen Cordoba difende il cinema contemporaneo in cui c’è grande fermento. Stessa cosa sostiene la polacca Agnieszka Zakrzewicz sull’arte contemporanea. Anche il calcio ha i suoi fans: il cinese Ma Sai dice che in Cina ci sono 150 milioni di tifosi del Milan. L’argentina Elena Llorente si sorprende per le bellezze dell’Italia così come la collega canadese Megan Williams e l’australiana Josephine McKenna sono affascinate dalla storia della Capitale e dai suoi tesori nascosti. Tra questi, la Garbatella, che per l’olandese Sarah Venema, è il quartiere più bello del mondo; il giapponese Tetsuro Akanegakubo, invece, lascia il suo cuore nelle trattorie romane. Ma non solo di Roma vive l’Italia: lo svedese Peter Loewe è molto legato a Stromboli mentre il danese Jesper Storgaard Jensen preferisce Pantelleria. C’è chi invece sceglie gli uomini: il greco Teodoro Andreadis Synghellakis evidenzia le analogie tra il leader di Syriza, il giovane Alexis Tsipras, e lo storico leader comunista Enrico Berlinguer. Per il francese Richard Heuzé è Renzi il personaggio chiave. L’inglese Philip Willan ci ricorda che se l’Italia vuole voltare pagina deve chiarire il suo passato, come ha fatto Sergio Flamigni, personaggio a cui dedica le sue pagine. L’egiziano Mahdi El Nemr sottolinea il ruolo strategico dell’Italia come Paese vicino al Medio Oriente arabo.

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Non capita spesso leggere un libro che ti aiuta ad essere felice e contento. Del resto quello della felicità e della pace è uno stato d’animo che interessa tutti. Questo libro che può sembrare pretenzioso è stato scritto da Roberto Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, “E vissero felici e contenti”, pubblicato da Sugarcoedizionidi Milano.Il testo è completato da un saggio di suor Roberta Vinerba.

Al dottor Marchesini che è impegnato giornalmente anche con coppie in crisi, sono in molti a chiederglisupporto e consiglio per il loro rapporto nelle fasi più delicate del loro matrimonio. Così gli è venuta l’idea di raccogliere in un libro, tutti i suggerimenti che di solito propone ai suoi clienti. In questo modo Marchesini evita di ripetere sempre le stesse cose ai suoi pazientie poi è utile per tutte quelle altre coppie che non può incontrare personalmente. Non solo ma secondo Marchesini il libro potrebbe essere utile anche per i fidanzati, lo conferma nella prefazione, don Andrea Brugnoli che scrive: “lo regalerei innanzitutto ai fidanzati dei numerosi corsi prematrimoniali che organizzo, perché scoprano l’impegno delle parole del patto che stanno per compiere”. Peccato che non avevo questo ”manualetto”, quando tanti anni fa, padre Adelino Affannato, parroco di Letojanni, mi ha incaricatodi tenere due relazioni nei corsi di preparazione al matrimonio che aveva organizzato per la sua parrocchia.

Molte coppie purtroppo si sposano senza conoscere il vero e profondo significato del matrimonio. “Molte coppie si sposano senza sapere, o con una consapevolezza limitata di quello che stanno facendo, minando seriamente le basi della loro futura vita coniugale”.“E vissero felici e contenti” è un libro che non puoi perderti scrive la giornalista Costanza Miriano, autrice di due pamphlet molto discussi, soprattutto,“Sposati e sii sottomessa”. Il libro ha avuto diversi effetti nella giornalista, intanto è stato scritto bene, poche cose semplice e soprattutto da memorizzare, un piatto pronto alla perfezione, da utilizzare e “regalare alle persone a cui non riesco a dire quello che vorrei”. Il libro non è la solita noiosa ode alla famiglia, perché sostiene che il motivo per cui vale la pena sposarsi è l’amore, finalmente qualcuno lo dice, scrive la Miriano nell’invito alla lettura. Ma soprattutto il libro di Marchesini è lo “smascheramento dei meccanismi culturali che hanno portato la famiglia alla crisi attuale. Una lettura della storia e del pensiero comune davvero ricchissima di elementi, una miniera di frecce da tenere pronte da scoccare col nostro arco quando ci si trova a confrontarsi con chi la pensa diversamente (pressoché tutti)sul tema della famiglia”. Certamente la Miriano si riferisce ai capitoli 1 e 2: “Perché ci si lascia”, e “Perché ci si sposa”. Ma la parte del libro, la più indispensabile secondo la Miriano, è quella in cui si analizzano, in modo divertente e lieve, i più frequenti errori, i meccanismi sbagliati in cui incorrono le coppie…”. E’ un libro che la giornalista regalerà a mezzo mondo, facciamolo anche noi, contribuirà a migliorarlo.

Ma prima di parlare del matrimonio occorre capire perché i giovani hanno perso il desiderio di sposarsi e forse questo testo può aiutare qualche giovane a far ritornare il desiderio.

Intanto il libro di Marchesini si domanda: “perché molti matrimoni vanno in malora”. Lo psicologo parte da lontano, quando negli anni cinquanta del secolo scorso in Italia, per mezzo di una vasta letteratura che va dai fotoromanzi, ai rotocalchi, dalla radio, alla televisione e passando per il cinema, si giunge ad una nuova concezione dell’amore, del sesso e soprattutto del matrimonio. In questi anni si è cercato di abbandonare quel modello matrimoniale borghese stipulato per ragioni di interessi e utilitaristici per passare a quello fondato sull’amore, dove l’attrazione fisica, e il piacere erano al centro del matrimonio. Per la verità, la Chiesa cattolica da secoli predicava il matrimonio fondato sull’amore umano e sull’amore divino. Già Leone XIII (1810-1903) nella prima enciclica interamente dedicata la matrimonio, criticava la visione borghese e marxista del matrimonio come mero patto civile, riaffermando la natura spirituale del matrimonio.

Tuttavia gli anni cinquanta e sessanta, caratterizzati dal “boom economico”, le parole “dovere”, “dignità” e “sacrificio”, vennero lentamente sostituite con “piacere” e “divertimento”. Cambiamenti descritti dai grandi registi come Dino Risi e Federico Fellini, in “poveri ma belli” e “I vitelloni”.

Roberto Marchesini individua ben sei fattori che hanno contribuito a questo lento mutamento della concezione del sesso e del matrimonio. Il 1° è proprio la pubblicazione di due rapporti del biologo Alfred Charles Kinsey, dal titolo, “Il comportamento sessuale dell’uomo” e poi più tardi, Il comportamento sessuale della donna”. In questa ricerca Kinsey arriva a risultati dove si legittima qualsiasi comportamento sessuale come “naturale”, peraltro Kinsey allo scopo di fornire basi scientifiche per la sua nuova moralità sessuale, secondo marchesini ha manipolato i dati raccolti. Il 2° fattore è il femminismo radicale. In pratica le femministe, facendo propria la dialettica marxista sfruttatori/sfruttati, al presunto sfruttamento maschile le femministe radicali opposero le più totali autonomia e indipendenza della donna, anche dal punto divista sessuale; da qui la valorizzazione della masturbazione e dell’orgasmo clitorideo in contrapposizione al rapporto sessuale e all’orgasmo vaginale”. Così la sessualità diventa funzionale al piacere della donna, escludendo l’uomo e i figli. Naturalmente una battaglia fondamentale delle femministe radicali è quella della liberalizzazione dell’aborto.

Il 3° fattore che Marchesini individua nel libro è quello del sesso ludico/ricreativo. E qui il riferimento va allo psicologo e sessuologo americano John Money che nel 1975 pubblicò un articolo sul prestigioso quotidiano “New York Times”, intitolato “Recreational and procreational sex”. Money sosteneva che la sessualità umana non ha una funzione solo procreativa, ma anche “ricreativa”, questa tesi è stata accolta anche in un certo mondo cattolico, soprattutto tra quelli che contestavano l’enciclica “Humanae vitae” del beato papa Paolo VI nel 1968.

Mi fermo al prossimo appuntamento per individuare gli altri elementi che portarono alla rivoluzione sessuale e quindi allo spopolamento del nostro mondo occidentale.

Da qualche settimana il Santo Padre Francesco sta dedicando le sue catechesi ai problemi familiari e in particolare al ruolo della figura paterna, attualmente in crisi nel modello familiare contemporaneo. Quello che allarma, oltre ad una inquietante “società senza padri”, è una società che ormai quasi ignora il padre, che non ne avverte nostalgia e disprezza anche la virilità.

Il Papa ha evidenziato il danno notevole provocato dall’assenza del padre di famiglia per i figli, anche quando è fisicamente presente ma assente di fatto. Per Papa Francesco questa mancanza colpisce soprattutto il mondo occidentale: “la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, svanita, rimossa”. Il Papa ricorda che c’è stato un periodo storico in cui questa assenza è stata vista come "liberazione", e qui il pensiero va alla sciagurata rivoluzione sessantottina. E’ noto che “dai tempi del ’68 e dintorni che il padre sembra non avere più diritto di cittadinanza. La lotta contro il principio di autorità, cardine della protesta sessantottina, unitamente alla premiata ditta Freud&Co e al femminismo, hanno investito in pieno il ruolo del padre, che dell’autorità è sempre stato uno dei simboli forti” (Luca Del Pozzo, L’esperienza personale di un Papa, 31.1.15, LaCrocequotidiano).

Tuttavia, la crisi della figura paterna, “ha preceduto di parecchio quella economica ma che, a differenza di questa, stenta purtroppo ad essere riconosciuta nella propria portata e nelle proprie implicazioni”(Giuliano Gusso, Francesco ci fa riflettere: cosa resta del padre?, 31.1.15, LaCrocequotidiano)

Peraltro le statistiche sono assi chiare, pare che oltre un milione di bambini inglesi cresce senza avere a fianco la figura paterna, mentre nella sola città di Berlino su 430 mila nuclei familiari, ben 134 mila sono composti da ragazze madri sole con il loro bambino. In Italia, la situazione è peggiore, l’80% dei nuclei monoparentali è costituito da donne, in pratica a più di due milioni di figli non è assicurato il riferimento paterno (Istat, 30.7.2014).

Ma che cosa c’è dietro a una società sempre più orfana del padre? Gussoscorge tre livelli di rimozione culturale: religiosa, educativa e infine quella antropologica. Del resto l’eclissi della figura paterna, interessa in primo luogo il mondo occidentale dove per secoli il Cristianesimo è stato protagonista. Per quanto riguarda l’aspetto educativo, numerosi studi scientifici di specialisti effettuati in tutti i continenti hanno dimostrato che la “concreta presenza paterna si traduca, per i figli, in benefici per quanto riguarda lo sviluppo cognitivo, l’equilibrio psicologico e la riduzione di condotte devianti”. Pertanto non deve meravigliare il legame che esiste tra l’assenza della figura paterna e i suicidi giovanili, gli abbandoni scolastici, le gravidanze fra le giovanissime e l’abuso di sostanze stupefacenti. Ma per Gusso è più micidiale la rimozione antropologica.

Ritornando agli aspetti educativi in questi giorni mi è capitato di leggere, anche se datato, l’ottimo volumetto dello psicanalista Claudio Risè, “Il mestiere di Padre”, Edizioni San Paolo(2004). Il testo è un serrato e concreto dialogo fra l’autore e i padri e i figli che gli hanno scritto per raccontargli le loro storie e per capire meglio i problemi. E’ un libro che dovrebbe essere letto anche oggi, infatti è stato ripubblicato l’anno scorso, indispensabile in una società che, invece di sostenere e aiutare i padri, tende ad emarginarli e a confonderli.

Già nella prefazione Risè cerca di provocare il lettore: “un fantasma si aggira nei testi pedagogici, e psicologici, degli ultimi cinquant’anni: quello del padre”. Il libro è stato scritto e Risè lo scrive esplicitamente, proprio per indicare come si esercita il mestiere del padre. E’ una ricerca concreta, personale, da parte di tanti padri e figli, affrontando i problemi di tutti i giorni, interrogandosi sul loro significato. In pratica Risè con questo ma anche con il precedente volume, “Il padre, l’assente inaccettabile”, sempre pubblicato da San Paolo, vuole dare “un preciso e valido aiuto al grande popolo di persone responsabili, uomini e donne, oggi impegnato a trasformare quel fantasma ambiguo di padre, che ha preso forma nell’ultima parte del ‘900 in Occidente, in una realtà di carne e di sangue, di pensiero e d’azione”. Il testo di Risè è ricco di spunti, ne scelgo qualcuno quello dell’accoglienza dei figli che chiedono di essere educati, non solo quando sono piccoli con i loro perché. Perché la vita? Da dove vengo? Come vivere e perché? Per una lunga fase dell’infanzia e poi(se la curiosità non viene spenta o repressa troppo in fretta) per tutta l’adolescente, e ancora nella prima giovinezza, l’individuo è assillato da quesiti metafisici.Risè in questo caso si scaglia contro il “pensiero debole”, che sostanzialmente è “il pensiero senza risposte, e interesse, ai grandi quesisti, sottraendosi alle domande dei piccoli, e non offrendo loro nessuna risposta con cui possano confrontarsi, è profondamente antieducativo. Perché li lascia soli, e inquieti, di fronte alle uniche domande in grado di strutturare poi l’intera personalità e di far crescere quel gusto di vivere, e passione per la vita, che costituiscono l’indispensabile carburante per la vita”.

Il silenzio dei padri, dei maestri, deludono questi piccoli ma anche gli adolescenti. Hanno bisogno di sentire parlare del “bene” e del “male”. I giovani hanno bisogno di “indicazioni, di criteri, di orientamenti morali, a cui opporsi o da accettare. Mentre l’astensione da parte degli adulti nel pronunciarsi sul piano morale provoca nei giovani depressione e disorientamento”. Come quei giovani liceali di Catania del Liceo “Spedalieri” che nel febbraio 2007 dopo le violenze del fine partita che causarono la tragica morte del povero ispettore Filippo Racitisi interrogano sull'assenza di valori nella quale si sentono di vivere, sulla totale mancanza di punti di riferimento che li porta a sentirsi "soffocati dal nulla”. Gli studenti catanesi chiedevano aiuto ai loro professori: "Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire, qualcuno che non censuri la nostra domanda di felicità e di verità". Ancora più sorprendente e sconcertante è la risposta che i docenti danno agli studenti, in pratica, i professori e le professoresse sostengono che la scuola, loro stessi, non debbono dare risposte, anzi non ci devono neanche provare. La scuola, secondo loro, dovrebbe infatti limitarsi a "stimolare domande" e per quanto riguarda il "senso della vita" che gli studenti dichiaravano nella lettera di aver perso o di non aver mai trovato, i professori rispondono:che ciascuno cerchi da solo le "risposte adeguate al proprio percorso". Qualche giornalista ha definito questa risposta come nichilismo pedagogico.In pratica i professori del Liceo catanese in quell’occasione, invece di approfittare della richiesta di aiuto dei loro studenti, che si interrogavano e si ponevano domande sul vero senso della vita, non fanno altro che defilarsi e non proporre nulla che possa aiutarli seriamente. Anzi li invitano semplicemente a smetterla: "Proporvi, o imporvi, delle verità è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica" .
Il documento dei docenti di Catania è il solito schema che è presente nella stragrande maggioranza degli insegnanti italiani, è l' ideologia del dialogo e dell'ascolto , del rispetto dell'altro e delle differenze . E' la scuola dei progetti multiculturali, del rispetto dell'altro e del rifiuto della prevaricazione. Tutte buone intenzioni. Ma come si fa a dialogare e incontrarsi con l'altro, se non si parte, con tutto lo spirito critico che si vuole, dai propri valori e dalla propria cultura.

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