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Domenica, 15 Settembre 2019

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Dal mese di giugno, la Poetessa italo-francese Maria Salamone è in tournee in Italia e in questi giorni ha tenuto il suo “Récital de poésie célebrant l’amitié franco-italienne”, presso l’auditorium di Tolentino (Marche), ottenendo un grande riscontro da parte del numeroso pubblico.

Maria Salamone è nata a Montedoro (Caltanissetta), da dove è emigrata con la sua numerosa famiglia a diciassette anni verso la Francia. Attualmente vive a Cannes.

Nella semplicità espressiva dei suoi versi poetici, dove ognuno può empaticamente riconoscersi, gli elementi più significativi sono quelli riconducibili alle sue esperienze di vita, legate ad ogni stato emotivo.

Ha pubblicato varie raccolte, fra le quali “De sentiments et des reves” – “Tra sogno e realtà”, (in versione bilingue) e “Pour un chant de vie”, pubblicato da una filiale di Achette in Costa d’Avorio, dove ha vissuto per alcuni anni e dove è stata intitolata a suo nome una biblioteca.

Il suo percorso artistico è costellato da numerosissimi premi letterari, alla carriera e alla cultura ed onorificenze, fra le quali: la Medaglia d’Argento del Presidente della Repubblica G. Napolitano, conferitale da L.I.D.H. e la Medaglia d’Oro al Merito e Dedizione (merite et Devoument Francais), per Servizi eccezionali resi alla collettività umana.

Abbiamo incontrato Maria Salamone durante la sua breve permanenza a Roma ed ho avuto il piacere di intervistarla in esclusiva per il Corriere del Sud. In effetti, già l’avevo conosciuta in occasione di un premio letterario e ricordavo i suoi modi gentili, delicati e la reciproca simpatia scattata immediatamente fra noi.

Maria, la prossima settimana sarai in Sicilia, la tua Terra d’origine. Vivi in Francia da diversi anni; sei sempre molto legata alle tue radici italiane?

Assolutamente si, più si va avanti nell’età e più la nostalgia e l’amore verso il mio Paese si fa grande.

Al “Premio di Poesia Himera”, giunto alla sua II edizione, organizzato dall’Associazione Culturale “Termini d’Arte”, di cui è presidente la Poetessa Rita Elia e sotto il Patrocinio del Comune di Termini Imerese (Palermo) e del Parco Archeologico di Himera, in quale veste parteciperai?

Durante questo evento mi verrà consegnato il Premio all’Eccellenza 2014, per me di grande significato, poiché solitamente conferito ad un autore di origine siciliana che abbia saputo distinguersi all’estero, attraverso il suo contributo alla diffusione della cultura ed i valori della propria Terra. Questo Premio viene indetto allo scopo di promuovere i Poeti contemporanei, di diffondere i valori della poesia e di valorizzare i beni archeologici di Himera.

La premiazione avrà luogo sabato 20 settembre, presso la Pinacoteca del Museo Civico di Termini Imerese.

Con all’attivo una venticinquennale attività artistica, potresti spiegarmi cosa rappresenta per te la Poesia?

La Poesia, oltre ad essere un basilare strumento di comunicazione, come i colori dell’arcobaleno, riesce a colorare il quotidiano, a sublimare le parole, ad abbattere ogni barriera, risvegliando le coscienze di chi sa ascoltare, come quando si toccano tematiche di carattere umanitario, compreso il rispetto di tutti quei valori morali e civili, oggigiorno troppo spesso in disuso.

Qual é stato il tuo primo impatto con la letteratura francese?

Confesso che all’inizio, avendo frequentato la scuola italiana fino all’adolescenza, conoscevo solo gli autori francesi maggiormente rappresentativi, come Victor Hugo, considerato un’icona della letteratura francese per eccellenza. Tuttavia, colui che mi ha affascinato in modo particolare è Pierre Ronsand, definito in Francia il “Principe dei Poeti”. Quindi, ho approfondito sui banchi della vita la mia conoscenza dei vari autori, che spesso amo ricordare durante i miei recital.

Fra pochi giorni rientrerai in Francia, dopo questo lungo periodo di permanenza nel tuo Paese. Cosa porterai via con te?

In effetti, dopo l’evento siciliano, la mia ultima tappa sarà Bologna, dove presenzierò in veste di madrina alla presentazione della silloge “Mosaico…di emozioni” di Martina Lelli. Dopo quest’ultimo evento, rientrerò in Francia, dove mi attendono altri nuovi appuntamenti con la Poesia. Porto via con me una valigia carica di emozioni, di affetto e calore umano tutto “Made in Italy”.

 

 

 

 

il sole sorge al sud

L’ennesimo libro che racconta il Sud è scritto da Marina Valensise, giornalista de Il Foglio, calabrese di Polistena. “Il sole sorge a Sud”. Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento”, Marsilio editori (Venezia, 2012). Un libro che prova a raccontare in modo nuovo, in maniera eccentrica e un po’ folle, il Meridione d’Italia, attraverso un viaggio in quattro stagioni per cinque regioni: Sicilia, Calabria, Basilicata o Lucania, Puglia e Campania.

Valensise affronta un viaggio nello spazio e nel tempo, non solo fra luoghi, le strade, le piazze e le mura delle città del Sud, ma soprattutto nella memoria e nelle idee. Nell’introduzione, anticipa che per cambiare il Sud, “bisogna innanzitutto cominciare a cambiare se stessi, a partire dal modo di pensare se stessi. Molti, e io fra questi, sono convinti oggi che il Sud non sia un problema, ma una risorsa”. Nonostante la criminalità, al Sud c’è molta energia vitale e soprattutto c’è tanta fame. Il Sud, forse ha bisogno di autostima, c’è una ”scarsa cura di sé che nasce dall’assenza di fiducia in se stessi e sfibra il Sud sino all’avvilimento. Un male al quale non è impossibile rimediare”.

L’estate in Sicilia, si parte dalla capitale del Regno di Sicilia, Palermo, dove la giornalista racconta qualche retroscena del governo e della vita al Comune, dentro il palazzo “delle Aquile”, quando era sindaco Diego Cammarata, votato e rivotato dai palermitani, rimasti poi delusi dal suo operato.

Anche Valensise fa riferimento al mitico “Viaggio in Italia” di Goethe del 1787, quando da Napoli sbarcò a Palermo con l’amico Kniep, trovando anche allora le strade della città piene di rifiuti. Certo non come oggi, tempo di società di massa e discariche industriali. Così anche oggi come ieri il palermitano ha poco spirito sociale e pensa alla casa propria e non alla città; infatti imbattendosi in un forestiero indignato che si lamenta per le strade sporche, replica con la frase che avrebbe detto l’editore, Enzo Sellerio: “Io a casa mia vivo, non a Palermo”.Tuttavia scrive Valensise, non è solo il palermitano e in generale il siciliano, ma anche il calabrese, forse tutti i meridionali, che hanno poco senso civico. Si fermano al proprio uscio di casa, magari sempre pulita e tirata a lucido da donne forti ed operose. Intanto le inchieste giudiziarie, gli arresti per truffe, sprechi, malversazioni, pozzi avvelenati e laghi di liquame, disastri ecologici, imperversano. Il libro racconta dell’Amia, l’azienda municipalizzata per l’igiene ambientale, e della tolleranza zero in materia di smaltimento.

A tutto questo si aggiungono i migliaia di precari, tutti “si trovano sul groppone”, il lascito dei vari assessori regionali al lavoro, i Pip, Gesip, Lsu, lavoratori socialmente utili. E poi l’Ato, che hanno moltiplicato gli organici, gonfiato le retribuzioni, con il mostruoso indebitamento.

Prima di lasciare Palermo la giornalista fa un bel quadretto sul modo di pensare del siciliano, è l’eredità di Tomasi di Lampedusa, con il suo atavico pessimismo insulare. “Ormai s’impongono - scrive la Valensise - come un luogo comune quei giudizi che lo scrittore mise in bocca al principe di Salina durante un colloquio col piemontese Chevalley, venuto a offrirgli la nomina a senatore del regno: ‘Il sole narcotizzante che annulla la volontà dei singoli e mantiene ogni cosa in un’immobilità servile, la volontà del sonno dei siciliani, che odieranno sempre chi li vorrà svegliare, la loro sensualità come desiderio di oblio, l’immobilità come desiderio di morte, e ancora la violenza del paesaggio, la crudeltà del clima, col sole a strapiombo per sei mesi l’anno, e l’estate lunga e tetra come l’inverno russo’”. In pratica ancora oggi, è questoè questo il topos, che accoglie il forestiero in Sicilia. Pertanto secondo Valensise,“i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria(…)”. La giornalista inoltre, individua nel popolo siciliano, il “vezzo dell’autodenigrazione, perverso sintomo di un complesso di superiorità”. Tutto questo sembrerebbe non lasciare speranza per Palermo, la Sicilia e in generale per tutto il Sud.

Dopo Palermo Valensise, passa all’”eccezione etnea”, a Catania, “la Milano etnea”, “la Milano del Sud”, qui,“è un’altra storia”. A cominciare dalla politica, si opera diversamente. A Catania sembra che si voglia confutare il Gattopardo, ci pensa Ivan Lo Bello, il presidente degli industriali: “Noi vogliamo abbattere il mito della Sicilia irredimibile, della terra condannata da atavico fatalismo a non cambiare, a non poter migliorare”.

Traversando lo stretto di Messina, passiamo alla “solitudine di Reggio Calabria”, al “Paradiso della Calabria”. Ma subito però Valensise si affretta a scrivere che dal paradiso naturale del territorio, peraltro elogiato dai vari viaggiatori della storia,si passa alla “desolazione civile che per molti versi avvicina questa regione all’inferno”. Una contraddizione che nasce dai tempi di Cassiodoro, il consigliere di Teodorico, che segnalò al re dei Goti, lo scarto fra la natura sublime, fertile e opulenta di questa terra e le popolazioni. La giornalista a questo punto è abbastanza critica nei confronti della città di Reggio, sottolinea la mancanza di episodi positivi, la sua popolazione spesso ama rifugiarsi nel vittimismo e fugge dalle responsabilità. “Qui alligna la ndrangheta, quella che oggi sembra essere la più potente organizzazione criminale rimasta in circolazione”. I dati riportati sono allarmanti: “Solo nella provincia di Reggio, in tutto 600 mila abitanti, gli inquirenti contano più di 10 mila affiliati alle cosche, che sarebbero ben 112, sulle circa 200 disseminate nell’intera regione e collegate con molte regioni d’Italia, a cominciare dal Nord, d’Europa e dei cinque continenti”.

In pratica, negli ultimi trent’anni, la ndrangheta ha fatto un salto di qualità,“si è passati dai sequestri di persona all’infiltrazione nei grandi appalti pubblici, e da lì alla produzione e distribuzione di cocaina, che ha permesso la metamorfosi di un gruppo di pastori trogloditi nella più pericolosa multinazionale del crimine, attiva oggi su scala planetaria”. Nicola Gratteri, parla di un fatturato annuo di 44 miliardi di euro, stime Eurispes, pari al 3 per cento del pil. Dunque Reggio continua ad essere una città difficile, i reggini spesso subiscono e girano la testa dall’altra parte, infine, prospettano ai propri figli di andarsene. In politica si è guardato a Giuseppe Scopelliti, eletto sindaco col 71 per cento, il ragazzino cresciuto nel Msi, poi in An e quindi Pdl. Ma poi si scoprono le collisioni tra mafia e politica e quindi siamo punto e accapo.

La Valensise non può che fare una spietata analisi del territorio, dove domina il fatalismo, l’indifferenza, la paralisi e la passività. Con questi modi di pensare non si va da nessuna parte.

Don Stefano Tardani in diretta da San Pietro

«Ogni bambino viene da un uomo e una donna ed ha il diritto, un diritto naturale, di conoscere e di essere conosciuto, di amare e di essere amato dalla mamma e dal papà. Questo è un grande bene pubblico che il matrimonio produce e protegge. La domanda allora è: la società ha bisogno di una istituzione che affidi i figli alle mamme e ai papà perché li guidino nel mondo o no? Se sì, questa istituzione è il matrimonio – nient’altro fornisce questo bene fondamentale ai figli».

Parole chiare, queste, dell’Arcivescovo di San Francisco Mons.Salvatore Cordileone, daun importante discorso pronunciato in qualità di Presidente della Sottocommissione episcopale degli Stati Uniti “per la difesa del matrimonio e della famiglia”, alla “March for Marriage” (Washington, 19 giugno 2014), tradotto e divulgato dal settimanale diocesano di Trieste,diretto da Stefano Fontana (cfr. Mons. Salvatore Cordileone, La verità non viene meno e anche noi non verremo meno, traduzione di Benedetta Cortese, in Vita Nuova, 11 luglio 2014, p. 23).

Sugli attuali tentativi di snaturare il matrimonio e le crescenti difficoltà per la formazione della famiglia e l’educazione dei giovani, abbiamo chiesto l’opinione di Don Stefano Tardani, sacerdote della Diocesi di Roma, grande esperto di pastorale familiare.

D. Il direttore del settimanale diocesano di Trieste che l’ha meritoriamente tradotto e lo sta divulgando in tutta Italia, ha definito quello di Mons. Cordileone«il discorso di un leader, come anche un Vescovo deve essere», cosa ne pensa?

R.Penso che i vescovi americani, in un contesto che a livello federale è ad un passo dall’introduzione del c.d. “matrimonio” omosessuale, non potevano fare altrimenti che prendere una posizione decisa e diretta in favore dell’integrità della famiglia naturale.

D. Per quanto riguarda il nostro Paese, come è cambiata la società italiana riguardo alla famiglia ed al matrimonio?

R. E’ cambiata, purtroppo, perché, ancora una volta, si è avverato il detto dei latini “Lexcreatmores”, la legge crea il costume. Oggi, 40 anni dopo dalla legge Fortuna-Baslini, possiamo vedere come le famiglie regolari sono minoritarie, stanno diminuendo sempre i matrimoni e, le nascite, purtroppo, sono davvero ai minimi storici. Aumentano invece le “libere convivenze” e un numero sempre maggiore di giovani non si pongono più la meta di costituire una nuova famiglia, rimandando continuamente quella che dovrebbe essere una scelta decisiva per la vita. Da ultimo, l’ideologia genderche si sta pericolosamente diffondendo anche nella scuola italiana, dando per scontati concetti scientificamente non provati come quelli di “genere” e di “orientamento sessuale”.

copertina del libro di Don Stefano Tardani

D. Ma secondo lei esiste una educazione e, quindi, un’unione di coppia perfetta?

R. Credo che non bisognerebbe mai rinunciare all’ideale di un amore vero, che dura nel tempo. Il matrimonio è la comunione di duepersone distinte, che non si devono annullare l'una nell’altra, ma costruire il rapporto insieme,giorno per giorno, ed essere insieme una sola comunità di vita.

D. Perché l’ideologia genderpuò mettere in crisi il matrimonio?

R. Il matrimonio appare sempre più in crisi eminacciato da leggi, come quella in discussione purtroppo anche da noi, che ne vogliono svuotare ilsenso. Questa attenzione politico-legislativa sui temi dell’“orientamento sessuale” e dell’“omofobia” non fa’ che distogliere lo sguardo dai bisogni e dalle risorse di chi vive un’esperienza in controtendenza mantenendo unita la propria famiglia ed aprendosi alla vita, traendone unbagaglio importante, da trasmettere il piùdiffusamente possibile. Per dare una speranzain più a tutti, non solo a chi voglia sposarsi e non ne ha il coraggio ed avverte l’ostilità della cultura dominante.

D. Quale esperienza in proposito ha tratto dai numerosi anni nei quali è impegnato nella preparazione dellecoppie al matrimonio?

R. Insieme a molte giovani famiglie,ho dato volentieri vita al Movimento dell'Amore Familiare, che realizza iniziative diapostolato e di missione anche in altre città,come a Milano e all’Aquila. Da tutta l’esperienza fatta sul campo mi sono convinto che sia sempre più necessario farsitestimoni di un messaggio concreto di speranza, proprio mentre la famiglia è sotto attacco e semprepiù si indebolisce il concetto di vera libertà, legata indissolubilmente al senso autentico della vita. Anche da questa consapevolezza nasce ilmio saggio Figli di chi? Quale futuro ci aspetta (editrice Ancora, pp. 448, euro 19), che è arrivato in poco tempo alla seconda edizione in Italia, ed è stato tradotto ed in via di traduzione in ben sei lingue (inglese, francese, tedesco, spagnolo, arabo e portoghese), a dimostrazione che l’attenzione e, mi lasci dire, la nostalgia della famiglia e dell’educazione di un tempo è ancora forte in molti uomini e donne del nostro tempo.

D. Lei ha sostenuto che l’ideologia gender non è che l’ultima manifestazione di quella che definisce «un’emergenza uomo» in Occidente, cosa intende dire?

D. Intendo dire con questa formula che l’identità personale umana e familiare èsempre più messa alla prova da una cultura del relativo che aggredisce e tende a dissolvere la profonda unitàdi spirito e materia di cui siamo costituiti. L’orizzonte della trascendenza viene oscurato, il rapporto conDio è eclissato, la vita non è più un mistero, ma un prodotto, la fede viene svuotata e se non scompareviene ridotta a ideologia, perdendo i propri connotati di relazione. Per arginare questa deriva, che origina solitudine e disperazione, ritengo urgente ritrovare le fonti autentiche dell’essere, che risiedono appunto nel rapporto con Dio.

D. Si potrebbe obiettare che questo suo messaggio non sia rivolto a tutti, ma solo a chi vive una fede o vorrebbe cominciare a farlo...

R. Mah, il mio approccio alla vita familiare ed all’educazione cerca sempre di essere anche antropologico, psicologico e sociologico al tempo stesso. Scavare nell’intimo dell’uomo e della donna di oggi, credente o meno, mette oggettivamente in luce ferite e potenzialità inespresse a causa di una società che, sempre di più, spinge a fare affidamento esclusivamente sull’individualismo e la ricchezza materiale. Ricchezza intesa come denaro, naturalmente, ma intesa anche come scienza, ad esempio, che non si vuole più sottomettere a nessuna etica e scavalca qualsiasi problema di coscienza.

D. Non è questo il frutto della “dittatura del relativismo” di cui parlava Benedetto XVI?

R. Certamente, per l’uomo e la donna del XXI secolo l’unico reale problema sembra essere quello del benessere personale: tutto il resto è relativo. E guai a relativizzare il relativismo! Così il rapporto con l’altro è importante solo nella misura in cui può portare ad altro benessere, ad altro piacere. In questo contesto la famiglia viene attaccata sempre più pesantemente, con l’obiettivo di scardinarla, di confonderla con altre associazioni umane che famiglie non potranno mai essere, eliminando così dalla società la sua cellula costituente, dove ciascuno viene educato alla crescita, alla solidarietà e all’amore.

D. Non crede che anche l’Unione Europea che bistratta le radici cristiane e persegue una ideologia della “non discriminazione” in contrasto con l’etica personalista abbia contribuito alla diffusione della “dittatura del relativismo”?

R.Credo che ci siano anche persone responsabili nell’Unione Europea ma, indubbiamente, specie negli ultimi decenni, le Istituzioni che ne impersonano le competenze, anche e soprattutto giurisprudenziali e giudiziarie, stanno facendo di tutto per farci dimenticare la nostra vera identità familiare, in particolare quella di figli di un unico Padre e dunque tutti fratelli tra noi. Solo la famiglia, con la sua struttura naturaliter verticale può essere vettore e custode efficace delle radici cristiani dell’Europa e dei valori che da esse discendono.

Caro Malacoda,

sono di ritorno da una disastrosa cena con la mia paziente preferita. La perfettina femminista, l'ottusa, per intenderci. Ma la musica sembra essere cambiata.

Si mangiava quel che, come sempre, le aveva preparato il compagno (parecchio sensibile ai suoi diritti di donna) e c'era un silenzio di una noia paradisiaca e asfissiante. Poi, la donna ha iniziato a parlare come una che non ne può più.

«Sai, a volte penso che sei disposto a farti umiliare, ma mi dimentico le ragioni.»

Lui, sottomesso, rimane al suo posto senza fiatare.

Ammetto che questa provocazione era stata un mio suggerimento. Un attimo dopo, però, la cosa mi è sfuggita completamente di mano.

«Il tuo primo pensiero è cucinare per me come ti ho chiesto, ma non pensi mai al fatto che sia il caso si avere dei bambini?».

«Bambini?» reagisce lui esterrefatto,«Ma non hai sempre detto di non volerne perché sarebbero d’intralcio alla tua libertà?».

«Tu non credi che sia così?».

«Certo».

«E non credi che qualcuno dovrà pur badare a noi il giorno che saremo vecchi?».

«Mille volte mi hai ripetuto che, essendo tu figlia unica, non avresti augurato a nessuno quel che è toccato a te con i tuoi...».

«Il che vuol dire che dovremmo farne più di uno!».

«Più di uno?!».

Ora, Malacoda, ascolta bene la fine della discussione. Le nostre argomentazioni sono diventate ridicole persino alle orecchie delle femministe.

«Il barbaro che viene al mondo, se non viene educato, resta selvaggio».

«Anche questo lo ripeti sempre».

«Per questo avremo bisogno di autorità per i nostri figli».

«Autorità? Ma non era una cosa “fascista”?»

«Io e tu non siamo cresciuti nella libertà, ma nell'anarchia. Ci ripetevano che eravamo liberi di fare tutto, ma, a ben guardare, eravamo solo liberi da tutto.  Non c'è mai stato nessuno a cui dover dar conto per dire grazie o scusa. L'anarchia ci ha lasciati schiavi delle nostre convinzioni. Nessuno che rispondesse alle nostre domande: “Da adulto, sarai tu a decidere quello che è giusto o sbagliato”. Ognuno fa quel che gli pare e piace, e poi?»

«Ma dove le hai lette queste cose?».

«Le ho sempre sapute!».

«E perché le dici ora?».

«Perché forse è venuto il momento di dare un senso alle cose, alla vita».

«Posso darlo anch'io? Dannazione! Sapevo che ci saremmo arrivati, prima o poi! Bene! Per prima cosa, per dare autorità bisogna essere autorevoli, e dare risposte vere. Non mi accontenterò più nemmeno dei“valori”».

«E perché?».

«Perché i valori mi suonano come qualcosa “che vale per me, ma non per te”. Bisogna dare significati!».

«E saresti tu quello che ha i “significati”?»

«No. Si trovano semplicemente nel contrario di quello che hai predicato per tutta la vita, mia cara».

Capito, Malacoda? Si sono messi in testa che non c'è nulla di più moderno, in controtendenza, anticonformista, che sposarsi, fare dei figli, e farne tanti; che non c'è nulla di più saggio e bello che mettere la vita – quella di un altro! – davanti alla propria.

Stiamo sbagliando tutto, nipote mio. Abbiamo sbagliato le parole, abbiamo sbagliato le tattiche.

Solo le più ottuse, ora, continuano a opporsi (a nient'altro che a se stesse). Le altre hanno scoperto che “l’emancipazione” che avrebbe dovuto assicurare la loro personalissima "normalità", non era altro che non avere niente da fare.

 

Il tuo sempre più amareggiato zio

crociate e rosario

Riprendiamo i nostri temi “caldi” degli avvenimenti storici attraverso i quali tanti pseudo storici e gazzettieri per troppo tempo hanno infangato la Sposa di Nostro Signore, cioè la Chiesa. Leggendo e commentando l’ottimo testo-sintesi di Hasemann, “Contro la Chiesa”, edizioni San Paolo (2009), ci siamo lasciati con il fenomeno cataro, dove uomini e donne rifiutavano tutto ciò che era mondano e materiale e viveva nella povertà e sobrietà. Questa gente era ammirata perché sembrava più coerente dei preti intemperanti e corrotti della Chiesa romana. “In alcune regioni il catarismo, nonostante la radicalità della sua dottrina (o forse proprio per questo), si trasformò in un vero e proprio movimento popolare e assunse la fisionomia di un’autentica psicosi di massa”.Peraltro, l’estremismo rituale dei catari, in particolare quello del suicidio, fu apprezzato dai nazisti, da Himmler e da Otto Rahn, che ne sottolinea i modi preferiti dei catari per darsi la morte. Infatti per Hasemann, “il catarismo era una religione della morte, del disprezzo per la vita, e fu proprio questo aspetto a renderla così attraente agli occhi degli ideologi del Terzo Reich”.

Il libro del giornalista tedesco racconta la crociata della Chiesa contro i catari dal 1178 al 1208, che combatté con “le armi di una tigre sdentata”. Gli artefici furono gli ordini religiosi, i cistercensi e poi i domenicani, che ricevettero l’incarico di riportare il popolo cristiano alla fede cattolica attraverso la predicazione. Dopo l’assassinio del legato papale Pietro di Castelnau, la situazione precipita e comincia la guerra contro gli eretici. In questo contesto il testo poi affronta il tema del “Santo Gral”, che per molti secoli è il “simbolo per eccellenza del grande, eterno mistero che gli uomini cercano di penetrare”. In tanti hanno cercato di penetrare il mistero fino alle sciocchezze del romanzo di Dan Brown, Il Codice da Vinci, ma Haseman fa riferimento all’autentico Gral, quello di Valencia, dove Papa Benedetto XVI, nel 2006, sostò davanti alla rinomata reliquia del Santo Calice. Un gesto carico di significato, in totale contrasto con le banalità del Codice da Vinci.

Dopo i Templari Hasemann affronta il tema Inquisizione, e qui vale più di ogni altro periodo storico, per capire l’inquisizione non possiamo misurarla con il metro del presente. Anche la Chiesa era immersa nel mondo medievale, spesso segnato da crudeltà, dall’intolleranza, dall’intrinseca insicurezza di un’epoca nata dalle migrazioni di popoli, che viveva credendo alla prossima fine del mondo. Peraltro, “il Medioevo non conosceva la ‘società pluralistica’ fondata sul consenso della base ma si considerava come un’unità, il cui fondamento spirituale era il cristianesimo, una Chiesa che legittimava il potere dei sovrani e nello stesso tempo lo controllava. Il cristianesimo diede al medioevo i suoi ideali, impedì che precipitasse nella barbarie. L’èlite monastica coltivò le scienze, preservò l’eredità degli antichi, si prese cura degli ammalati e si fece carico di quelli che oggi chiamano ‘lavori socialmente utili’”(…) In seno alla Chiesa fiorirono l’educazione, le arti, e la cultura. Le più grandi e straordinarie opere architettoniche d’Europa, le cattedrali gotiche, sono l’espressione monumentale della devozione ardente che abbracciava ogni cosa(…) La Chiesa era il fondamento incontestato della civiltà occidentale, una luce nelle tenebre”. Sostanzialmente, Hasemann conferma quello che ha ben sintetizzato in un ottimo eccellente saggio lo storico americano, Thomas E. Woods, “Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale”. Pubblicato da Cantagalli(2007).“Se si chiede a uno studente, scrive Woods, che cosa sa della Chiesa cattolica, questi pronuncia immediatamente la parola corruzione, mentre dovrebbe rispondere con un'altra: civiltà. La civiltà occidentale deve alla Chiesa cattolica molto di più di quanto sappia la maggior parte dei nostri contemporanei, inclusi gli stessi cattolici. Quello che si conosce è una grottesca caricatura che non arriva a essere nemmeno una parvenza di conoscenze, il triste esito delle ‘leggende nere’”.

Nacque la Christianitas, la società unita nella fede, chi attaccare questo principio fondamentale, “era percepito come un pericoloso anarchico, un fanatico sovversivo che rifiutava la società”. La Chiesa ora che è diventata maggioranza e fondamento dell’ordine pubblico “pretendeva che anche lei partecipasse a perseguitare chi disturbava la pace sociale”, scrive Hasemann, “ma sui modi in cui adempì questo impegno forzato circolano così tante notizie errate e distorte che vale la pena di gettare uno sguardo ai fatti storici”.

Sintetizzando si può scrive che a procedere contro gli eretici fu lo Stato, che spesso veniva sollecitato dal popolo, come nel 1144 a Colonia, la folla inferocita mise gli eretici al rogo contro la volontà del vescovo. L’episodio suscitò le proteste di Bernardo di Chiaravalle, che non approvava il gesto, ribadendo che la fede è frutto di convinzione e non si può farla accettare con la violenza. Occorre ricordarlo, non fu la Chiesa a pretendere che gli eretici venissero mandati al rogo, ma fu l’autorità temporale a dichiarare l’eresia un crimine passibile di pena di morte. Il diritto canonico conosceva solo una punizione, la scomunica.

Anche Hasemann distingue le due inquisizioni, quella spagnola e quella romana. La prima non era una istituzione ecclesiastica ma secolare. Qui va sottolineata la figura dell’inquisitore più famoso della storia: Tomas de Torquemada, che in patria fino al XVIII secolo fu considerato un eroe e un santo, fuori di Spagna invece, un mostro diabolico. Fu l’Inghilterra e la Francia a dipingerlo come una figura cupa e assetato di sangue. In realtà secondo Hasemann, Torquemada“fu un asceta zelante fino al fanatismo, rifiutò tutte le onorificenze e i piaceri terreni ed ebbe la fama di uomo incorruttibile e coscienzioso”. Comunque sia non sono veri i numeri che hanno diffuso i nemici della Spagna sugli eretici condannati a morte, per Hasemann si tratta di 800 casi e non centinaia di migliaia. “Naturalmente – scrive Hasemann - anche la revisione di un quadro storico distorto non giustifica assolutamente l’ingiustizia compiuta. Serve solo a ristabilire le giuste proporzioni del quadro”.

In un eccellente saggio, “I segreti dell’inquisizione”, il professore a Oxford Peter Godman scrive che se ci accontentiamo di condannare il passato, condanniamo anche noi stessi a non comprenderlo. “Avvenimenti e metodi si devono giudicare solo inseriti nel quadro generale della loro epoca e in questo caso l’Inquisizione ecclesiastica ne esce molto meglio di quanto si è soliti credere, i suoi processi erano molto più equi di quelli (quasi sempre più rapidi) dell’autorità civile”. In pratica gli inquisitori erano intenti a salvare le anime dalla dannazione eterna. Certo per noi oggi, con il nostro pensiero individualista e relativista è difficile capire. Ma il Medioevo aveva una concezione teocentrica e omogenea, come oggi lo è solo quella del mondo islamico. “Prima di infervorarci tanto dovremmo ricordarci di quanto è recente e fragile la tolleranza del nostro ordinamento democratico e liberale. Dopotutto, - scrive Hasemann–appena vent’anni fa metà Europa era governata da una dittatura del pensiero molto più totalitaria del Medioevo più buio”. Pertanto chissà come le generazioni future giudicheranno la nostra epoca. Secondo Walter Brandmuller, storico del Vaticano e presidente del Pontifico comitato di scienze storiche, il nostro secolo, che ha prodotto Auschwitz e l’Arcipelago Gulag e che, in Germania, uccide ogni anno, nel ventre materno, più bambini di quante furono le condanne a morte pronunciate dall’Inquisizione nel corso dei secoli, dovrebbe guardarsi bene dall’indignarsi sull’Inquisizione medievale.

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