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Mercoledì, 26 Giugno 2019

catechesi giovanili 1

Ogni inizio d’anno scolastico puntualmente compaiono le solite riflessioni sul proprio operato, in particolare sull’opportunità o meno della “buona battaglia” del cristiano, in pratica si tratta delle solite tentazioni che periodicamente colpiscono ogni cristiano. Allora s’innesta lo scoraggiamento, l’ira, l’invidia, la pigrizia, la superbia. Il principe del male cerca di convincerti che è meglio rinchiuderti nel privato, disinteressandoti dei grandi interrogativi della vita, delle grandi questioni del mondo, della tua vita peccaminosa, della tua crescita spirituale. A conclusione di tutto questo ritorna alla mente la solita frase: “ma chi te lo fa fare?”.

Proprio sul tema delle tentazioni, in questi giorni ho iniziato a leggere qualche capitolo del libro di padre Livio Fanzaga, “Catechesi giovanile. Le tentazioni”, Sugarcoedizioni(2013), e per superare le sirene della tentazione, l’ho portato domenica scorsa, alla veglia delle Sentinelle in piedi contro il ddl sull’omofobia in piazza XXV Aprile a Milano.

Il testo pubblicato dalla casa editrice milanese raccoglie un ciclo di incontri che il direttore di Radio Maria, tiene ogni venerdì sera ai giovani nella sede della radio a Erba. Naturalmente, scrive Maria Luisa Cigada, nella presentazione: “la forma scritta, perde molto della vivacità con cui l’autore espone il tema: nel corso di ogni incontro, nelle parole di Padre Livio affiorano ricordi personali, aneddoti, battute, scintille d’ironia (…)”. Padre Livio magistralmente, rende attuale un argomento che potrebbe essere inattuale, se consideriamo il silenzio in cui è relegato dalla pastorale ordinaria e in particolare dalla formazione giovanile. Del resto l’argomento è ben presente nella Sacra Scrittura e nel Magistero della Chiesa. Possiamo dire che è centrale per ciascun singolo uomo e nella storia della propria salvezza. L’esperienza della tentazione, del peccato, tocca tutti, e soprattutto l’esperienza dell’infelicità che ne deriva e il pericolo mortale.

Padre Livio con i suoi giovani affronta tutti i temi classici della teologia cristiana, il mistero angoscioso del male, di satana, dell’impero delle tenebre. Dell’infinita e sconfinata misericordia di Dio, che Egli ci offre continuamente, “della positività che Dio conferisce persino alle nostre cadute, dell’accompagnamento di Maria nelle nostre perigliose vicende”.

L’esperienza della tentazione la fanno tutti, perfino Gesù che peraltro, inizia la sua vita pubblica proprio con la tentazione. Sono tante le tentazioni, la “più perniciosa è quella di non rispondere ai grandi interrogativi – perché sono al mondo? Qual è il senso della vita? -, di rimuoverli e di afferrare qua e là come dei cani gli ossi che il mondo getta alla rinfusa, vivendo alla giornata”.

Anche i santi furono continuamente tentati fino al momento della morte. Santa Caterina, mentre era in agonia, confidò al suo confessore, il beato Romualdo da Capua, che satana le insinuava il pensiero che tutto quello che aveva fatto, lo aveva fatto per la sua gloria e non per quella di Dio.“Satana - scrive padre Livio – studia le sue potenziali vittime ed è molto sottile: come il pescatore che prepara l’amo adatto per i pesci che vuole catturare, così satana personalizza il suo attacco”. Il demonio è anche un cacciatore che prepara le trappole con intelligenza e ingegno. Ma le tentazioni non vengono solo dal demonio, ma anche da noi stessi, dalla nostra fame di mondo, dal male che fermenta in noi. E’ importante che noi risvegliamo la vera visione della vita alla luce della fede. Quanti sono oggi i giovani che sprecano la loro vita, come se non avesse un senso e un fine, e molto spesso addirittura senza programmi e obiettivi immediati. Perché siamo stati creati da Dio? “Noi stiamo al mondo per cercare Dio, scoprirlo, conoscerlo, amarlo e servirlo, e infine per partecipare con Lui alla gioia eterna del Paradiso”. Non dobbiamo avere paura di parlare del Paradiso sostiene padre Livio nelle sue catechesi ai giovani e soprattutto lo dice ai suoi confratelli, ai preti. Del resto ciò che desidera l’uomo è essere pienamente felice. “In cielo c’è la gioia”, ha detto la Regina della pace a Medjugorje.

La nostra vita è il tempo della prova e noi dobbiamo decidere con chi stare. E’ il dramma della libertà: decidere di andare verso Dio o di allontanarsi. E’ la storia delle due bandiere di S. Agostino. E qui spunta la tentazione, molto sottile di satana. La tentazione più frequente di satana che ci rivolge è quella che senza Dio si vive meglio, “decidi tu quello che è bene e quello che è male”, “satana ti fa balenare l’inganno di false gioie, ti propone altri paradisi artificiali, e così ti rovina”, scrive padre Livio. Ti presenta il male come una via di autorealizzazione verso una vita più libera e più felice: in pratica come succede a Pinocchio nel Paese dei balocchi.

Per padre Livio il libro di Collodi, che ha studiato presso gli Scolopi, è fondamentale per farci capire la strada da non intraprendere, “il Paese dei balocchi, è la descrizione perfetta delle astuzie, delle promesse e delle lusinghe di cui si serve satana per tentarci. E’ il risultato dell’avere ceduto alla tentazione è che Pinocchio si trova in un paese di somari e diventa lui stesso somaro”. Sostanzialmente capita la stessa cosa ai giovani di oggi, a cui viene proposta una vita simile al Paese dei balocchi, dove non ci sono impegni, dove ci si diverte ininterrottamente, dove si è in una allegria e numerosa compagnia. “Dove si impara a ragliare”. Una vita da “notte bianca” continua.

Cosa dobbiamo invece proporre? Coltivare la nostra intelligenza e fare attenzione a ciò con cui la nutriamo. Attenzione, dunque, alle letture cattive, conversazioni cattive, spettacoli cattivi. Satana ci rende schiavi, solo Dio ci rende liberi. Satana ci deruba, vuole farci credere di essere il nostro benefattore, perché ci illude di liberarci dai vincoli opprimenti della religione e della morale, di farci vivere “senza complessi”. Contro il tentatore occorre vigilare, pregare e digiunare, scrive padre Livio, del resto è la ricetta della Madonna a Medjugorje. Certamente possiamo cadere nelle tentazioni, abbiamo perso una battaglia, ma non la guerra, ma con la grazia del Signore possiamo risollevarci, basta volerlo. Dio non abbandona mai il peccatore, dà sempre una opportunità.

Le tentazioni si possono vincere, ci sono tanti mezzi, è la Madonna stessa che con tanta pazienza da oltre trent’anni a Medjugorje ci ripete le stesse cose, “ci raccomanda di convertirci, di pregare, di digiunare, di seguire suo Figlio, di confessarci”. Conosce la nostra fragilità, la nostra debolezza, sa che da soli non ce la facciamo.

Occorre superare la tentazione dell’incredulità. “E’ fondamentale scoprire con il discernimento l’inganno in cui satana vuole farci cadere: quando la tentazione è scoperta, è molto più facile resistere”. Ma per imparare ad esercitare il discernimento, occorre un lungo esercizio, allenamento.

Oltre all’incredulità nella fede, “L’altra grande tentazione di oggi - per padre Livio – è la delegittimazione della Chiesa e del Papa (…) Bisogna stare in guardia e non lasciarsi trascinare dall’ondata di calunnie che si riversa come fango su tutta la Chiesa”, e proprio in questi giorni è fortemente presente questo tipo di tentazione che sicuramente farà tanto male all’unità dei cattolici con Pietro e la sua Chiesa.

 

 

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Dal mese di giugno, la Poetessa italo-francese Maria Salamone è in tournee in Italia e in questi giorni ha tenuto il suo “Récital de poésie célebrant l’amitié franco-italienne”, presso l’auditorium di Tolentino (Marche), ottenendo un grande riscontro da parte del numeroso pubblico.

Maria Salamone è nata a Montedoro (Caltanissetta), da dove è emigrata con la sua numerosa famiglia a diciassette anni verso la Francia. Attualmente vive a Cannes.

Nella semplicità espressiva dei suoi versi poetici, dove ognuno può empaticamente riconoscersi, gli elementi più significativi sono quelli riconducibili alle sue esperienze di vita, legate ad ogni stato emotivo.

Ha pubblicato varie raccolte, fra le quali “De sentiments et des reves” – “Tra sogno e realtà”, (in versione bilingue) e “Pour un chant de vie”, pubblicato da una filiale di Achette in Costa d’Avorio, dove ha vissuto per alcuni anni e dove è stata intitolata a suo nome una biblioteca.

Il suo percorso artistico è costellato da numerosissimi premi letterari, alla carriera e alla cultura ed onorificenze, fra le quali: la Medaglia d’Argento del Presidente della Repubblica G. Napolitano, conferitale da L.I.D.H. e la Medaglia d’Oro al Merito e Dedizione (merite et Devoument Francais), per Servizi eccezionali resi alla collettività umana.

Abbiamo incontrato Maria Salamone durante la sua breve permanenza a Roma ed ho avuto il piacere di intervistarla in esclusiva per il Corriere del Sud. In effetti, già l’avevo conosciuta in occasione di un premio letterario e ricordavo i suoi modi gentili, delicati e la reciproca simpatia scattata immediatamente fra noi.

Maria, la prossima settimana sarai in Sicilia, la tua Terra d’origine. Vivi in Francia da diversi anni; sei sempre molto legata alle tue radici italiane?

Assolutamente si, più si va avanti nell’età e più la nostalgia e l’amore verso il mio Paese si fa grande.

Al “Premio di Poesia Himera”, giunto alla sua II edizione, organizzato dall’Associazione Culturale “Termini d’Arte”, di cui è presidente la Poetessa Rita Elia e sotto il Patrocinio del Comune di Termini Imerese (Palermo) e del Parco Archeologico di Himera, in quale veste parteciperai?

Durante questo evento mi verrà consegnato il Premio all’Eccellenza 2014, per me di grande significato, poiché solitamente conferito ad un autore di origine siciliana che abbia saputo distinguersi all’estero, attraverso il suo contributo alla diffusione della cultura ed i valori della propria Terra. Questo Premio viene indetto allo scopo di promuovere i Poeti contemporanei, di diffondere i valori della poesia e di valorizzare i beni archeologici di Himera.

La premiazione avrà luogo sabato 20 settembre, presso la Pinacoteca del Museo Civico di Termini Imerese.

Con all’attivo una venticinquennale attività artistica, potresti spiegarmi cosa rappresenta per te la Poesia?

La Poesia, oltre ad essere un basilare strumento di comunicazione, come i colori dell’arcobaleno, riesce a colorare il quotidiano, a sublimare le parole, ad abbattere ogni barriera, risvegliando le coscienze di chi sa ascoltare, come quando si toccano tematiche di carattere umanitario, compreso il rispetto di tutti quei valori morali e civili, oggigiorno troppo spesso in disuso.

Qual é stato il tuo primo impatto con la letteratura francese?

Confesso che all’inizio, avendo frequentato la scuola italiana fino all’adolescenza, conoscevo solo gli autori francesi maggiormente rappresentativi, come Victor Hugo, considerato un’icona della letteratura francese per eccellenza. Tuttavia, colui che mi ha affascinato in modo particolare è Pierre Ronsand, definito in Francia il “Principe dei Poeti”. Quindi, ho approfondito sui banchi della vita la mia conoscenza dei vari autori, che spesso amo ricordare durante i miei recital.

Fra pochi giorni rientrerai in Francia, dopo questo lungo periodo di permanenza nel tuo Paese. Cosa porterai via con te?

In effetti, dopo l’evento siciliano, la mia ultima tappa sarà Bologna, dove presenzierò in veste di madrina alla presentazione della silloge “Mosaico…di emozioni” di Martina Lelli. Dopo quest’ultimo evento, rientrerò in Francia, dove mi attendono altri nuovi appuntamenti con la Poesia. Porto via con me una valigia carica di emozioni, di affetto e calore umano tutto “Made in Italy”.

 

 

 

 

Caro Malacoda,

sono di ritorno da una disastrosa cena con la mia paziente preferita. La perfettina femminista, l'ottusa, per intenderci. Ma la musica sembra essere cambiata.

Si mangiava quel che, come sempre, le aveva preparato il compagno (parecchio sensibile ai suoi diritti di donna) e c'era un silenzio di una noia paradisiaca e asfissiante. Poi, la donna ha iniziato a parlare come una che non ne può più.

«Sai, a volte penso che sei disposto a farti umiliare, ma mi dimentico le ragioni.»

Lui, sottomesso, rimane al suo posto senza fiatare.

Ammetto che questa provocazione era stata un mio suggerimento. Un attimo dopo, però, la cosa mi è sfuggita completamente di mano.

«Il tuo primo pensiero è cucinare per me come ti ho chiesto, ma non pensi mai al fatto che sia il caso si avere dei bambini?».

«Bambini?» reagisce lui esterrefatto,«Ma non hai sempre detto di non volerne perché sarebbero d’intralcio alla tua libertà?».

«Tu non credi che sia così?».

«Certo».

«E non credi che qualcuno dovrà pur badare a noi il giorno che saremo vecchi?».

«Mille volte mi hai ripetuto che, essendo tu figlia unica, non avresti augurato a nessuno quel che è toccato a te con i tuoi...».

«Il che vuol dire che dovremmo farne più di uno!».

«Più di uno?!».

Ora, Malacoda, ascolta bene la fine della discussione. Le nostre argomentazioni sono diventate ridicole persino alle orecchie delle femministe.

«Il barbaro che viene al mondo, se non viene educato, resta selvaggio».

«Anche questo lo ripeti sempre».

«Per questo avremo bisogno di autorità per i nostri figli».

«Autorità? Ma non era una cosa “fascista”?»

«Io e tu non siamo cresciuti nella libertà, ma nell'anarchia. Ci ripetevano che eravamo liberi di fare tutto, ma, a ben guardare, eravamo solo liberi da tutto.  Non c'è mai stato nessuno a cui dover dar conto per dire grazie o scusa. L'anarchia ci ha lasciati schiavi delle nostre convinzioni. Nessuno che rispondesse alle nostre domande: “Da adulto, sarai tu a decidere quello che è giusto o sbagliato”. Ognuno fa quel che gli pare e piace, e poi?»

«Ma dove le hai lette queste cose?».

«Le ho sempre sapute!».

«E perché le dici ora?».

«Perché forse è venuto il momento di dare un senso alle cose, alla vita».

«Posso darlo anch'io? Dannazione! Sapevo che ci saremmo arrivati, prima o poi! Bene! Per prima cosa, per dare autorità bisogna essere autorevoli, e dare risposte vere. Non mi accontenterò più nemmeno dei“valori”».

«E perché?».

«Perché i valori mi suonano come qualcosa “che vale per me, ma non per te”. Bisogna dare significati!».

«E saresti tu quello che ha i “significati”?»

«No. Si trovano semplicemente nel contrario di quello che hai predicato per tutta la vita, mia cara».

Capito, Malacoda? Si sono messi in testa che non c'è nulla di più moderno, in controtendenza, anticonformista, che sposarsi, fare dei figli, e farne tanti; che non c'è nulla di più saggio e bello che mettere la vita – quella di un altro! – davanti alla propria.

Stiamo sbagliando tutto, nipote mio. Abbiamo sbagliato le parole, abbiamo sbagliato le tattiche.

Solo le più ottuse, ora, continuano a opporsi (a nient'altro che a se stesse). Le altre hanno scoperto che “l’emancipazione” che avrebbe dovuto assicurare la loro personalissima "normalità", non era altro che non avere niente da fare.

 

Il tuo sempre più amareggiato zio

il sole sorge al sud

L’ennesimo libro che racconta il Sud è scritto da Marina Valensise, giornalista de Il Foglio, calabrese di Polistena. “Il sole sorge a Sud”. Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento”, Marsilio editori (Venezia, 2012). Un libro che prova a raccontare in modo nuovo, in maniera eccentrica e un po’ folle, il Meridione d’Italia, attraverso un viaggio in quattro stagioni per cinque regioni: Sicilia, Calabria, Basilicata o Lucania, Puglia e Campania.

Valensise affronta un viaggio nello spazio e nel tempo, non solo fra luoghi, le strade, le piazze e le mura delle città del Sud, ma soprattutto nella memoria e nelle idee. Nell’introduzione, anticipa che per cambiare il Sud, “bisogna innanzitutto cominciare a cambiare se stessi, a partire dal modo di pensare se stessi. Molti, e io fra questi, sono convinti oggi che il Sud non sia un problema, ma una risorsa”. Nonostante la criminalità, al Sud c’è molta energia vitale e soprattutto c’è tanta fame. Il Sud, forse ha bisogno di autostima, c’è una ”scarsa cura di sé che nasce dall’assenza di fiducia in se stessi e sfibra il Sud sino all’avvilimento. Un male al quale non è impossibile rimediare”.

L’estate in Sicilia, si parte dalla capitale del Regno di Sicilia, Palermo, dove la giornalista racconta qualche retroscena del governo e della vita al Comune, dentro il palazzo “delle Aquile”, quando era sindaco Diego Cammarata, votato e rivotato dai palermitani, rimasti poi delusi dal suo operato.

Anche Valensise fa riferimento al mitico “Viaggio in Italia” di Goethe del 1787, quando da Napoli sbarcò a Palermo con l’amico Kniep, trovando anche allora le strade della città piene di rifiuti. Certo non come oggi, tempo di società di massa e discariche industriali. Così anche oggi come ieri il palermitano ha poco spirito sociale e pensa alla casa propria e non alla città; infatti imbattendosi in un forestiero indignato che si lamenta per le strade sporche, replica con la frase che avrebbe detto l’editore, Enzo Sellerio: “Io a casa mia vivo, non a Palermo”.Tuttavia scrive Valensise, non è solo il palermitano e in generale il siciliano, ma anche il calabrese, forse tutti i meridionali, che hanno poco senso civico. Si fermano al proprio uscio di casa, magari sempre pulita e tirata a lucido da donne forti ed operose. Intanto le inchieste giudiziarie, gli arresti per truffe, sprechi, malversazioni, pozzi avvelenati e laghi di liquame, disastri ecologici, imperversano. Il libro racconta dell’Amia, l’azienda municipalizzata per l’igiene ambientale, e della tolleranza zero in materia di smaltimento.

A tutto questo si aggiungono i migliaia di precari, tutti “si trovano sul groppone”, il lascito dei vari assessori regionali al lavoro, i Pip, Gesip, Lsu, lavoratori socialmente utili. E poi l’Ato, che hanno moltiplicato gli organici, gonfiato le retribuzioni, con il mostruoso indebitamento.

Prima di lasciare Palermo la giornalista fa un bel quadretto sul modo di pensare del siciliano, è l’eredità di Tomasi di Lampedusa, con il suo atavico pessimismo insulare. “Ormai s’impongono - scrive la Valensise - come un luogo comune quei giudizi che lo scrittore mise in bocca al principe di Salina durante un colloquio col piemontese Chevalley, venuto a offrirgli la nomina a senatore del regno: ‘Il sole narcotizzante che annulla la volontà dei singoli e mantiene ogni cosa in un’immobilità servile, la volontà del sonno dei siciliani, che odieranno sempre chi li vorrà svegliare, la loro sensualità come desiderio di oblio, l’immobilità come desiderio di morte, e ancora la violenza del paesaggio, la crudeltà del clima, col sole a strapiombo per sei mesi l’anno, e l’estate lunga e tetra come l’inverno russo’”. In pratica ancora oggi, è questoè questo il topos, che accoglie il forestiero in Sicilia. Pertanto secondo Valensise,“i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria(…)”. La giornalista inoltre, individua nel popolo siciliano, il “vezzo dell’autodenigrazione, perverso sintomo di un complesso di superiorità”. Tutto questo sembrerebbe non lasciare speranza per Palermo, la Sicilia e in generale per tutto il Sud.

Dopo Palermo Valensise, passa all’”eccezione etnea”, a Catania, “la Milano etnea”, “la Milano del Sud”, qui,“è un’altra storia”. A cominciare dalla politica, si opera diversamente. A Catania sembra che si voglia confutare il Gattopardo, ci pensa Ivan Lo Bello, il presidente degli industriali: “Noi vogliamo abbattere il mito della Sicilia irredimibile, della terra condannata da atavico fatalismo a non cambiare, a non poter migliorare”.

Traversando lo stretto di Messina, passiamo alla “solitudine di Reggio Calabria”, al “Paradiso della Calabria”. Ma subito però Valensise si affretta a scrivere che dal paradiso naturale del territorio, peraltro elogiato dai vari viaggiatori della storia,si passa alla “desolazione civile che per molti versi avvicina questa regione all’inferno”. Una contraddizione che nasce dai tempi di Cassiodoro, il consigliere di Teodorico, che segnalò al re dei Goti, lo scarto fra la natura sublime, fertile e opulenta di questa terra e le popolazioni. La giornalista a questo punto è abbastanza critica nei confronti della città di Reggio, sottolinea la mancanza di episodi positivi, la sua popolazione spesso ama rifugiarsi nel vittimismo e fugge dalle responsabilità. “Qui alligna la ndrangheta, quella che oggi sembra essere la più potente organizzazione criminale rimasta in circolazione”. I dati riportati sono allarmanti: “Solo nella provincia di Reggio, in tutto 600 mila abitanti, gli inquirenti contano più di 10 mila affiliati alle cosche, che sarebbero ben 112, sulle circa 200 disseminate nell’intera regione e collegate con molte regioni d’Italia, a cominciare dal Nord, d’Europa e dei cinque continenti”.

In pratica, negli ultimi trent’anni, la ndrangheta ha fatto un salto di qualità,“si è passati dai sequestri di persona all’infiltrazione nei grandi appalti pubblici, e da lì alla produzione e distribuzione di cocaina, che ha permesso la metamorfosi di un gruppo di pastori trogloditi nella più pericolosa multinazionale del crimine, attiva oggi su scala planetaria”. Nicola Gratteri, parla di un fatturato annuo di 44 miliardi di euro, stime Eurispes, pari al 3 per cento del pil. Dunque Reggio continua ad essere una città difficile, i reggini spesso subiscono e girano la testa dall’altra parte, infine, prospettano ai propri figli di andarsene. In politica si è guardato a Giuseppe Scopelliti, eletto sindaco col 71 per cento, il ragazzino cresciuto nel Msi, poi in An e quindi Pdl. Ma poi si scoprono le collisioni tra mafia e politica e quindi siamo punto e accapo.

La Valensise non può che fare una spietata analisi del territorio, dove domina il fatalismo, l’indifferenza, la paralisi e la passività. Con questi modi di pensare non si va da nessuna parte.

Don Stefano Tardani in diretta da San Pietro

«Ogni bambino viene da un uomo e una donna ed ha il diritto, un diritto naturale, di conoscere e di essere conosciuto, di amare e di essere amato dalla mamma e dal papà. Questo è un grande bene pubblico che il matrimonio produce e protegge. La domanda allora è: la società ha bisogno di una istituzione che affidi i figli alle mamme e ai papà perché li guidino nel mondo o no? Se sì, questa istituzione è il matrimonio – nient’altro fornisce questo bene fondamentale ai figli».

Parole chiare, queste, dell’Arcivescovo di San Francisco Mons.Salvatore Cordileone, daun importante discorso pronunciato in qualità di Presidente della Sottocommissione episcopale degli Stati Uniti “per la difesa del matrimonio e della famiglia”, alla “March for Marriage” (Washington, 19 giugno 2014), tradotto e divulgato dal settimanale diocesano di Trieste,diretto da Stefano Fontana (cfr. Mons. Salvatore Cordileone, La verità non viene meno e anche noi non verremo meno, traduzione di Benedetta Cortese, in Vita Nuova, 11 luglio 2014, p. 23).

Sugli attuali tentativi di snaturare il matrimonio e le crescenti difficoltà per la formazione della famiglia e l’educazione dei giovani, abbiamo chiesto l’opinione di Don Stefano Tardani, sacerdote della Diocesi di Roma, grande esperto di pastorale familiare.

D. Il direttore del settimanale diocesano di Trieste che l’ha meritoriamente tradotto e lo sta divulgando in tutta Italia, ha definito quello di Mons. Cordileone«il discorso di un leader, come anche un Vescovo deve essere», cosa ne pensa?

R.Penso che i vescovi americani, in un contesto che a livello federale è ad un passo dall’introduzione del c.d. “matrimonio” omosessuale, non potevano fare altrimenti che prendere una posizione decisa e diretta in favore dell’integrità della famiglia naturale.

D. Per quanto riguarda il nostro Paese, come è cambiata la società italiana riguardo alla famiglia ed al matrimonio?

R. E’ cambiata, purtroppo, perché, ancora una volta, si è avverato il detto dei latini “Lexcreatmores”, la legge crea il costume. Oggi, 40 anni dopo dalla legge Fortuna-Baslini, possiamo vedere come le famiglie regolari sono minoritarie, stanno diminuendo sempre i matrimoni e, le nascite, purtroppo, sono davvero ai minimi storici. Aumentano invece le “libere convivenze” e un numero sempre maggiore di giovani non si pongono più la meta di costituire una nuova famiglia, rimandando continuamente quella che dovrebbe essere una scelta decisiva per la vita. Da ultimo, l’ideologia genderche si sta pericolosamente diffondendo anche nella scuola italiana, dando per scontati concetti scientificamente non provati come quelli di “genere” e di “orientamento sessuale”.

copertina del libro di Don Stefano Tardani

D. Ma secondo lei esiste una educazione e, quindi, un’unione di coppia perfetta?

R. Credo che non bisognerebbe mai rinunciare all’ideale di un amore vero, che dura nel tempo. Il matrimonio è la comunione di duepersone distinte, che non si devono annullare l'una nell’altra, ma costruire il rapporto insieme,giorno per giorno, ed essere insieme una sola comunità di vita.

D. Perché l’ideologia genderpuò mettere in crisi il matrimonio?

R. Il matrimonio appare sempre più in crisi eminacciato da leggi, come quella in discussione purtroppo anche da noi, che ne vogliono svuotare ilsenso. Questa attenzione politico-legislativa sui temi dell’“orientamento sessuale” e dell’“omofobia” non fa’ che distogliere lo sguardo dai bisogni e dalle risorse di chi vive un’esperienza in controtendenza mantenendo unita la propria famiglia ed aprendosi alla vita, traendone unbagaglio importante, da trasmettere il piùdiffusamente possibile. Per dare una speranzain più a tutti, non solo a chi voglia sposarsi e non ne ha il coraggio ed avverte l’ostilità della cultura dominante.

D. Quale esperienza in proposito ha tratto dai numerosi anni nei quali è impegnato nella preparazione dellecoppie al matrimonio?

R. Insieme a molte giovani famiglie,ho dato volentieri vita al Movimento dell'Amore Familiare, che realizza iniziative diapostolato e di missione anche in altre città,come a Milano e all’Aquila. Da tutta l’esperienza fatta sul campo mi sono convinto che sia sempre più necessario farsitestimoni di un messaggio concreto di speranza, proprio mentre la famiglia è sotto attacco e semprepiù si indebolisce il concetto di vera libertà, legata indissolubilmente al senso autentico della vita. Anche da questa consapevolezza nasce ilmio saggio Figli di chi? Quale futuro ci aspetta (editrice Ancora, pp. 448, euro 19), che è arrivato in poco tempo alla seconda edizione in Italia, ed è stato tradotto ed in via di traduzione in ben sei lingue (inglese, francese, tedesco, spagnolo, arabo e portoghese), a dimostrazione che l’attenzione e, mi lasci dire, la nostalgia della famiglia e dell’educazione di un tempo è ancora forte in molti uomini e donne del nostro tempo.

D. Lei ha sostenuto che l’ideologia gender non è che l’ultima manifestazione di quella che definisce «un’emergenza uomo» in Occidente, cosa intende dire?

D. Intendo dire con questa formula che l’identità personale umana e familiare èsempre più messa alla prova da una cultura del relativo che aggredisce e tende a dissolvere la profonda unitàdi spirito e materia di cui siamo costituiti. L’orizzonte della trascendenza viene oscurato, il rapporto conDio è eclissato, la vita non è più un mistero, ma un prodotto, la fede viene svuotata e se non scompareviene ridotta a ideologia, perdendo i propri connotati di relazione. Per arginare questa deriva, che origina solitudine e disperazione, ritengo urgente ritrovare le fonti autentiche dell’essere, che risiedono appunto nel rapporto con Dio.

D. Si potrebbe obiettare che questo suo messaggio non sia rivolto a tutti, ma solo a chi vive una fede o vorrebbe cominciare a farlo...

R. Mah, il mio approccio alla vita familiare ed all’educazione cerca sempre di essere anche antropologico, psicologico e sociologico al tempo stesso. Scavare nell’intimo dell’uomo e della donna di oggi, credente o meno, mette oggettivamente in luce ferite e potenzialità inespresse a causa di una società che, sempre di più, spinge a fare affidamento esclusivamente sull’individualismo e la ricchezza materiale. Ricchezza intesa come denaro, naturalmente, ma intesa anche come scienza, ad esempio, che non si vuole più sottomettere a nessuna etica e scavalca qualsiasi problema di coscienza.

D. Non è questo il frutto della “dittatura del relativismo” di cui parlava Benedetto XVI?

R. Certamente, per l’uomo e la donna del XXI secolo l’unico reale problema sembra essere quello del benessere personale: tutto il resto è relativo. E guai a relativizzare il relativismo! Così il rapporto con l’altro è importante solo nella misura in cui può portare ad altro benessere, ad altro piacere. In questo contesto la famiglia viene attaccata sempre più pesantemente, con l’obiettivo di scardinarla, di confonderla con altre associazioni umane che famiglie non potranno mai essere, eliminando così dalla società la sua cellula costituente, dove ciascuno viene educato alla crescita, alla solidarietà e all’amore.

D. Non crede che anche l’Unione Europea che bistratta le radici cristiane e persegue una ideologia della “non discriminazione” in contrasto con l’etica personalista abbia contribuito alla diffusione della “dittatura del relativismo”?

R.Credo che ci siano anche persone responsabili nell’Unione Europea ma, indubbiamente, specie negli ultimi decenni, le Istituzioni che ne impersonano le competenze, anche e soprattutto giurisprudenziali e giudiziarie, stanno facendo di tutto per farci dimenticare la nostra vera identità familiare, in particolare quella di figli di un unico Padre e dunque tutti fratelli tra noi. Solo la famiglia, con la sua struttura naturaliter verticale può essere vettore e custode efficace delle radici cristiani dell’Europa e dei valori che da esse discendono.

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