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Martedì, 25 Giugno 2019

lo spirito del Natale chesterton

Da qualche tempo le mie collaborazioni giornalistiche (sempre freelance) si sono indirizzate verso le recensioni di libri, pertanto in prossimità del Santo Natale, non sono riuscito a fare meglio che presentare un volumetto cheoffre al lettore una selezione di testi in prosa di Gilbert Keith Chesterton dedicate al Natale. A pubblicare questi eccezionali scritti ci ha pensato l’anno scorso D’Ettoris Editori, brillante casa editrice di Crotone, col titolo: “Lo spirito del Natale”. Chesterton è uno dei più grandi scrittori inglesi, nato a Londra in una famiglia anglicana, convertito al cattolicesimo, alla sua morte, sarà ricordato come “dotato difensore della fede cattolica”, da Pio XI.

In questa raccolta di testi, Chesterton, “ci mostra e ci fa gustare - scrive Fabio Trevisan nella presentazione - il paradosso della grotta, facendoci anche assaporare la riscoperta di tutte quelle cose che, ritenute di poco conto dal mondo, in realtà celano nell’umiltà il DivinoBambino”. Chesterton dinanzi alla Sacra Famiglia ci invita a contemplare il mistero della natività “tramite un quadro, una composizione di luogo che è al tempo stesso pittorica e mistica, realistica e palpitante”. Infattilo scrittore inglese è anche un poeta illustratore, alle parole accosta anche le immagini di alcuni dipinti famosi, tra i quali quelli del Veronese e del Tintoretto. Peraltro il libro pubblicato dalla D’Ettoris Editori, presenta alcune tavole che riproducono quadri celebri.

La raccolta chestertoniana curata da Maurizio Brunetti, all’inizio, presenta l’elogio dei canti tradizionali di Natale che risale al 1901. Canti che risalgono al Medioevo e che Chesterton “contrappone alla durezza dei teologi e all’ottusità del mondo moderno, che preferisce chiacchierare allegramente in mezzo a tanti rumori infernali della metropolitana piuttosto che ascoltare quei canti che‘rappresentano gli ultimi echi di quel vagito che ha rinnovato il mondo’. In questa antologia scrive Trevisan non mancano critichenei confronti del “mondo scientifico”, freddo e presuntuoso che, “attraverso norme ferree salutistiche, vorrebbe impedirgli di gustare le prelibatezze culinarie del periodo natalizio, come il pudding, il tacchino(…)”. Chesterton prende di mira il cosiddetto vegetarianismo da salotto, ma anche la pace di marca tolstojana, dove convergono sia gli animalisti che i pacifisti. Pertanto “il sano realismo cristiano di Chesterton affonda le mani e la faccia in tutto quel ben di Dio, in ciò che Dio vide che era cosa buona, come il tacchino mangiato in casa Craticht nel Canto di Natale dell’amato Charles Dickens”. Inoltre Chesterton non manca di fare rimbotti ironici scherzosi, nei confronti di quei “restauratori del Medioevo”, che sono intenti a catalogare costumi, ballate e tanto altro, il nostro, avrebbe preferito che costoro “piuttosto che limitarsi a una sterile rievocazione dei tempi della cristianità, avessero profuso uguali energie a farli rivivere, proprio come la figura del re umorista AuberonQuin (…) nonché il ripristino delle cose belle, piccole e passate”.

I quadri degli artisti del Cinquecento dimostrano che “ciò che era potuto accadere un tempo può accadere anche oggi, costantemente”. Infatti scrive Chesterton: “Se il Tintoretto, o il Veronese, ha dipinto se stesso, la sua famiglia, i suoi amici, il suo cane, nella stessa stanza della vergine e del Bambino, era perché pensava che queste cose potessero stare insieme in una stessa stanza”.

Importanti le splendide riflessioni di Chesterton riguardo ai Re Magi e soprattutto all’importanza del significato teologico del dono, e a chi criticava lo scambio dei doni a Natale, rispondeva con queste parole: “I tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato con sé solo la Verità, la Purezza e l’Amore non ci sarebbero state né un’arte né una civiltà cristiana”.

La raccolta degli scritti natalizi offrono diversi spunti di riflessione sulla superbia dell’uomo moderno e dei suoi super-saggi, che si contrappongono sempre più all’”umiltà della caverna e al passo docile e retto dei Tre Uomini Saggi, i Re Magi”.

Del resto i primi decenni del XX secolo erano pervasi dall’odio ideologico, dalle guerre e il cristianesimo era sempre meno punto di riferimento e la fede sembrava vacillare. In questo clima il Natale doveva scomparire, era un relitto del passato. “Il mondo moderno nella sua Rivoluzione, - scrive Trevisan - nella sua pretesa superba di cambiare il mondo aveva dimenticato il Bambino; aveva dimenticato la famiglia proprio perché si era scordato della Sacra Famiglia”. Pertanto si registra uno scontro, tra il vero spirito del Natale e quello nuovo modernista, così che Chesterton potrà scrivere: “Il Natale è assolutamente inadatto al mondo moderno. Presuppone la possibilità che le famiglie siano unite, o si riuniscano, e persino che gli uomini e le donne che si sono scelti si parlino(…) Il Natale giudica il mondo moderno, perciò vogliono che se ne vada”.

Il grande scrittore inglese auspica che il Natale, possa convertire il cuore dell’uomo e che soprattutto diventi più domestico, occorre guardare sempre più alla Sacra Famiglia, alla famiglia umana. Il Natale ci fa scoprire il vero umanesimo, che può essere solo cristiano. “Non c’è Cristo senza umanesimo, ma ogni umanesimo è cristiano”, scrive nella prefazione, monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara . Per il prelato sono interessanti le osservazioni che Chesterton fa, “sulla riduzione naturalistica, moralistica, sociologistica, che elimina il Mistero delle stesse feste cristiane e le sostituisce con feste pseudo-cristiane e che Chesterton, in anticipo di cinquant’anni, denuncia sottolineando l’equivoco che evidenzia la festa dell’inverno invece che quella del Natale, pure significativa è la fine del presepe, sostituito da riti più o meno paganeggianti”.

Tuttavia Chesterton aveva capito che ormai la cristianità occidentale stava scomparendo o almeno si stava suicidando, “riducendo il cristianesimo a un marchingegno umano”, in questo modo per monsignor Negri, la civiltà occidentale distruggeva se stessa, ma anche “la sua esigenza di umanità, di verità, di bellezza di bene, di giustizia”. A questo punto si può sostenere quello che profeticamente ha anticipato Benedetto XVI: “l’apostasia dell’uomo da Cristo finisce per diventare l’apostasia dell’uomo da se stesso”.

 

L’Italia sta per essere attraversata da “La freccia della poesia”. Il prossimo 6 dicembre, ovvero il sabato che apre il ponte dell’Immacolata, è in programma la prima azione poetica finalizzata a risvegliare l’Italia attraverso la cultura, e in particolare la poesia, promossa dal Grand Tour poetico Nazionale nell’ambito del Progetto Mitomodernista lanciato di recente da Tomaso Kemeny, con analoghe finalità.

La freccia della poesia è un treno che percorrerà lo Stivale il portando la poesia come un dono natalizio nei non luoghi: le stazioni ferroviarie. Si fermerà in ogni stazione prevista dalle soste del freccia rossa (Napoli, Roma, Firenze, Bologna e Milano) per leggere e suonare, ogni volta per circa un’ora, fra i viaggiatori in transito.

Il poetico convoglio partirà da Napoli la mattina del 6 dicembre alle 9,10 e ad ogni stazione saliranno altri autori per arrivare la sera a Milano, dove oltre al reading è prevista la presentazione del Grand tour poetico e l’alleanza con il Progetto Mitomodernista di Kemeny. Questi gli orari della “Freccia della poesia”: Napoli partenza ore 9 arrivo a Roma ore 10,10; Roma partenza ore 11,20 arrivo a Firenze  ore 12,51; Firenze partenza ore 14,30 arrivo a Bologna ore 15,35; Bologna partenza ore 16,38 arrivo a Milano ore 17,40.

L'azione mitomodernista – “Freccia della poesia” si concluderà nella galleria Vittorio Emanuele a Milano, luogo reso leggendario dalla “Rissa in galleria” di Umberto Boccioni (1910, opera ora custodita nella Pinacoteca di Brera), raffigurazione pittorica che evoca un'azione futurista del primo Novecento, finalizzata come tante altre a interrompere il sonno dei poeti e degli artisti scatenando la loro creatività.

La “Freccia della poesia”, a sua volta, punta a riportare la locomotiva della poesia sui binari del paese Italia, per lanciarsi assieme alle altre componenti della società verso un futuro tutto da costruire, oltre la crisi di valori che ha permeato l’ultimo decennio.

Tutti i poeti e i musicisti possono partecipare alla prima azione mito modernista. Bisogna specificare: nome cognome, da quale stazione si intende partire e i recapiti. Ogni autore dovrà travestirsi poeticamente e selezionare alcuni testi di poeti della tradizione e tre testi propri da leggere nelle stazioni. I musicisti faranno libere esibizioni. Ogni partecipante, inoltre, porterà con sé alcuni testi poetici suoi o della tradizione da offrire ai viaggiatori in dono, con l’intestazione: “Un dono dritto al cuore: Freccia della poesia 6 dicembre 2014, fight for beauty!”.

“La Freccia della poesia” annuncia anche la prossima partenza del Grand tour poetico nazionale (iniziativa della neonata associazione Camminarte fondata da tre poeti delle diverse aree d’Italia: il comasco Pietro Berra, la romana Flaminia Cruciani e il barese Gianpaolo Mastropasqua), che prenderà il via nel 2015 in una data e da un luogo fortemente simbolici: il prossimo 21 marzo, giornata mondiale della poesia ma anche compleanno di Alda Merini, da Como, “porta d’Europa” da cui tradizionalmente partivano i Grand tour dell’Ottocento, quelli dei Goethe e degli Stendhal, nonché città di cui è originaria la famiglia Merini e dove esiste uno straordinario ex manicomio, sorta di mondo a sé stante immerso in 300mila metri quadri di parco, ideale per ospitare la prima tappa dedicata al tema “poesia e psiche”.
Il Grand tour, mosso dall’intenzione di riportare la poesia alla gente, come elemento vivificante non solo delle coscienze, ma anche dei luoghi e delle nostre vite, proseguirà scegliendo sempre location e date di particolare significato: tra le altre, Torino ospiterà “poesia e cinema”; il Salento “poesia e migranti”; la Sardegna “poesia, natura e lavoro” …

Copertina Battelli 

Sul pluri-secolare rapporto tra Stato e Chiesa in Italia – storicamente – si possono osservare tante cose, anche contrapposte, una in particolare però, comunque la si pensi, resta centrale ed innegabile: il cattolicesimo rappresenta nonostante tutto una dimensione intrinseca dell'italianità e dell'“essere italiani”. E' questa la tesi di fondo da cui prende spunto l'ultimo saggio del professore Giuseppe Battelli – docente di Storia contemporanea all'Università di Trieste – pubblicato per l'editore Carocci in una collana divulgativa diretta al grande pubblico e in cui si tratteggiano le linee-principali dell'incontro/confronto/scontro avvenuto nel nostro Paese tra Stato e Chiesa dalla Rivoluzione francese a oggi (G. Battelli, Società, Stato e Chiesa in Italia. Dal tardo Settecento a oggi, Carocci, Roma 2013, Pp. 182, Euro 16,00). In otto agili capitoli l'Autore passa in rassegna praticamente tutte le tappe principali della vicenda soffermandosi – con una sintesi piuttosto ragionata – sugli snodi via via decisivi di questo rapporto: dalla lunga stagione conflittuale del cosiddetto 'Risorgimento' che porta all'unificazione della Penisola (1861), al Patto Gentiloni che segna l'ingresso dei cattolici in Parlamento (1913), ai Patti Lateranensi (1929) che chiudono l'annosa 'Questione Romana' fino al Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) e ai pontificati di Giovanni Paolo II (1978-2005) e Benedetto XVI (2005-2013). Pur non nascondendo l'impostazione intellettuale che dà il tono all'opera (Battelli s'inserisce nella scuola storiografica del conterraneo Giovanni Miccoli e più in generale all’interno di quella cornice ermeneutica dell’ecclesiologia progressista di matrice dossettiana), l'Autore mostra di conoscere – piuttosto bene – anche le ragioni dell'altra parte: così, ad esempio, nel primo capitolo, dopo avere ammesso che “il 'risorgimento' italiano si sviluppò secondo canoni laici, quando non palesemente anticlericali” (p. 13) cita opportunamente pure i primi ispiratori del futuro intransigentismo come il padre gesuita svizzero Nikolaus von Diessbach (1732-1798), carismatico animatore delle Amicizie Cristiane nella Torino di fine Settecento, e la successiva Amicizia Cattolica del 1817 di Pio Brunone Lanteri (1759-1830) che nella battaglia culturale del tempo – particolarmente nel campo delle idee e della diffusione organizzata buona stampa – raccolse intorno a sé anche figure di primo piano del conservatorismo colto europeo come il conte savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821). Tuttavia, proprio nella descrizione di questo variegato mondo, Battelli non riesce a trattenere il suo malcelato scetticismo come quando scrive che “il dogma [dell'Immacolata] venne non a caso promulgato da Pio IX proprio in quegli anni” (p. 36) stabilendo così sorprendentemente una correlazione diretta tra una verità di fede sempre creduta dalla comunità cristiana (confermata peraltro dalle apparizioni di Lourdes del 1858) e la contingente politica difensiva anti-sabauda di Papa Pio IX che si opponeva in quel frangente alla capillare piemontesizzazione coatta che avrebbe avuto a lungo-termine effetti deleteri, ben oltre il campo ecclesiale e religioso, anche in vaste aree della Penisola (si pensi solo all’esplosione della ‘questione meridionale’ che da allora graverà enormemente sullo sviluppo socio-economico del Mezzogiorno). Più avanti, se appare notevole la dettagliata ricostruzione offerta della vita del movimento cattolico della seconda metà dell'800, dalla fondazione della Società della Gioventù Cattolica Italiana (1867) all'Opera dei Congressi (1872), il registro complessivo non cambia di tono: così, se è indubbiamente corretto rappresentare lo scontro elettorale del 18 aprile 1948 tra Fronte Popolare e Democrazia Cristiana a tutti gli effetti come uno 'scontro di civiltà' ante litteram, resta perlomeno discutibile attribuire sic et simpliciter seriamente ai primi la presentazione di istanze “fortemente solidaristiche” (p. 117) senza specificare il contesto ideologico in cui questi si muovevano. In particolare, dove l'analisi si fa più problematica è nei capitoli relativi alla storia ecclesiale degli ultimi decenni (cfr. il settimo e l’ottavo capitolo, pp. 147-181) che arrivano a teorizzare che l'intimistica 'scelta religiosa' di una parte del laicato cattolico tra gli anni Settanta e Ottanta sarebbe stata addirittura promossa dal Concilio (“tale primato era certo stato suggerito dal concilio”, p. 143) forzando qui disinvoltamente non solo i documenti dell'assise ma pure il reiterato magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI nonché a esprimere una singolare vis polemica contro i nuovi movimenti ecclesiali (su tutti Comunione e Liberazione) descritti in modo tranchant come “espressione tipica di quell'integralismo cattolico che attaccava più o meno esplicitamente il concilio”, p. 157).

Da questa prospettiva, l'Autore spende parole severe contro chiunque abbia avversato - o perlomeno messo in questione - la problematica lettura del XXI concilio ecumenico come atto rivoluzionario (“un momento di svolta ineguagliato”, p. 175), politici inclusi, fino ad accusare persino il piccolo partito dei CDU di Rocco Buttiglione (che, come si ricorderà, ebbe peraltro ben pochi anni di vita, dal 1995 al 2002) di “manifeste connessioni con i settori anticonciliari del cattolicesimo nazionale” (p. 167). Dall'altra parte, per avere un metro di paragone significativo, Rifondazione comunista è descritta dall’accademico acriticamente senza valutazioni di merito come “il partito interprete della componente massimalista del disciolto PCI” (p. 168), sposando dunque in toto un linguaggio partigiano neanche troppo velatamente ideologico. La storia del movimento ecclesiale italiano (Chiesa gerarchica inclusa) viene quindi infine interpretata secondo canoni non primariamente spirituali o morali quanto piuttosto politico-sociologici che valutano così l'operato dei vari soggetti ecclesiali, anche i Pontefici, secondo la griglia democrazia/pluralismo/modernità: il risultato è un atto di fede indiscusso nelle leopardiane “magnifiche sorti e progressive” e, in ultima analisi, un'indebita equiparazione verso derive totalitarie d'altri tempi persino nei confronti di quegli esecutivi recenti premiati a stragrande maggioranza dalle urne – evidentemente tutt'altro che confessionali, ma non ancora abbastanza pluralisti dal punto di vista dei valori – rei di non avere affatto ostacolato, almeno in teoria, l'affermazione dei cosiddetti 'princìpi (controversi per molti, ma sicuramente problematici per l'Autore) non negoziabili' (come i più volte citati Governi Berlusconi del 2001 e del 2008).

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Il prossimo 24 ottobre 2014 alle ore 18.30, presso la Libreria Mondadori Multicenter Duomo (Milano), si terrà la presentazione del libro “RENATO AMORUSO. Il Colore dei Sentimenti Umani” di Lucrezia De Domizio Durini.

L’autrice racconta il famoso pittore Renato Amoruso e la ricerca artistica che, avulsa da ogni forma di omologazione, contrassegna da sempre il suo percorso esistenziale ed il suo modo del tutto solitario e originale di vivere la pittura, sua compagna di vita. Infatti, l’artista ritiene la pittura come quella zona intima dell’uomo, già definita da Aristotele “la forma dell’anima”.

Renato Amoruso, che vive e lavora a Firenze, è un artista dall’innata creatività, che esprime magistralmente in opere di alto profilo, attraverso un viaggio ricco di fantasmagorici colori rivolti alla Natura, i quali si rispecchiano nel suo universo onirico. Le sue opere, libere da ogni titolazione, sono la rappresentazione dei sentimenti umani, valori eterni in una dimensione di Arte Totale.

Il libro “Il Colore dei sentimenti Umani” contiene testi nelle quattro lingue: Italiano - Inglese- Francese - Spagnolo di Lucrezia De Domizio Durini, degli Storici dell’Arte Gérard-Georges Lemaire, Pilar Parcerisas e Marisa Vescovo. Pubblicato da Electa, è composta da 336 pagine e 170 immagini a colori.

La partitura musicale “Il colore dell’Anima” è del Maestro Marco Rapattoni e le poesie dell’artista Aldo Roda.

Inoltre, per l’occasione, verrà presentato, in anteprima internazionale, il film del regista Stefano Odoardi, con la collaborazione di Lucrezia De Domizio Durini, dal titolo “I colori del sentimento umano”.

Lucrezia De Domizio Durini, autrice di questo interessante libro, è un’artista eclettica che opera da circa quarant’anni nell’ambito della Cultura internazionale nelle diverse vesti di giornalista, scrittrice, curatrice, nonché di collezionista ed editrice di opere d’arte. Si può considerare un’operatrice culturale indipendente, che ha fatto dell’Arte, della Cultura e delle tematiche umanitarie ed ambientali lo scopo primario della propria esistenza. L’artista ama definirsi “collezionista dei rapporti umani”.

La sua prima sfida risale alla fine degli anni sessanta, con l’apertura dello Studio L.D. di Pescara, una casa-galleria strutturata da Getulio Alvani, Ettore Spalletti e Mario Ceroli.

Prestigiosa organizzatrice di mostre di artisti di notevole spessore, da Burri a Fontana, da Capogrossi a Pistoletto, propone la Pop Art americana e il Costruttivismo internazionale.

Nel suo percorso, fondamentale l’incontro con l’artista tedesco Joseph Beuys, grazie al quale nel 1974 nasce la sua prima discussione “Incontro con Beuys”. La De Domizio Durini, in totale empatia con il Beuys, diventa una studiosa dell’intera filosofia beuysiana, filo conduttore della sua attività svolta a salvaguardia dell’ambiente e in difesa antropologica dell’uomo e della sua creatività.

Negli ultimi quindici anni, le campagne abruzzesi rappresentano per l’artista il suo rifugio più creativo.

Dopo la morte nel 1986 dell’artista tedesco, Lucrezia De Domizio Durini dedica tutte le sue energie alla diffusione universale del pensiero beuysiano attraverso ogni forma di comunicazione, fra conferenze, pubblicazioni, convegni, mostre presso i vari musei internazionali. Inoltre, è autrice di ventisei libri dedicati a Joseph Beuys, fra i quali “Il cappello di feltro”, tradotto in sette lingue e adottato come libro di testo in famose accademie ed università italiane.

Promotrice di diverse iniziative, fra le quali il progetto decennale “Free International Forum”del 2003, ha ricevuto molte onorificenze, fra esse quella di Cavaliere dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana” dal Presidente della Repubblica e “La medaglia al merito della Cultura”, assegnatole dalla città di Sarajevo.

Nelle Sacre Scritture il miele si trova nominato molto spesso: dalla Palestina, che è citata come la terra dove scorre latte e miele (Esodo, III, 8), fino ad arrivare a San Giovanni Battista che si nutre di miele selvatico (Matteo, III,4). Anche nell’antico Egitto non mancano i riferimenti a questo prezioso alimento ricco di calorie come pure tra gli scrittori greci e romani. Il bacino del Mediterraneo, grazie al suo clima mite, era ed è particolarmente favorevole alla vita delle api che, sensibili alle basse temperature, garantivano una produzione di miele quasi ininterrotta.

È appunto in Europa che nasce l’apicultura moderna e che trova nei monasteri medioevali il luogo di rinascita e di crescita. Non solo il miele, unico dolcificante noto fino alla lavorazione della canna da zucchero, ma anche la cera che era fondamentale per l’illuminazione in particolar modo delle chiese e questo spiega anche perché tra i principali apicoltori si trovino in maggioranza degli ecclesiastici.

Tra questi Juraj Fándly (1750-1811), Štefan Závodník (1813 – 1885), linguistapatriota, nella sua parrocchia si riunirono i primi apicoltori della Slovacchia e fondarono la "Società degli apicoltori slovacchi nell'Alta Ungheria".

Johann Dzierzon , (1811 - 1906), pioniere dell’apicultura, scoprì il fenomeno della partenogenesi nelle api divenendo famoso negli ambienti scientifici, fu riconosciuto come il padre della moderna apicoltura.

L’Abate Emile Warré (1867 - 1951), per 25 anni curato nella regione francese della Somme, mise a punto l'arnia del popolo, e il metodo di allevamento naturale delle api. Lʼarnia Warré venne poi riscoperta, rivalutata e giudicata da molti la più adatta a far prosperare le api e ad allevarle in maniera “biologica”.

Don Giacomo Angeleri (1877-1957) fece da collegamento tra l’apicoltura del passato e quella di oggi ed è da considerarsi uno dei padri dell’apicoltura nazionale.

Karl Kehle (noto come Padre Adam) (1898 – 1996), monaco tedesco appartenente all'ordine benedettino per più di 60 anni responsabile dell'apicoltura all'Abbazia di Buckfast, nel Devon (GB). Creò l'ibrido ape di Buckfast, col quale sconfisse l'epidemia di acariosi che aveva portato alla scomparsa pressoché totale dell'ape nera britannica.

A questo lungo elenco di sacerdoti bisogna aggiungere il nome di Giotto Ulivi (1820-1892) che durante gli anni in cui era parroco a S. Andrea a Gricigliano, vicino Firenze, si dedicò allo studio delle api e della loro vita sia teoricamente che praticamente. Aveva a cuore in particolar modo l’istruzione dei contadini e inventò un’arnia molto innovativa e particolarmente economica, l’Arnia Giotto, presentata al secondo congresso apistico di Firenze nel 1874. Presidente e socio di molte società fu ricordato per aver dato molto a questa industria risollevandone le sorti e facendo così ridurre notevolmente le importazioni di cera e miele.

L’editore Angelini di Imola ripropone, in copia anastatica, il compendio di don Ulivi dedicato all’apicoltura razionale (Compendio Teorico-Pratico, Apicoltura razionale, compilato dal sac. Giotto Ulivi, Parroco a Gricigliano in Mugello) e curato, nell’edizione uscita nel dicembre del 2013, da Pier Carlo Tagliaferri. Tagliaferri ha arricchito il volume con un’appendice antologica di brani che hanno le api e il miele come soggetto e che va dalle Sacre Scritture ad autori greci e latini fino ad autori del ‘900.

Questo per indicare la grande importanza che il prodotto del lavoro delle api ha ed ha avuto nei secoli e che l’Ulivi descrive al “campagnolo agricoltore” al quale dedica il suo lavoro. Con precisione scientifica, nella prima parte, teorica, si sofferma sull’anatomia e la fisiologia delle api, la loro vita, i prodotti dell’alveare e le varie malattie al fine di “formare un cultore razionale di questi interessantissimi insetti i quali, oltre a una piacevole occupazione potranno pure offrirgli dolce companatico e lucrosa remunerazione delle sue fatiche, qualora eseguisca alla lettera quanto sono per fargli conoscere nella successiva parte pratica”.

Nella parte pratica inizia spingendo il contadino ad innovare in modo semplice ed economico ma che sarà per lui molto redditizio. Arnie, affumicatoi, telai, tutto funzionale a migliorare la produzione e descritto passo passo in modo perfetto. Un vero e proprio manuale di istruzioni per la costruzione di un moderno alveare che si chiude con le attività mese per mese in modo da non dimenticare niente e avere la produzione sempre sotto controllo. Un manuale che non lascia niente al caso scritto da uno “scienziato in tonaca” per il contadino dell’ottocento, ma sicuramente interessante anche per il moderno apicoltore in un periodo di grande difficoltà dovuto all’ecatombe provocata da un acaro che si è diffuso dagli anni 60 in tutto il mondo anche se diffusa l’idea che la colpa si esclusivamente dei pesticidi. Idea accolta dalla pubblica opinione, ma che non trova riscontri oggettivi. Anche se non possiamo escludere comportamenti sconsiderati i trattamenti in agricoltura non costituiscono un reale pericolo per le api. Sono insetti abbastanza resistenti tanto da essere usati anche per misurare il grado di inquinamento di certe zone.(Studi della facoltà di agraria dell’Università di Pisa, Pinzauti e coll.). Non ce ne accorgiamo, ma la loro perdita potrebbe provocare grossi danni al mondo dell’agricoltura. Il lavoro di don Giotto ci fa conoscere il loro meraviglioso mondo.

 

 

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