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Domenica, 15 Settembre 2019

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Partiamo dai miti. Medea, per esempio, ripresa tante volte dal teatro, dal cinema, dalle altre arti visive... Dalla musica. Come con Massimo Barbiero che le ha intitolato un intero disco, idem per altri personaggi dell'antichità, Cassandra, Euclide, Antigone, Nausicaa...(ma il suo sfondo di letterati e artisti arriva fino a Kandinsky, a Kierkegaard, a Bergman, a Simone de Beauvoir, denominazione di un suo album di solo marimba).
Non solo autore/arrangiatore/ideatore di progetti artistici musicali e multimediali Massimo Barbiero potrebbe dirsi un percussionista panico, un Pan-percussionista, che riconduce il beat al mondo naturale dei rumori, dei battiti, sia quelli in cui il vento scuote le foglie degli alberi che quelli che gli uomini producono con la attività concreta, ludica o lavorativa, tribale o comunitaria, affettiva o sociale, anche quella più arcaicamente rozza; suoni in grado di stimolare il pensiero e di suscitare movimenti coreutici anche improvvisati. Per lui la marimba o il set di percussioni rappresentano i collegamenti necessari a dar sfogo a un mondo espressivo in cui confluiscono varie spinte artistiche e culturali, che vanno dalla danza ( per la corporeità) alla filosofia (alla ricerca e svisceramento dell' Io Creativo), in una visione in cui l'elemento afro/mediterraneo scopre spesso i suoi fianchi in Odwalla. Mentre nell'altra sua formazione, Enten Eller,  paiono prevalere matrici più afroamericane.
Ne da conto il volume Massimo Barbiero, Sisifo, la fatica della ricerca, curato da Guido Michelone e Gian Nissola per le Edizioni del Faro. Nel volume, che contiene saggi di Franco Bergoglio e Davide Ielmini ed è impreziosito dalle fotografie di Luca d'Agostino, sono esposti in sequenza, cronologicamente, anche con ricorso a note di stampa e di critici specializzati, le realizzazioni, le attività, le collaborazioni, gli spettacoli, le formazioni, le produzioni che hanno visto Barbiero come protagonista della scena jazz nell'ultimo quarto di secolo. Ma anche i pensieri, le idee, gli interrogativi, i perché, le aspirazioni di un musicista che si rivela con sincerità al proprio pubblico, oltre il personaggio pubblico.

La_copertina_del_libro

Nei giorni scorsi, presso la Facoltà di Teologia dell’Università “Seraphicum”, si è svolta la presentazione del libro “Gli abusi sui minori. Il bambino, quando occorre, sa chiedere aiuto…Ascoltalo!” (Edito da Armando Curcio Editore),l’ultima fatica letteraria di Caterina Grillone, Avvocato e Criminologa.

All’interessante evento sono intervenuti il Cons. Roberto Thomas, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i Minori di Roma ed esperto in Criminologia minorile, Il famoso Giornalista Rai Fidel Mbanga Bauna Bohamba, da sempre impegnato in attività a sostegno dei diritti umani, L’On. Souad Sbai presidente di Acmid (Associazione della comunità delle donne marocchine in Italia), grande sostenitrice dei diritti civili, il Dott. Giuseppe Beato ex direttore generale dell’INPDAP, il direttore commerciale di Armando Curcio Editore la Dott.ssa Roselyne Marialachi.

La complessa e dolorosa tematica afferente alla violenza e agli abusi perpetrati ai danni di minori è presente ormai quotidianamente nei mass media, portandoci a conoscenza di brutali, disumani fatti di cronaca, che ripetutamente turbano le coscienze delle persone di buon senso, ponendole dinanzi ad inquietanti interrogativi, privi di razionali risposte. Caterina Grillone, una donna da sempre impegnata nel sociale, pone l’accento sulla tutela dei minori anche nell’esercizio della sua attività professionale, attraverso il sostegno alle famiglie , varie iniziative e progetti,che prevedono una forma di supporto alla genitorialità. Nelle pagine del suo libro, facendo tesoro del suo bagaglio accademico nell’ambito forense, affronta l’argomento nel suo insieme, senza prescindere da opportuni approfondimenti normativi, che consentano al lettore di attingere ad aspetti penalistici e criminologici, sui quali concentrare l’attenzione. L’indifferenza rappresenta uno dei mali più gravi di questa società, nella quale l’uomo, distratto da mille effimere sollecitazioni è sostanzialmente guidato da un insano, cieco egoismo, che gli impedisce di fare propri eventi ai quali, al contrario, tutta la collettività è potenzialmente esposta. Studiare ed analizzare le cause scatenanti di questi ripetuti atti criminosi, può rappresentare un valido aiuto per capire ed infine prevenire. La scarsa capacità di discernimento in seno a tali efferate azioni, troppo spesso determinata dall’assenza di approfondimento, rappresenta un enorme ostacolo alla prevenzione, quindi, all’individuazione delle cosiddette situazioni “a rischio”.

Il linguaggio adottato dalla scrittrice, volutamente accessibile, consente un approccio immediato ed efficace con il tema degli abusi sui minori, che verrà prossimamente affrontato di nuovo nel suo prossimo libro. Infatti, “Gli abusi sui minori” è solo il primo di una collana di libri, che analizzeranno nei vari punti questo delicatissimo argomento.

Al temine della presentazione, che ha visto una forte partecipazione da parte del pubblico, anche sotto un profilo emotivo, ho avuto il piacere di rivolgere all’autrice qualche domanda.

D) Quale è stato il percorso che ti ha portato ad interessarti in modo così attivo al Diritto dei minori, anche dal punto di vista professionale?

R) Come ho già scritto nel libro, la mia vita è stata contrassegnata dalla presenza di bambini; in cuor mio, nel mio intimo sono sempre stata una madre. Questa sensazione si sta rafforzando ancor più attraverso l’esercizio della mia professione, che mi porta quotidianamente a riflessioni su questa particolare realtà, un tempo a me totalmente sconosciuta.

Grillone_1

Per riuscire a dare concretezza a pensieri ed interessi così sviluppatisi, ho elaborato ed approfondito questo studio, focalizzando la mia attenzione soprattutto sull’area della devianza adolescenziale e della mediazione educativa, che esiste tra minori ed il mondo degli adulti. Grazie alle persone che mi hanno chiesto aiuto in seno alla mia attività di avvocato e criminologa, ho avuto la possibilità di approfondire maggiormente i miei studi verso il disagio adolescenziale che, purtroppo, a volte si può trasformare in devianza. Nel corso degli anni, ho studiato a fondo la tematica e ciò ha determinato un sempre crescente interesse verso l’universo dei minori, in particolare quelli più in difficoltà. Da sempre sono in stretto contatto con i bambini e gli adolescenti, poiché il periodo dell’età evolutiva mi affascina particolarmente, ed è maturata in me la ferma convinzione che ci sia ancora molto da fare, affinchè tali tematiche possano trovare una giusta collocazione e valorizzazione all’interno del tessuto sociale. Mi sto rendendo conto di vivere in una società dove i giovani sono sempre più esposti ad eventi, che li portano a disorientarsi, quindi a smarrirsi durante il loro percorso di maturazione; di conseguenza, è diventato per me una vera necessità studiare e capire le ragioni ed i contesti sociali, che conducono i ragazzi a comportamenti devianti. Bisogna comprendere fino in fondo le motivazioni e le situazioni personali, che generano il disagio giovanile e soprattutto occorre offrire concrete possibilità ai ragazzi, che permettano loro di acquisire un ruolo diretto, responsabile e consapevole. Nell’ambito professionale, così come madre del mondo, ho il compito e il dovere di tutelate il minore, sostenendo le famiglie, anche attraverso progetti che prevedano servizi ed interventi di supporto alla genitorialità.

D) Il tuo interessante libro “Gli abusi sui minori” è il primo di una collana, sempre edita da Armando Curcio Editore. Vorresti anticiparmi qualcosa anche sui tuoi prossimi libri?

R) Questo lavoro è frutto delle miei quotidiane riflessioni, quando mi trovo a lavorare per i minori e con i minori. Chiedo sempre a me stessa in quale altro modo sia possibile tutelare efficacemente i giovani e quale sia il ruolo più corretto da parte degli adulti e dei professionisti, cercando di migliorare e raggiungere concreti risultati. Ho scelto con determinazione di orientare il mio approfondimento sulla tutela dei diritti dei minori, nella consapevolezza che è possibile promuovere iniziative anche attraverso la cultura, nelle sue varie modalità. Questo libro non ha la presunzione di essere completamente esaustivo su un argomento tanto complesso, bensì un semplice “assaggio”, finalizzato a fornire una serie di informazioni, che possano rappresentare una valida cornice di riferimento. Ho cercato di utilizzare un linguaggio semplice e modalità espressive immediate, in modo da consentire un’agevole lettura anche ai “non addetti ai lavori”. Infine, cercherò di sviluppare una collana di testi, che analizzeranno le tematiche più importanti sui minori. Spesso rifletto sul fatto che le famiglie stiano mutando le loro caratteristiche di fondo, legate a schemi tradizionali. L’osservatorio fornito dai servizi sociali permette di rilevare alcune dinamiche sociali, che hanno significativamente caratterizzato la realtà degli ultimi anni, determinando una conflittualità di genere e generazionale, strettamente legata al crescente e diffuso fenomeno della precarizzazione dei legami affettivi, come anche all’aumento delle separazioni tra coniugi e/o conviventi. Inoltre, i conflitti intergenerazionali sono spesso legati ad appartenenze culturali ed etniche differenti, con i conseguenti metodi educativi, a volte troppo distanti fra loro.

Mi preoccupa la dilagante presenza di adulti ed adolescenti con fragilità psichiche, non sempre conclamate e certificate, (disturbi di tipo alimentare, ritiro in casa, abusi di sostanze stupefacenti ed alcol etc.), che rendono molto complesso l’esercizio delle funzioni educative da parte dei genitori, insegnanti ed operatori direttamente coinvolti, tenendo presente gli insufficienti supporti psico-socio-educativi.

Sto già iniziando la stesura del mio prossimo libro, che tratterà altri due gravi fenomeni: il bullismo e l’omofobia, dove cercherò di erudire prima me stessa e poi i miei lettori…

D) Quale aspetto ti ha particolarmente colpito di questa presentazione?

“Ho finalmente realizzato un sogno!” L’affetto di tutti i partecipanti all’evento ha generato una fortissima emozione…che avverto dentro me stessa, ma difficile da spiegare. In altre parole, un’esperienza unica, grazie a tutti.

Verrà presentato il 23 gennaio, presso il Polo Psicodinamiche di Prato, l’opera Di là delle siepi. Leopardi e Pascoli tra memoria e nido, edito da Aracne di Roma, nella prestigiosa collana L’immaginale, diretta da Ezio Benelli, con prefazione di Davide Rondoni e preludio di Irene Battaglini, il nuovo saggio di Andrea Galgano, poeta e critico letterario, docente di Letteratura presso la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato. La consonanza e la difformità di Leopardi e di Pascoli, non messe a confronto ma viste attraverso trascrizioni in parallelo, sono la testimonianza di una concezione dell’esistenza, in cui il legame tra l’io e il mondo è immerso in una commistione irrisolta: l’analisi è esplicata da Andrea Galgano attraverso un dialogo tra i due autori, ascoltati con le voci del poeta–docente e del poeta–fanciullo che, in una sorta di regressione psicodinamica, scoprono l’essenza e la consistenza delle cose. In questa situazione di mancanza o di assenza, che riguarda sia il rapporto tra uomo e natura sia quello tra uomo e storia, la realtà non risulta marginalizzata; c’è anzi nel percorso teorico e nell’esperienza poetica di Leopardi e di Pascoli un’apertura nei confronti del reale, in cui il punto di partenza è sempre l’esperienza sensoriale, attraverso la quale l’io si concepisce in azione, in rapporto con l’esterno. Alla presenza del dott. Ezio Benelli, psicologo e psicoterapeuta, direttore della Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato, interverranno il prof. Giuseppe Panella, scrittore, docente di Estetica alla Scuola Normale Superiore di Pisa e Adriana Gloria Marigo, poeta e critico letterario, Padova-Luino.

Modera Irene Battaglini, pittrice e docente di Psicologia dell’Arte, alla Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato .

Andrea Galgano (1981), poeta e critico letterario, è nato e cresciuto a Potenza. Laureato in Lettere Moderne con una tesi in letteratura italiana moderna e contemporanea, collabora con il periodico on-line Città del Monte, per il quale è editorialista e curatore di poesia e letteratura. Al Polo Psicodinamiche di Prato è docente di letteratura presso la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm e fondatore e direttore responsabile di «Frontiera_di_pagine_ magazine_on_line», coordina il progetto di ricerca sul senso religioso in Giacomo Leopardi per International Foundation Erich Fromm e lo sviluppo dei processi di formazione letteraria nelle professioni intellettuali per la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm. Ha scritto un libro di poesie Argini (Lepisma editrice, 2012, prefazione di Davide Rondoni) ed è membro del comitato scientifico della collana “L’immaginale” per Aracne editrice, Roma, per la quale ha pubblicato i saggi Mosaico (2013) e Di là delle siepi. Leopardi e Pascoli tra memoria e nido (2014, prefazione di Davide Rondoni, preludio di Irene Battaglini), poi assieme ad Irene Battaglini il volume Frontiera di Pagine (2013) che raccoglie saggi e interventi di arte, poesia e letteratura e il catalogo Radici di fiume (Polo Psicodinamiche, 2013), un intenso percorso simbiotico di arte e poesia.

Armando Arpaja nato a Roma, frequenta i corsi di Pittura e Tecnica dell’Affresco presso la Scuola delle Arti Ornamentali del Comune di Roma e l’Accademia di Belle Arti. Espone le sue pitture per la prima volta a Roma, in Via Giulia, nel 1976.

L’Assessorato alle Politiche Culturali del Comune di Roma, il 13 dicembre 2007, gli conferisce il «Premio Campidoglio» come artista internazionale, con la seguente motivazione:

«Esaltazione delle diverse etnie privilegiando la Cultura in funzione della costruzione della Pace, l’uguaglianza e la fratellanza dei Popoli».

Ha esposto i suoi quadri in città europee quali, Milano, Parma, Bologna, Taormina, Venezia, Atene, Salonicco, Parigi, Amsterdam, Copenaghen, Bruxelles, Lisbona, Marsiglia, Strasburgo, Sofia. In Medio Oriente e Africa: Il Cairo, Alessandria d’Egitto, Casablanca, Lefkara (Cyprus), Smirne, Ankara, Addis Abeba, Khartoum, Tunisi, Casablanca, Algeri, Orano, e nelle Americhe: New York, Santiago del Cile, Caracas, collaborando spesso con Ambasciate, Consolati, ed Istituti Italiani di Cultura.

E’ autore dei libri :

“Simòn Bolìvar “- Europa e America Latina: suggello della libertà” . Anno 2014

“Rome n’est plus dans Rome”- volume fotografico - entrambi  del Gruppo Editoriale L’Espresso

“Roma: mia madre” (da Trastevere al Flaminio, quasi un secolo di storia romana raccontata da chi l’ha direttamente vissuta). Edizioni Studio 12. Anno 2009

“Roma affatata” Antologia di storie romane sospirate dai versi di Giggi Zanazzo - Edizioni Studio12. Anno 2010

“Giggi Zanazzo : Scappatelle fôri Roma – Strambotti e Canti del Risorgimento” con appendice di vecchie immagini  e  antichi  ricordi dei Castelli e della Campagna Romana.

Con intervento del Presidente della Repubblica Italiana, On. Giorgio Napolitano. Anno 2011

“Roma Patria Omnium”, con “Usi, costumi, credenze, leggende e pregiudizi del popolo di Roma” di Giggi Zanazzo. Con scritti su Roma nel pensiero e nel sentimento di uomini illustri. In appendice, l’album fotografico “Roma de qua e dde llà dar fiume”. Anno 2011

“Benviént Roma”, Benevento, l’Arco di Traiano 114-2014, volume di 500 pag. riccamente illustrato con foto d’epoca, manoscritti e scritti selezionati da testi antichi. Anno 2014

“Ha da passa’ ‘a nuttata”, Eduardo De Filippo (Napoli 24 maggio 1900 - Roma 31 ottobre 1984)

in occasione dei trent’anni dalla sua scomparsa- pensieri, riflessioni, pagine inedite, immagini.

Associazione Culturale Agapanti, volume di 163 pag., 2014.

L Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del  Venezuela in Italia Julián Isaías Rodríguez Díaz dichiara di Armando Arpaia

Arpaja è un pittore riconosciuto e come ricordato dal “Premio Capidoglio”…lui esalta e favorisce la cultura e la costruzione della pace, l’uguaglianza e la fratellanza fra i popoli…

Con questa caratteristica di tenerezza e sensibilità, oltre all’orgoglio di essere nato a Roma, è stato in grado di darci un libro documentato che lavora sulla luce e la coscienza, per raccontarci chi è stato Bolivar, com’era Via Nomentana nel 1805 e com’è stata la rinascita dell’ America, che ancora non è finita e il cui destino è,  sempre di più, Bolivar.

Ed ecco certi appunti fondamentali del suo libro “Simòn Bolìvar “- Europa e America Latina: suggello della libertà parlando  ci sottolinea i punti cruciali con Corriere del Sud :

Simòn José Antonio de la Santìsima Trinidad Bolìvar y Palacios, appartenente alla nascente borghesia creola conosciuta storicamente come “Mantuana” - che si muoveva tra la repubblica e la monarchia in una strana simbiosi politico-culturale- e discendente di una ricca famiglia di origine basche stabilitisi nel Venezuela, nacque in quella che era la Capitaneria Generale del Venezuela a Caracas il 24 luglio 1783. Cresciuto nell’ampia hacienda di San Mateo, dove si allevavano enormi mandrie di bestiame, Bolìvar aveva ricevuto un’educazione adeguata al tempo e al luogo. A diciassette anni, si recò a Parigi col marchese di Uztaris, poi in Spagna per completare la propria educazione alla Reale Accademia Militare.

Roma: “vero testis temporum”,”nuntia vetustatis”,”vita memorie”.

“L’esperienza storica di Roma, scenario del giuramento di liberare l’America Spagnola dall’oppressione”.

“Certamente, l’esperienza romana fondamentale per la generazione intorno al 1800 – l’ultima profonda e universale che Roma abbia potuto offrire – è il rapporto con la storia. Un’esperienza preparata dalla tradizione rinascimentale delle litanie letterarie sulla vanitas e dai brividi pittoreschi delle rovine, ma approfondita e generalizzata dalla storiografia dell’illuminismo”.

(E. e J. Garms, Mito e Realtà di Roma nella cultura europea, in Annali della Storia d’Italia, Torino 1982).

Questa esperienza risulterà fondamentale anche per i due Venezuelani, i quali – per una curiosa coincidenza – giungeranno a Roma proprio l’anno in cui verranno scritti i testi che testimoniano nel modo più alto e illuminante quella straordinaria percezione della storia che offre Roma. Queste rappresentazioni letterarie, così fortemente emblematiche, sono opere di autori che Rodrìguez e Bolìvar, non potevano non conoscere bene: Chateaubriand e Wilhelm von Humboldt. (Si tratta delle famose lettere di Chateaubriand a Monsieur de Fontanes e di W. Von Humboldt a Goethe).

Le loro fondamentali considerazioni su Roma e la storia, Roma e il passato, Roma e il futuro, vengono svolte in scritti dalla forma rituale e semiprivata, nei quali il processo storico confluisce generando una ‘comunicazione’ che a sua volta diventa un vero e proprio ‘testo della cultura’; cioè un testo letterario che esprime e rappresenta, in quel determinato momento storico, un ‘modello culturale’. In questo modo la tradizione neoclassica e quella romantica si ricongiungono in una nuova formulazione del ‘mito’ di Roma, tappa culminante del voyage d’Italie.

L’esperienza di vita che suggerisce il rapporto di Roma con la storia è del tutto particolare. Roma “appare fatta per pochi, solo per i migliori” e “quando, finalmente, si mette a parlare a un uomo, egli vi trova il mondo intero”, esclama Humboldt. Nella celebre lettera a Goethe ribadisce i concetti in cui credeva profondamente e che, probabilmente, aveva più volte esposto nelle conversazioni.

“Roma è il luogo nel quale, dal nostro punto di vista, tutta l’antichità si raccoglie e si unifica, e ciò che sentiamo nei poeti antichi, nella struttura degli antichi Stati in Roma crediamo di poterlo osservare direttamente con i nostri occhi; così Roma è il simbolo della caducità delle cose e dell’unità del mondo. Qui per la prima volta, in feconda solitudine, si districano, nitide e calme,le forme del mondo; pensiero e  sensazione si  assottigliano fino alla chiarezza, malinconia e allegrezza trapassano serenamente l’una nell’altra…”

Roma appare come la sintesi emblematica dell’intero excursus della civiltà occidentale a venire: così è per Byron (*) nei versi de ‘Il Pellegrinaggio di Aroldo’ :

O Roma! O patria mia! città dell’alma!/ A te che sei la desolata madre/ D’imperi estinti, gli orfani di core/ Si  rivolgono pensosi….La Niobe dei popoli …. Spogliata / Di manto e serto, senza figli, muta / Ella qui sta, colle avvizzite mani / Sorregge un’urna vòta. Ahimè! La polvere / Sacra che racchiudea, volò dal soffio / Dei secoli dispersa…

Il Giuramento sul Monte Sacrato

La gloria di Roma, l’incomparabile saggezza delle sue leggi civili, rivivono allora, in tutta la loro grandezza, nello spirito del viaggiatore, già tanto bramoso delle letture classiche, come degli autori del XVIII Secolo. Per questo duplice canale l’Antichità e la Rivoluzione entrano insieme nel cervello di Bolìvar ed ivi si saldano in modo tale che non sarà più possibile disgiungere.

Don Simòn Rodrìguez tracciò quindi, un parallelo fra quell’episodio e la situazione dei popoli spagnoli-americani sotto il Re di Spagna, che lui voleva sostituire con un governo repubblicano di patrizi. Un parallelo forse azzardato, ma le parole del maestro colpirono il giovane rendendolo teso e avido di nobili ambizioni.

Il giovane Bolìvar , scrutando  l’orizzonte  alla luce del tramonto, pensò:

“…dunque questo è il popolo di Romolo e di Numa, dei Gracchi e di Orazio, di Augusto e di Nerone, di Cesare e di Bruto, di Tiberio e di Traiano? Qui ogni grandezza trovò il suo modello, ogni miseria la sua culla. Ottaviano si maschera sotto il velo della pietà pubblica per celare la sua indole malfidente e gli istinti sanguinari; Bruto affonda il pugnale nel cuore del suo protettore per sostituire alla tirannia di Cesare la propria; Antonio rinuncia alle mire di gloria per imbarcarsi sulla nave di una meretrice, non pensando né provvedendo ad alcuna riforma; Silla decapita i suoi uomini e Tiberi, fosco come la notte ed efferato come il delitto, trascorre il suo tempo fra piaceri e massacri. Per ogni Cincinnato vi erano almeno cento Caracalla, per ogni Traiano cento Caligola, per ogni Vespasiano cento Claudio. Questo popolo aveva tutto: fermezza nel passato, austerità durante la repubblica; depravazione al tempo degli imperatori; catacombe per i cristiani; coraggio per la conquista del mondo intero; ambizione per soggiogare tutti i popoli della terra; donne che trascinavano carri sacrileghi sul corpo dei padri; oratori capaci di entusiasmare le folle, come Cicerone; poeti come Virgilio, che seducevano i cuori con i loro canti; satirici come Giovenale e Lucrezio; filosofi senza carattere come Seneca e cittadini risoluti come Catone. A questo popolo non mancava nulla salvo il senso dell’umanità. Messaline corrotte, Agrippine senza cuore, grandi storici, famosi naturalisti, guerrieri eroici, proconsoli rapaci, sibariti licenziosi, qualità genuine e crimini infamanti: ma per emancipare lo spirito, per estirpare i pregiudizi, per elevare l’uomo, spronarlo alla lotta e perfezionare l’animo, possedeva ben poco, per non dire nulla. Qui la civiltà, che veniva dall’Oriente, si mostrò in ogni suo aspetto, manifestò tutti i suoi elementi: ma per risolvere il grande problema della libertà umana, sembrerebbe che non conoscessero la materia e che la soluzione di tale profondo problema debba aver luogo proprio nel Nuovo Mondo”.

E rivolto poi a Don Rodrìguz, Simòn Bolìvar dichiarò:

“Giuro davanti a voi, giuro sul Dio dei miei padri, su di loro e sulla patria, giuro sul mio onore, che non darò tregua al braccio né requie all’anima mia, finchè non avrò spezzato le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo!”

Il mito di Roma viene così a sancire il valore del ‘giuramento’ come gesto e come segno caratteristico dell’epoca. Il giuramento viene a rappresentare e a suggellare solennemente, in modo indissolubilmente congiunto, la duplice caratteristica di ogni azione o movimento rivoluzionario: il promesso esercizio di azione di distruzione e di edificazione; di eliminazione del passato e di fondazione dell’avvenire.

Così come la Roma antica aveva portato sul Monte Sacro il giovane Bolìvar a giurare la libertà per il suo popolo dal dominio della Spagna, qualche anno più tardi lo stesso Bolìvar e la guerra del suo popolo per l’indipendenza dell’America latina, saranno motivo di ammirazione  e porteranno il popolo greco a rafforzare la coscienza nazionale contro la dominazione turca.

Nel 1825 Ibrahim pascià, figlio di Mohammed Alì, soffocò prima la rivoluzione a Cassos e a Creta, poi sbarcò nel Peloponneso con un forte spiegamento di truppe. Per due anni, dal 1825 al 1827, Ibrahim portò la devastazione in quel territorio. Conquistata Missolungi (1826), caduta in loro possesso l’Acropoli di Atene, i turchi si resero padroni della Grecia continentale..

“L’esodo” leggendario di Messolongi accese in Europa nuova fiamma di solidarietà per la causa dell’ellenismo (inteso come “l’insieme dei greci”), spingendo ad intervenire personalmente nella lotta, uomini come Byron, che veleggiò verso la Grecia con il suo veliero “Bolìvar”  e morì proprio a Messolonghi o come Annibale De Rossi di Pomarolo conte di Santarosa  che nel 1824, con l’amico Giacinto Provana di Collegno, si recò a combattere per tale indipendenza morendo a Sfacteria il 26 aprile 1825 e che in una lettera al filosofo Victor Cousin scrisse:

“Amico mio, amo la Grecia, patria di Socrate, di un amore che ha in sé qualcosa di sacro. Il popolo greco, valoroso, buono, che è sopravvissuto a secoli di schiavitù, è fratello del mio popolo. Comuni le sorti dell’Italia e di Grecia, e dato che non posso far nulla per la mia patria ho il dovere di dedicare i pochi anni di vigoria che ancora mi restano a questa nobile causa”.

Nel 1944 il poeta Nikos Eggonopuolos riproporrà la figura di Simòn Bolìvar nel suo poema “Bolìvar, un poema greco”, che verrà musicato nel 1967 da Nikos Mamangakis.

Nikos Mamangakis, nato nel 1929 a Rethimno (Creta), frequenta il Conservatorio di Atene e quindi studia composizione con C.Orff e H.Genzmer a Monaco di Baviera, musica elettronica con J.A.Riedl agli studi Siemens, per poi tornare ad Atene, dove oggi vive. E’ stato premiato per la sua attività dal Governo Greco, dalla Hochschule di Monaco e dalla Città di Berlino. Nelle sue opere degli anni 60 e 70 si ispira alla ricerca della scuola di Darmstadt, ma la sua attività viene resa difficile dall’avvento in Grecia del regime militare. E’ un periodo di crisi dal quale l’Autore esce gradualmente, affrontando la composizione di ampie opere teatrali e di musiche per film, tra i quali Felix Krull di Thomas Mann (6 ore di durata), Heimat di E.Reitz (18 ore) e Heimat II (26 ore). Recentemente la sua produzione si è molto allargata nel campo della musica da camera, sinfonica e corale. Mamangakis è considerato tra i “grandi” compositori di origine di origine greca, insieme a Xenakis,Skalkottas e Christou.

In una intervista, Eggonopoulos dichiarò che la stessa influenza che ebbe il suo “Bolìvar” durante l’occupazione tedesca, la ritrovò nei sette anni che durò la dittatura dei colonnelli di Papadopuolos, che terminò con l’occupazione studentesca del Politecnico d’Atene.

All’inizio la giunta affrontò l’occupazione con moderazione ma poi, temendo un diffondersi del movimento di opposizione, nella notte tra il 16 e il 17 novembre 1973, ordinò alla polizia e ai carri armati dell’esercito di fare irruzione nel Politecnico, violando la tradizionale immunità dell’ateneo. Non si conoscono con esattezza le cifre, ma si calcola che siano stati almeno trenta i ragazzi uccisi e molti di più quelli feriti e arrestati. L’insurrezione del Politecnico contribuì ad accelerare la caduta di Papadòpulos. Un colpo di stato era già stato pianificato dal generale di brigata Ioannìdis, il capo dell’odiata polizia militare, che disapprovava i seppur timidi passi intrapresi da Papadòpulos verso la democratizzazione. Dopo la destituzione di Papadòpulos, il potere si concentrò nelle mani dell’aggressivo generale Ioannìdis, il cui tentativo di golpe contro il presidente cipriota, l’arcivescovo Makàrios, nel luglio 1974 provocò di fatto il crollo della giunta e il ritorno alla democrazia in Grecia.

lo spirito del Natale chesterton

Da qualche tempo le mie collaborazioni giornalistiche (sempre freelance) si sono indirizzate verso le recensioni di libri, pertanto in prossimità del Santo Natale, non sono riuscito a fare meglio che presentare un volumetto cheoffre al lettore una selezione di testi in prosa di Gilbert Keith Chesterton dedicate al Natale. A pubblicare questi eccezionali scritti ci ha pensato l’anno scorso D’Ettoris Editori, brillante casa editrice di Crotone, col titolo: “Lo spirito del Natale”. Chesterton è uno dei più grandi scrittori inglesi, nato a Londra in una famiglia anglicana, convertito al cattolicesimo, alla sua morte, sarà ricordato come “dotato difensore della fede cattolica”, da Pio XI.

In questa raccolta di testi, Chesterton, “ci mostra e ci fa gustare - scrive Fabio Trevisan nella presentazione - il paradosso della grotta, facendoci anche assaporare la riscoperta di tutte quelle cose che, ritenute di poco conto dal mondo, in realtà celano nell’umiltà il DivinoBambino”. Chesterton dinanzi alla Sacra Famiglia ci invita a contemplare il mistero della natività “tramite un quadro, una composizione di luogo che è al tempo stesso pittorica e mistica, realistica e palpitante”. Infattilo scrittore inglese è anche un poeta illustratore, alle parole accosta anche le immagini di alcuni dipinti famosi, tra i quali quelli del Veronese e del Tintoretto. Peraltro il libro pubblicato dalla D’Ettoris Editori, presenta alcune tavole che riproducono quadri celebri.

La raccolta chestertoniana curata da Maurizio Brunetti, all’inizio, presenta l’elogio dei canti tradizionali di Natale che risale al 1901. Canti che risalgono al Medioevo e che Chesterton “contrappone alla durezza dei teologi e all’ottusità del mondo moderno, che preferisce chiacchierare allegramente in mezzo a tanti rumori infernali della metropolitana piuttosto che ascoltare quei canti che‘rappresentano gli ultimi echi di quel vagito che ha rinnovato il mondo’. In questa antologia scrive Trevisan non mancano critichenei confronti del “mondo scientifico”, freddo e presuntuoso che, “attraverso norme ferree salutistiche, vorrebbe impedirgli di gustare le prelibatezze culinarie del periodo natalizio, come il pudding, il tacchino(…)”. Chesterton prende di mira il cosiddetto vegetarianismo da salotto, ma anche la pace di marca tolstojana, dove convergono sia gli animalisti che i pacifisti. Pertanto “il sano realismo cristiano di Chesterton affonda le mani e la faccia in tutto quel ben di Dio, in ciò che Dio vide che era cosa buona, come il tacchino mangiato in casa Craticht nel Canto di Natale dell’amato Charles Dickens”. Inoltre Chesterton non manca di fare rimbotti ironici scherzosi, nei confronti di quei “restauratori del Medioevo”, che sono intenti a catalogare costumi, ballate e tanto altro, il nostro, avrebbe preferito che costoro “piuttosto che limitarsi a una sterile rievocazione dei tempi della cristianità, avessero profuso uguali energie a farli rivivere, proprio come la figura del re umorista AuberonQuin (…) nonché il ripristino delle cose belle, piccole e passate”.

I quadri degli artisti del Cinquecento dimostrano che “ciò che era potuto accadere un tempo può accadere anche oggi, costantemente”. Infatti scrive Chesterton: “Se il Tintoretto, o il Veronese, ha dipinto se stesso, la sua famiglia, i suoi amici, il suo cane, nella stessa stanza della vergine e del Bambino, era perché pensava che queste cose potessero stare insieme in una stessa stanza”.

Importanti le splendide riflessioni di Chesterton riguardo ai Re Magi e soprattutto all’importanza del significato teologico del dono, e a chi criticava lo scambio dei doni a Natale, rispondeva con queste parole: “I tre Magi giunsero a Betlemme portando oro, incenso e mirra. Se avessero portato con sé solo la Verità, la Purezza e l’Amore non ci sarebbero state né un’arte né una civiltà cristiana”.

La raccolta degli scritti natalizi offrono diversi spunti di riflessione sulla superbia dell’uomo moderno e dei suoi super-saggi, che si contrappongono sempre più all’”umiltà della caverna e al passo docile e retto dei Tre Uomini Saggi, i Re Magi”.

Del resto i primi decenni del XX secolo erano pervasi dall’odio ideologico, dalle guerre e il cristianesimo era sempre meno punto di riferimento e la fede sembrava vacillare. In questo clima il Natale doveva scomparire, era un relitto del passato. “Il mondo moderno nella sua Rivoluzione, - scrive Trevisan - nella sua pretesa superba di cambiare il mondo aveva dimenticato il Bambino; aveva dimenticato la famiglia proprio perché si era scordato della Sacra Famiglia”. Pertanto si registra uno scontro, tra il vero spirito del Natale e quello nuovo modernista, così che Chesterton potrà scrivere: “Il Natale è assolutamente inadatto al mondo moderno. Presuppone la possibilità che le famiglie siano unite, o si riuniscano, e persino che gli uomini e le donne che si sono scelti si parlino(…) Il Natale giudica il mondo moderno, perciò vogliono che se ne vada”.

Il grande scrittore inglese auspica che il Natale, possa convertire il cuore dell’uomo e che soprattutto diventi più domestico, occorre guardare sempre più alla Sacra Famiglia, alla famiglia umana. Il Natale ci fa scoprire il vero umanesimo, che può essere solo cristiano. “Non c’è Cristo senza umanesimo, ma ogni umanesimo è cristiano”, scrive nella prefazione, monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara . Per il prelato sono interessanti le osservazioni che Chesterton fa, “sulla riduzione naturalistica, moralistica, sociologistica, che elimina il Mistero delle stesse feste cristiane e le sostituisce con feste pseudo-cristiane e che Chesterton, in anticipo di cinquant’anni, denuncia sottolineando l’equivoco che evidenzia la festa dell’inverno invece che quella del Natale, pure significativa è la fine del presepe, sostituito da riti più o meno paganeggianti”.

Tuttavia Chesterton aveva capito che ormai la cristianità occidentale stava scomparendo o almeno si stava suicidando, “riducendo il cristianesimo a un marchingegno umano”, in questo modo per monsignor Negri, la civiltà occidentale distruggeva se stessa, ma anche “la sua esigenza di umanità, di verità, di bellezza di bene, di giustizia”. A questo punto si può sostenere quello che profeticamente ha anticipato Benedetto XVI: “l’apostasia dell’uomo da Cristo finisce per diventare l’apostasia dell’uomo da se stesso”.

 

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