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C'è un libro pubblicato l'anno scorso da Sperling & Kupfer che fa molto bene leggerlo. Se non lo avete letto dovete farlo. Se c'è un argomento di stretta attualità, è proprio quello trattato in questo testo che ho divorato in questi giorni. Si tratta di «Fermate le macchine! Come ci stanno rubando il lavoro, la salute e perfino l'anima», l'autore è Francesco Borgonovo, giornalista e saggista, vicedirettore del quotidiano La Verità.

Il testo è una forte critica della rivoluzione digitale, un pressante allarme quello di  Borgonovo. Bisogna preoccuparsi oppure si tratta soltanto di elucubrazioni giornalistiche? Borgonovo sta esagerando? Ha portato alle estreme conseguenze il problema? Forse si, forse no.

Per quanto mi riguarda anche scrivendo questa recensione ho utilizzato il pc e quindi tutto quello che appartiene, alla rivoluzione digitale. Lo racconto sempre parlando con gli amici, che cosa è stato per me, l'invenzione del computer e tutto quello che ruota intorno. Non posso negare che è stata straordinaria «la comodità», di poter scrivere un articolo, inviarlo a un giornale velocemente e poi condividerlo con tanta gente.

E proprio nella prefazione, Mario Giordano segnala l'aspetto della comodità. La rivoluzione digitale «ha successo perchè è comoda. Ci risolve un sacco di problemi. Ci fa credere che tutto sia facile, a portata di mano,accessibile, perfino gratis, nascondendoci accuratamente i costi che tutto ciò comporta». Anche Giordano è preoccupato dello strapotere della tecnologia: «io non vorrei vivere in un mondo senza tecnologia, di cui sono per altro un abbondante consumatore. Ma ho l'impressione che ormai il rapporto si stia invertendo: non sono più gli uomini a usare la tecnologia, ma è la tecnologia che usa gli uomini».

Borgonovo ad ogni capitolo del libro si affida, riportando le loro tesi, a una serie infinita di più o meno noti studiosi, sociologi, psicologi, professori, scienziati. Nel 1° capitolo (la quarta rivoluzione industriale) presenta un futuro inquietante. Dopo aver fatto riferimento accenna alle prime rivoluzioni industriali, citando il libro di Klaus Schwab, “La quarta rivoluzione industriale” Franco Angeli), descrive questa rivoluzione che si caratterizza, «per un uso diffuso di internet, a cui si ha accesso con sempre maggiore frequenza attraverso dispositivi mobili, sempre più piccoli ma più potenti ed economici, e per il ricorso all'intelligenza artificiale e a forme di apprendimento automatico».

I cantori di questa rivoluzione proliferano ovunque, si va dall'area progressista al colosso della Silicon Valley. Tutti questi «tecnoentusiasti», ci dicono che «il robot in fabbrica non deve far paura. Anche quando distruggono posti di lavoro». Per questi signori, «le nuove tecnologie aumentano la produttività del lavoro, e quindi i salari, facendo crescere di conseguenza la domanda di servizi».

Credere che i computer sostituiranno l'uomo nelle fabbriche e negli uffici, «rappresenta una concezione ingenua e parziale di come funziona il mercato del lavoro». Anche se a denti stretti devono ammettere che probabilmente bisognerà spostarsi in giro per il globo, «svolgendo occupazioni, di cui, ora, faticate persino a pronunciare il nome».

Il futuro che si sta preparando è abbastanza inquietante, si parla di «intelligenze artificiali», che dovrebbero sostituire quelle umane. Milioni di lavoratori in tutto il mondo dovrebbero inventarsi un nuovo ruolo e una nuova funzione.

Sostanzialmente, «troverà lavoro chi è disposto a spostarsi, chi accumula master e chi si diletta a smanettare sulle tastiere. Ma tutti gli altri? Come faranno quelli che non vogliono lasciare casa propria, o che non possono permettersi un certo tipo di istruzione o, semplicemente, non sono portati per svolgere lavori come il programmatore o l'analista tecnologico? Facile: tutti costoro verranno spazzati via. Si creerà una ristretta élite di specialisti molto pagati (magari per un breve periodo) e un esercito di lavoratori inutili e sostituibili alla bisogna, sottopagati e sempre a rischio. Ne sanno qualcosa gli impiegati di Amazon [...]».

Anche se l'azienda non è crisi, anzi il suo fondatore, diventato il più ricco del mondo, sta assumendo e dalle statistiche che circolano in giro, si sostiene che Amazon crea posti di lavoro.

Tuttavia per Borgonovo siamo di fronte a un'evidenza: «ci stiamo trasformando in una jobless society, una 'società senza lavoro'. L'innovazione tecnologica e la robotizzazione ci stanno conducendo verso quello che lo studioso americano Martin Ford ha definito un regime di 'piena disoccupazione'». Pertanto secondo Borgonovo, «le macchine non si limiteranno a cancellare la fatica, ma cancelleranno pure il lavoro: benvenuti nella quarta rivoluzione industriale». A questo punto i guru della Silicon Valley e una bella fetta dell'intellighenzia progressista spingono verso l'innovazione e non di fermare la tecnologia. Fino a cancellare completamente il lavoro. «Come si manterranno allora le persone? Semplice: con un sussidio statale, un reddito di cittadinanza, magari finanziato proprio tassando i robot, come ha proposto la divinità digitale chiamata Bill Gates».

Borgonovo, ha pronta la citazione del sociologo Domenico De Masi, che ha pubblicato un saggio sull'argomento, «Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati» (Rizzoli). I disoccupati potranno «organizzarsi attraverso il web, al fine di trovare l'occupazione a loro più gradita, senza il cruccio di dover portare a casa uno stipendio, poiché saranno mantenuti da sussidi pubblici». Si paventa una società come nell'antica Grecia dove i filosofi si dedicavano all'«ozio creativo».

Nel 2° capitolo (che fine ha fatto il nostro futuro?), Borgonovo, affronta la questione delle conseguenze dello sviluppo sfrenato della tecnologia. Ci stiamo abituando allo strapotere della tecnica e pertanto gli effetti negativi di questo dominio troppe volte non riusciamo a coglierli. Ecco perché Borgonovo propone di giudicare il nostro presente da uomini del passato, che non sono uomini qualunque, ma dei veri geni, ci tiene a precisare. come Emile Zola (1840-1902), Jules Verne (1828-1905), H.G. Wells (1866-1946), George Bernanos (1888-1948). «Questi monumenti della letteratura occidentale dedicarono profonde riflessioni al rapporto dell'umanità con la tecnologia, e scrissero romanzi, racconti e saggi per mettere in guardia i posteri sugli enormi rischi legati alla creazione del 'mondo delle macchine'». Avevano ragione, ma non sono stati ascoltati come capita spesso. Il caso più eclatante è quello dello scrittore francese Jules Verne, che comunemente viene considerato «il cantore entusiasta della scienza e del progresso, con il suo nome che evoca mirabolanti avventure a bordo di macchine strabilianti». Eppure questo letterato, aveva scritto un saggio che prefigura il nostro presente, dove «le nuove invenzioni hanno portato comodità ed efficienza, ma hanno anche contribuito a disumanizzare l'uomo». In pratica lo scrittore francese aveva predetto l'«era del neutro, dell'individuo disponibile, più simile a una macchina che a un essere umano». Alle stesse conclusioni era giunto Emile Zola, dove in un suo romanzo, racconta di una grande magazzino che manda in rovina i piccoli commercianti locali, «funzione oggi assolta da Amazon», scrive Borgonovo.

Altro romanzo significativo è quello di H.G. Wells, dove tratteggia certe compagnie dominanti a Londra, dove «la scienza ha compiuto passi da gigante, in compenso però le disuguaglianze sociali sono aumentate a dismisura. E ciò dimostra – scrive Borgonovo - che il problema non è la macchina in sé, ma il modo in cui viene gestita». Infine Bernanos è stato quello a descrivere meglio di tutti l'abominevole connubio fra capitalismo rapace e tecnologia rampante, raccolte in un volume intitolato «Lo spirito europeo e il mondo delle macchine», (Feltrinelli).

«La conquista del mondo da parte della mostruosa alleanza tra la speculazione e la macchina un giorno apparirà simile non solo alle invasioni di Gengis Khan o di Tamerlano ma alle grandi invasioni così mal conosciute della preistoria». Così scrive va Bernanos. Il dramma vero per lo scrittore era proprio quello della disumanizzazione e della «trasformazione dell'uomo in un robot: il male non sta nelle macchine, ma sta e starà nell'uomo che la civiltà delle macchine va formando. La macchina despiritualizza l'uomo mentre ne accresce mostruosamente il potere».  Attenzione per Borgonovo non stiamo parlando «di reazionari spaventati dal radioso avvenire, ma di pensatori acuminati che hanno fiutato prima di tutti il pericolo». Infatti Bernanos scriveva: «non nego che le macchine siano capaci di rendere più facile la vita. Niente però sta a dimostrare che la possano rendere più felice». Verissimo, soprattutto nel nostro mondo di oggi, in cui «l'uomo ha fatto la macchina e la macchina è diventata uomo, per una specie di inversione diabolica».

Allora continuando con le riflessioni sulle nuove logiche portate dalla rivoluzione digitale, Borgonovo sintetizza bene quello che è successo.

«Si è cercato - scrive Borgonovo - di creare individui intercambiabili, privi di identità e di cultura, disposti a inghiottire lo stesso cibo, a indossare i medesimi abiti. Uomini e donne disponibili, pronti a sostenere turni di lavoro, appunto, disumani a fronte di stipendi sempre più bassi. Essere viventi controllati e controllabili». E questo secondo il giornalista, è la stessa logica che sta dietro la migrazione di massa. «Gli immigrati, che dall'Africa e dall'Asia giungono in Occidente, servono come esercito di lavoratori di riserva, pronti a sostituire gli europei e gli americani qualora ce ne fosse la necessità, possibilmente con stipendi bassissimi, in modo da livellare i salari di tutti. Ci viene detto che le frontiere non esistono, che le differenze culturali sono un'invenzione, che è bello mescolarsi ed essere fluidi. Per quale motivo?» Si chiede Borgonovo. «Per rendere tutti neutri. Come le macchine. Che non hanno né cultura né religione né sesso».

E qui il vicedirettore de La Verità, accenna a papa Francesco, che ha parlato di questi temi. Parlando ai membri della Pontificia accademia per la vita, ha rilevato che oggi è necessaria «una rinnovata cultura dell'identità e della differenza». Ecco la parolina che farà rizzare i capelli a molti: «differenza». Tra uomo e donna, tra maschio e femmina, sostiene il papa, c'è una differenza che va preservata. «L'utopia del neutro rimuove a un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita». E' importante per Borgonovo che il pontefice abbia attirato l'attenzione sul tema della neutralità.

«Quella del neutro è un'utopia pericolosa, che mira a creare individui intercambiabili, facilmente manipolabili, sempre disponibili e malleabili. Non uomini compiuti, ma esseri che hanno molto in comune con i robot». Papa Francesco lo ha detto con estrema chiarezza: l'utopia del neutro è l'ultima frontiera prima dell'annichilimento dell'essere umano.

Così potremmo arrivare a quello che sosteneva il filosofo tedesco Gunther Anders in un corposo saggio che «l'uomo è antiquato», perchè viviamo nel mondo della tecnica, ormai diventata soggetto della storia.

Borgonovo accenna a diversi studi, tra questi, due studiosi dell'Università di Oxford nel 2013, hanno realizzato una ricerca intitolata, il futuro dell'occupazione, nel giro di vent'anni, nei soli Stati Uniti il 47% degli impieghi potrebbe essere affidato a «macchine intelligenti». E qui da una citazione all'altra si scopre che l'automazione rimpiazzerà i lavoratori, pertanto cambia la natura del lavoro stesso. Si fa l'esempio dei camionisti che secondo McKinsey nei prossimi otto anni, un terzo di tutti i camion su strada si guideranno da soli. Molti lavoratori di oggi dovrà presto temere la minaccia posta dai lavoratori artificiali e dagli intelletti sintetici.

Qualcuno dice che servono sempre più nuove competenze, «ma come si fa a tenere il passo con computer che, in ventiquattr'ore, immagazzinano più dati di quanti noi possiamo eleborarne in una vita intera?». Nel frattempo l'ecatombe lavorativa si avvicina sempre più. Borgonovo citando Shelly Palmer, prova a prevedere i cinque lavori che in futuro i robot si prenderanno. I primi a perdere il lavoro saranno i quadri intermedi, poi ci sono i venditori. Commessi, negozianti, addetti alle vendite. Poi impieghi affini come i camerieri e i baristi. Un altro settore su cui si abbatterà la robotizzazione secondo Palmer, sarà quello dei giornalisti, anche televisivi, che potranno essere rimpiazzati da algoritmi che selezionano notizie o addirittura da annunciatori catodici. Altro lavoro che scompare è quello dei contabili, tutti coloro che si occupano di amministrazione, nelle banche come negli uffici. Scompaiono anche i medici, secondo Palmer. Naturalmente non mancano gli esempi.

Nonostante tutto questo la campagna a favore della robotizzazione è costante, per i media è foriera di enormi progressi e splendide novità. Addirittura i robot hanno marciato su Roma; si è svolta nella capitale una vera e propria full immersion nel mondo della robotica con laboratori, esposizioni, conferenze, tavole rotonde e soprattutto gare.

Su questo tema per il giornalista de La Verità, bisognerebbe ascoltare Nicholas Carr, uno dei maggiori esperti di tecnologia del pianeta, autore di “Internet ci rende stupidi”, bestseller mondiale pubblicato in Italia da Raffaello Cortina, dove si parla dei rischi legati alla crescente automazione a cui ci stiamo affidando.

Per Carr invece di elevarci a lavori più interessanti ci stiamo trasformando in semplici “operatori informatici”. Dipendiamo sempre più da un software e dalle sue strutture. In tutto questo c'è il rischio di essere manipolati e di diventare passivi. Sono interessanti le riflessioni di Carr su internet: in pratica ci rende più facile raccogliere informazioni, ma nello stesso tempo ci rende difficile sviluppare la conoscenza, che comporta la sintesi di informazioni, che a sua volta richiede attenzione, riflessione, contemplazione.

Negli altri capitoli Borgonovo affronta le questioni che riguardano i grandi colossi della rivoluzione digitale come Amazon, Google, Apple, questi moloch miliardari, sono i nuovi feudatari della rivoluzione in atto.

Interessanti da leggere sono le considerazioni sull'invasione digitale a scuola.

Il libro ricorda Valeria Fedeli, l'ex ministro dell'Istruzione, che consente l'introduzione sui banchi scolastici dello smartphone e dei tablet. Con tanta forza e ironia il giornalista scrive: «Non basta che i dispositivi elettronici assorbano costantemente occhi e menti dei ragazzi (compresi i bambini della scuola primaria) nell'arco della giornata. No, bisogna che la schiavitù digitale prosegua anche in classe». Sono numerosi gli esperti che hanno elencato gli esorbitanti danni causati dagli smartphone e dai tablet. Viene da chiedersi se i luminari del ministero ne abbiano tenuto conto. Praticamente nel mondo l'uso dei dispositivi tecnologici sono vietati, in Italia in controtendenza si ammettono, anzi si incentivano per tutte le classi. Una decisione incomprensibile dal punto di vista pedagogico per il pedagogista Daniele Novara. E' difficile non pensare al business enorme che sta dietro a tutto questo. «Si introduce nelle classi uno strumento che oggi rappresenta un elemento di inquietudine per bambini e ragazzi». Come si fa a controllare qualcosa che uno si porta in tasca o si mette sotto il cuscino?

Il professore Novara è estremamente critico sullo smartphone come strumento didattico, è come dare l'alcol ai bimbi di sei anni, così imparano a gestirlo. Novara non è il solo a mettere in guardia sul digitale c'è anche Manfred Spitzer, medico e psichiatra, celebre per aver scritto il libro “Demenza digitale”, pubblicato in Italia da Corbaccio, ha avuto già quattro edizioni e soprattutto ha avuto il merito di aprire gli occhi sugli effetti collaterali della rivoluzione digitale. Spitzer ha spiegato con grande chiarezza perché «internet ci rende stupidi». Addirittura il medico, direttore del Centro per le neuroscienze e l'apprendimento dell'università di Ulm, paragona la nostra relazione con la tecnologia digitale a quella che abbiamo con le droghe. I media digitale danno dipendenza e danneggiano lo sviluppo del cervello dei bambini e negli adolescenti come le droghe. Per il professore gli smartphone causano depressione e insoddisfazione, sono «le patologie delle società civilizzate». Pertanto occorre proteggere i bambini e gli adolescenti dall'uso intenso del digitale. Occorre abituare i bambini al piacere della lettura, se non lo si abitua a questo, lui sceglierà scelte più facili come lo smartphone.

Ci sarebbero altri aspetti interessanti che vengono affrontati nel libro come la cultura del narcisismo incrementata dalla connessione al web. Lo sottolinea Pietropolli Charmet. Tanti ragazzi hanno perso il legame con la natura, proprio a causa dell'uso della tecnologia digitale. Lo ha allontanato dall'ambiente, dagli alberi, dal verde. E' fondamentale ritornare alla dimensione selvatica per l'uomo. Borgonovo fa riferimento alla grande importanza per i bambini del «gioco brado», del gioco spontaneo, le attività programmate, strutturate e sorvegliate dagli adulti non fanno bene.

Concludo con qualche riflessione che Borgonovo, ha fatto a «Letture.org», che gli chiedeva se il suo libro poteva essere visto come un manifesto del luddismo. La parola luddismo è sempre usata a sproposito. Si pensa che i luddisti avessero un odio cieco verso la tecnologia e un'ottusa ostilità verso il progresso, un rifiuto barbaro di ogni novità. Non è proprio così. I luddisti, «non se la prendevano con le macchine, ma soprattutto con i padroni che le utilizzavano per massimizzare i profitti a spese di una larga fetta della popolazione».

I tecnofanatici accusano di luddismo chiunque osi criticare la rivoluzione digitale. Utilizzano lo stesso disprezzo che un tempo veniva esibito nei confronti dei luddisti. Ci viene ripetuto in ogni occasione che “il progresso non si può fermare” [...]. Ci viene ribadito che dobbiamo “andare avanti”, anche se non sappiamo quale sia la direzione. L’importante è muoversi, innovare, stare al passo. Siamo immersi nell’ideologia del movimento fine a sé stesso, cosa pericolosa e grottesca. Borgonovo  tra i molteplici lati oscuri della rivoluzione digitale vede quelli come vengono utilizzati i nostri dati personali raccolti dai social network. Grande scandalo sui media per le vicende che hanno coinvolto Facebook, ma Google si comporta in modo molto simile, circa il 77% delle pagine Web che visitiamo attraverso il motore di ricerca viene tracciato. Pensiamo davvero che questo tipo di società sorvegliata sia “un progresso”?

Tra i rischi che comporta la digitalizzazione della nostra società, tra quelli più gravi, Borgonovo crede che stiamo perdendo la nostra umanità. «I tecnofanatici vogliono creare un uomo nuovo, esattamente come volevano fare le grandi dittature del Novecento. È un progetto folle e pericolosissimo».

Presentando il libro di Borgonovo, Luca Gallesi su Il Giornale, scrive che oggi «ai dogmi religiosi, sono subentrati altri dogmi, ben più intransigenti, che alla teologia hanno sostituito la tecnologia, nuova divinità».

Pertanto secondo Gallesi, «la lettura di Fermate le macchine! fa l'effetto di una doccia gelata. Intendiamoci: Borgonovo non è un luddista, non auspica la distruzione delle macchine né il ritorno a una civiltà pre-moderna, dove la legna sostituisca il petrolio e i cavalli le automobili, ma ci mette in guardia dal dilagare di un ottimismo ingiustificato e pericoloso nei confronti delle cosiddette «nuove tecnologie». (Luca Gallesi, «Fermate le macchine» vogliamo uscire dal progresso che umilia l'essere umano», 30.6.18, Il Giornale)

Allora è possibile difendersi dallo strapotere tecnologico? Certamente iniziando con piccoli accorgimenti come «dandosi un limite. Limitando il tempo che passiamo attaccati al cellulare. Spegnendolo quando non serve. Perché non ci gustiamo il bel piatto che abbiamo davanti invece di farlo freddare mentre cerchiamo di fotografarlo? È solo un esempio, una piccola cosa. Ma dimostra come si possa dominare la tecnologia. Poi, certo, ci sono questioni molto più ampie, a cui solo la politica può dare una risposta. Per esempio quelle legate al lavoro. Credo che un governo serio dovrebbe occuparsene immediatamente. E dovrebbe anche provvedere a cancellare i provvedimenti che hanno spalancato le porte delle classi ai dispositivi digitali».

 

 

Il prossimo 2 marzo 2019 a Firenze presso la Sala Beghi di Villa Arrivabene, (Sede quartiere 2 – Piazza Leon Battista Alberti), alle h 17.30 avrà luogo la presentazione del n°28 della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe” dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, nella cui redazione figurano Lorenzo Spurio, Michela Zanarella, Luigi Pio Carmina, Emanuele Marcuccio, Cristina Lania, Laura Vargiu, Valtero Curzi, Francesco Martillotto, Lucia Bonanni e Francesca Luzzio.
Il suddetto numero, pubblicato e diffuso all’inizio di febbraio, forniva lo spunto al quale rifarsi per  approfondire il legame tra due forme artistiche: “Musica e letteratura: influenze e contaminazioni”. Ed è questo il titolo dell’incontro che si terrà a Firenze a Villa Arrivabene; l’evento è promosso ed organizzato sotto il patrocinio del Comune di Firenze e della Città Metropolitana di Firenze e vedrà, tra i vari contributi, poeti, scrittori e critici letterari, che esporranno le proprie opere presenti nella rivista.
Saranno presenti esponenti del mondo letterario e culturale, fra cui  il poeta e critico lettario Lorenzo Spurio (Presidente dell’Associazione Euterpe di Jesi), la poetessa e giornalista Michela Zanarella (Presidente dell’Associazione Le Ragunanze di Roma), il poeta e critico letterario Carmelo Consoli (Presidente della Camerata dei Poeti di Firenze), la poetessa e critico letterario Lucia Bonanni, il poeta e scrittore Iuri Lombardi e il poeta e scrittore Michele Veschi.
Tra i numerosi contenuti della rivista si segnalano, per la sezione di saggistica/critica letteraria, gli interventi “Gli scrittori nella canzone d’autore italiana” (Iuri Lombardi), “Del testo e della musica. Un approccio storico ai problemi relativi al rapporto tra poesia e musica” (Luca Benassi), “Da la terra del rimorso di Ernesto De Martino alla “cinematografia sgrammaticata” di Pier Paolo Pasolini, per un percorso interdisciplinare tra etnomusicologia, letteratura popolare e cinema etnografico (Lucia Bonanni), “La voce della fontana in Fogazzaro, D’Annunzio, nei Crepuscolari. Una musica per immagini” (Cinzia Demi), “Approcci comunicativi e sovrapposizioni di voci nel delirio comunicativo di Alice nel Paese delle Meraviglie” (Lorenzo Spurio) e altri testi, volti ad analizzare personaggi quali Fryedrick Chopin (Maria Grazia Ferraris), gli chansonniers francesi (Angelo Ariemma), Patti Smith (Mario De Rosa), Bob Dylan (Cinzia Baldazzi, Fabia Baldi e Cinzia Perrone), l’universo beat al femminile (Vincenzo Prediletto), le nuove frontiere del rap (Stefano Bardi), i rapporti tra musica e letteratura (Corrado Calabrò, Valtero Curzi), il melodramma (Francesca Camponero) e tanto altro ancora.
La rivista è leggibile anche in formati compatibili  a  Smarphone, Tablet e Lettori di ebook.
Il precedente numero della rivista, che proponeva il tema “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella letteratura, storia e arte”, è stato presentato nei mesi scorsi a Palazzetto Baviera a Senigallia (Ancona) e al Centro Spinelli della Facoltà di Economia dell’Università La Sapienza di Roma.
L’evento della nuova presentazione della rivista “Euterpe” che si terrà a Firenze il 2 marzo  è disponibile nella piattaforma Fb.

«Ora venite? Ora che il terremoto è finito? Una donna ferita tende i pugni contro la prima pattuglia sbarcata dalle navi italiane. Dopo i marinai russi della squadra del Baltico, dopo gli equipaggi della flotta inglese, martedì 29 dicembre arrivano, finalmente. I nostri». Con questa invettiva nel retrocopertina, viene presentato il libro di Giorgio Boatti, «La terra trema. Messina 28 dicembre 10908. I trenta secondi che cambiarono l'Italia, non gli italiani», pubblicato da Arnoldo Mondadori editore nel 2004.

Il terremoto che ha colpito Messina, mi ha sempre incuriosito e per certi versi, affascinato. Ho letto con una particolare attenzione la puntuale cronaca di quello che è successo prima, nei trenta secondi e soprattutto dopo il tragico terremoto. Siamo all'alba del 28 dicembre alle ore 5,45, quando la maggior parte della gente sta dormendo, in pochi secondi si abbatte sulla città il più disastroso terremoto mai avvenuto in Europa, radendo al suolo Messina e Reggio Calabria, con il suo tragico bilancio di morti (quasi centocinquantamila). Subito dopo, «in un surreale silenzio, un rombo sordo che sembra venire dal fondo del mare. In rapida successione le gigantesche ondate del maremoto investono la città devastata dal sisma». Sparisce il porto, le barche sono scagliate contro le macerie dei palazzi, in particolare della «Palazzata».

Il libro di Boatti racconta la catastrofe di Messina in un ampia e serrata ricostruzione basata, oltre che sulle cronache e i racconti dei sopravvissuti, su documenti inediti che rendono particolarmente completo lo studio. Boatti sottolinea i ritardi nella ricerca dei sepolti vivi, l'incapacità delle istituzioni di decidere come sistemare i sopravvissuti e quindi il territorio, soprattutto di operare con umanità.

Messina, in quelle ore, in quei giorni era priva di tutto. I primi soccorritori, sono stati  i marinai russi che si trovavano in quel momento nel porto, sulle corazzate Cesarevic e Slava furono i primi ad accorrere. «Con i bianche vessilli, la croce blu della marina zarista issata in poppa», alle 7 del mattino questi giovani disciplinatissimi, graziosi e pieni di attenzione verso la popolazione colpita dal disastro, scendono dalle navi con le scialuppe e raggiungono la città. Sono ammirati anche dagli altri equipaggi giunti nel porto, in particolare, gli inglesi. Sommando le diverse unità, sono quasi tremila marinai che accorrono in soccorso di Messina distrutta. I giovani marinai oltre a cercare i sopravvissuti, han dovuto intervenire contro chi stava compiendo il gesto più oltraggioso: rubare e saccheggiare tra le macerie delle case. Naturalmente ai militari non rimaneva che sparare a vista.

Scarfoglio, cronista de Il Mattino, racconta, «Almeno la metà dei detenuti di Messina è vagante per le vie: tutti i detenuti di Messina sono liberi: tutti i malviventi arrestati nei villaggi sono fuggiti la notte del terremoto: vi sono poi moltissimi malfattori liberi accorsi dai paesi vicini, i quali nella sciagura immane vedono un comodo mezzo per compiere le loro gesta».

La questione dei cosiddetti «sciacalli», mi ha molto impressionato. Per la verità il libro non è stato tanto chiaro sulla faccenda. In Boatti trapela una certa distinzione, c'era chi rubava per fame e chi invece lo faceva per avidità. Tuttavia il testo evidenzia lo sconvolgimento sociale e sovversivo che opera l'evento terremoto. Tutto è mutato rapidamente: la mentalità, i rapporti umani. Dai primi racconti è evidente che c'è un «repentino ritorno a uno stato di natura, brutale e semplice».

«Sono molti gli episodi, riportati dai cronisti, che parlano dello scatenarsi dei saccheggi, dell'accendersi della violenza, delle reazioni da parte degli sparuti presidi di uomini in divisa, dei conflitti a fuoco che avvengono in quelle prime ore, in quei primi giorni, nella città devastata». A.C. Fratta sul Corriere d'Italia, cita episodi atroci: cadaveri con le dita tagliate, lobi degli orecchi tagliati, strappati, per rubare orecchini. Addirittura sembra che i ladri sono in azione anche durante la visita del re d'Italia e della regina.

Seguiamo il resoconto di un giornalista: «Si vedono...lugubri abitatori, le bieche figure dei ladri che frugano i resti della morte. Tratto tratto qualcuno ne viene arrestato dai soldati che fanno la ronda: il delitto è flagrante, l'ordine è perentorio, i miserabili sono fucilati. La pioggia, la sete, la fame, il buio della notte senza più alcun mezzo di illuminazione, accrescono lo sgomento di chi resta. Anche ai superstiti sembra che lo squallore dell'oggi sia peggio della morte di ieri».

Bellonci, giornalista de Il Giornale d'Italia, racconta che l'ammiraglio Viale, voleva impedire ai suoi marinai di scendere a terra, perché c'erano orde di predoni che infestano Messina. C'è stato un marinaio che ha dovuto lottare contro un gruppo di malviventi. Anche i marinai russi hanno dovuto lottare contro bande di criminali, evasi dalla carceri.

Dunque dopo i russi e gli inglesi arrivano gli italiani. Boatti racconta minuziosamente i primi momenti del dopo terremoto. Naturalmente erano saltati tutti i collegamenti. La torpediniera Serpente, ha dovuto faticare per trovare una postazione attiva telegrafica per inviare a Catania il telegramma del maggiore Graziani, alla fine soltanto a Milazzo è riuscita ad inviarlo, ma erano le 18. Mentre l'altra, la torpediniera Scorpione, raggiunse l'ufficio telegrafico di Nicotera alle 13 per trasmettere i telegrammi diretti al Governo. Mentre nel pomeriggio, il maggiore è riuscito ad utilizzare la postazione telegrafica di Scaletta Zanclea.

Tuttavia calato il buio di quel lunedì, 28 dicembre, giungono a Palermo, a Catania e a Roma, i messaggi che danno un quadro vicino alla realtà. «Richieste senza risposte immediate. Molte le voci e i messaggi che invocano aiuto, ma la macchina dei soccorsi – sia nelle città vicine che nella capitale – anche quando comincia a udire gli appelli è lenta e impacciata nel muovere i primi passi».

A questo proposito alla fine del libro Boatti pubblica una appendice documentaria. Si tratta di tre rapporti. Tre osservatori, il primo, il console americanoBayard Cutting jr, il colonnello francese Elie Jullian e il colonnello inglese,Charles Delmè-Radcliffe che sono presenti sulla scena già nei primi giorni di gennaio del 1909 e svolgono incarichi ufficiali per conto delle loro nazioni.

Negli scritti di questi tre osservatori, «colpiscono i comuni, severi giudizi con cui valutano l'opera di soccorso e l'intervento dello stato italiano nelle zone terremotate. Talvolta, nel caso dei due addetti militari, le notazioni critiche coinvolgono, e pesantemente, la stessa popolazione e sottolineano alcune caratteristiche generali del carattere italiano che sarebbero all'origine delle gravissime disfunzioni».

Il Boatti sottolinea quanto erano ancora diffusi certi stereotipi, talvolta razzisti, nei confronti dell'Italia e del suo Meridione.

«A Messina tutti hanno dato ordini, nessuno li ha eseguiti», sostiene il colonnello francese. Sembra che i primi nostri battaglioni sono arrivati a Messina senza viveri, senza ambulanze, ecco perché molti feriti sono morti. Il colonnello descrive l'inadeguatezza dei nostri vertici che non sono riusciti a tenere l'ordine pubblico. Uno sciame di delinquenti si sono impossessati di territori della città. Viene fortemente criticato l'operato del generale Francesco Mazza, a cui il presidente del Consiglio Giolitti aveva dato pieni poteri per lo stato d'assedio, preoccupato soltanto di impedire che arrivassero a Messina, elementi indesiderabili. Il testo di Boatti descrive nei minimi particolari, la contraddittoria figura di questo generale, che viveva con una certa agiatezza sulla nave e da qui dava i comandi.

Infine l'ultima accesa critica, forse quella più grave viene dal colonnello inglese che asserisce che con un soccorso tempestivo da parte delle forze armate italiane e soprattutto se avessero accettato l'aiuto delle navi straniere, si sarebbero potute salvare più di diecimila persone. Delmè- Radcliffe mettendo piede a Messina, ha notato una generale apatia, indifferenza. Gli stessi sopravvissuti, «il 90 per cento di solito si rifiutava categoricamente di muovere un solo dito per aiutare se stessi, e tanto meno qualcun altro. Consideravano come un dovere del resto del mondo dare loro cibo, vestiario, case e rifornirli di comodità [...]Naturalmente, non tutti possono essere raggruppati in questa ampia generalizzazione[...]».

Secondo il colonnello inglese si perdettero troppi giorni, inoltre, il diplomatico percepisce l'inaffidabilità della maggior parte delle autorità locali, dai sindaci ai prefetti.

Con lo stato d'assedio, si cominciò a ragionare sul futuro della città di Messina, le ipotesi erano tante, sgomberarla e ricostruirla da un'altra parte, bombardarla e raderla al suolo. Altra soluzione era quella di disinfettarla con calce viva, visto che ora dopo tanti giorni i morti vanno in decomposizione e c'è il rischio di gravi epidemie. In una corrispondenza del 1 gennaio di L. Lucatelli, si sostiene che Messina è civilmente morta, tutto è andato perduto, l'archivio municipale, quello giudiziario, morti quasi tutti i pubblici funzionari.

Ma il terremoto non ha colpito solo Messina, è stata distrutta anche Reggio e molti altri centri della Calabria. I sindaci dei piccoli centri calabresi si premurano con insistenza ad allertare con telegrammi il Governo a Roma. Peraltro qui si lamenta altre gravi inadempienze, forti ritardi negli aiuti. Addirittura si parla di totale abbandono dei calabresi. Tra l'altro gli stessi territori avevano subito nei mesi precedenti altre scosse di terremoto con forti danni.

Il libro di Boatti racconta molte cose in riguardo a Reggio. Colpisce l'analisi competente sulle condizioni dei palazzi reggini, che hanno ceduto internamente, schiacciando la gente sotto i vari soffitti. Boatti si affida alle competenti analisi dell'architetto Baratta. Così sono morti quelle giovani sfortunate reclute della caserma Mezzocapo di Reggio, arrivati la sera prima dal Nord Italia, dal Veneto. Sono passati dal sonno alla morte. Invece destino inverso hanno avuto un gruppo di seminaristi della camerata San Carlo Borromeo, che dovevano andare in gita, senza aspettare il suono della sveglia delle 6, si sono alzati prima alle 4,20 e così il terremoto li raggiunse sul treno.

Anche qui sulla Calabria affiorano analisi impietose sul comportamento di una parte dei sopravvissuti al terremoto. Vecchi stereotipi vengono a galla. Il vecchio topos sulla Calabria resiste, in particolare, il fatalismo.

I giornalisti notano una certa fannullaggine da parte dei giovani calabresi, che non sarebbero pronti ad aiutare i soccorritori. Il testo di Boatti riporta episodi ben precisi. Addirittura De Rossi, si domanda su Il Corriere d'Italia «se vale la pena affannarsi tanto per un popolo di egoisti, di fiacchi e di ingrati?».

Il libro di Boatti si sofferma anche sui numerosi aiuti che le regioni meridionali ricevono da tutta la penisola, ma soprattutto da tutto il mondo. Anche qui si discute poi come far arrivare questi aiuti ai vari territori del Sud, necessita istituire un Comitato centrale di soccorso, di cui entrano a far parte tutti i notabili di allora. C'è un oceano di memorie e di testimonianze da raccogliere, circa 512 buste dell'Archivio del Comitato. Altrettante documentazioni si trovano negli Archivi della Chiesa cattolica. Il Boatti fa riferimento anche alla Massoneria, al grande Oriente che si mobilitò per aiutare i terremotati. Partirono treni speciali da Milano, con descrizione dettagliata di queste partenze. Le raccolte sono state organizzate anche dai giornali, come quella del Corriere della Sera.

Nelle città si organizzano le «passeggiate», sfilate di carri che transitano lungo le vie principali, per raccogliere abiti, viveri, generi di soccorso per gli abitanti. E' una grande novità che colpisce tutti gli abitanti del nostro Paese, in molti rimarrà per sempre nella memoria questa spettacolarizzazione delle offerte, delle donazioni.

Boatti precisa che su un totale di 21 milioni raccolti, poco meno di due terzi proviene dall'estero, dove primeggia l'Inghilterra.

Dopo ogni terremoto, affiorano diverse questioni, il libro cerca di affrontarle tutte; ci sono difficoltà nella corretta distribuzione dei viveri. Dopo settimane si è scoperto che le razioni giornaliere distribuite erano di più dei profughi presenti nella città. Poi c'era la distribuzione delle baracche, anche qui si è notato un certo losco traffico. Infine c'èra la questione dei profughi; quanti sono e dove sono andati.

Tra questi c'è una questione molto delicata quella che riguarda gli orfani. Chi si deve occupare, è un tema delicatissimo, che può generare speculazioni. Intanto quanti sono gli orfani lasciati dal terremoto di Messina e Reggio? Il generale Pollio suggerisce di affidare un orfano a ogni reggimento del Regio esercito. E le femmine? A questo punto subentra la Chiesa, in particolare don Luigi Orione. Questo prete venuto dal Nord, originario del pavese, quindi conterraneo del generale Mazza e del suo assistente Lanzavecchia. Ben presto arrivano ad accordarsi, nonostante le tante difficoltà. Don Orione fonda la colonia della Divina Provvidenza e il Collegio S. Luigi. Ha dalla sua parte il Papa, S. Pio X, ma viene osteggiato a livello locale.

Sulla questione degli orfani si apre un contenzioso tra le istituzioni dello Stato e la Chiesa. Si arriva a un contrasto ideologico tra i due attivismi, quello cattolico e quello laico. Si giunse ad ipotizzare da parte laicista un ipotetico possesso delle «anime degli orfani», da parte della Chiesa. In più subentra il caso del transatlantico spagnolo «Cataluna», che imbarca ragazzi orfani ad ogni approdo, e che sfugge ad ogni controllo burocratico.

Su questo argomento Boatti, inserisce il caso del professore Salvemini, docente all'università di Messina, colpito personalmente dal terremoto, che gli ha portato via i suoi quattro figli. Il Salvemini è rimasto per tutta la vita con la speranza di ritrovare almeno uno dei suoi figli.

Affrontando il tema della ricostruzione, il libro si occupa della polemica sull'università di Messina. Molti docenti era morti con le loro famiglie, gli edifici e i siti universitari distrutti. Boatti interviene facendo parlare il professore Salvemini che sferra attacchi nei confronti dei colleghi napoletani, ma anche contro l'istituzione messinese, auspicando la chiusura.

Negli ultimi capitoli del testo si fa accenno al terremoto come castigo di Dio. «Sono molti, soprattutto tra i più semplici, a pensare all'intervento diretto dal Cielo sulle vicende umane». Non è la prima volta, intorno alle grandi calamità, c'è tutto un proliferare di racconti, di premonizioni, di segnali, magari non colti subito, o intuizioni funeree.

Si scatenano feroci polemiche fra gli opposti schieramenti, in particolare si fa riferimento ad un sonetto, pubblicato su un giornaletto umoristico. Sembra che hanno diffuso la polemica, prima il direttore de La Scintilla e poi lo stesso don Orione. Così si può pensare che «il terremoto che ha colpito la città è stato attirato dal blasfemo sonetto risonato nella Messina 'in mano agli anticlericali'». Naturalmente la stampa italiana, in particolare il Corriere della Sera, ridicolizza, queste forzature clericali.

 

Una cornice significativa, quella della sala conferenze della Casa Circondariale di Catanzaro, per la presentazione del libro “Storia segreta della ’ndrangheta”, scritto a quattro mani dal docente Antonio Nicaso e dal procuratore dr. Nicola Gratteri.

L’evento si è svolto il pomeriggio di mercoledì 13 febbraio alla presenza, oltre che del giudice da sempre impegnato nella lotta al crimine organizzato, del direttore dell’Istituto Angela Paravati, che ha fortemente voluto l’incontro quale vero momento di formazione per il personale.

Presenti altresì il vicedirettore Emilia Boccagna ed un folto pubblico composto dal personale civile e del corpo di polizia penitenziaria.

Ha aperto i lavori del convegno il direttore Angela Paravati, ringraziando il procuratore Gratteri e soffermandosi sull’importanza del testo che riscostruisce in chiave storica, con notevoli approfondimenti documentaristici, l’evoluzione del fenomeno criminale in Calabria: “La ’ndrangheta nasce nella Calabria dell’Ottocento, regione per la quale l’unità d’Italia è stato un evento più che altro drammatico; l’organizzazione sopravvive a due guerre mondiali, alla dittatura fascista ed è stata sempre sottovalutata dalla classe dirigente e dalla magistratura, diventando una cosca parassitaria in sistema di governo del territorio, capace di infiltrare la politica e l’economia nazionale e internazionale”.

Significativo l’intervento di Nicola Gratteri, che ha evidenziato come la distorsione culturale si estende fino al linguaggio, partendo dall’etimologia: “Il termine ’ndrangheta deriva dal greco andra (plurale di anér, uomo) e agathòs (buono) e, indica letteralmente “gli uomini di valore”,mentre in realtà i comportamenti degli appartenenti alle cosche si sono sempre contraddistinti, nel corso dei secoli,  per le prevaricazioni poste in essere. Basti pensare ai furti di bestiame nel latifondo, eventi nei quali gli stessi picciotti che avevano organizzato i furti intervenivano per far ottenere la restituzione di parte della refurtiva, acquisendo potere contrattuale nei confronti dei latifondisti e dei massari.”

E non è che l’inizio: “La responsabilità del potere nel corso dei secoli per il ruolo riconosciuto alle mafie è costante: i latifondisti assoldavano i picciotti in occasione delle elezioni per pestare rivali politici ed elettori; dopo il terremoto del 1908 a Reggio, di fronte ad un Governo che dà solo il 70% dei fondi per ricostruire le case distrutte, si inseriscono le banche della Mano Nera di New York, che si insediano nella piana e prestano il restante 30% ad usura a chi non ha nulla.” Arrivando ai giorni nostri il giudice afferma che “la ’ndrangheta è l’organizzazione criminale più ricca e più potente al mondo, con un fatturato annuo di diverse decine di miliardi di euro. Stringe relazioni con il potere, è presente in quasi tutti i continenti, ma è estremamente misteriosa.”

Il procuratore Gratteri si è soffermato sulla produzione di droga in Sudamerica, suscitando notevole interesse tramite la proiezione di un video sul confezionamento e sul trasporto della sostanza, prenotata presso i produttori locali dalla ’ndrangheta che riesce così a saturare il mercato.

Molto partecipata la discussione sull’esecuzione penale: Gratteri ha messo a confronto gli istituti penitenziari di altri Paesi, soffermandosi sul problema dell’inattività dei detenuti che non favorisce la rieducazione.

Dopo Terroni, Pino Aprile, giornalista e storico d'assalto, continua l'argomento con «Terroni 'Ndernescional. E fecero terra bruciata», pubblicato sempre da Piemme (2014). In questo testo, che forse non ha avuto lo stesso successo del precedente, Aprile oltre a ragionare sul Meridione d'Italia, conquistato con una guerra di spietata dai Piemontesi, dà ampio spazio alla Sardegna, che faceva parte del Regno dei Savoia, che si chiamava appunto di «Sardegna».

La Sardegna scrive Aprile governata dai Savoia, al momento dell'Unità d'Italia era la regione con meno strade, più analfabeti e manco un metro di ferrovie. Fu il vero Sud. Sostanzialmente la novità del libro è il confronto tra il Regno delle Due Sicilie, la Sardegna e la Germania dell'Est. Se il Regno borbonico e la Sardegna hanno subito l'identico saccheggio da parte del governo piemontese, anche la Germania dell'Est ha subito lo stesso saccheggio, da parte dei tedeschi dell'Ovest. Per la verità la sua tesi di Aprile, almeno per quanto riguarda la Germania dell'Est, mi sembra un po' azzardata.

Pertanto, cos'hanno in comune la Sardegna del 1720 e soprattutto del 1847; il Regno delle Due Sicilie del 1860-61; la Germania Est del 1989 e di adesso. Per Aprile, «sono Sud di Nord sempre più grandi; costretti in stato di minorità». In pratica secondo il giornalista pugliese, la Sardegna diventa «fattoria del Piemonte» e nacque così la questione sarda. Industria e agricoltura del Regno delle due Sicilie, furono sacrificate allo sviluppo del Nord, nasce la questione meridionale. Mentre la Germania dell'Est dopo la caduta del Muro di Berlino, viene risucchiata dalla Germania Ovest e così nasce la Questione orientale.

La Sardegna, «fu il primo Sud – scrive Aprile – per la fusione con lo 'Stato peggio governato d'Italia'». Il metodo della «fusione», che fu fatto in Sardegna, secondo Franco Venturi, fece scuola, e diviene metodo: «il modo dell'Italia di essere paese. Divisa. La questione meridionale fu l'estensione al Mezzogiorno continentale del sistema economico[...]».

Nelle pagine del libro, l'autore ricorda che né la Sardegna, né il Regno delle Due Sicilie chiedevano di essere ammessi al Piemonte. «Lasciate perdere le panzane che ci propinano da un secolo e mezzo sulla patriottica attesa dell'arrivo dei garibaldini e Vittorio Emanuele. Questo lo volevano i fuoriusciti napoletani a Torino, che erano il 7,6 per cento del totale, 1500, in gran parte lombardo-veneti: quindi un centinaio di persone. E Luigi Carlo Farini (che da dittatore a Modena, per conto dei Savoia, si era impadronito dei beni del duca spodestato, da luogotenente a Napoli, scrisse che non erano più di 100 a volere l'unificazione [...]». Bisognava prendere ad«archibugiate», chi non voleva diventare piemontese? si domandava MassimoD'Azeglio.

Pertanto per Aprile, i Piemontesi, invece di mettere ordine in casa propria cioè in Saedegna, «preferirono darsi da fare in trasferta. Per giustificare l'invasione del Regno delle Due Sicilie, fu inventata l'arretratezza del Sud rispetto al Nord».

Tuttavia nessun territorio come la Sardegna amministrata dai modernizzatori sabaudi, era tanto indietro, sotto ogni punto di vista, nonostante le «amorevoli cure dei prodi unificatori». Aprile così come nel primo Terroni, ma anche nel libro, Giù al Sud, si lascia andare a continui confronti sia storici che di ordine politico attuali, tra Nord e Sud, polemizzando non poco con la politica nordista dei vari governi italiani, che peraltro, sono colpevoli di aver diviso il Paese. In particolare Aprile continua a scagliarsi contro la Lega, figlia di quell'annoso egoismo politico che ha affossato il Sud. Naturalmente non condivido il vistoso accanimento del giornalista nei confronti della Lega, che peraltro è cambiata sensibilmente con la segreteria Salvini.

Comunque il testo infatti è pieno di confronti tra i due sistemi: quello sabaudo e borbonico. Si inizia s prendere in esame l'aspetto culturale. L'arretratezza culturale del Regno delle due Sicilie, rispetto al Piemonte è una bufala: «Il Regno delle Due Sicilie aveva il doppio di studenti universitari del resto d'Italia, messo insieme e fuoriusciti borbonici, esportavano a Torino facoltà universitarie nate a Napoli. Arretratezze, povertà e difficoltà dei trasporti della Sardegna, invece, erano vere».

L'Italia, secondo Aprile, «è divisa nella testa e nei cuori degli italiani,le disuguaglianze impresse nel territorio e lo squilibrato riconoscimento dei diritti sono soltanto trasposizioni materiale di un'idea». L'esempio evidenziato da Aprile è la mancanza di ferrovie, di mappe stradali nel Sud, ma questo valeva anche per il Nord.

Aprile fa riferimento all'alta percentuale di analfabeti presente nella Sardegna, circa l'89,7 per cento. «Ma la Sardegna era governata da Torino, non da Napoli. Le cose migliorarono un po', 40 anni dopo l'Unità, a prezzi pesanti perché si voleva alfabetizzare, ma a spese dei Comuni. Come dire: noi vi diamo l'istruzione obbligatoria, però ve la pagate da soli».

Aprile continuando nelle comparazioni, sottolinea la qualità culturale del «primitivo» Sud, che partoriva ed esportava in tutto il mondo facoltà universitarie tuttora studiatissime: dalla moderna storiografia all'economia politica, dalla vulcanologia, alla sismologia, all'archeologia. Trovo riscontri di questi studi nel libro di Giorgio Boatti, La Terra trema. Messina 28 dicembre 1908. Mondadori (2004), «[...] è sotto il Regno dei Borbone che, nel 1841, si provvede a fondare il primo centro di ricerca esistente al mondo sui vulcani e sui terremoti. Si tratta dell'Osservatorio Vesuviano affidato sin dal suo iniziale procedere a Luigi Palmieri che, dopo la metà del secolo (1855), costituisce l'originale prototipo di sismografo [...]». Se era una popolazione analfabeta, quella napoletana, come faceva a produrre queste cose? Si chiede polemizzando Aprile. Sul tema il professore Gennaro De Crescenzo si domanda in un suo libro: «Il Sud: dalla Borbonia felix al carcere di Fenestrelle», : «come facevano a spuntare oltre 10.000 studenti universitari contro poco più di 5.000 del resto d'Italia, da un tale oceano di ignoranza? Ne si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che nel regno delle Due Sicilie i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie a sussidi che furono immediatamente aboliti dai piemontesi, al loro arrivo».

Sempre De Crescenzo, uno studioso che ha consultato fior di archivi, può scrivere che nel Regno napoletano, «c'erano almeno una scuola pubblica maschile e una scuola pubblica femminile per ogni Comune oltre a una quantità enorme di scuole private». Il professore fa un elenco dettagliato per ogni territorio del Regno. Per esempio nella Terra di Lavoro, c'erano bel 664 scuole. Interessante il riferimento al conte Alessandro Bianco di Saint-Joriez, ufficiale piemontese, sceso al Sud, pieno di pregiudizi, si è dovuto ricredere, perché aveva trovato un'altra situazione. Nel Regno napoletano esisteva la pubblica istruzione gratuita.

Di sicuro, scrive Aprile, i Savoia appena giunti a Napoli, chiusero decine di istituti Superiori, lo riferisce Carlo Alianello, ne «La Conquista del Sud». Sempre sulla cultura al Sud, è singolare quello che scrive Raffaele Vescera, a proposito dei suoi antenati: «mi sono sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato, il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l'unità, analfabeta».

Insiste Aprile nella comparazione: «Nessun Sud, invece, nel 1860, era più Sud dell'isola governata da Torino; e rimase tale molto a lungo». Mentre per quanto riguarda il Regno delle Due Sicilie, «la liberazione (così la racconta da un secolo e mezzo, una storia ufficiale sempre più in difficoltà) portò all'impoverimento dello stato preunitario che, secondo studi recenti dell'Università di Bruxelles (in linea con quelli della banca d'Italia, CNR e Banca Mondiale), era la 'Germania' del tempo, dal punto di vista economico. La Conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta: lo scrisse il braccio destro di Cavour».

Pertanto a ribadire quello che ormai hanno scritto in tanti: quello che ci è stato detto sull'invasione del meridione è tutto falsificato a cominciare dai Mille, la pagliacciata dei Plebisciti per l'annessione, sulla partecipazione entusiasta del popolo meridionale. «E allora – si chiede Aprile - che cosa ci faceva con i garibaldini e piemontesi la legione straniera ungherese?».

Sostanzialmente Aprile nel libro contesta anche le statistiche formulate dagli storici, sull'economia del Regno sabaudo, che non includono mai la Sardegna. Infatti i Savoia, «non considerano mai l'isola alla pari con il resto del loro paese, ma una colonia da cui attingere e a cui non dare; una terra altra». Anzi, appena è stato possibile, la Sardegna, «venne allontanata quale corpo estraneo, come non avesse mai fatto parte del regno sabaudo».

Praticamente l'Italia è stata fatta così: «al Sud invaso e saccheggiato hanno sottratto fabbriche, oro, banche, poi gli hanno aggiunto la Sardegna, già 'meridionalizzata'. Nelle statistiche ufficiali, sin dal 1861, i dati della Sardegna li trovate disgiunti da quelli del Piemonte e accorpati a quelli della Sicilia, alla voce 'isole', o sommati a quelli delle regioni del Sud, alla voce 'Mezzogiorno'».

Dunque secondo Aprile si vuol far credere che il ritardo del Sud rispetto al Nord c'era già e non è stato creato dalla spoliazione del Regno delle Due Sicilie. E se oggi perdura la questione meridionale è perchè non solo c'è sempre stata, ma la colpa è dei terroni locali. Ritornando alla Sardegna, lo storico Francesco Cesare Casula, sostiene non solo che il Mezzogiorno divenne sardo, ma tutta l'Italia è diventata sarda, proprio perchè i confini del Regno sardo vengono allargati, sino ad includere tutta l'Italia. A questo proposito Aprile cita Pasquale Amato che osserva che tutte le sentenze degli Stati preunitari erano decadute con l'Unità, per l'estinzione degli stati stessi che le avevano emesse. Mentre «la condanna a morte di Mazzini da parte di un tribunale sabaudo era ancora valida, perché non era stata unificata l'Italia, ma solo ampliati i confini del Piemonte». Addirittura per Casula, dal punto di vista del diritto statale e internazionale, «gli italiani sono tutti sardi[...]».

Anche in questo testo Aprile fa riferimento, sinteticamente, ai vari passaggi storici di come è stata «liberata» l'Italia dai piemontesi sabaudi, e soprattutto come ricercatori, divulgatori non accademici hanno raccontato l'unificazione del Paese. Sono interessanti quelli riguardanti la Sardegna. Con la «Fusione Perfetta» della Sardegna al Regno sardo, «i sardi veri divennero definitivamente un po' meno sardi dei cosiddetti sardi di terraferma». I primi ad accorgersene furono proprio quei pochi che l'avevano voluta e quindi a pentirsene, come Luigi Settembrini, unitarista partenopeo, vedendo che cosa faceva il governo «italiano» al Sud e alle sue università, disse ai suoi studenti che la colpa era di Ferdinando II° di Borbone, che invece di tagliare la testa a lui e agli altri come lui, fu troppo benevolo.

Questa scarsa pattuglia di liberali idealisti unitari come Giustino Fortunato, che poi sarà ministro, entrarono nella struttura amministrativa del nuovo Stato. Intanto aumentarono le tasse: si passò dalle 5 leggere dei Borboni alle 23 tostissime con i sardi. Fu introdotta la leva obbligatoria, i renitenti alla leva, se presi, furono passati per le armi. Per 10 anni l'intero Sud fu messo in stato di assedio. Le carceri dei Savoia si riempirono, altro che le carceri dei Borboni, descritte dall'imbroglione Gladstone.

La delusione per la mancata «parità di trattamento», fa sorgere in Sardegna una fitta serie di studi, proteste, proposte. I temi che poi animeranno il meridionalismo, ci sono già tutti nella Sardegna preunitaria. In particolare fu Antonio Gramsci «a unire le due sponde della Questione meridionale, scrivendo di quel che è stato fatto all'isola e poi al Sud continentale». Aprile nel testo dà ampio spazio alle rivendicazioni del sardismo, come quelle portate avanti da Emilio Lussu. Puntuale il suo riferimento alla lingua sarda, ma non solo, che veniva osteggiata dal nuovo Regno. Il libro riporta il ruolo che ebbe Francesco De Sanctis, il padre della critica letteraria italiana: «condusse una radicale epurazione nelle scuole e università meridionali, mettendo fuori docenti, spesso, gli spiriti più liberi, sospetti di non essere convinti sostenitori del nuovo re; poi abolì il fondo, istituito dai Borbone,, per assegnare borse di studio agli studenti bravi ma poveri; non ebbe nulla da dire quando quelli e altri fondi furono usati per pagare generose pensioni a una mezza dozzina di puttane, inclusa Marianna De Crescenzo, detta La Sangiovannara...».

Aprile punta l'attenzione sul ruolo dell'esercito che svolgeva spesso operazioni di ordine pubblico per la tenuta del Regno: capitò con il bombardamento di Genova nel 1849, con il conseguente saccheggio della città, con il bombardamento di Palermo nel 1866 per sedare la rivolta del «Settemezzo», infine l'uso dei cannoni di Fiorenzo Bava Beccaris, contro gli scioperanti in Piazza Duomo a Milano nel 1898.

I generali in Piemonte passavano da compiti militari a compiti di governo e viceversa. Un esercito, sottolinea Aprile: «tanto feroce contro i propri connazionali, quanto inetto contro i nemici».

E' opportuno concludere con queste riflessioni che Aprile propone ai lettori del libro, su chi cerca di recuperare la storia negata (ma non perduta), tra questi mi arruolo indegnamente, spesso si viene accusati di «nostalgia borbonica», non solo ma anche di «meridionalisti», sudisti o piagnisti. Scrive Aprile: «intendo, con questo che chi rimpiange quei tempi, li vorrebbe riproporre oggi. Naturalmente non è vero, anche se lo trovi sempre qualcuno che rivedrebbe volentieri i Borbone alla guida del Regno delle Due Sicilie, Cecco Beppe a governare le Tre Venezie, il muro a dividere di nuovo Berlino, Eleonora d'Arborea a governare la Sardegna con Leggi della Carta de Logu, del 1392 [...]».

Quella nostalgia però per Aprile è importante. «Va capita, perchè segnala il valore di una perdita che non è stata compensata da quel che doveva sostituirla, in meglio. E' una promessa tradita. Insomma ti manca il passato se era, o solo ti sembra migliore del presente […] cerchi rifugio in un'altra epoca, quando quella in cui vivi ti esclude […] Perchè - insiste Aprile - se di quel passato ti è stato mostrato soltanto il male, mentre il bene ti è stato nascosto o diminuito, persino dileggiato e ridotto a motivo per denigrarti, sottrarti diritti, renderti 'meno', rispetto agli altri, allora recuperare quello che è stato diviene il modo per riprenderti la dignità e l'orgoglio amputati e pretendere la parità di trattamento e il rispetto che ti negano».

 

 

 

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