Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Sabato, 15 Dicembre 2018

In questi giorni è stata resa pubblica la prima rosa delle opere, scelte fra le oltre 130 pervenute e dei rela­tivi autori candidati alla XXX edizione del noto  "Premio Le­tterario Camaiore - Francesco Belluomini­”, evento dedicato, come di consueto,  alla poesia.
Dalla suddetta rosa verranno decisi i titoli delle cinque opere finaliste, del vincitore del Premio Internazionale, del Camaiore Proposta, del Premio speciale e le menzioni specia­li; queste ultime due selezionate su ind­icazione del Preside­nte.
La Giuria Tecnica, presieduta da Rosanna Lupi, consorte del­l'indimenticabile Fr­ancesco Belluomini, ideatore, fondatore e già Presidente del Premio, è formata da Corrado Calabrò, Emilio Coco, Vincenzo Guarracino, Paola Lucarini, Renato Mino­re e Mario Santagost­ini e si riunirà sab­ato 16 giugno alle h  11.30 presso l’Hot­el Bixio di Lido di Camaiore, per design­are i 5 libri finali­sti e conferire gli altri riconoscimenti, in attesa della se­rata finale di premi­azione, in programma per il mese di sett­embre 2018.


Di seguito la lista della prima rosa di finanisti e delle loro opere:
Dino Azzalin Il pen­siero della semina (Crocetti Editore)
Alberto Bertoni Poe­sie 1980-2014 (Nino Aragno Editore)
Chiara Carminati Vi­aggia verso (Bompian­i)
Ulisse Casartelli L’immensità della cen­ere (Marco Saya Ediz­ioni)
Evaristo Seghetta Paradigma di Esse (Pa­ssigli Editore)
Mirko Cremasco Le intermittenze della pioggia (Campanotto Editore)
Leone D’Ambrosio La casa e l’assenza (E­dizioni Ensemble)
Francesca Farina Re­pertorio dei cieli (Domograf)
Marcello Fois L’inf­inito non finire e altri poemetti (Einau­di Editore)
Giovanna Iorio Succ­ede nei paesi (Edizi­oni Fara)
Marica Larocchi Di rugiada e cristalli (Book Editore)
Isabella Leardini Una stagione d’aria (Donzelli)
Giulio Maffii Angina d’amour (Arcipelago Itaca)
Vito Moretti Le cose (Tabula fati)
Roberto Mosi Navice­llo etrusco. Per il mare di Piombino (Ed­izioni Il Foglio)
Daniela Pericone Di­stratte le mani (Coup d’idée Edizioni)
Elisabetta Pigliapo­co La Luce di taglio (Archinto Editore)
Annalisa Rodeghiero Versodove Blu (Prus­sia Editrice)
Silvia Salvagnini Il seme dell’abbracci­o. Poesie per una ri­nascita (Bompiani)
Enrico Testa Cairn (Einaudi editore)
Zingonia Zingone Le tentazioni dellla luce (Edizioni della Meridiana)
Premio Speciale:
Mario Baudino La fo­rza della disabitudi­ne (Nino Aragno edit­ore)
Camaiore Proposta:
Kabir Yusuf Abukar Reflex (LietoColle)
Andrea Biondi Le ca­mpagne hanno bocche (Edizioni Fara)
Simone Burratti Pro­getto per S. (Nuova Editrice Magenta)
Mattia Cenci Ýlan (Fusibilia Libri)
Luca di Bartolomeo Poesie dell’immaturi­tà (Gianni Petrizzo Editore)
Christian Fucilli Era l’anno 1996 (Giov­ane Holden Edizion)
Daniela Gentile Nul­la sanno le parole (Pietre Vive)
Premio Internaziona­le:
Juan Arabia Il nemi­co dei Thirties (Sam­uele Editore)
Joy Hario Un delta nella pelle (Passigli Editori)
Julieta Valero I fe­riti gravi e altre poesie (Raffaelli Edi­tore)
Menzione speciale:
Carlo Villa Retrost­rato (Società Editri­ce Fiorentina)
Antonio Carollo Poe­sie (Edizioni Tracce)
Keaton Henson
Tradotto da Silvia Peracchia (Idiot ver­se Giovane Holden Ed­izioni).
Anche quest'anno gr­ande soddisfazione da parte della Presid­enza, della Giuria Tecnica e degli organ­izzatori per la cospicua partecipazione di opere in concorso, anche a al di fuori dei nostri confini.
Il "Premio Letterar­io Camaiore - France­sco Belluomini" si conferma un evento cu­lturale di gran lust­ro, in attesa della serata conclusiva di questa speciale XXX edizione, che si pr­eannuncia ricca di emozioni, sempre in ricordo del suo fonda­tore, il cui nome da quest'anno aff­ianca quello del pre­stigioso Premio lett­erario.

 

 

 

La giovane attrice sarà protagonista di tre eventi promossi da “Il lunedì letterario Il tour di Claudia Conte come si confida in esclusiva a "il corriere del sud" col suo ultimo lavoro letterario prosegue senza sosta.
La giovane attrice e scrittrice presenterà “Il vino e le rose” (Armando Curcio Editore) anche in Basilicata e Puglia.
Gli eventi, organizzati dall’Associazione Il lunedì letterario, saranno moderati da Tommaso Galiani.

Claudia Conte è una giovane attrice e scrittrice. Nata nel 1992, vive a Roma. Ha frequentato scuole teatrali e seguito corsi e seminari tenuti da importanti attori. Tra i suoi Maestri Giancarlo Giannini e Michael Margotta (Actor Studio). Al suo attivo, ha diverse tournée teatrali. Recentemente è stata protagonista femminile dei recital di Vincenzo Bocciarelli “Solo l’Amore resta”, "Shakespear's Dream" e “Vita di Francesco”, dello spettacolo “Eros Italiano” di Mariano Rigillo e di "Comizio d'amore" di Marcello Veneziani. Attualmente affianca sulla scena Valerio Massimo Manfredi nello spettacolo tratto dal suo best-seller "Ulisse. Il mio nome è Nessuno" ed è diretta da Francesco Apolloni nello spettacolo "La verità, vi prego, sull'amore". 

Ha preso parte a fiction televisive (Don Matteo, Conviventi in affitto, Gioventù Sballata) e film per il cinema (Le ali dell'angelo, Un'estate da leoni, Loro regia di Paolo Sorrentino, La Casalese, 2 e mezzo, "Psychomentary”, Klunni the klown). Appassionata di scrittura poetica, ha pubblicato la silloge “Frammenti rubati al Destino”. Nel 2013 è fondatrice di “Nova Era”, Associazione di promozione sociale che si occupa, attraverso l’espressione artistica e in particolare l’audiovisivo, di progetti con tematica sociale, cui è particolarmente sensibile. 

Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo “Soffi Vitali. È l’autrice più giovane ad aver presentato un’opera al Salone Internazionale del libro di Torino. Lo scorso dicembre ha ricevuto il prestigioso Premio in Campidoglio “Oscar dei Giovani” per il suo poliedrico impegno in campo culturale, all'interno della "Giornata d'Europa". Consegue la Laurea Magistrale in Giurisprudenza. Nel 2017 pubblica per Armando Curcio Editore il saggio-romanzo "Il vino e le rose. L'eterna sfida tra il bene e il male" ed è attualmente impegnata in un tour di presentazioni nazionale. Collabora alla realizzazione di svariati progetti artistici. Direttrice artistica di rassegne estive. Ospite di programmi televisivi (Cinematografo su Rai1, Terza Pagina su Rai3, Tgtg su TV2000, Cuochi e fiamme su LA7).

“Cosa mi aspetta? Cosa potrà offrirmi questo mondo così strano, fatto di mille fiori e colori?” con questi interrogativi il lettore inizia il suo viaggio attraverso la storia di tre amiche in costante ricerca del proprio equilibrio interiore. Irene, Luisa ed Eva affrontano le loro fragilità dall’infanzia all’età adulta trasformandole in punti di forza, seguendo il loro sentire senza farsi trascinare in scelte che la società spesso impone. L'incertezza del futuro, l'assenza di punti di riferimento e il forte individualismo – denominatore comune tra le protagoniste e ognuno di noi – rappresentano prove che formano le nostre anime e che, se superate, permettono di vivere più consapevolmente dando il giusto valore alle singole cose.

 

 

 

Come riuscì il cristianesimo primitivo a svilupparsi fino a diventare la religione più diffusa dell'impero romano? Chi prestò ascolto alla «Buona Novella» e chi invece la ignorò? A queste domande e a tante altre risponde il sociologo delle religioni americano Rodney Stark in un saggio, «Le città di Dio. Come il cristianesimo ha conquistato l'impero romano», Lindau (2010). «Basandosi su dati quantitativi e sui risultati degli studi più recenti, sia in ambito storico sia archeologico, Rodney Stark propone una ricostruzione dei fatti largamente inedita e rovescia molti luoghi comuni». Stark sostiene che il cristianesimo primitivo si sviluppò nelle più importanti città portuali dell'impero romano. San Paolo, più che convertire i gentili (i pagani), convertì per lo più i giudei. Inoltre il culto pagano non fu rapidamente cancellato dalla cosiddetta repressione statale seguita alla conversione di Costantino nel 312. Il paganesimo scomparì gradualmente, dopo che la gente cominciò ad abbandonare i templi subendo il fascino del cristianesimo. Lo stesso Costantino continuò a fondare templi pagani, e a nominare nelle più alte cariche dell'impero uomini pagani.

Per quanto riguarda il culto «orientale» dedicato alla dea egizia Iside e a Cibele, la dea della fertilità dell'Asia Minore, in realtà queste divinità prepararono la strada per la rapida diffusione del cristianesimo nei territori dell'impero romano.

Altra tesi sostenute da Stark è quella che il culto misterico di Mitra, non fu affatto una sfida al cristianesimo, ma soltanto una credenza minoritaria che non ammetteva le donne e peraltro attraeva soltanto i soldati.

Pertanto per Stark non è esagerato sostenere che le interpretazioni sui primi secoli di cristianesimo devono essere profondamente riviste. Soprattutto occorre sfatare certe leggende nere su Gesù egli apostoli, avanzate su numerosi libri, da alcuni pseudo storici sul cristianesimo primitivo. Queste persone, cercano di «proporre ogni sorta di fantasia storica politicizzata o di invenzioni affascinanti, basandosi sull'assunto che sono altrettanto 'vere' quanto qualsiasi altro racconto». Tuttavia secondo Stark, spesso si tratta solo di sciocchezze. A questo punto «il compito dello storico consiste nel cercare di scoprire, nel modo più preciso possibile, che cosa sia accaduto. E' ovvio che non possederemo mai la verità assoluta, ma questa deve comunque rappresentare l'obiettivo ideale che indirizza il sapere storico».

Il sociologo americano anche in questo saggio è andato alla ricerca delle prove migliori, della storia della Chiesa primitiva. Tra le tante prove documentate che Stark offre al lettore, è che il cristianesimo primitivo fu essenzialmente un movimento urbano. Stark nel libro, ha monitorato le trentuno città dell'impero con una popolazione di almeno 30.000 abitanti, costatando che il cristianesimo si era largamente diffuso proprio nelle città portuali. Il motivo dovrebbe essere ovvio per Stark, in quel tempo per spostarsi si utilizzava le vie del mare e attraverso la navigazione si raggiungevano con una certa facilità i maggiori porti del mare Mediterraneo. «Nell'antichità classica si viaggiava molto di più di quanto oggi si potrebbe pensare. Un'iscrizione su una tomba nella frigia dichiara che un mercante del posto aveva fatto oltre settantadue viaggi a Roma, un percorso di più di milleseicento chilometri solo andata». Del resto, «Qualsiasi studio su come i cristiani convertirono l'impero è in realtà uno studio su come cristianizzarono le città».

Nel 2 capitolo Stark fa l'elenco dettagliato delle varie città dell'impero intorno al 100 d.C. a cominciare da quelle del vicino Oriente, quelle prossime a Gerusalemme. Naturalmente Stark chiarisce che per quei tempi era difficile determinare l'effettiva popolazione residente e non. Nel capitolo lo storico americano determina la natura delle città e la vita cittadina e in particolare la situazione religiosa. Sarebbe interessante soffermarsi su alcuni aspetti della vita cittadina che Stark evidenzia.

Inizia con Cesarea Marittima, con una popolazione di 45.000 abitanti, passando per Damasco, per giungere ad Antiochia, la città fortezza, seconda per importanza dopo Gerusalemme, qui iniziò il cristianesimo primitivo e pare che ad Antiochia fu coniato il termine cristiano. Nel Nord Africa, c'era Alessandria, ricca di storia, 250.000 abitanti, importante per la sua immensa biblioteca e i suoi numerosi studiosi. Poi si passa alla descrizione delle città greche: Atene e Corinto, fino a Tessalonica. Quindi l'Italia, con Roma e Siracusa, e via via fino alle città della Spagna. Naturalmente il libro ci offre tante cartine, ricordando però che il 95% della popolazione dell'Impero vivesse nelle campagne, in piccoli villaggi rurali. Nonostante questo l'impero di Roma fu essenzialmente urbano. Pertanto se si considera che la popolazione totale delle trentuno maggiori città raggiungesse circa due milioni,indica che quei centri ospitavano più o meno due terzi della popolazione greco-romana che abitava in città. Probabilmente era la stessa proporzione anche dei cristiani.

Comunque sia lo studio della storia antica è alquanto difficile, per la mancanza di dati numerici affidabili. Ma la colpa è anche degli storici che non amano le cifre. Stark lo evidenzia nel capitolo conclusivo, infatti scrive: «troppi studiosi hanno scarsa praticità con le tecniche di quantificazione e sono quindi vulnerabili a distorsioni che non hanno nulla di matematico o scientifico».

Nel 3° capitolo l'autore affronta la cristianizzazione dell'impero e quindi delle trentuno città, evidenziando l'importanza dei viaggi, del commercio e l'influenza della cultura ellenistica in ciascun centro. Stark tratta la questione della conversione religiosa, in questo contesto critica chi parla di conversioni di massa dei cristiani. Per Stark, le conversioni di massa sono molto improbabili, per diversi motivi. Stark è convinto che per convertirsi ci vuole tempo, quindi è molto scettico sulle cosiddette conversioni che assumono la forma degli «isterismi di massa». In questo contesto Stark sostiene una tesi originale, crede che la dottrina non svolge un ruolo di primaria importanza nell'attrarre i fedeli. «La maggior parte delle conversioni non è il frutto del lavoro dei missionari professionisti che trasmettono un messaggio, ma piuttosto dell'opera di membri militanti che condividono la loro fede con amici e parenti[...]». Dai numerosi studi sulla conversione è accertato che le reti di relazione sociali costituiscono il meccanismo di base attraverso il quale si verifica la conversione. Per convertire qualcuno bisogna innanzitutto creare un rapporto di profonda e fidata amicizia. Per Stark è un criterio che era valido nel I°secolo ma è valido anche oggi.

Stark cerca di individuare i tassi di crescita dei cristiani. All'inizio è lenta, come si può vedere dalla cartina, nell'anno 150 i cristiani raggiungono ancora 40.000 fedeli. Mentre nel 312, l'anno della conversione di Costantino, le proiezioni parlano di circa 9 milioni di cristiani, pari al 15% della popolazione. Nel 350,la popolazione cristiana raggiunse 31,7 milioni di persone (il 53% circa della popolazione).

Il cristianesimo si sposta verso ovest. All'inizio i romani lo videro come  un altro dei culti provenienti da est, e Cristo come un ulteriore dio «orientale».

Stark può affermare che le città portuali tendevano ad essere cristianizzate (cioè avevano comunità cristiane) prima delle città interne. Mentre il 64% delle città portuali avevano una chiesa.

Per quanto riguarda la lingua i primi cristiani parlavano bene il greco, anche le scritture cristiane erano in greco. Per tante ragioni, «il cristianesimo trovo rapidamente un'accoglienza più sicura nelle città dominate dalla cultura ellenica rispetto a quelle in cui l'ellenismo passava in secondo piano».

Il 4° capitolo è dedicato alle divinità di Cibele e Iside, i precursori «orientali». Qui il sociologo americano cerca di fare dei distinguo tra la religiosità romana tradizionale e le nuove religioni «orientali». Il mondo greco-romano naturalmente era politesta, pare che ci fossero ben 30.000 diverse divinità, si «viveva in un universo brulicante di essere divini». In questo periodo molte persone finirono con il dichiararsi atee. A questo proposito Stark ci tiene a ribadire la miscredenza non è moderna, fa alcuni nomi di filosofi come Senofane, Epicuro, Lucrezio. Certo l'ateismo attirava gli intellettuali, ma non poteva attirare il popolo.

Ad ogni modo i filosofi classici erano sempre attirati dal monoteismo, anche se riduceva la divinità a un'essenza impersonale e remota.

Il 5° capitolo si occupa della missione di Paolo presso gli ebrei ellenizzati. E' una descrizione interessante. Molto è stato scritto sui frequenti viaggi missionari di San Paolo. C'è una ferrea convinzione in molti gli storici, si pensa che la missione cristiana presso gli ebrei sia stata un fallimento e che soltanto una rapida conversione di gentili, impedì al cristianesimo di cader nell'oscurità. E' una considerazione falsa.

Per Stark, «il cristianesimo agli inizi fu un movimento giudaico, e continuò ad essere dominato dagli ebrei per un periodo considerevole[...]». Per Stark, qui è importante la domanda: «perche all'inizio la missione presso gli ebrei ebbe tanto successo?». Per rispondere a questa domanda occorre «misurare», vedere quanti ebrei fossero in diaspora nelle varie città, prese in considerazione da Stark. «La diaspora ebraica non fu un fenomeno isolato, le enclave etniche erano frequenti nelle città greco-romane». Gli ebrei devoti tendevano ad isolarsi, poi c'erano quelli propensi a venerare anche gli dei locali e a partecipare alle feste pagane, erano quelli ellenizzati. E proprio su questi i cristiani operarono per fare proseliti. Del resto Stark è convinto che le persone non tendono a cambiare la religione quando il loro capitale religioso è ben radicato, maggiore. «La letteratura di ricerca è ricca di esempi che dimostrano che il reclutamento dei convertiti avviene soprattutto fra coloro che hanno un legame molto debole con qualsiasi altra religione». E tuttavia ci sono maggiori probabilità di cambiamento di fede se si offre la possibilità di conservare gran parte del proprio capitale religioso. Quindi «contrariamente al paganesimo, il cristianesimo offriva agli ebrei della diaspora la possibilità di mantenere quasi invariato il loro capitale religioso, e di aggiungere qualcosa di nuovo, dato che il cristianesimo ha conservato tutta l'eredità dell'Antico testamento». Si parlava la stessa lingua, il greco e le funzioni religiose erano modellate su quelle della sinagoga.

In questo contesto entra in scena la missione di Paolo, che ogni volta utilizzava la stessa strategia missionaria, non viaggiava mai da solo,spesso portava con sé una scorta di almeno quaranta seguaci, sufficienti a formare una «comunità» iniziale. E soprattutto utilizzava le reti delle relazioni sociali per il reclutamento. Pertanto come scriveva Helmut Koester: «L'opera di Paolo, quindi, non deve essere pensata come l'umile tentativo di un missionario solitario; essa era piuttosto un'organizzazione ben pianificata e su vasta scala». Ad eccezione di Luca, scrive Stark, «la maggior parte del suo seguito era costituito da ebrei, egli era accolto dagli ebrei, predicava in case di ebrei e nelle sinagoghe, e la maggior parte di coloro che salutava nelle lettere pare fosse di origine ebraica».Del resto per gli ebrei, «il cristianesimo rappresentò un valore aggiunto al loro capitale religioso, per i gentili, il cristianesimo doveva sostituire il capitale».

Altro particolare che Stark annota è che la stessa Palestina, non fu una zona di missione, perché era evidente che gli ebrei ortodossi non avevano nessuna intenzione di convertirsi al cristianesimo. Al contrario degli ebrei ellenizzati, che avevano perso la loro religiosità tradizionale. Pertanto secondo Stark l'ipotesi più plausibile è che l'annuncio di Paolo si concentrò sulle città più ellenizzate, inoltre la sua missione tendeva a svolgersi nelle città portuali e nelle città dove era più presente la diaspora degli ebrei.

La stessa tesi la troviamo nella monumentale opera storica, «Storia della Chiesa del Cristo». Vol.I°.«La Chiesa degli apostoli e dei martiri», di Henri Daniel Rops, pubblicato da Marietti (1951). «La Chiesa viene dai Giudei», scrive a pagina 51. «L'influenza giudaica sulla Chiesa primitiva resterà profonda. Più si studia il Cristianesimo delle Catacombe, più si constata che esso si allaccia in mille modi al giudaismo». Rops nel II° capitolo, dove racconta la grande opera evangelizzatrice di San Paolo (Un araldo dello Spirito. S. Paolo), chiarisce che Paolo fin da principio dovette affrontare la spinosa questione, peraltro decisiva per la Chiesa primitiva: i rapporti fra «Ellenisti» e Giudaizzanti. In pratica si trattava di scegliere fra il quadro ristretto di una piccola setta giudea e «l'orizzonte illimitato dell'universalismo di Gesù». Tuttavia Paolo per la sua formazione, come per «le sue origini facevano di lui un Giudeo totale. Aveva studiato a fondo fra i Farisei, la sacra Scrittura, che egli non lascerà mai di praticare e di citare [...]. Dottore della legge, tanto forte in esegesi e in teologia quanto in diritto e in morale, era un vero 'rabbino', quando divenne cristiano. Così pure, per tutta la vita resterà fedele ad Israele. E si dichiara, ogni volta che si presenta l'occasione, fiero d'appartenere alla razza eletta, di essere della posterità di Abramo, della tribù di Beniamino, 'Ebreo figlio di Ebrei'». Pertanto scrive ancora lo storico francese, «Egli si rifiuta di odiare i suoi fratelli di razza, anche quando si mostrano così ostili verso di lui». Tuttavia poi Paolo riuscirà a superare lo scoglio fra il legalismo dei giudei e l'universalismo cristiano.

Ritornando al testo di Stark, il 6°capitolo affronta la questione dello Gnosticismo e delle eresie. «Diversamente da quanto sostengono diversi studiosi, lo gnosticismo non fu una forma di cristianesimo più sofisticata ma soltanto un tentativo infelice di paganizzare la cristianità». I temi sono immensi, naturalmente necessitano più spazi. Dopo le conclusioni finali, il libro è arricchito oltre dalla consueta e vasta bibliografia, da una serie di tabelle comparative per illustrare meglio le tesi del sociologo americano.

 

Ci sono libri che fanno un gran bene leggerli, sicuramente uno è quello che ha scritto monsignor Peter Kodwo Appiah Turkson, cardinale del Ghana, attualmente nominato da Papa Francesco, prefetto del nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Il libro ha per titolo: «Corrosione. Combattere la corruzione nella Chiesa e nella società», pubblicato l'anno scorso da Rizzoli. Un libro che fa bene anche alla salute spirituale e non si comprende perchè non abbia avuto successo come purtroppo capita per tanti libri, scritti da uomini di Chiesa, che magari non ripetono quello che vuole il mondo.

Il testo di monsignor Turkson è stato scritto insieme a Vttorio V. Alberti, direttore della rivista online, «Sintesi dialettica», è prefato dal Sommo Pontefice in persona, Papa Francesco, con tanto di stemma all'inizio. In questo libro, scrive Papa Francesco, «il cardinale Turkson esplora i diversi passaggi nei quali nasce e si insinua la corruzione, dalla spiritualità dell'uomo fino alle sue costruzioni sociali, culturali, politiche e anche criminali, ponendo insieme questi aspetti anche su quel che più interpella: l'identità e il cammino della Chiesa».

Il testo con domande e risposte, si compone di soli 5 capitoli, nel 1°, «Archimede e il cardinale», si propone di fare come Archimede per risolvere tutti i problemi complessi della società, in primis, la corruzione: «Dammi un punto fuori dal mondo e una leva e ti solleverò il mondo».

La Chiesa, essendo corpo mistico di Gesù, «è in possesso dei mezzi per realizzare cambiamenti nel mondo». Il mezzo fondamentale è quello di effettuare la conversione del cuore e della vita dell'essere umano. Del resto la Chiesa «è esperta di umanità, e la dottrina sociale illumina con la luce del Vangelo i nuovi problemi che emergono costantemente».

Peraltro recentemente i Vescovi italiani, allarmati dalla debolezza della presenza dei cattolici nella società attuale, hanno invitato i fedeli, i cattolici, a riscoprire i testi della Dottrina Sociale della Chiesa e soprattutto a studiarli.

Il cardinale Turkson, facendo riferimento ad una visita del beato Papa Paolo VI in Uganda nel 1969, disse che il ruolo della Chiesa nella società è indispensabile anche se è dato per scontato, negato o ostacolato. La Chiesa deve svolgere la sua missione in libertà, «essa non ha interessi temporali propri, non fa politica nel senso proprio di questa parola; dà a Cesare ciò che è di Cesare, e dà a Dio ciò che è di Dio[...] Non temete la Chiesa; essa vi onora, vi educa cittadini onesti e leali, non fomenta rivalità r divisioni, cerca di promuovere la sana libertà, la giustizia sociale, la pace;».

Pertanto anche se nella stessa Chiesa si riscontrano fenomeni di corruzione, bisogna affidarsi al suo perenne insegnamento tradizionale per vincere il fenomeno complesso della corruzione. Ma che cos'è la corruzione? «La corruzione è mondanità spirituale, ed è - come ha detto Papa Francesco - una “forma di bestemmia” e un “cammino di morte”. La corruzione è chiudersi, blindarsi in se stessi, negando a se stessi la possibilità di superarsi, di trascendere, di andare oltre, come quando si serrano le finestre della casa e non si arieggia mai. Piano piano l'aria all'interno si vizierà, si corromperà fino a diventare irrespirabile».

Occorre spiegare cosa significa «mondanità spirituale», per il cardinale è uno «svuotare la propria vita da ogni spiritualità, svuotare la fede rendendola una scatola vuota, piena sola di cose materiali e mondane, e del proprio io». Pertanto insiste Turkson, «la maggiore corruzione è la mondanità spirituale, che scarta ogni interiorità e quindi ogni ascesa […] la corruzione può dare soddisfazioni, addirittura gioia o euforia, ma in cambio di questa soffoca la possibilità di andare oltre se stessi, annulla ogni rinnovamento, ogni apertura perchè dà l'illusione, a volte, di bastare a se stessi tanto da sentirsi onnipotenti». Per certi versi il corrotto, è trincerato, chiuso nel suo stato mentale, se ne fa un'ideologia che lo soddisfa e si sente autosufficiente. Occorre invece mettersi sempre in discussione, superarsi, criticarsi, non bisogna sentirsi un assoluto.

Papa Francesco ha più volte usato una significativa espressione: «il corrotto è come chi ha l'alito cattivo. Chi lo ha non se ne rendo conto. Se ne accorgono gli altri...».

Nel 2° capitolo, dedicato alla «Persona», il cardinale affronta la questione della corruzione dal punto di vista antropologico. In questo capitolo il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, che è già stato presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, spiega bene che cosa c’è all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Quali sono le ramificazioni dei significati di corruzione, e lo fa concentrandosi in particolare sull’origine interiore di questo stato che, appunto, germoglia nel cuore dell’uomo e pueò germogliare nel cuore di tutti gli uomini.

Siamo, infatti, tutti molto esposti alla tentazione della corruzione: anche quando pensiamo di averla sconfitta, essa si può ripresentare.

L’uomo va visto in ogni suo aspetto, non va scisso a seconda delle sue attività, e così la corruzione va letta — come si legge in questo libro — tutta insieme, per tutto l’uomo, sia nelle sue espressioni di reato sia in quelle politiche, economiche, culturali, spirituali. Cosa avviene se ci si arrocca in se stessi e se il pensiero e il cuore non esplorano un orizzonte più ampio? Ci si corrompe, e corrompendosi si assume l’atteggiamento trionfalista di chi si sente più bravo e più scaltro degli altri. La persona corrotta, però, non si rende conto che si sta costruendo, da se stessa, la propria catena.

Un peccatore può chiedere perdono, un corrotto dimentica di chiederlo. Perché? Perché non ha più necessità di andare oltre, di cercare piste al di là di se stesso: è stanco ma sazio, pieno di sé. La corruzione ha, infatti, all’origine una stanchezza della trascendenza, come l’indifferenza.

Serve una pedagogia contro la corruzione. Il Vangelo ci mette sempre in guardia dal non fare di noi stessi un assoluto. «Se io intendo me stesso come misura assoluta per giudicare il comportamento altrui, mi corrompo», mi metto nelle condizioni di quel trionfalismo, che è la condizione, come dice Papa Francesco, di far trionfare i modi corrotti. La misura devono essere i santi, dobbiamo guardare a loro, che si sono elevati. Il cardinale ghanese ci mette in guardia da una Chiesa clericale, quando annuncia il Vangelo senza praticarlo. Inoltre la Chiesa si corrompe se si comporta come una Ong, si corrompe quando cerca la salvezza nella politica o nell'interesse immediato.

Perchè la società si sviluppi integralmente e quindi combattere la corruzione, secondo il cardinale dobbiamo muoverci tutti: Chiesa, intellettuali, insegnanti, politici, professionisti, famiglie, associazioni, imprenditori, artisti.

La Chiesa annuncia, accompagna, si muove nella e per la società. Non teme di mettersi in gioco, in discussione. E peraltro non dimentica di denunciare «le quindici malattie della Curia», elencate nel 2014, dallo stesso Papa Francesco, in un discorso per gli auguri natalizi alla Curia. Monsignor Turkson a questo proposito, ricorda il forte discorso del cardinale Ratzinger sulla sporcizia nella Chiesa nel 2005, qualche giorno prima di diventare Papa. E qui il cardinale ribadisce quale dev'essere l'atteggiamento della Chiesa, come sostiene da sempre papa Francesco: «una Chiesa nata in uscita e deve restare in uscita perché Cristo l'ha voluta così. La Chiesa fuori da sé, verso le periferie sociali ed esistenziali [...]».

Tuttavia, secondo il cardinale Turkson, «La Chiesa dice ciò che le spetta dire». La Chiesa deve ascoltare, elevarsi e chinarsi sui dolori e le speranze delle persone secondo misericordia, e deve farlo senza avere paura di purificare se stessa, ricercando assiduamente la strada per migliorarsi.

Il 4° capitolo si punta alla rappresentazione della «criminalità», in tutte le sue forme, anche se il cardinale africano non è un esperto. Qui Turkson ricorda il forte monito di San Giovanni Paolo II, nella Valle dei Templi ad Agrigento e soprattutto la recente scomunica dei criminali di papa Francesco durante la sua visita in Calabria a Sibari. Ma il Papa non si ferma solo alla scomunica, i mafiosi hanno bisogno di essere «accompagnati», per uscire dalla vita criminale. Il cardinale ricorda anche don Giuseppe Puglisi che pagò con la vita il suo impegno contro la criminalità. Sono questi i maestri di pace, civiltà, libertà, giustizia, coraggio, ai quali guardare. Occorre educare, formare in campo politico, economico, culturale, spirituale, professionale. «La corruzione è anche incompetenza, e scardina i legami sociali». Le norme sono importanti, ci possono essere buoni propositi, ma poi bisogna vedere sulle gambe di chi queste norme camminano.

«Se un insegnante proclama ai suoi studenti propositi eccelsi di educazione, ma poi non insegna, non segue le persone, non valorizza i meritevoli e dimentica i più svogliati, corromperà quegli studenti».

Pertanto la lotta alla corruzione non può limitarsi alle leggi, ma deve puntare allo sviluppo di una cultura che contenga in sé gli anticorpi contro una malattia alla quale siamo tutti esposti, soprattutto quando ci troviamo in condizioni di esercitare una qualsiasi forma di potere.

Il libro affronta i temi della giustizia, che non deve essere vendetta. Anche le condizioni delle carceri devono essere umane. Non possiamo accontentarci solo di castigare. Nel testo ci sono riferimenti al degrado urbano delle città, alla difesa della natura, che è una questione sociale. I traffici illeciti, il lavoro sottopagato, il lavoro minorile, l'abbandono delle persone scartate. L'inquinamento criminale dell'ambiente.

L'ultimo capitolo è dedicato alla «Bellezza», sembrerà strano, ma la bellezza può contrastare la corruzione. Il prelato fa riferimento allo straordinario capolavoro di Michelangelo, Il Giudizio universale. E soprattutto al bel discorso di papa Benedetto XVI agli artisti del 2009. «Il mondo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione», disse Benedetto XVI, e richiamandosi a Platone, disse: «la funzione essenziale della vera bellezza», può dare una scrollata, una scossa per far uscire l'uomo da sé.

«Questa bellezza non è un accessorio cosmetico, ma qualcosa che pone al centro la persona umana perché essa possa alzare la testa contro tutte le ingiustizie. Questa bellezza deve sposarsi con la giustizia. Così, dobbiamo parlare di corruzione, denunciarne i mali, capirla, mostrare la volontà di affermare la misericordia sulla grettezza, la curiosità e creatività sulla stanchezza rassegnata, la bellezza sul nulla».

 

Domenica 15 aprile 2018 presso il "Pentatonic Club" di Roma si è tenuto un interessante evento letterario, da tempo fortemente desiderato dal filosofo Augusto Benemeglio, il quale nel suo “La barba d’oro di Godot” ha disegnato e scritto a proposito dell'autrice Silvia Denti, titolare della Casa editrice "Divinafollia", nonchè ideatrice della corrente culturale "Inquietantismo".
Augusto Benemeglio ha così aperto i lavori - "L’approccio con Silvia Denti è quello tipico  che si ha con una donna del 'fare', volitiva, energica, 'tosta',  per usare un termine che le è usuale e  che delinea tutta una sua etica, una sorta di linea Maginot contro l’inevitabile “transumanesimo”  prossimo venturo; una donna speciale, di quelle fatte d’ombra e fuoco, come il suo lontano avo, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, (è il suo paese  natìo), una di quelle creature  sospese tra le musiche dell’organo e il vetriolo, costantemente impegnata, sommersa, per ragioni di lavoro, da  un mare di carta. L'autrice la troviamo nel grande scambio planetario che è oggi il web, in cui ci sono grandi potenzialità ma anche molti rischi nei legami virtuali. E la sua prima battaglia è quella delle inattualità delle parole, poiché fa l’editrice d’avanguardia, la piccola editrice a caccia di talenti, che corre dietro ai sogni, che gioca sulla roulette del rosso e nero, e rischia sempre. Ma Silvia Elena Denti non è solo un editore da “Divina Follia” di memoria platonica, è tante altre cose (poetessa, critica letteraria, organizzatrice di concorsi letterari, giornalista, etc), una che va costantemente a caccia di quelle parole che spesso precedono le idee vere e proprie, e i cui termini hanno un valore terapeutico, magari  taumaturgico".
Ma accanto a Silvia non poteva certo mancare il professor Marco Capponi, con la sua puntuale  verve e le sue meravigliose narrazioni in chiave futurista, metaforica, fisica, nonchè piacevolmente  romantica.
Pertanto, tra “Estinzione”, “Le ragioni del caso e del destino”, “La casa sul mare del sociologo” e un pò  di poesia “liquida”, parafrasando il grande sociologo Zygmunt Bauman,  nel corso dell'incontro si è man mano delineato un insieme di concettualità davvero dell’altro mondo, o meglio "di altri mondi".
Augusto Benemeglio, uomo di cultura, letterato e specialista in dissertazioni ed excursus di qualità, non poteva deludere il folto numero di presenti, tutti affascinati dall'atmosfera estremamente coinvolgente venutasi a creare.
Gli interventi letterari sono stati intercalati dalle musiche di Cesare Magrini, che ha interpretato alcuni fra i maggiori successi del cantautore  Fabrizio De André, talvolta accompagnato dal violino di Marianna Fedele, giovanissima attrice, che ha anche letto intensi passaggi in prosa e poesia delle opere degli autori Silvia Denti e Marco Capponi.
Tali letture hanno contribuito ad intensificare l'empatia fra pubblico ed autori, inducendo riflessioni afferenti il mondo interiore di coloro i quali si spendono quotidianamente per la scrittura innovativa.
L'organizzazione dell'incontro è stata curata da Anna Maria Curci, la quale ha offerto a tutti grande ospitalità. 
Di seguito una lirica di Silvia Denti recitata da Marianna Fedele durante l'evento:
"Le monete, il bastone, il portachiavi,/la pronta serratura, i tardi appunti/ che non potranno leggere i miei scarsi/ giorni, le carte da giunco e gli scacchi,/ un libro e tra le pagine appassita/ la viola, monumento d’una sera/ di certo inobliabile e obliata,/ il rosso specchio a occidente in cui arde/ illusoria un’aurora. Quante cose,/ atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,/ ci servono come taciti schiavi,/ senza sguardo, stranamente segrete!/ Dureranno più in là del nostro oblio;/ non sapran mai che ce ne siamo andati.

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI