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Sabato, 15 Dicembre 2018

Serenella Baldesi un Architetto prestata alla scrittura, il suo bellissimo libro è un viaggio attraverso gli incantevoli paesaggi della Spagna... ci siamo incontrati alla stampa estera dove tra una chiacchierata e un caffe mi ha raccontato il perche di questo libro dove lei racconta la sua esperienza di scoprire la donna che non credeva di essere...

parlando con lei per il corriere del sud  :

- Serenella dove sei nata ? Sono nata a Roma il 2 aprile 1962.

- Come mai Cammino doppio è il tuo primo lavoro ? Da cosa è nato? 

Cammino doppio e’ il mio primo libro ed è nato dalla passione che ho sempre avuto per la scrittura è dal cammino di Santiago de Compostela che ho effettuato varie volte e sul quale ho costruito una storia 

- Perché questa passione per la scrittura? Come mai da architetto hai frequentato scuole di scrittura? Cosa significa per te scrivere? 

Sono architetto e scrivo xché non sempre le passioni coincidono con la professione.Frequento una scuola di scrittura da quattro anni x affinare e perfezionare il mio stile. Attraverso la scrittura esprimo la mia creatività do’ voce ai miei pensieri ai miei sogni e a tutto quello che ho dentro. 

- Cammino doppio è il tuo primo romanzo, ma hai altro in cantiere? Se sì, di cosa parla il tuo lavoro seguente?  

In cantiere ho altri due libri di cui uno è finito e uscirà il prox ottobre. Narra di una storia di amicizia tra due donne che si trasforma in una relazione sentimentale con un finale a sorpresa.

Quando Alex ha intrapreso il suo Cammino, non doveva aver dato molto credito alle parole di Proust in merito all’avere nuovi occhi per far sì che un viaggio sia davvero di scoperta. Eppure gli ottocento chilometri e l’oltre un mese di cammino verso Santiago di Compostela le hanno donato esattamente questo: un nuovo inizio.
 
Con una narrazione in prima persona schietta, emotiva e colorita, Serenella Baldesi, al suo esordio narrativo, ci racconta di Alex, cinquantenne insoddisfatta della sua vita affettiva e lavorativa, e del suo Cammino, intrapreso in solitaria, verso Santiago.

Sebbene a spingerla a compiere questo viaggio sia stato il forte bisogno di staccare dalla sua vita e da alcuni recenti dolori (una delusione sentimentale extra coniugale e la morte improvvisa del fratello), Alex, inizialmente respingente, schietta e arrabbiata è proprio grazie agli incontri e scontri con alcuni momentanei compagni di cammino che si ritrova a riflettere su ciò che ha lasciato a casa e su come dare una sterzata alle sue insoddisfazioni.

Parallelamente alle strade spagnole, dunque, la protagonista percorre, inconsapevolmente quasi, un cammino di pacificazione con se stessa e i suoi problemi, riuscendo a mettere a posto qualche tassello della propria vita e scoprendo come possa essere una donna migliore al suo ritorno.

Senza tralasciare il racconto delle fatiche fisiche che un viaggio del genere comporta, tra difficoltà motorie ed emotive, Serenella Baldesi tratteggia panorami spagnoli di rara bellezza e autenticità, invogliando a compiere, così come Alex, un cammino, laico o religioso poco importa, alla volta di Santiago di Compostela, fosse solo per vedere con i propri occhi quel gigantesco e bellissimo botafumeiro

Stavolta un'intervista a due voci, quelle di Letizia Leonardi e Kevork Orfalian, autori del libro di recente pubblicazione "Il chicco acre della melagrana" (2018, Edizioni Divinafollia), per parlare del Genocidio armeno attraverso la diretta testimonianza di un uomo che è riuscito a realizzare questa promettente opera storico-biografica dopo aver conosciuto nel 2015, in modo del tutto casuale, la scrittrice Letizia Leonardi, già autrice di una splendida versione italiana dell'opera "Mayrig" di H. Verneuil e da diversi anni attivamente impegnata nella causa armena.
Un incontro determinante per entrambi, vista la loro ampia convergenza verso una tematica importante, delicata e ingiustamente trascurata per tanti anni dal sistena mediatico.
Così è nata l'idea di scrivere un romanzo, liberamente tratto dai racconti di Orfalian, che ora si sente gratificato per aver finalmente concretizzato "il secondo desiderio della sua vita", come egli stesso dichiara nel corso dell'intervista, poichè da tanti anni desiderava raccontare la storia della sua travagliata esistenza.
Un percorso fra emozioni contrastanti, sofferenze inaudite e messaggi carichi d'amore, quelli della mamma del protagonista.
Un'opera editoriale avvincente e densa di contenuti legati da un sottile, ma resistente filo conduttore, che appassiona e commuove.

Dopo l’enorme successo della sua versione italiana del romanzo Mayrig di H. Verneuil, una nuova pubblicazione sempre inerente una tematica a lei molto cara, il riconoscimento storico del Genocidio armeno. Stavolta le vicende narrate nel libro "Il chicco acre della malagrana", edito da Divinafollia ed inserito nella collana Ararat,  si ispirano ai racconti di Kevork Orfalian, detto Giorgio, che ad un certo punto della sua vita ha voluto mettere nero su bianco la drammatiche esperienze che hanno caratterizzato un’esistenza a dir poco avventurosa. Come è nata l’idea di questa collaborazione editoriale?
Letizia - L’idea è nata da un incontro per caso in occasione del centenario del Genocidio armeno commemorato nel 2015. "Mayrig" era stato appena pubblicato e con Kevork Orfalian ci siamo conosciuti per la prima volta in una trasmissione radiofonica, invitati dal giornalista e scrittore di origine armena Diego Cimara, (che mi ha scritto la prefazione di Mayrig). Successivamente, ho incontrato di nuovo Orfalian a Roma durante gli appuntamenti da lui organizzati per ricordare le vittime del Genocidio armeno e alla fine del 2015 mi ha chiesto se ero disposta a scrivere la sua storia. Mi ha accennato qualcosa, l’ho subito trovata molto interessante ed ho accettato.

Questa esperienza rafforza e consolida il suo impegno nei confronti della causa armena. In diverse occasioni ha portato "Mayrig" nelle scuole. Potrebbe parlarmi della reazione dei ragazzi di fronte a tale tematica, che tra l’altro ha assunto una certa visibilità solo in questi ultimi anni?
Letizia - Con mio grande stupore, quando mi trovo davanti classi di ragazzi, noto che questo argomento catalizza la loro attenzione.  Restano molto colpiti dalle parole, dalle immagini, dalle musiche, da tutta un’atmosfera che contribuisce a far arrivare il messaggio che mai bisogna nascondere i grandi crimini della storia, per fare in modo che non si ripetano più, altrimenti queste persone sarebbero morte invano e il genocidio continuerebbe con l’oblio. Noto con piacere che i giovani, che sempre più spesso sono distratti dai loro smartphone, intenti a chattare e messaggiare, durante le mie conferenze spengono tutto e ascoltano; noto in loro anche una certa commozione. Ci sono stati studenti delle classi quinte che alla maturità hanno fatto la tesina proprio sul Genocidio armeno. Anche per "Il chicco acre della melagrana" il format delle conferenze sarà simile a quelle di "Mayrig". Ci saranno video, musiche, lettura di brani del libro, foto e poesie.

L’editore Silvia Denti definisce quest’opera una  "Bibbia di sopravvivenza", di calore, di avventura, di dignità. Ecco, vorrei soffermarmi con lei proprio sul concetto di dignità. Cosa ha percepito a livello emozionale durante i racconti di Orfalian riguardo le violazioni non solo fisiche, ma anche psicologiche, più volte subite?
Letizia - Le emozioni non sono mancate,  soprattutto perché avevo davanti una persona con una storia complessa, molto articolata. Un figlio della diaspora con il fardello rappresentato dalle tristi e dolorose vicende del suo popolo. I suoi avi hanno subito i primi massacri della fine del 1800, il genocidio e lui, in quanto figlio della diaspora, rappresenta un aspetto diverso del genocidio, che chiamo "bianco". Bianco perché chi non è stato ucciso si è trovato solo, con la famiglia spesso decimata. I sopravvissuti sono stati costretti a emigrare con tutto un bagaglio di traumi e  sensazioni difficili da immaginare. E poi le emozioni per gli orrori che mi sono stati raccontati nel periodo della sua carcerazione in Turchia, con l'’accusa di essere un terrorista armeno; stati emotivi peraltro rivissuti anche dal protagonista. Questa parte del libro l’abbiamo dovuta scrivere molto lentamente, poiché ogni volta Kevork viveva di nuovo quei terribili mesi. Ne "Il chicco acre della melagrana", oltre all’attualissimo tema dell’emigrazione, si aggiunge quello del trattamento riservato agli oppositori politici in Turchia.

Il protagonista della storia è stato vittima di un errore giudiziario, poiché ingiustamente accusato di terrorismo armeno in Turchia, come giá accennato da Letizia. Quindi, possiamo definirlo "un dramma nel dramma”. Con quale forza è riuscito sempre a rialzarsi in piedi, per rimettersi in gioco e ricominciare?
Kevork - Prima di tutto la forza di volontà, un forte istinto di sopravvivenza che mi ha portato a superare qualsiasi vicissitudine, ma questo ovviamente non vale solo per me. Mi ha aiutato anche il periodo del collegio, che per me ha rappresentato una sorta di leva militare durata 6 anni. Sono una persona tenace, pur nelle  mie fragilità, che vengono percepite solo da osservatori attenti. Dopo ogni caduta mi sono sempre rialzato, anche grazie alla corazza che mi sono costruito in questa mia particolare e, a tratti, complicata vita. Ho avuto indubbiamente un grande aiuto della mia famiglia, della mia mayrig (madre in armeno n.d.r.),  che mi è stata accanto nei momenti più difficili. Difficoltà e dolori che comunque mi hanno segnato,  anche se posso apparire spesso superficiale, irriverente, a tratti un pò sbruffone e litigioso. Ma sono atteggiamenti di autodifesa; mi arrabbio con facilità, ma un attimo dopo ho già dimenticato tutto.

Anche ne "Il chicco acre della melograna" è presente la figura di una "mayrig" , che svolge il suo ruolo con naturale saggezza, insomma, una madre e una donna notevole. Quali, se vi sono, le attinenze caratteriali  fra la mamma presente nella sua precedente fatica letteraria e quella di Orfalian?
Letizia - Diciamo che sono piuttosto simili. In "Mayrig" la madre è quella raccontata con gli occhi di un bambino. Ne "Il chicco acre della melagrana"  invece è l’uomo che racconta e anche qui c’è una zia che ha avuto un ruolo importante come in "Mayrig", (lì ce ne sono due di zie). Possiamo dire che le famiglie armene sono quasi tutte simili, con questo legame, unico forse, dovuto alle dolorose perdite che le hanno caratterizzate.

In che modo e con quale spirito la sua famiglia ha superato le vicende tragiche dei suoi avi e la sua carcerazione a Istanbul?
Kevork - Tutti in famiglia hanno sofferto. I miei fratelli, mia madre e mio padre. Dopo aver dovuto metabolizzare il dramma di un massacro e di un genocidio che ha decimato i nostri avi e i sopravvissuti furono costretti a fuggire da Urfa, i  miei genitori e i miei fratelli hanno dovuto subire anche una rivoluzione in Libia, come me, del resto. Anche quello è stato un dramma a livello psicologico! Abbiamo dovuto cambiare Paese, casa, lasciare gli amici d’infanzia, usi e costumi...e poi la mia prigionia. Dopo la riunione fatta dai miei zii che vivevano, all’epoca, ad Amman (Giordania), Parigi e negli Stati Uniti, hanno deciso che mio zio con passaporto americano era quello più idoneo a venire in Turchia, (Paese facente parte della Nato) e quindi venne a Roma per accompagnare mia madre a Istanbul. I miei genitori hanno chiesto in parte aiuti economici per la mia difesa. I soldi sono arrivati dagli zii della Giordania e io dopo due anni li ho restituiti. In questa tragica circostanza si è vista l’unità familiare, tipica delle famiglie armene.

Nel prossimo futuro continuerà ad occuparsi di Armenia?
Letizia - Sicuramente sì… Ho già diversi progetti da portare avanti, ma per scaramanzia preferisco non anticipare nulla; saranno, via via, delle sorprese. L’Armenia entra nel sangue. C’è qualcosa di magico in questa Terra e in questo popolo. Dopo ogni mia conferenza anche il pubblico si appassiona e vuole saperne di più.

Quali i ricordi che ha messo nella valigia al ritorno dal suo affascinante viaggio in Terra armena?
Letizia - Tanti ricordi, tante emozioni, tante sensazioni. La terra d’Armenia avvolge. Nelle particolari Chiese si respira spiritualità e il suo popolo, semplice, ma dotato di una grande educazione e rispetto, scalda il cuore con la sua ospitalità e il suo affetto. L’Armenia non si visita una volta. Chi va in Armenia poi ci ritorna più e più volte, poiché scatta un colpo di fulmine, che però non ti abbandona più…

Lei vive tra Roma e Yerevan. Che rapporto ha con questa piccola e affascinante Repubblica e con i suoi abitanti?
Kevork - Io principalmente amo la mia madre Patria, dove ho finalmente acquistato un piccolo appartamento al centro di Yerevan. Successivamente, ho deciso di aiutare delle famiglie povere attraverso sostegni economici e quattro volte l’anno vado al confine del Nagorno Karabakh (Artsakh) per aiutare i soldati armeni al fronte. L’Armenia è il mio Paese e lo amo anche se non potrei viverci tutta la vita. Non posso stare lontano più di 3 massimo 4 mesi. Sarebbe, tuttavia, impossibile per me stabilirmi lì poiché,  purtroppo, la cultura europea è diversa da quella armena.  Gli armeni sono stati settant’anni sotto il dominio sovietico e sono indipendenti solo dal 1991.

10) Quali sono i suoi progetti futuri e i suoi sogni nel cassetto?
Kevork - Nella mia vita io ho avuto quattro sogni da realizzare. Il primo è stato quello di possedere una bella casa dove poter vivere in Italia e in Armenia e l’ho realizzato. Il secondo quello di scrivere la storia della mia vita e questo l’ho realizzato, grazie anche all’aiuto di Letizia Leonardi. Il terzo poter fare di questo libro, "Il chicco acre della melagrana", un film importante e bello. Questa è una scommessa fatta con me stesso. Il quarto e ultimo desiderio è quello di trovare la donna della mia vita, ma su questo non sono molto concentrato, perché non credo che potrei vivere con una donna per tutto il resto dei miei giorni. Sono stato solo per troppo tempo. Diciamo che il mio obiettivo finale, il mio grande sogno, resta soprattutto quello di realizzare una trasposizione cinematografica tratta dal libro che racconta la mia vita. Dopo posso anche morire...

Questa sua vita, un pò rocambolesca, a tratti molto dolorosa e a tratti ricca di soddisfazioni in campo lavorativo, quanto ha influito nell’uomo che è adesso?
Kevork – Il mio carattere è diventato leggermente più duro verso le persone che si pongono in modo aggressivo nei miei confronti. Queste persone molto difficilmente riesco a perdonarle. Certo, le esperienze che ho avuto nella mia vita e il periodo di prigionia nelle carceri turche mi hanno reso un pò più introverso, ma nel corso degli anni ho voluto e dovuto dimenticare quei momenti difficili. Oggi,  comunque, mi sento rasserenato. So che tanta gente mi ama ma, forse, per tutte le cose che faccio, ci sono quelli che mi invidiano e l’invidia,  purtroppo, è un sentimento estremamente  negativo.

L'Autrice, epistemologa e saggista, offre con questo lavoro un esempio di come possano coniugarsi antropologia e storia, psicologia e sociologia, filosofia e metafisica, semiotica e scienza, discipline della comunicazione e della complessitá, in quanto metodi per capire come lo Sguardo di noi contemporanei sia mutato, dopo il novecento, nei confonti del mondo; e di come si sia parallelamente modificata la nostra percezione delle cose, la visione dell'arte, in fondo il nostro stesso sapere, a seguito del diffondersi delle nuove tecnologie digitali e dei nuovi media.

Vedere è esperienza in cui spesso reale e virtuale si (con)fondono per cui "l'invisibile non è il contrario del visibile, ma si iscrive ad esso (...) il virtuale è possibile, l'ombra dell'attuale, del visibile: apre ai mondi possibili come la notte avvolge la luce e la luce nasconde l'ombra che la nutre".

La Fiorani parte da un apparato bibliografico corposo - Lacan, Merleau-Ponty, Didi-Huberman, Locatelli, Benjamin, Mafessoli, Husserl, Urry,  Bauman, Formenti, Antonio Caronia, Morin, McLuhan, Della Puppa e Masiero, Adorno e Horkheimer, Deleuze e Guattari - i cui contributi vengono rielaborati in questo saggio di sintesi in cui emerge il rapporto attuale fra psiche, collettiva e individuale, e techne, attraverso l'osservazione, il guardare, l'occhio "che disegna il quadro".

Parafrasando Cartesio verrebbe da esclamare Video Ergo Sum!

Ė il potere delle immagini, della fotografia, del cinema, della pubblicitá, della televisione, della cybercultura che agisce, con una epocale "svolta iconica", sin dagli anni ottanta, sull' immaginario visivo dell'uomo in quanto "essere dello sguardo".

L' Autrice propone un personale percorso oculocentrico volto alla conoscenza, che com/porta "a qualcosa di nuovo che con l'immagine prende vita e viene ad essere per la prima volta", produce diverse trame nel narrare, nella organizzazione creativa del figurare artistico, e nel prefigurare la societá e l'economia circolare "con mille miliardi di sensori in grado di raccogliere i dati di tutto il mondo" .

Un universo di interconnessioni, anzi due "un mondo dal margine molto più esteso del primo" viene raccontato in questo libro più che mai utile perchè, ammette il paesologo Franco Arminio su FQ "ci vorrebbe il ministero dello sguardo. Non sappiamo più guardare, non sappiamo più parlare (...) gli occhi sono un pezzo di cervello a contatto col mondo esterno".

In migliaia nelle piazze di Ragusa per assistere alla presentazione dei libri pubblicati nell’ultimo anno da autori e scrittori italiani e stranieri. Una formula semplice ma al tempo stesso di successo, che da ben nove anni è capace di attirare un pubblico sempre crescente, numeroso, attento, appassionato. E’ il festival letterario “A Tutto Volume – libri in festa a Ragusa” che riesce ad attirare lettori e visitatori in arrivo da tutta la Sicilia ma anche dal resto d’Italia per assistere ai tantissimi incontri che si susseguono durante questo fine settimana, più di 70 tra quelli del programma ufficiale e gli “Extravolume”, eventi promossi direttamente da associazioni e privati del territorio. Un festival che riesce a sfidare anche l’inaspettata pioggia, superando ogni difficoltà e mantenendo invariato il programma, come accaduto all’incontro inaugurale ieri pomeriggio in piazza San Giovanni con la scrittrice Daria Bignardi. Successo di pubblico per tutti gli appuntamenti del festival, ideato e curato dal direttore artistico Alessandro Di Salvo, che riesce a coinvolgere tutta la città in un’atmosfera di vera e propria festa. Ieri incontri con Annalista Strada, Gherardo Colombo, Dario Voltolini, Pino Corrias, Marco Ardemagni, Luciano Fontana, Stefano Feltri, Riccardo Iacona, Tiziano Scarpa. 

Dopo le giornate nel centro storico di Ragusa Superiore, programmate per ieri e per oggi, il festival questa domenica si sposta come da tradizione nel quartiere antico, Ragusa Ibla, per proseguire con i vari incontri programmati, gli eventi, la presentazione dei libri e la conclusione in piazza Duomo con Paolo Mieli che presenterà il libro “Il caos italiano”. Per i dettagli del programma del festival basta collegarsi sul sito di A Tutto Volume. Per raggiungere il quartiere barocco è stato attivato un comodo servizio di bus navetta andata e ritorno dalle 17,30 con partenza da via Di Vittorio-via Epicarmo e arrivo alla chiesa del Santissimo Trovato. E per questa domenica altri numerosi partecipanti giungeranno in treno attraverso l’iniziativa speciale della Fondazione Fs che ha voluto aprire la stagione dei viaggi sui treni storici proprio in occasione del festival “A Tutto Volume”. Viaggeranno su antiche carrozze anni ’30.

 

 

Recentemente lo scrittore Salvatore La Porta ha pubblicato il libro "Less is more" (Il Saggiatore). Il titolo di questa opera editoriale rimanda ad una celebre frase contenuta in un monologo del poeta inglese R. Browning, ponendo il lettore dinanzi ad alcune considerazioni in merito ad una società sempre più "liquida", in cui i valori fondanti fanno rima con un consumismo per certi versi fuori controllo.
La necessità di certezze attraverso l'accumulo di cose, talvolta inutili, ci anestetizza, distogliendo la nostra attenzione verso gli aspetti esistenziali davvero meritevoli di attenzione.
Per contro, una parte del tessuto sociale è caratterizzata da condizioni di povertà e pesanti  difficoltà di ordine pratico. Viviamo in una società nella quale il divario socio-economico sta diventando sempre più ampio; ma questo non sembra preoccupare chi, all'interno della propria "gabbia dorata", continua a rincorrere i beni materiali, alla ricerca di un appagamento, che alla lunga si rivela effimero.

Quel di più che viene dal meno, in un percorso volto alla ricerca dell’essenziale, che va controcorrente, in un tessuto sociale sempre più attento al raggiungimento della materia, dell’appagamento attraverso la quantità di cose delle quali disporre. È giunto il momento di fermarci seriamente a riflettere?
Credo che il momento sia arrivato da un bel pò, ed infatti l’umanità riflette da parecchio sull’effetto che i beni materiali hanno sulla nostra vita. Certamente il nostro periodo storico vede una divisione della popolazione sempre più marcata tra chi non ha niente e chi ha moltissimo, e l’accumulo di proprietà è uno dei metodi con cui il consumismo mette a tacere la nostra coscienza. Non si tratta soltanto di avidità: più accumuliamo, più il nostro posto nel mondo diventa stabile e limitante. Sappiamo benissimo che, in cambio del benessere,  abbiamo rinunciato al nostro senso di giustizia, ma la fatica necessaria a mettere in discussione la nostra posizione nella società è sufficiente a farci voltare la testa. Più che l’avidità può l’abitudine.

Secondo lei, quali sono le dinamiche attraverso le quali l’uomo del Terzo Millennio si è così avvicinato, forse inconsapevolmente, al livello di saturazione?
Credo che una parte fondamentale di questa “trappola” sia costituita dalla vigliaccheria; pochi occidentali ignorano le condizioni di chi è stato sacrificato perché noi potessimo accumulare una tale quantità di cibo, oggetti e benessere (fisico, almeno). La sproporzione tra le nazioni più ricche del mondo e quelle più sfruttate è stata raccontata da centinaia di voci e, se non fossero sufficienti i racconti, abbiamo il mar Mediterraneo pieno di morti a mostrarcela.
Le nostre proprietà, però, significano soprattutto il nostro “posto nel mondo”; è più facile rinunciare all’avidità che riconfigurare da capo la propria vita. È in questa maniera che abbiamo perso il coraggio di aiutare gli altri: siamo terrorizzati dall’idea di dover cambiare vita.

Ritiene che la ricerca spasmodica della materia, che va ben oltre il necessario, sia riconducibile alla nostra infelicità?
Se l’accumulo di beni materiali fosse un buon metodo per essere felici, l’occidente sarebbe il paradiso terrestre. Non sto assolutamente dicendo che chi è povero è più felice di noi: la miseria è una malattia sociale e chi ne è colpito non ha alcuna scelta. Non c’è alcuna libertà nella povertà.
Ma se bastasse la ricchezza a farci felici, perché la nostra società è così palesemente in crisi? In realtà,  accumulare proprietà ci allontana da noi stessi, ci costringe ad una serie limitata di ruoli, ci impone delle regole che delimitano la nostra capacità di scegliere. Le nostre proprietà sono statiche e pesanti, noi siamo dinamici e mutevoli; il contrasto tra queste due essenze ci fa sentire infelici.

Forse la ricerca della materia rappresenta un tentativo di colmare i troppi vuoti esistenziali?
Cerchiamo di colmare la differenza tra quel che sentiamo di essere e quel che siamo obbligati ad essere. Ma questa differenza è creata proprio da ciò che abbiamo accumulato durante la vita: siamo stati fissati dai nostri beni nel ruolo di padre, direttore, marito, impiegato. Ma l’essere umano è inevitabilmente più ricco e cambia con il tempo. L’impiego che desideravamo a vent’anni può essere il nostro incubo a quaranta. La casa che abbiamo voluto s’è trasformata in un mutuo. La nostra famiglia in un incubo. Fuggire da queste gabbie è difficile; serve un coraggio ed una fatica che spesso non abbiamo. Allora accumuliamo altre proprietà, cerchiamo un sollievo che rende soltanto più crudele la trappola in cui siamo caduti. È un meccanismo molto naturale, lo stesso delle sabbie mobili.

Quanto potrebbe giovare all’uomo riacquistare una certa capacità di discernimento fra il necessario, l’utile e il superfluo, in un’ottica di alleggerimento mentale?
Sarebbe fondamentale. Ma potrebbe rivelarsi inutile; comprendere quale sia la nostra essenza, quali siano i nostri veri desideri, è una pratica relativamente facile. Almeno se confrontata con il passo successivo; avere il coraggio di spezzare la catena delle abitudini e rinunciare al superfluo, riprogrammare la propria vita, mettere in discussione le basi sulle quali l’abbiamo costruita e che adesso sono diventati ceppi.

In un capitolo della sua interessante opera, intitolato "Il rischio di una morte quotidiana", fa riferimento ad un personaggio dell’album "Storia di un impiegato", in cui il cantautore F. De Andrè affronta per la prima volta il tema della lotta al sistema da parte dei movimenti giovanili. Vorrebbe parlarne ai nostri lettori?
Storia di un impiegato è uno dei dischi più belli di De Andrè. Soltanto la Buona Novella mi affascina di più. Dentro quel disco c’è un personaggio stupendo, un impiegato che vorrebbe partecipare ai movimenti del Sessantotto, alla lotta politica, all’amore libero, all’arte nuova e ricca di quegli anni, ma si trova in ritardo: ha dieci anni in più dei protagonisti del Maggio francese, ma soprattutto ha una moglie, un lavoro, delle proprietà. L’unico modo che gli rimane per seguire i propri desideri ed il proprio senso di giustizia è far esplodere, letteralmente, la gabbia che lo circonda: diventa un bombarolo, finisce in carcere. E si conquista una strana felicità.

Un suo suggerimento per iniziare a coltivare la cosiddetta “arte di non avere niente”?
Coltivare l’indipendenza ed il coraggio. Il più possibile.

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