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Martedì, 18 Giugno 2019

In questa intervista incontriamo la scrittrice Fatemeh Sara Gaboardi Maleki Minoo. Nata a Teheran il 10 Agosto del 1977, è cresciuta in Italia, poiché nel 1978 è stata adottata da una famiglia lodigiana. Dopo una prima laurea in Lettere Moderne all’Università degli studi di Pavia, ha conseguito una seconda laurea in Lingue Orientali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, specializzandosi in Storia del Medio Oriente. In seguito ha conseguito una prima specializzazione in Storia del Medio Oriente Islamico e una seconda in Storia Armena, in particolare sulle cause del Genocidio. Dal 2009 risiede tra Italia e Turchia dove svolge l’attività di docente e ricercatore universitario.

Sin dall’adolescenza ha risieduto per periodi più o meno lunghi in vari paesi del Medio Oriente e del Caucaso, approfondendo lo studio della storia e delle lingue orientali. Al 2008 risale la sua prima pubblicazione, Le verità nascoste dell’Islam, un breve testo storico-politico riguardante le problematiche e i fraintendimenti tra Medio Oriente e Occidente. Nel 2012 esce il suo secondo volume intitolato Con gli occhi del cuore. Storia di una famiglia iraniana nella Persia dello Shah, che racconta le vicende della sua famiglia d’origine, intercalate agli avvenimenti che hanno condotto alla caduta dell’ultimo Shah di Persia, Mohammad Reza Pahlavi.

 Nell’ottobre 2018 esce il suo terzo volume intitolato Il viaggio di una promessa. Attraverso la storia di un popolo dimenticato: gli Armeni Nascosti dell’Anatolia (2018, Edizioni Divinafollia), un libro documentario che parte dal Genocidio Armeno del 1915 per descrivere le vicende di alcune famiglie armene intervistate dall’autrice. Essi sono i discendenti islamizzati del Genocidio del 1915 che nel privato delle proprie abitazioni portano avanti la propria lingua e cultura, ma pubblicamente si dichiarano musulmani, turchi e curdi per sfuggire alle vessazioni del Governo.

Come è nato il suo interesse per il Genocidio e le tragiche vicende del popolo armeno?

L’interesse per il Genocidio del popolo armeno è nato dal fatto che sin da piccola, mio padre, come ho raccontato anche nell’introduzione del libro, pur non avendo mai conosciuto un armeno in vita sua, mi parlava del Martirio di questo popolo, perciò dal periodo dall’adolescenza ho iniziato a studiare quel poco che fosse reperibile riguardo questo triste argomento.

Il suo avvincente libro “IL VIAGGIO DI UNA PROMESSA” (2018, Edizioni Divinafollia) è composto da toccanti racconti, che consentono al lettore di entrare in una tematica verso la quale solo in questi ultimi anni è stata posta una certa attenzione. Quali sono, a suo avviso, le motivazioni della disattenzione politica e sociale verso tale argomento?

In verità non si è mai parlato degli Armeni Nascosti dell’Anatolia, se non brevemente in qualche articolo specialistico; si tende a parlare principalmente del Genocidio, peraltro solo negli ultimi quindici anni più o meno, ma si tratta di due argomenti diversi. Tant’è che, nel momento in cui ho deciso di portare avanti questo mio progetto, mi sono trovata davanti al fatto che non esisteva nessun riferimento documentario riguardo ad esempio ai luoghi in cui si trovano. Pertanto, come un investigatore, ho dovuto cercare informazioni sulle famiglie e questo non è stato un ostacolo di poco conto. Non se ne parla perché, innanzitutto, è un problema scottante della Turchia contemporanea, che ancora non riconosce il Genocidio e quindi evita di parlare di coloro che sono i discendenti del popolo armeno, ma soprattutto perché gli stessi armeni della diaspora hanno teso fino a questo momento a parlare soltanto delle vittime del Genocidio, non considerando il fatto che ci sono più di tre milioni di persone che ancora vivono e ogni giorno cercano faticosamente di mantenere viva la propria cultura. Si tratta di un Genocidio Culturale, forse ancor più grave e deprecabile di quanto avvenuto nel 1915, poiché è certamente giusto ricordare le vittime, ma trovo sia ancor più doveroso ricordare coloro che ancora vivono e subiscono quotidianamente la privazione di potersi esprimere liberamente, essendo loro imposta la cancellazione della propria cultura e di conseguenza la negazione della loro stessa esistenza in terra turca.

Il suo percorso accademico in Lettere moderne e Lingue orientali, materie di chiara matrice umanistica, nasce da una naturale attitudine, che si unisce all’esigenza di conoscere ed approfondire le radici socio-culturali dei popoli?

Dopo le prime due lauree ho conseguito due specializzazioni, la prima in Storia del Medio Oriente e la seconda sulle cause del Genocidio Armeno, proprio perché il mio interesse è sempre stato lo studio della storia dei popoli, a cui, in seguito ai miei lunghi soggiorni in Medio Oriente e Caucaso, negli anni si è aggiunto anche l’interesse per i diritti delle minoranze etniche.

Quali sono le maggiori difficoltà incontrate nel creare le condizioni emotive ideali al fine di raccogliere le testimonianze di persone armene, che hanno vissuto direttamente, oppure hanno conosciuto attraverso i racconti di loro familiari, gli orrori del Genocidio?

La difficoltà maggiore è stata quella di rintracciare le famiglie, le quali essendo appunto nascoste e fingendosi nella vita pubblica turche o curde, sono spesso timorose nel parlare della loro storia e della loro esperienza. Nonostante ciò, sono riuscita a conoscere numerose famiglie che non solo mi hanno resa partecipe delle loro vicende, ma mi hanno trattato come una persona di famiglia,  aprendomi le porte delle loro case; un atteggiamento di un’umanità che non ho mai incontrato e che sin dall’inizio mi ha colpito e legata a loro.

Le sue pubblicazioni editoriali rappresentano forse un  ostacolo nei rapporti con un Paese come la Turchia, dove lei ha svolto, o tuttora svolge la professione di docente universitaria?

Sicuramente quello che ho fatto non raccoglierà i consensi di coloro che ancora cercano con ogni mezzo di cancellare dalla memoria collettiva la presenza armena e la sua storia in terra turca, al punto da portare avanti tutt’ora un Genocidio Culturale, ma ho agito al fine di far conoscere all’occidente una verità sconosciuta, che riguarda più di tre milioni di anime che ogni giorno rivendicano il proprio diritto all’autodeterminazione.

Fra le pagine, fa riferimento ad una legge, per la quale, fra l’altro, l’Unione Europea vorrebbe effettuare una revisione, che in buona sostanza non consente di parlare troppo liberamente della Turchia. Vorrebbe spiegare ai nostri lettori tale concetto?

Si tratta dell’art. 301 del Codice penale, il quale vieta di parlare di certi argomenti che possono ledere l’identità turca. Questo articolo è stato sfruttato per limitare la libertà di stampa e di espressione nel paese, e per portare avanti procedimenti contro gli intellettuali che contestavano la tesi ufficiale sulla questione armena.

Qual è stato l’impatto con il pubblico durante le presentazioni del libro?

Durante le presentazioni ho notato che il pubblico è rimasto sorpreso poiché più volte mi è stato detto che non era a conoscenza dell’esistenza dei discendenti, forzatamente islamizzati, del Genocidio Armeno. Sono contenta di essere riuscita attraverso il mio libro a raccontare e a trasmettere la storia di queste persone, che altrimenti sarebbe rimasta nascosta.

Progetti professionali ed artistici per il futuro?

Al momento sono molto impegnata con le presentazioni del libro, che mi sta dando numerose soddisfazioni, ma al contempo sto revisionando una serie di appunti raccolti negli ultimi anni e che costituiscono la base di partenza per il prossimo lavoro.

Sabato 16 marzo 2019 alle ore 17.30 presso l'Hotel San Francesco di Rende (Cosenza) avrá luogo la
presentazione del libro “Screaming. Come riconoscere un opportunista e tenersi alla larga” (Kimerik) della scrittrice rendese Anna Laura Cittadino.
Insieme all’autrice, interverranno: Diletta Aurora Della Rocca ( giornalista), Domenico Frammartino (Dir. Editoriale IdM Magazine), Antonello Marino ( Rossozero), che ha realizzato il progetto fotografico della copertina del volume e Nicoletta Toselli ( addetta marketing e comunicazione).
L'evento sarà moderato dalla Presidente dell’Associazione Brutia Libera Anna Canè.
La lettura di alcuni pagine del libro saranno a cura di Amalia Gordano.
L'opera, la cui prefazione è del Criminologo Fabio Delicato, tratta una storia drammatica, ma narrata con una semplicità tale da renderla a tratti grottesca - come riportato in quarta di copertina -
Una  donna in carriera, insicura sul piano  personale, quanto temeraria ed ambiziosa su quello lavorativo. Una storia di violenza psicologica  ad altissimi livelli.
La  narrazione segue cronologicamente gli eventi e racconta una storia malata, all'interno della quale cresce un sentimento non autentico, ma impostato  solo su meccanismi legati alla convenienza.
Un romanzo concepito come un vero e proprio diario, in cui la protagonista Francesca si svela, si rimprovera e si mette a nudo, rivelando una incapacità di reagire a un uomo che palesemente abusava della sua onestà e dei suoi sentimenti, al fine di trarne  benefici a livello economico e di immagine.
Ma la protagonista ad un certo punto si oppone a tutto ciò e, come d’incanto, si sveglia da quel coma in cui era sprofondata, sostenuta da un repentino scatto di orgoglio, ribellandosi alla sua condizione di vittima e riuscendo, quindi, a riscattarsi del tanto male subito.
Uno stile di scrittura intimista, fluido ed estremamente descrittivo accompagna e coinvolge  il lettore nel  dramma, dimostrando che ci si può opporre a un  tale sopruso.
L'autrice Anna Laura Cittadino, attraverso questa nuova opera editoriale, ci propone una storia senz'altro interessante, poichè può essere da supporto per tutte le persone che quotidianamente  subiscono violenze psicologiche da individui manipolatori e opportunisti. 

Grande partecipazione al Premio di poesia “Cipressino d’oro” organizzato e promosso dal Kiwanis Club di Follonica e giunto con successo alla VII edizione.
Il concorso ha preso il via a fine anno e già tantissimi autori hanno inviato i loro versi all’organizzazione della rassegna.
Il termine ultimo per inviare gli elaborati è stato  fissato a domenica 31 marzo 2019, salvo propoghe, che saranno decise dai responsabili del Premio.
Il tema scelto dal club follonichese per questa edizione tocca un argomento quanto mai attuale ed interessante: l’integrazione, intesa nella più ampia accezione.
Anche questa volta si chiede ai poeti di declinare la traccia al mondo dell’infanzia, all’insegnamento che deve essere dato alle nuove generazioni, al passaggio di modelli etici, che devono far sentire chiunque membro di una comunità.
La difficoltà del tema non ha certo scoraggiato gli autori. Infatti - come ha spiegato in una nota l'organizzatore dell'evento culturale Loriano Lotti -  stanno arrivando elaborati da tutta Italia, alcuni anche dall’estero. L’argomento non è dei più semplici e all’inizio avevamo qualche timore circa la riuscita di questa edizione 2019; invece, come sempre, i poeti ci hanno stupito, inviandoci componimenti di altissimo livello, carichi di pathos. Il “Cipressiono d’oro” sta crescendo sempre di più, regalandoci grandi soddisfazioni.
La giuria di qualità, che si occuperà delle valutazioni dei testi, è composta dallo scrittore e poeta Patrice Avella, dalla giornalista e operatrice culturale romana Daniela Cecchini – anche Madrina d’Onore dell’evento per il secondo anno consecutivo– e dallo scrittore,  poeta e editore Gordiano Lupi.
Il premio vede il supporto dell’artista Gian Paolo Bonesini, che ogni anno dona al Club alcune sue opere destinate ai vincitori.
Partecipare è gratuito e semplice: il testo inviato dovrà essere inedito e non premiato in altri concorsi letterari.
Oltre al componimento poetico, i partecipanti dovranno inviare alla segreteria del “Cipressino d’oro” la scheda d’adesione, compilata con i dati richiesti e sottoscritta.
La premiazione è fissata nella prima metà di Maggio, precisamente sabato 11. L’iscrizione potrà avvenire sia tramite email (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) che a mezzo posta (Premio Cipressino d’oro – Kiwanis Club Follonica, via Lamarmora 62, Loriano Lotti, 58022 Follonica, Grosseto).
Gli autori, se daranno il loro consenso, potranno vedere la propria opera pubblicata in un’antologia edita dalla casa editrice Il Foglio Letterario di Piombino.
Per tutte le informazioni è possibile scrivere all’indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure  chiamare il numero 347 6754324.

Ancora una volta presentando un libro sui crimini del socialcomunismo devo ripetermi: perché si continuano a ricordare soltanto i crimini nazisti, mentre quelli comunisti sono totalmente ignorati? La stessa domanda l'ho posta recentemente a proposito del libro di M. dell'Asta e L. Scaraffia, «La vita in uno sguardo. Le vittime del Grande Terrore staliniano», Lindau (2012).

La stessa cosa dovrò fare per il saggio «Le catacombe della Romania. Testimonianze dalle carceri comuniste. 1945-1964», Rediviva Edizioni (2014), curato da Violeta P. Popescu, con tre saggi di Lorena Curiman, Claudia Bolboceanu e Mirela Tingere, giovani giornaliste rumene.

Il comunismo in Romania ha tentato con ogni mezzo di cancellare la memoria storica del popolo romeno, il regime ha puntato a creare un “uomo nuovo”, una persona legata al partito comunista, una persona senza radici. Questo passato non può, non deve essere dimenticato, per questo è stato pubblicato questo libro di testimonianze. Si tratta di un breve lavoro per gettare uno sguardo su un periodo tragico e buio, che ha visto lo sterminio del popolo rumeno, ad opera di un regime sanguinario. E' stato scritto soprattutto per salvare dall'oblio centinaia, migliaia di uomini e donne che hanno lottato per la libertà e per la patria.

L'avvento del regime comunista in Romania ha comportato subito l'eliminazione dell'élite rumena. Allontanati da tutte le istituzioni e segregati in carcere i maggiori rappresentanti del mondo culturale, scientifico, tecnico e artistico. Tutti crudelmente perseguitati, trucidati, torturati dal punto di vista fisico e psicologico nelle carceri e nei campi di concentramento. E' capitato ovunque il socialcomunismo è andato al potere.

«Il processo di sovietizzazione della Romania ha incontrato la fiera opposizione del popolo romeno che ha cercato di contrastarlo con il rifiuto del comunismo, un cancro che ha attanagliato il paese per più di mezzo secolo, e con una strenua resistenza dimostrata da importanti personalità in tutti i campi della società civile». Peraltro il libro dà conto anche della resistenza armata, forse il più importante di tutti i paesi sotto l'Unione Sovietica, di tanti combattenti che si sono rifugiati sui monti Carpazi.

A distanza di vent'anni dalla caduta di Ceausescu e del regime comunista, abbiamo l'obbligo di ricordare la vita di chi è morto e di onorarne la memoria di questi veri e propri martiri che non si sono piegati all'ideologia atea e criminale. Anche se può sembrare inutile di fronte al ritmo frenetico della storia.

Il libro fa riferimento alle fondazioni, alle associazioni con lo scopo dichiarato di recuperare il passato. Tra le tante il libro fa menzione della Fondazione Culturale Memoria, con la rivista «Memoria. Revista gandirii arestate», (Memoria. La rivista del pensiero imprigionato). Il Memoriale Sighet- Il “Memoriale delle Vittime del Comunismo e della resistenza”. Il Memoriale Jilava - “Il carcere dell'inferno comunista”. Il Memoriale Sarat - “La prigione del silenzio – La lezione del comunismo”. Il Memoriale Aiud - “Il calvario di Aiud”. Il Memoriale di Pitesti - “Il genocidio delle anime”. Infine l'Istituto per l'Investigazione dei Crimini del Comunismo e la Memoria dell'Esilio Romeno (IICCMER), un ente governativo di ricerca, documentazione che mira a divulgare la storia del comunismo in Romania, con progetti educativi, editoriali e museali. Ma c'è anche un Rapporto della Commissione Presidenziale per l'Analisi della Dittatura Comunista in Romania, pubblicato nel 2006, un atto considerato tardivo da parte di molti.

«Scoprire il periodo delle carceri comuniste dopo gli anni '90 è stato come scoprire la storia di un altro popolo, la storia spezzata di un paese che doveva riannodare un filo rotto». Due trasmissioni della televisione romena subito dopo il 1989, con interviste ai sopravvissuti, hanno contribuito a conoscere quanto è accaduto in Romania. Soprattutto in alcuni luoghi del genocidio rosso, vicino alle carceri, sono stati eretti monumenti, carceri trasformati in musei, con l'obiettivo di ricordare le sofferenze vissute e dimostrare riconoscenza verso chi ha versato lacrime e sangue per difendere la libertà, la democrazia e la fede.

Secondo i dati forniti dal governo romeno, durante il regime comunista nel paese esistevano 44 carceri e 72 campi di lavoro forzato in cui sono passati oltre 3 milioni di romeni, 800.000 dei quali sono morti.

«Dal 1948 al 1964, la Romania si è trasformata in una specie di catacomba. I valori tradizionali che avevano accompagnato i romeni per intere generazioni erano considerate dal regime comunista una minaccia da contrastare, perciò andavano cancellati insieme al legame con il passato e al prestigio dell'elite intellettuale [...]».  Inoltre, «le carceri comuniste, dove vengono rinchiusi i cosiddetti 'nemici del popolo' nel periodo 1948-1964, sono trasformate in veri e propri centri di sterminio per le personalità di spicco del mondo intellettuale e spirituale della Romania». Molti di questi prigionieri subiscono torture fisiche, psicologiche fino alla morte, si sacrificano in nome dei loro ideali, delle loro convinzioni e della loro fede come veri martiri. Il testo sottolinea ampiamente la dimensione spirituale che ha caratterizzato la maggior parte di questi uomini e donne imprigionate nelle carceri comuniste. «I martiri delle carceri, come una volta i martiri delle catacombe, rappresentano oggi modelli, punti di riferimento, che mostrano la vera libertà, quella vissuta nell'autentico spirito cristiano». I racconti, le testimonianze di questo libro, dimostrano che il martirio non è qualcosa che appartiene ai primi secoli del cristianesimo, è un esercizio di fede che accompagna il cammino della vita di ogni cristiano.

Gli autori del testo non esagerano se ascrivono al martirio questi uomini che hanno preferito morire anziché rinnegare la propria fede. «Le testimonianze presenti in questo libro danno l'immagine di una fede capace di resistere a ogni attacco di odio, senza rinunciare né alla verità, né all'amore, né alla carità, nonostante i momenti di scoraggiamento».

Il testo riporta alcuni frammenti delle testimonianze di questi uomini, dove si può verificare la profondità della loro fede, il valore della loro sofferenza e il messaggio di speranza che riescono a trasmettere, nonostante gli indicibili prove che hanno dovuto affrontare. Questi martiri hanno sempre mantenuto la fiducia in Dio, nella certezza assoluta che le loro anime si sarebbero salvate. «L'anima, infatti, rappresenta quella parte di loro che è sempre rimasta libera». A questo proposito, Violeta Popescu, può scrivere: «Quello che è accaduto nelle carceri di Pitesti, Aiud, Jilava, Sighet, Vacaresti e in molte altre può essere definito come un tentativo di distruggere le anime, dato che l'uomo nuovo' a cui mirava il regime non doveva appartenere a nulla se non al partito comunista».

Pertanto per il regime la fede in Dio, era il male assoluto da estirpare come una malattia. «Le pratiche rieducative concepite dai persecutori erano applicate con una coerenza diabolica e una perfidia sistematica allo scopo di sradicare dal cuore e dalla mente dei prigionieri ogni residuo di anima, di fede». Padre Papacioc, che ha scontato 14 anni di carcere, affermava che «il comunismo ha riempito il cielo di santi».

Il testo mette in luce alcuni di questi personaggi che hanno patito la crudele persecuzione comunista e di cui il mondo occidentale, non sa nulla. Non solo, probabilmente neanche le giovani generazioni romene non sanno nulla. Il primo personaggio che viene presentato è Valeriu Gafencu (1921-1952), il più emblematico, quello che è riuscito a influenzare tutti i compagni di cella in modo autentico a vivere la fede cristiana. Molti atei, attraverso il suo esempio hanno scoperto la fede religiosa. In una lettera dal carcere, scriveva: «Ringrazio di tutto cuore il buon Dio per la sofferenza che mi ha mandato, perchè attraverso la sofferenza mi ha portato la luce dello spirito e ho trovato la strada della Vita».

Un altro eroe, un uomo che ha conosciuto l'inferno delle carceri comuniste è Ioan Ianolide (1911-1986), sulla sua tomba, si trova una croce, che spinge alla riflessione: «Tutto in Cristo!». Condannato a 23 anni di carcere e a una sofferenza inimmaginabile, Ianolide scrive Intoarcerea la Hristos (il ritorno di Cristo). Nel testo si può leggere, tra l'altro: «Cerchiamo di annunciare Gesù crocifisso nel XX secolo. Qui sono accaduti miracoli, qui sono rinati la santità e il martirio, qui dei martiri hanno donato la loro vita per la fede». Sempre nello stesso libro si può leggere: «Abbiamo visto in mezzo a noi persone che hanno realizzato la pienezza dell'uomo, la santità, il martirio, ma attraverso una selezione terribile».

Un uomo, un poeta, un drammaturgo, una personalità rappresentativa del popolo romeno è stato Radu (Demetrescu) Gyr (1905-1975), insieme a tanti altri esponenti dell'élite politica e culturale del suo paese aderisce al Movimento legionario dell'Arcangelo Michele di Corneliu Zelea Codreanu, fondatore della Guardia di Ferro. In quel momento era l'unico movimento che difendeva l'unità della Patria romena.

Un altro personaggio significativo del volume è padre Gheorghe Calciu Dumitreasa (1925-2006), ha passato ventuno anni nelle diverse prigioni comuniste. «In cella senza Dio, senza preghiera e senza perdono, non si sopravvive», afferma padre Dumitreasa. «In cella parlavo di più con Dio, sentivo la presenza di Dio più di ora [...]Là, dove c'erano una grande solidarietà fra di noi, una fede profonda e la preghiera ho resistito; nasceva un'atmosfera sacra in prigione». L'esperienza vissuta nelle carceri comuniste lo spinge a dichiarare: «Non sono mai stato vicino a Dio di quanto lo sia stato in prigione».

Un'altra figura importante del libro è il sacerdote romano-cattolico, monsignor Vladimir Ghika (1873-1954). Di origini nobiliari, fu principe ma lasciò tutto in eredità al fratello. Definito l'apostolo del XX secolo da Jean Daujat, ha fondato l'ordine delle monache vicentine, creando le basi per la fondazione dell'ospedale “San Vincenzo de Paoli”.

Il suo martirio per la fede è stato riconosciuto da Papa Francesco, il 27 marzo 2013, è stato beatificato con una messa solenne a Bucarest. La sua beatificazione è molto importante anche per la nazione romena, perchè monsignor Ghika è divenuto secondo l'arcivescovo di Bucarest, «un faro non solo per la gente del suo tempo ma anche per le generazioni future».

La storia della resistenza anticomunista in Romania è legata ad una figura femminile straordinaria: la contadina Elisabeta Rizea 1912-2003). Una vera eroina che ha mantenuto la propria integrità e i propri principi, un simbolo della lotta e della resistenza contro il regime comunista. La sua testimonianza di libertà, di fede di fronte alle sofferenze causate da atroci torture è veramente preziosa. I comunisti ci hanno preso tutto, l'unica cosa che non sono riusciti a toccare è stata l'anima, diceva sempre.

Rizea, semplice donna, fa parte di quel gruppo di resistenza di Nucsoara, un piccolo centro, dove le donne hanno avuto un grande ruolo importante per sostenere la resistenza partigiana degli uomini fuggiti in montagna, diventati bersaglio di una caccia spietata ad opera della Securitate, la polizia segreta comunista. Elisabeta, nazionalista e monarchica, diventa guerrigliera e fa la staffetta e la vivandiera degli anticomunisti rifugiatesi sui monti.

«La Resistenza - racconta Lorena Curiman – non sarebbe stat possibile senza le donne. La loro partecipazione è nata dall'iniziativa spontanea di molte che hanno assunto il ruolo di corrieri e informatori, portando ai comandi dei partigiani aiuti (viveri e indumenti), notizie da casa e informazioni sui movimenti del nemico».

Nei racconti della Rizea, che è stata appesa per i capelli ad un gancio del soffitto per farla parlare, ci sono tutti gli elementi tipici delle guerriglie, che si può benissimo parlare di una vera e propria guerra partigiana anticomunista. Un'epopea durata ben 12 anni, tra i boschi delle montagne romene. In questa guerra, purtroppo sconosciuta, emergono alcuni leader dotati di qualità organizzative e militari, come il colonnello Gheorghe Arsenescu e il luogotenente Toma Arnautoiu e poi ex militari che formano il gruppo Haiducii Muscelului (gli aiducchi di Muscel). A quando un film su questi avvenimenti?

Avviandomi alla conclusione segnalo altri personaggi importanti presenti nel volume. Nicolae Steinhardt (1912-1989). Fu un monaco, per le caratteristiche delle sue prediche, viene definito un po' “esotico”. Il rapporto con Dio e in particolare con Gesù è molto particolare, veniva visto come un gentleman, un cavaliere. Celebre un suo manoscritto, Jurnalul fericirii (il diario della felicità) Un testo che rappresenta un documento d'accusa, una testimonianza delle condizioni terribili delle carceri politiche comuniste. Pare che sia stato conosciuto e apprezzato da Papa san Giovanni Paolo II.

Infine altri personaggi presi inconsiderazione dalle studiose romene troviamo Petre Tutea (1901-1991), il Socrate della Romania. Mircea Vulcanescu 81904-1952) e Vasile Voiculescu (1884-1963). Peraltro le studiose ci tengono a precisare che «i personaggi ricordati in questo libro rappresentano solo una piccola parte della folta schiera di esponenti dell'èlite romena segregata nel buio delle carceri comuniste nel vano tentativo di annientare qualsiasi resistenza di carattere politico, culturale e religioso». Ricordo che per ogni personaggio, il libro offre una approfondita bibliografia con una serie di documenti fotografici.

C'è un libro pubblicato l'anno scorso da Sperling & Kupfer che fa molto bene leggerlo. Se non lo avete letto dovete farlo. Se c'è un argomento di stretta attualità, è proprio quello trattato in questo testo che ho divorato in questi giorni. Si tratta di «Fermate le macchine! Come ci stanno rubando il lavoro, la salute e perfino l'anima», l'autore è Francesco Borgonovo, giornalista e saggista, vicedirettore del quotidiano La Verità.

Il testo è una forte critica della rivoluzione digitale, un pressante allarme quello di  Borgonovo. Bisogna preoccuparsi oppure si tratta soltanto di elucubrazioni giornalistiche? Borgonovo sta esagerando? Ha portato alle estreme conseguenze il problema? Forse si, forse no.

Per quanto mi riguarda anche scrivendo questa recensione ho utilizzato il pc e quindi tutto quello che appartiene, alla rivoluzione digitale. Lo racconto sempre parlando con gli amici, che cosa è stato per me, l'invenzione del computer e tutto quello che ruota intorno. Non posso negare che è stata straordinaria «la comodità», di poter scrivere un articolo, inviarlo a un giornale velocemente e poi condividerlo con tanta gente.

E proprio nella prefazione, Mario Giordano segnala l'aspetto della comodità. La rivoluzione digitale «ha successo perchè è comoda. Ci risolve un sacco di problemi. Ci fa credere che tutto sia facile, a portata di mano,accessibile, perfino gratis, nascondendoci accuratamente i costi che tutto ciò comporta». Anche Giordano è preoccupato dello strapotere della tecnologia: «io non vorrei vivere in un mondo senza tecnologia, di cui sono per altro un abbondante consumatore. Ma ho l'impressione che ormai il rapporto si stia invertendo: non sono più gli uomini a usare la tecnologia, ma è la tecnologia che usa gli uomini».

Borgonovo ad ogni capitolo del libro si affida, riportando le loro tesi, a una serie infinita di più o meno noti studiosi, sociologi, psicologi, professori, scienziati. Nel 1° capitolo (la quarta rivoluzione industriale) presenta un futuro inquietante. Dopo aver fatto riferimento accenna alle prime rivoluzioni industriali, citando il libro di Klaus Schwab, “La quarta rivoluzione industriale” Franco Angeli), descrive questa rivoluzione che si caratterizza, «per un uso diffuso di internet, a cui si ha accesso con sempre maggiore frequenza attraverso dispositivi mobili, sempre più piccoli ma più potenti ed economici, e per il ricorso all'intelligenza artificiale e a forme di apprendimento automatico».

I cantori di questa rivoluzione proliferano ovunque, si va dall'area progressista al colosso della Silicon Valley. Tutti questi «tecnoentusiasti», ci dicono che «il robot in fabbrica non deve far paura. Anche quando distruggono posti di lavoro». Per questi signori, «le nuove tecnologie aumentano la produttività del lavoro, e quindi i salari, facendo crescere di conseguenza la domanda di servizi».

Credere che i computer sostituiranno l'uomo nelle fabbriche e negli uffici, «rappresenta una concezione ingenua e parziale di come funziona il mercato del lavoro». Anche se a denti stretti devono ammettere che probabilmente bisognerà spostarsi in giro per il globo, «svolgendo occupazioni, di cui, ora, faticate persino a pronunciare il nome».

Il futuro che si sta preparando è abbastanza inquietante, si parla di «intelligenze artificiali», che dovrebbero sostituire quelle umane. Milioni di lavoratori in tutto il mondo dovrebbero inventarsi un nuovo ruolo e una nuova funzione.

Sostanzialmente, «troverà lavoro chi è disposto a spostarsi, chi accumula master e chi si diletta a smanettare sulle tastiere. Ma tutti gli altri? Come faranno quelli che non vogliono lasciare casa propria, o che non possono permettersi un certo tipo di istruzione o, semplicemente, non sono portati per svolgere lavori come il programmatore o l'analista tecnologico? Facile: tutti costoro verranno spazzati via. Si creerà una ristretta élite di specialisti molto pagati (magari per un breve periodo) e un esercito di lavoratori inutili e sostituibili alla bisogna, sottopagati e sempre a rischio. Ne sanno qualcosa gli impiegati di Amazon [...]».

Anche se l'azienda non è crisi, anzi il suo fondatore, diventato il più ricco del mondo, sta assumendo e dalle statistiche che circolano in giro, si sostiene che Amazon crea posti di lavoro.

Tuttavia per Borgonovo siamo di fronte a un'evidenza: «ci stiamo trasformando in una jobless society, una 'società senza lavoro'. L'innovazione tecnologica e la robotizzazione ci stanno conducendo verso quello che lo studioso americano Martin Ford ha definito un regime di 'piena disoccupazione'». Pertanto secondo Borgonovo, «le macchine non si limiteranno a cancellare la fatica, ma cancelleranno pure il lavoro: benvenuti nella quarta rivoluzione industriale». A questo punto i guru della Silicon Valley e una bella fetta dell'intellighenzia progressista spingono verso l'innovazione e non di fermare la tecnologia. Fino a cancellare completamente il lavoro. «Come si manterranno allora le persone? Semplice: con un sussidio statale, un reddito di cittadinanza, magari finanziato proprio tassando i robot, come ha proposto la divinità digitale chiamata Bill Gates».

Borgonovo, ha pronta la citazione del sociologo Domenico De Masi, che ha pubblicato un saggio sull'argomento, «Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati» (Rizzoli). I disoccupati potranno «organizzarsi attraverso il web, al fine di trovare l'occupazione a loro più gradita, senza il cruccio di dover portare a casa uno stipendio, poiché saranno mantenuti da sussidi pubblici». Si paventa una società come nell'antica Grecia dove i filosofi si dedicavano all'«ozio creativo».

Nel 2° capitolo (che fine ha fatto il nostro futuro?), Borgonovo, affronta la questione delle conseguenze dello sviluppo sfrenato della tecnologia. Ci stiamo abituando allo strapotere della tecnica e pertanto gli effetti negativi di questo dominio troppe volte non riusciamo a coglierli. Ecco perché Borgonovo propone di giudicare il nostro presente da uomini del passato, che non sono uomini qualunque, ma dei veri geni, ci tiene a precisare. come Emile Zola (1840-1902), Jules Verne (1828-1905), H.G. Wells (1866-1946), George Bernanos (1888-1948). «Questi monumenti della letteratura occidentale dedicarono profonde riflessioni al rapporto dell'umanità con la tecnologia, e scrissero romanzi, racconti e saggi per mettere in guardia i posteri sugli enormi rischi legati alla creazione del 'mondo delle macchine'». Avevano ragione, ma non sono stati ascoltati come capita spesso. Il caso più eclatante è quello dello scrittore francese Jules Verne, che comunemente viene considerato «il cantore entusiasta della scienza e del progresso, con il suo nome che evoca mirabolanti avventure a bordo di macchine strabilianti». Eppure questo letterato, aveva scritto un saggio che prefigura il nostro presente, dove «le nuove invenzioni hanno portato comodità ed efficienza, ma hanno anche contribuito a disumanizzare l'uomo». In pratica lo scrittore francese aveva predetto l'«era del neutro, dell'individuo disponibile, più simile a una macchina che a un essere umano». Alle stesse conclusioni era giunto Emile Zola, dove in un suo romanzo, racconta di una grande magazzino che manda in rovina i piccoli commercianti locali, «funzione oggi assolta da Amazon», scrive Borgonovo.

Altro romanzo significativo è quello di H.G. Wells, dove tratteggia certe compagnie dominanti a Londra, dove «la scienza ha compiuto passi da gigante, in compenso però le disuguaglianze sociali sono aumentate a dismisura. E ciò dimostra – scrive Borgonovo - che il problema non è la macchina in sé, ma il modo in cui viene gestita». Infine Bernanos è stato quello a descrivere meglio di tutti l'abominevole connubio fra capitalismo rapace e tecnologia rampante, raccolte in un volume intitolato «Lo spirito europeo e il mondo delle macchine», (Feltrinelli).

«La conquista del mondo da parte della mostruosa alleanza tra la speculazione e la macchina un giorno apparirà simile non solo alle invasioni di Gengis Khan o di Tamerlano ma alle grandi invasioni così mal conosciute della preistoria». Così scrive va Bernanos. Il dramma vero per lo scrittore era proprio quello della disumanizzazione e della «trasformazione dell'uomo in un robot: il male non sta nelle macchine, ma sta e starà nell'uomo che la civiltà delle macchine va formando. La macchina despiritualizza l'uomo mentre ne accresce mostruosamente il potere».  Attenzione per Borgonovo non stiamo parlando «di reazionari spaventati dal radioso avvenire, ma di pensatori acuminati che hanno fiutato prima di tutti il pericolo». Infatti Bernanos scriveva: «non nego che le macchine siano capaci di rendere più facile la vita. Niente però sta a dimostrare che la possano rendere più felice». Verissimo, soprattutto nel nostro mondo di oggi, in cui «l'uomo ha fatto la macchina e la macchina è diventata uomo, per una specie di inversione diabolica».

Allora continuando con le riflessioni sulle nuove logiche portate dalla rivoluzione digitale, Borgonovo sintetizza bene quello che è successo.

«Si è cercato - scrive Borgonovo - di creare individui intercambiabili, privi di identità e di cultura, disposti a inghiottire lo stesso cibo, a indossare i medesimi abiti. Uomini e donne disponibili, pronti a sostenere turni di lavoro, appunto, disumani a fronte di stipendi sempre più bassi. Essere viventi controllati e controllabili». E questo secondo il giornalista, è la stessa logica che sta dietro la migrazione di massa. «Gli immigrati, che dall'Africa e dall'Asia giungono in Occidente, servono come esercito di lavoratori di riserva, pronti a sostituire gli europei e gli americani qualora ce ne fosse la necessità, possibilmente con stipendi bassissimi, in modo da livellare i salari di tutti. Ci viene detto che le frontiere non esistono, che le differenze culturali sono un'invenzione, che è bello mescolarsi ed essere fluidi. Per quale motivo?» Si chiede Borgonovo. «Per rendere tutti neutri. Come le macchine. Che non hanno né cultura né religione né sesso».

E qui il vicedirettore de La Verità, accenna a papa Francesco, che ha parlato di questi temi. Parlando ai membri della Pontificia accademia per la vita, ha rilevato che oggi è necessaria «una rinnovata cultura dell'identità e della differenza». Ecco la parolina che farà rizzare i capelli a molti: «differenza». Tra uomo e donna, tra maschio e femmina, sostiene il papa, c'è una differenza che va preservata. «L'utopia del neutro rimuove a un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita». E' importante per Borgonovo che il pontefice abbia attirato l'attenzione sul tema della neutralità.

«Quella del neutro è un'utopia pericolosa, che mira a creare individui intercambiabili, facilmente manipolabili, sempre disponibili e malleabili. Non uomini compiuti, ma esseri che hanno molto in comune con i robot». Papa Francesco lo ha detto con estrema chiarezza: l'utopia del neutro è l'ultima frontiera prima dell'annichilimento dell'essere umano.

Così potremmo arrivare a quello che sosteneva il filosofo tedesco Gunther Anders in un corposo saggio che «l'uomo è antiquato», perchè viviamo nel mondo della tecnica, ormai diventata soggetto della storia.

Borgonovo accenna a diversi studi, tra questi, due studiosi dell'Università di Oxford nel 2013, hanno realizzato una ricerca intitolata, il futuro dell'occupazione, nel giro di vent'anni, nei soli Stati Uniti il 47% degli impieghi potrebbe essere affidato a «macchine intelligenti». E qui da una citazione all'altra si scopre che l'automazione rimpiazzerà i lavoratori, pertanto cambia la natura del lavoro stesso. Si fa l'esempio dei camionisti che secondo McKinsey nei prossimi otto anni, un terzo di tutti i camion su strada si guideranno da soli. Molti lavoratori di oggi dovrà presto temere la minaccia posta dai lavoratori artificiali e dagli intelletti sintetici.

Qualcuno dice che servono sempre più nuove competenze, «ma come si fa a tenere il passo con computer che, in ventiquattr'ore, immagazzinano più dati di quanti noi possiamo eleborarne in una vita intera?». Nel frattempo l'ecatombe lavorativa si avvicina sempre più. Borgonovo citando Shelly Palmer, prova a prevedere i cinque lavori che in futuro i robot si prenderanno. I primi a perdere il lavoro saranno i quadri intermedi, poi ci sono i venditori. Commessi, negozianti, addetti alle vendite. Poi impieghi affini come i camerieri e i baristi. Un altro settore su cui si abbatterà la robotizzazione secondo Palmer, sarà quello dei giornalisti, anche televisivi, che potranno essere rimpiazzati da algoritmi che selezionano notizie o addirittura da annunciatori catodici. Altro lavoro che scompare è quello dei contabili, tutti coloro che si occupano di amministrazione, nelle banche come negli uffici. Scompaiono anche i medici, secondo Palmer. Naturalmente non mancano gli esempi.

Nonostante tutto questo la campagna a favore della robotizzazione è costante, per i media è foriera di enormi progressi e splendide novità. Addirittura i robot hanno marciato su Roma; si è svolta nella capitale una vera e propria full immersion nel mondo della robotica con laboratori, esposizioni, conferenze, tavole rotonde e soprattutto gare.

Su questo tema per il giornalista de La Verità, bisognerebbe ascoltare Nicholas Carr, uno dei maggiori esperti di tecnologia del pianeta, autore di “Internet ci rende stupidi”, bestseller mondiale pubblicato in Italia da Raffaello Cortina, dove si parla dei rischi legati alla crescente automazione a cui ci stiamo affidando.

Per Carr invece di elevarci a lavori più interessanti ci stiamo trasformando in semplici “operatori informatici”. Dipendiamo sempre più da un software e dalle sue strutture. In tutto questo c'è il rischio di essere manipolati e di diventare passivi. Sono interessanti le riflessioni di Carr su internet: in pratica ci rende più facile raccogliere informazioni, ma nello stesso tempo ci rende difficile sviluppare la conoscenza, che comporta la sintesi di informazioni, che a sua volta richiede attenzione, riflessione, contemplazione.

Negli altri capitoli Borgonovo affronta le questioni che riguardano i grandi colossi della rivoluzione digitale come Amazon, Google, Apple, questi moloch miliardari, sono i nuovi feudatari della rivoluzione in atto.

Interessanti da leggere sono le considerazioni sull'invasione digitale a scuola.

Il libro ricorda Valeria Fedeli, l'ex ministro dell'Istruzione, che consente l'introduzione sui banchi scolastici dello smartphone e dei tablet. Con tanta forza e ironia il giornalista scrive: «Non basta che i dispositivi elettronici assorbano costantemente occhi e menti dei ragazzi (compresi i bambini della scuola primaria) nell'arco della giornata. No, bisogna che la schiavitù digitale prosegua anche in classe». Sono numerosi gli esperti che hanno elencato gli esorbitanti danni causati dagli smartphone e dai tablet. Viene da chiedersi se i luminari del ministero ne abbiano tenuto conto. Praticamente nel mondo l'uso dei dispositivi tecnologici sono vietati, in Italia in controtendenza si ammettono, anzi si incentivano per tutte le classi. Una decisione incomprensibile dal punto di vista pedagogico per il pedagogista Daniele Novara. E' difficile non pensare al business enorme che sta dietro a tutto questo. «Si introduce nelle classi uno strumento che oggi rappresenta un elemento di inquietudine per bambini e ragazzi». Come si fa a controllare qualcosa che uno si porta in tasca o si mette sotto il cuscino?

Il professore Novara è estremamente critico sullo smartphone come strumento didattico, è come dare l'alcol ai bimbi di sei anni, così imparano a gestirlo. Novara non è il solo a mettere in guardia sul digitale c'è anche Manfred Spitzer, medico e psichiatra, celebre per aver scritto il libro “Demenza digitale”, pubblicato in Italia da Corbaccio, ha avuto già quattro edizioni e soprattutto ha avuto il merito di aprire gli occhi sugli effetti collaterali della rivoluzione digitale. Spitzer ha spiegato con grande chiarezza perché «internet ci rende stupidi». Addirittura il medico, direttore del Centro per le neuroscienze e l'apprendimento dell'università di Ulm, paragona la nostra relazione con la tecnologia digitale a quella che abbiamo con le droghe. I media digitale danno dipendenza e danneggiano lo sviluppo del cervello dei bambini e negli adolescenti come le droghe. Per il professore gli smartphone causano depressione e insoddisfazione, sono «le patologie delle società civilizzate». Pertanto occorre proteggere i bambini e gli adolescenti dall'uso intenso del digitale. Occorre abituare i bambini al piacere della lettura, se non lo si abitua a questo, lui sceglierà scelte più facili come lo smartphone.

Ci sarebbero altri aspetti interessanti che vengono affrontati nel libro come la cultura del narcisismo incrementata dalla connessione al web. Lo sottolinea Pietropolli Charmet. Tanti ragazzi hanno perso il legame con la natura, proprio a causa dell'uso della tecnologia digitale. Lo ha allontanato dall'ambiente, dagli alberi, dal verde. E' fondamentale ritornare alla dimensione selvatica per l'uomo. Borgonovo fa riferimento alla grande importanza per i bambini del «gioco brado», del gioco spontaneo, le attività programmate, strutturate e sorvegliate dagli adulti non fanno bene.

Concludo con qualche riflessione che Borgonovo, ha fatto a «Letture.org», che gli chiedeva se il suo libro poteva essere visto come un manifesto del luddismo. La parola luddismo è sempre usata a sproposito. Si pensa che i luddisti avessero un odio cieco verso la tecnologia e un'ottusa ostilità verso il progresso, un rifiuto barbaro di ogni novità. Non è proprio così. I luddisti, «non se la prendevano con le macchine, ma soprattutto con i padroni che le utilizzavano per massimizzare i profitti a spese di una larga fetta della popolazione».

I tecnofanatici accusano di luddismo chiunque osi criticare la rivoluzione digitale. Utilizzano lo stesso disprezzo che un tempo veniva esibito nei confronti dei luddisti. Ci viene ripetuto in ogni occasione che “il progresso non si può fermare” [...]. Ci viene ribadito che dobbiamo “andare avanti”, anche se non sappiamo quale sia la direzione. L’importante è muoversi, innovare, stare al passo. Siamo immersi nell’ideologia del movimento fine a sé stesso, cosa pericolosa e grottesca. Borgonovo  tra i molteplici lati oscuri della rivoluzione digitale vede quelli come vengono utilizzati i nostri dati personali raccolti dai social network. Grande scandalo sui media per le vicende che hanno coinvolto Facebook, ma Google si comporta in modo molto simile, circa il 77% delle pagine Web che visitiamo attraverso il motore di ricerca viene tracciato. Pensiamo davvero che questo tipo di società sorvegliata sia “un progresso”?

Tra i rischi che comporta la digitalizzazione della nostra società, tra quelli più gravi, Borgonovo crede che stiamo perdendo la nostra umanità. «I tecnofanatici vogliono creare un uomo nuovo, esattamente come volevano fare le grandi dittature del Novecento. È un progetto folle e pericolosissimo».

Presentando il libro di Borgonovo, Luca Gallesi su Il Giornale, scrive che oggi «ai dogmi religiosi, sono subentrati altri dogmi, ben più intransigenti, che alla teologia hanno sostituito la tecnologia, nuova divinità».

Pertanto secondo Gallesi, «la lettura di Fermate le macchine! fa l'effetto di una doccia gelata. Intendiamoci: Borgonovo non è un luddista, non auspica la distruzione delle macchine né il ritorno a una civiltà pre-moderna, dove la legna sostituisca il petrolio e i cavalli le automobili, ma ci mette in guardia dal dilagare di un ottimismo ingiustificato e pericoloso nei confronti delle cosiddette «nuove tecnologie». (Luca Gallesi, «Fermate le macchine» vogliamo uscire dal progresso che umilia l'essere umano», 30.6.18, Il Giornale)

Allora è possibile difendersi dallo strapotere tecnologico? Certamente iniziando con piccoli accorgimenti come «dandosi un limite. Limitando il tempo che passiamo attaccati al cellulare. Spegnendolo quando non serve. Perché non ci gustiamo il bel piatto che abbiamo davanti invece di farlo freddare mentre cerchiamo di fotografarlo? È solo un esempio, una piccola cosa. Ma dimostra come si possa dominare la tecnologia. Poi, certo, ci sono questioni molto più ampie, a cui solo la politica può dare una risposta. Per esempio quelle legate al lavoro. Credo che un governo serio dovrebbe occuparsene immediatamente. E dovrebbe anche provvedere a cancellare i provvedimenti che hanno spalancato le porte delle classi ai dispositivi digitali».

 

 

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