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Le pensioni tra giustizie e ingiustizie

Ero preoccupato e inquieto prima lo sono di più adesso dopo che il governo è stato costretto a varare la manovra bis a causa dell'aggravarsi della crisi economica internazionale. La mia preoccupazione (ogni tanto dovrei occuparmi dei miei “interessi”) riguarda la questione pensione di anzianità che dovrebbe essere garantita ad ogni lavoratore dopo un ragionevole periodo di anni lavorativi. Per molto tempo si è sempre inteso come limite di anzianità, 60 anni, anche se per la verità, molti sono andati in pensione prima. Per quanto riguarda i contributi lavorativi, mediamente si andava in pensione dai 30 anni ai 35 anni, raramente si arrivava ai 40 anni, a questo estremo traguardo giungeva il cosiddetto stakanovista del lavoro. Certo è capitato che molti lavoratori, le lavoratrici sono andate in pensione a 19 anni sei mesi e un giorno, certi lavoratori agricoli, soprattutto al Sud, con il compiacente appoggio sindacale, hanno percepito con soli 20 anni di contributi, figurativi, finti, addirittura senza aver pagato nulla, una pensione anche se modesta. Il panorama dei privilegi in Italia è abbastanza vasto, basta leggere qualche libro sulle varie caste, da quelle dei politici a quelle dei sindacati ma non solo.

Pertanto se questo è il passato, il presente è carico di incognite per quelli che prossimamente dovrebbero andare in pensione, tra questi il sottoscritto. Come diceva, l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro per altre questioni meno nobili, io non ci sto a dover “pagare” per gli errori degli altri: il buco dell'Inps, gli sperperi della politica o della crisi finanziaria.

A questo punto devo obbligatoriamente citarmi, anche se ai miei familiari non piace. Ho 56 anni con 35 anni di contributi veri, non finti o figurati, sono insegnante e magari tra 2, al massimo 3 anni sarei disposto ad andare in pensione. Si perché io metto in discussione anche il fatidico limite dei 40 anni contributivi. Ho in mente l'esperto di Canale 5, un certo Benelli che parla di 40 anni di contributi non come punto di arrivo ma di partenza. Ma siamo matti! Si rende conto, questo signore e tutti gli altri come lui, in particolare i politici, i giornalisti e tanti chiacchieroni cosa significano 40 ANNI di lavoro? Sono una vita, e non mi vengano a fare il discorso della leggenda dell'allungamento della vita. E' probabile che sia vero, anche se forse bisognerebbe verificare meglio certi dati. E poi allungando l'età pensionabile i tanti giovani disoccupati, almeno quelli che hanno voglia di lavorare, quando potranno iniziare a lavorare? Mai?

Qualche settimana fa su Legnostorto.com, giornale online che abitualmente leggo, è nata un'accesa discussione tra i vari lettori a fronte di un articolo di Davide Giacalone che provocatoriamente scriveva che ha 53 anni e nonostante i 40 anni di contributi intende continuare a lavorare.“Non ho alcun privilegio, - scriveva Giacalone - ma so benissimo che pensare di uscire dal mondo del lavoro a quest’età significa mettersi sulle spalle di quanti dovranno pagarmi la pagnotta, e lo trovo ingiusto. Anche perché toccherebbe ai giovani, che una pensione non l’avranno mai”. E' un ragionamento diffuso tra i nostri politici, che invece di fare mea culpa per non aver preparato un futuro migliore per i nostri giovani, e soprattutto per non aver saputo gestire oculatamente le tante risorse del Paese, ora cercano di far passare per egoista chi giustamente pretende di avere una pensione regolare dopo aver versato fior di contributi. Rinvio al mittente, cioè ai politici e ai tanti maitre penser, la patente di egoista. Tuttavia, se proprio si vuole allungare l'età pensionabile credo che non si possa prescindere dall'individuare i cosiddetti lavori usuranti e qui a costo di rischiare di essere ridicolo sostengo che il lavoro dell'insegnante può essere considerato usurante. Certo chi non è mai stato in una classe forse non può capire.

Nel dibattito su Legnostorto, ho trovato interessante il contributo di Angelo 41 che sinteticamente descrive quello che avrebbe dovuto fare e non ha fatto per esempio l'Inps.

Per gestire i fondi previdenziali, versati mensilmente, al fine di assicurare una adeguata pensione dopo 40 anni di contributi effettivi, non quelli dei militari, dei giornalisti,o di altre categorie privilegiate, che raggiungono 40 anni di contributi dopo 25-30 effettivi.
Quindi si tratta di soldi versati in contanti in una cassa comune, non in seguito a promozioni o avanzamenti, più o meno fasulle, come dice ursus, ma secondo parametri stabiliti i quali, fra l'altro, discostavano di pochissimo fra loro.
Gli Enti previdenziali avrebbero dovuto gestire questo fiume di danaro, farlo fruttare e restituirlo ai versanti mensilmente, vita natural durante.
Così fanno le varie casse private dei liberi professionisti, i quali godono di pensioni favolose, giustamente perchè sono soldi propri versati nel corso degli anni.
Gli Enti previdenziali statali invece, di fronte a queste enormi cifre incassate, hanno perso la testa ed hanno cominciato ad elargire a destra ed a manca con pensionamenti anticipati (le famose baby pensioni) ed a "prestarli" allo Stato per finanziare le più svariate leggi.
Il sistema ha retto fin che non si è giunti al punto di rottura, quando i pensionati sono aumentati ed i lavoratori diminuiti. Si è creato un buco colossale nei conti, ingestibile dalle pubbliche finanze. Ora siamo col culo per terra ed ursus dice che è colpa dei pensionati.
Chi scrive ha versato 50 (cinquanta) anni di contributi perchè ebbe la fortuna di essere stato assunto nel 1958, a 18 anni non compiuti, e di essere andato in pensione nel 2008. Non riesco a fare il calcolo di quanti milioni di lire ha versato prima e migliaia di euro dopo nelle casse della Stato, ma ad occhi e croce, seguendo un parametro pubblicato dal Sole 24 Ore, oggi avrei dovuto usufruire di una pensione di 3500 euro al mese. Soldi miei, capito?”

Infatti, per il lavoratore alla fine c'è anche la beffa: dopo aver versato ogni mese fior di quattrini, si ritrova a percepire una misera pensione di mille euro che non gli basteranno neanche per vivere i restanti anni che in teoria dovrebbe godere.

Il disastro della gestione delle pensioni non può essere fatto pagare ai pensionati o su chi è vicino alla pensione. Questa è una grossa ingiustizia che non può trovare consensi ragionevoli.

 

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