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Giovedì, 06 Agosto 2020

Giornalisti merce di scambio

Bangkok

Bangkok

Cinquantasette giornalisti sono stati uccisi per motivi connessi al loro lavoro nel 2010, il 25% in meno rispetto al 2009, quando il totale era di 76. Il numero di giornalisti uccisi in zone di guerra è diminuito negli ultimi anni mentre sta diventando sempre più difficile individuare i responsabili dei giornalisti uccisi da bande criminali, gruppi armati, organizzazioni religiose o agenti statali.

«Meno giornalisti sono stati uccisi in zone di guerra rispetto agli anni precedenti – ha detto il segretario generale di Reporters sans frontières Jean-François Julliard –. Gli operatori dei media sono assassinati soprattutto da criminali e trafficanti di vario genere. I gruppi di criminalità organizzata e le milizie sono i principali assassini a livello mondiale. La sfida è quella di frenare questo fenomeno. Le autorità dei paesi interessati hanno il dovere di combattere l’impunità che circonda questi omicidi. Se i governi non fanno ogni sforzo per punire gli assassini dei giornalisti, diventano loro complici».

Un’altra caratteristica distintiva del 2010 è stata l’aumento dei rapimenti di giornalisti. Ci sono stati 29 casi nel 2008, 33 nel 2009 e 51 nel 2010. I giornalisti sono sempre meno percepiti come osservatori esterni. La loro neutralità e la natura del loro lavoro non sono più rispettate.

«I rapimenti di giornalisti stanno diventando sempre più frequenti e avvengono in un numero maggiore di paesi – ha dichiarato Reporters sans frontières –. Per la prima volta, nel 2010, nessun continente è sfuggito a questo male. I giornalisti si stanno trasformando in merce di scambio. I rapitori prendono ostaggi per finanziare le loro attività criminali, per fare accettare le loro richieste ai governi e per inviare messaggi alla pubblica opinione. I rapimenti forniscono loro pubblicità. Anche in questo caso, i governi devono fare di più per identificare i rapitori e assicurarli alla giustizia. Altrimenti i giornalisti – locali o stranieri – non si avventureranno più in alcune regioni e le popolazioni locali saranno abbandonate al loro triste destino».

Nel 2010 i giornalisti sono stati particolarmente esposti a questo tipo di rischio in Afghanistan e in Nigeria. È il caso de giornalisti della TV francese Hervé Ghesquière e Stéphane Taponier e i loro tre collaboratori afghani, in ostaggio in Afghanistan dal 29 dicembre 2009, è il più lungo rapimento nella storia dei media francesi dall’inizio degli anni ‘80.

Nel 2010 sono stati uccisi giornalisti in 25 paesi. Quasi il 30% degli omicidi sono avvenuti in sette paesi africani: Angola, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Ruanda, Somalia e Uganda. Ma il continente più pericoloso è stato di gran lunga l’Asia con 20 omicidi, e questo è dovuto soprattutto al pesante tributo in Pakistan, dove nel 2010 sono stati uccisi 11 giornalisti.

Dei 67 paesi dove si sono verificati omicidi di giornalisti negli ultimi 10 anni, otto sono ricorrenti: Afghanistan, Colombia, Iraq, Messico, Pakistan, Filippine, Russia e Somalia. Questi paesi non si sono evoluti, anzi la cultura della violenza contro la stampa è diventata profondamente radicata.

Il Pakistan, l’Iraq e il Messico sono stati i tre paesi più violenti per i giornalisti durante lo scorso decennio. Il passare degli anni non ha portato alcun cambiamento per il Pakistan, in cui i giornalisti continuano ad essere bersaglio di gruppi islamici o di essere vittime collaterali di attentati suicidi. Il totale quest’anno, 11 morti, è il più alto del decennio.

L’Iraq ha visto il ritorno ai precedenti livelli di violenza con un totale di sette giornalisti uccisi nel 2010 rispetto ai quattro del 2009. La maggior parte di loro sono stati uccisi dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato nel mese di agosto il ritiro di tutte le truppe da combattimento. I giornalisti sono presi in trappola tra diversi soggetti che si rifiutano di accettare l’indipendenza dei media, inclusi gli enti locali, coloro che sono coinvolti nella corruzione e i gruppi religiosi.

In Messico, l’estrema violenza dei trafficanti di droga colpisce l’intera popolazione compresi i reporter, particolarmente esposti. La necessità di correre meno rischi possibili sta avendo un forte impatto sull’attività giornalistica: si sta, infatti, riducendo al minimo la copertura delle storie della criminalità.

Il giornalista Fabio Polenghi

Ilgiornalista Fabio Polenghi

In America centrale, tre dei nove giornalisti assassinati in Honduras nel 2010 sono stati uccisi per motivi legati al loro lavoro. La violenza a sfondo politico del colpo di Stato del giugno 2008 ha aggravato la “violenza tradizionale” della criminalità organizzata, un fenomeno di grande importanza in questa parte del mondo.

In Thailandia, dove i giornali sono in grado di avere una relativa indipendenza, nonostante le violazioni ricorrenti della libertà di stampa, il 2010 è stato un anno molto duro. Due giornalisti stranieri, l’italiano Fabio Polenghi e il giapponese Hiroyuki Muramoto, sono stati uccisi a Bangkok nel mese di aprile e maggio in scontri tra forze governative e le Camicie rosse (i sostenitori dell’ex premier Thaksin Shinawatra). I colpi che li hanno uccisi sono stati molto probabilmente sparati dai membri dell’esercito.

Due giornalisti sono stati assassinati nei paesi dell’Unione Europea, in Grecia e Lettonia, e gli omicidi non sono stati ancora risolti. In Grecia l’instabilità sociale e politica sta avendo un impatto sul lavoro dei media, Socratis Guiolias, responsabile della direzione di Radio Thema 98.9, è stato ucciso con un’arma automatica fuori della sua casa nel sud-est di Atene il 19 luglio. La polizia sospetta un gruppo di estrema sinistra che si fa chiamare Sehta Epanastaton (Setta Rivoluzionaria) che è emerso nel 2009.

In Lettonia, un paese con un ambiente più tranquillo per la stampa, Grigorijs Nemcovs, l’editore e direttore del giornale regionale Million e proprietario di una stazione televisiva locale con lo stesso nome, è stato colpito due volte alla testa nella città sudorientale di Daugavpils, durante una riunione tenutasi il 16 aprile.

Reporters sans frontières continua a indagare sulla morte, nel giugno 2010, del giovane netizen egiziano Khaled Mohammed Said, che è stato arrestato da due agenti in borghese della polizia in un Internet caffè, portato fuori e picchiato a morte in strada. La sua morte è stata ripresa in un video pubblicato online che incrimina la polizia per un affare di droga. I rapporti autoptici ufficiali attribuiscono la sua morte ad un’overdose di droga, ma questo è smentito dalle foto del suo corpo.

Il numero di arresti e le aggressioni contro cittadini della rete nel 2010 è stato simile a quello degli anni precedenti. Le vessazioni nei confronti dei blogger e la censura di Internet sono diventate pratiche comuni. Non ci sono più tabù sul filtraggio della comunicazione online. La censura sta assumendo nuove forme: propaganda online più aggressiva e uso sempre più frequente di cyber-attacchi per mettere il bavaglio agli utenti Internet fastidiosi. Significativamente, la censura online non è più necessariamente esclusiva dei regimi repressivi. Le democrazie del pianeta stanno esaminando e adottando nuove leggi che rappresentano una minaccia per la libertà di parola su Internet.

Molti giornalisti sono stati costretti all’esilio all’estero per sfuggire a violenza e oppressione. Il fenomeno ha riguardato nel 2010 un totale di 127 giornalisti appartenenti a 23 Paesi. L’esodo dall’Iran continua. Per il secondo anno consecutivo, l’Iran è stato la principale fonte di giornalisti fuggitivi, 30 casi registrati da Reporters sans frontières nel 2010. Nel Corno d’Africa, circa 15 giornalisti sono fuggiti dall’Eritrea e dalla Somalia nel 2010, anno che ha visto anche l’esilio forzato di 18 giornalisti cubani, incarcerati dal marzo 2003 e che sono stati rilasciati a condizione di lasciare immediatamente Cuba per la Spagna.

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