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Domenica, 28 Febbraio 2021

Gustave Thibon, il filosofo del buon senso e del buon gusto

Chi è per me Thibon? Una domanda che, per chi si ritiene permeato dallo spirito “thiboniano”, è difficile tanto il suo pensiero ne ha attraversato la vita. Diagnosi, Ritorno al reale, i mattoni che hanno posto le fondamenta di questa conoscenza che nel tempo si è arricchita non solo con altre letture, ma rileggendolo attraverso le lenti dell’esperienza. Gustave Thibon (1903-2001) è un filosofo francese, il “filosofo contadino”, scrittore di saggi e di un numero sterminato di aforismi e la domanda di partenza è stata rivolta a chi lo ha conosciuto molti anni fa, anche personalmente e a chi lo ha incontrato da poco a significare la modernità di un pensiero che non passa col passare dei decenni, ma che dimostra come il legame col reale sia la giusta cura per l’uomo anche di oggi. Ricordare e far leggere Thibon, a venti anni dalla sua morte, è un vero “vaccino” per i mali del nostro tempo.

Attilio Tamburrini

Socio fondatore di Alleanza Cattolica, ne è stato reggente regionale in Toscana e successivamente, trasferitosi a Roma, nel Lazio. Dal 1996 al 2007 ha diretto la Sezione Italiana della Fondazione Pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre" (ACS). Nel 1999 ha promosso e curato il primo «Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo», di iniziativa della Sezione Italiana di ACS fino al 2007.

Ha tenuto numerose conferenze ed è intervenuto quale relatore ad incontri anche internazionali sulle tematiche della “Libertà religiosa” e dei “Martiri del XX secolo”.

Attualmente è membro del Direttivo nazionale del Comitato Difendiamo i Nostri Figli (DNF).

L’incontro culturale con Gustave Thibon, per me e per tutto il gruppo di amici studenti presso l’Università di Pisa, avvenne per merito di Giovanni Cantoni. Dopo che lo ebbi conosciuto nel settembre del ’68, iniziò un periodo di frequentazione tra noi, aderenti al gruppo universitario di destra (F.U.A.N.) e questo personaggio del quale avevo riferito agli amici pisani in questi termini: “ho conosciuto una persona eccezionale, peccato che sia cattolico”. Infatti, le nostre posizioni variegate come lo era la destra politica, evoliani, gentiliani, guenoniani, ecc. non prevedevano l’opzione cattolica che veniva considerata di suo democristiana. Giovanni Cantoni ci presentò gradualmente la corretta prospettiva cattolica che ci fece scoprire che tutto ciò che andavamo cercando, vagando qua e là,lo avevamo in casa. La lettura del volume del Thibon allora disponile “Diagnosi – saggio di fisiologia sociale”, edito nel 1947 dalla Morcelliana, che ci consigliò caldamente, fu per noi come un lavaggio con la candeggina. Ci rendemmo conto di quanto fossimo impregnati di fisime idealistiche, di quanto le fumose teorie, che ci avevano affascinato, ci avevano portato lontano dalla realtà e quindi prodotto l’effetto di paralizzare una reale attività politica e purtroppo per molti di quella generazione un nihilismo che li portò fino al terrorismo. Da questa revisione culturale ne derivò anche una revisione di vita che portò alla nascita della croce di Alleanza Cattolica in Pisa. Questo gruppo al quale nel ’71, rientrato a Pisa anche per le sue condizioni di salute, si aggiunse Marco Tangheroni, pensò di far pubblicare una edizione italiana di una raccolta di saggi di Gustave Thibon. Grazie alla conoscenza ed alla stima di cui Marco godeva presso l’Ingegner Giovanni Volpe, creatore della casa Editrice Volpe e della omonima Fondazione, venne pubblicato nel 1972 con il titolo “Ritorno al reale - Nuove diagnosi”. Nell’autunno di quell’anno Giovanni Volpe organizzò la presentazione a Roma del volume, invitando l’autore e invitando anche quel gruppo di studenti pisani al cui “bell’entusiasmo” (come scriveva l’autore nella sua prefazione) era dovuta l’edizione italiana dell’opera. Partiva allora da Pisa una rappresentanza di quei giovani pisani riempiendo la mitica 850 di Marco Tangheroni e un’altra auto, forse l’altrettanto mitica 500 di Giulio Soldani. Partecipammo alla presentazione, al buffet in casa dell’ingegner Volpe conversando con l’autore dal quale ci facemmo anche dedicare una copia del volume. Una bella serata trascorsa con una persona che corrispondeva perfettamente all’idea che la lettura dei suoi libri ci aveva dato. Molto semplice nel comportamento, molto gentile e senza nessuna boria intellettuale. Il filoso contadino che avevamo immaginato. Al finire della serata Giovanni Volpe, che abitava ai Parioli, ebbe l’dea di chiederci se potevamo accompagnare in albergo l’illustre ospite. Trascinati dall’entusiasmo di avere un tale compagno di viaggio, seppur per un breve tempo, lo feci salire con il suo basco, che non lasciava mai, ovviamente accanto al guidatore. Non esistevano cellulari con Google map, ma per fortuna non esisteva neppure la ZTL. Al quarto attraversamento del Tevere il passeggero cominciò a preoccuparsi e cercai di giustificarmi, tra le risate soffocate del resto dell’equipaggio, affermando che il Tevere aveva molte anse. Come Dio volle riuscimmo a raggiungere l’Hotel Fori Imperiali e lasciammo il passeggero che, inoltre, ci ringraziò non smentendo la sua bonomia.

 

Antonella Fasoli

Ha lavorato per 35 anni in una azienda grafica come Account Executive e Project manager. Traduttrice dal francese di romanzi e di saggi filosofici per hobby, passione nata dopo gli studi teologici. Ha curato e tradotto ex novo La scala di Giacobbe, L’ignoranza stellata, Il velo e la maschera, saggi e aforismi scritti tra il 1974 e il 1985 pubblicati nel volume Il tempo perduto, l’eternità ritrovata. Aforismi sapienziali per un ritorno al reale, D’Ettoris Editori, 2019.

Chi è Gustave Thibon per me? Per me Thibon è ciò che Socrate fu per Platone e Aristotele: un maestro. Uso il presente perché il tempo presente è anche il tempo dell’eternità, ciò che sfugge alle leggi del tempo.  Con Thibon entro in dialogo ogni volta che leggo un suo aforisma, ogni volta che rifletto su un suo pensiero, ogni volta che mi sento provocata da qualche suo paradossale ragionamento. In un certo senso, Gustave Thibon non mi ha insegnato nulla di nuovo… . Non vorrei sembrare presuntuosa ma la sapienza che si trova nei suoi scritti giaceva già tutta dentro di me, sedimentata, cementificata anzi mummificata da anni di studi e di letture, comprese parzialmente e superficialmente, immagazzinate nella mia memoria ma con scarsi contatti con la vita reale. Thibon l’ha risvegliata e vivificata, rimestandola e riconducendola al caos primordiale dove ha perduto la sua deformità, esasperata negli anni da precomprensioni e pregiudizi, e, alla fine, l’ha riconnessa con il reale. Ho finalmente capito che non si impara a vivere leggendo (tanti eruditi non sono che dei giocolieri o degli imbalsamatori del sapere…), ma si impara piuttosto a leggere vivendo… . Thibon mi inietta quotidianamente il siero del dubbio che mette in discussione le mie certezze in ogni ambito del sapere, costringendomi ad elaborare una mia propria riflessione, una mia propria saggezza. Thibon mi aiuta, con la sua originale arte maieutica, a partorire me stessa ogni giorno. Lo sviluppo di un pensiero critico, di una forma di ars destruens, necessita di una disciplina fatta di pazienza, sforzo, sacrificio – disposizioni interiori che ci spaventano e che oggigiorno sono cadute in disuso – ma la conquista della propria libertà di pensiero, il discernimento di ciò che è bene da ciò che non lo è, lo sguardo limpido e puro sulla propria vicenda umana e sulla storia stessa dell’umanità sono ciò che ci attende alla fine di questo faticoso cammino. Thibon mi offre continuamente gli strumenti perché io possa costruire la mia propria conoscenza. Gli avvenimenti, ho imparato da lui a leggerli con la lente di ingrandimento dell’Eterno. Thibon mi ha insegnato cosa significhi essere oggi un anarchico conservatore, come lui amava definirsi. Anarchico rispetto ai valori effimeri del nostro tempo, conservatore rispetto ai valori eterni che lui vede incarnati nel Cristianesimo cattolico, l’unica fede che testimonia un Dio che è Amore. Thibon è un mio compagno di viaggio da ormai sei anni, un compagno per il quale non è importante il viaggio – come molti nostri moderni pensatori e falsi profeti affermano – ma la mèta, che è il Cuore di Dio. «Credere non è sapere», afferma in una delle sue numerosissime interviste. Tuttavia, “sapere” cioè avere il gusto delle cose divine e vivere la speranza nell’Invisibile, gettandogli un’àncora oltre ogni labile speranza umana, è il compito che è affidato a ciascuno di noi. Grazie quindi a Thibon di essere sempre qui in mezzo a noi con le sue parole sferzanti e con la sua illuminante e rinnovante sapienza! Grazie a Thibon di essere uno dei pochi maestri del Tutto in mezzo a miriadi di professori del niente!

 

Marco Respinti

Giornalista professionista, membro dell’International Federation of Journalists (IFJ), saggista, traduttore e conferenziere, è direttore del portale di informazione online in più lingue International Family News, nonché direttore responsabile, sempre online, di Bitter Winter: A Magazine onReligious Liberty and HumanRights e del periodico scientifico The Journal of CESNUR. Ha tradotto e/o curato opere di, fra gli altri, Edmund Burke, Charles Dickens, Thomas S. Eliot, Russel Kirk, J.R.R. Tolkien, Régine Pernoud e Gustave Thibon.

[…] Per alcune persone – che mi precedono (non solo) anagraficamente, e rispetto alle quali mi pongo dunque come semplice raccoglitore di ricordi e di testimonianze – la scoperta del filosofo-contadino ha segnato una svolta decisiva. Anzitutto ha mostrato la possibilità di contrapporsi ai modelli sociali, politici e culturali predominanti, ma vuoti e tendenzialmente nichilistici, senza doversi piegare a quelle categorie di pensiero caratteristiche dell'utopismo di sinistra portatore (quando, come avviene oggi, le sue false certezze s'infrangono sugli scogli della realtà) di relativismo. In secondo luogo, e per diametrum, ha permesso a molti di sottrarsi all'abbraccio altrettanto soffocante degli élan vital volontaristici, irrazionalistici, estetici e romantici apparentemente appaganti ma in vero sterili. Con la sensibilità del poeta, Thibon ha insomma offerto materia di riflessione e di contemplazione capace di ricondurre le passioni e la ragione a giusta misura nonché a opportuna armonia gerarchica, preambulum dell'apertura delle stesse a una dimensione misteriosa e trascendente spesso – soprattutto nei termini da lui adoperati - insospettata o temuta. Attraverso la proposizione di una fisiologia sociale che ha le proprie fondamenta e le proprie ragioni in una legge naturale veicolo della norma del creato, il filosofo-contadino illustra un dover essere che non è superomistico perché estrinseco sforzo di adeguamento del proprio essere, ma quando amata dolce connaturalità con il mistero di una Provvidenza paterna, giusta e misericordiosa. Il creato di Thibon, seppur sovente aspro e talvolta enigmatico, è stato ed è per molti una casa accogliente che certo provoca, ma che pure offre profondi motivi di gioia non sempre coincidenti con l'allegrezza del secolo. È un mondo rappacificato quello di Thibon, benché affatto irenistico; ovvero esemplificazione adeguata di una bella espressione dello storico Franco Cardini: «Com'è guerriera la "pace" dei santi!». Un mondo segnato da quella penitenza (costante per l'homo viator) che – come illustra il magistero di Giovanni Paolo II – permette la riconciliazione dell'uomo con sé stesso, dunque con la creazione, infine con il Creatore. Un mondo la cui icona e l'antagonismo fra la rivoluzione metafisica e fisica sovvertitrice della realtà e la controrivoluzione decisiva e ultima, incipit polemico – apologetico – di una nuova alleanza con l'Onnipotente organicamente e "teologalmente" opposta all'eversione tematica e sistematica operata dalle ideologie e imposta dalle ideocrazie, entrambi forti o debolistiche che siano. Questa capitalizzazione del male (strutture di peccato) odia e combatte l'ordine dell'universo detestando Dio: ma, non potendolo colpire direttamente, essa agisce deturpando il creato (speculum Dei) e l'uomo suo principe (imago Dei). […] Il pensiero di Thibon, come del resto ogni grande pensiero cristiano, riguadagna quella dimensione creaturale dell'esistenza – il riconoscersi creatura e il contemplare la creazione – che riconnette a Dio mediante l'innamoramento al reale; l'incanto metafisico, teologico e teologale verso il datum; e un re-incanto del mondo che supera da un lato tutti i razionalismi, dall'altro ogni arcadismo magico-iniziatico. […] Questo ritorno a questo reale trasforma l'esistenza terrena in transito, milizia e pellegrinaggio; in un remonter vers Dieu, per dirla con un'immagine evocata dalla lingua francese che sembra suggerire la fatica di chi risale un'erta china; in una - è questo è il fine – consecratio mundi, ovvero in un'offerta a Dio di tutto quanto esiste sub sole in attesa (a questo proposito Thibon scrive pagine straordinarie) di ricongiungersi con lui, alla "sera della vita", attraverso la morte attesa con serenità e trepidazione, timore e speranza. […] Alla fine della cosiddetta epoca delle ideologie, i disastri provocati dagli utopismi volontaristici che hanno cercato di piegare il corso della storia sono palesemente in crisi. Sotto le macerie è rimasto, come sempre, l'uomo. La fine di queste caricature della «retta ragione» apre dunque la strada a due alternative: il relativismo scettico e nichilistico di un pensiero debole che rinuncia programmaticamente e positivamente a qualsiasi concezione veritativa e normativa della realtà, oppure la conversione del pensiero fatta soprattutto di riscoperta di quel senso comune che per eccellenza è norma del filosofare, dunque dell'agire. Su questo scontro decisivo – molto più che un mero dibattito accademico – si giocano i destini di quella che già i sociologi, proprio in relazione alla cosiddetta fine delle ideologie, chiamano postmodernità. In questo scenario, il ritorno al reale auspicato da Thibon è il punto di partenza imprescindibile per chiunque voglia ricostruire quell'intelligenza umana capace di Dio che fino a oggi ha subito l'alienazione razionalistica, ma sulla quale da domani potrebbe – con risultati forse ancora peggiori – abbattersi l'uragano del non-senso, dell'afasia concettuale, dell'incomunicabilità, insomma la paralisi più abissale. Dopo di che, resterebbe solo il nulla. Il bicchiere appare oggi mezzo pieno, giacché si sono abbandonate le storture del pensiero razionalistico, ma al contempo mezzo vuoto perché ancora non si è operata quella completa conversione del pensiero e del cuore che sola può scongiurare i falsi riempitivi del debolismo. Quella di Thibon resta l'unica fedeltà alla terra, vera perché fondata in Cielo. «Porto in me dei morti più viventi che i vivi. Il mio più grande desiderio è quello di ritrovarli». La catena, se lo vogliamo, può continuare.

Dall’Introduzione a Gustave Thibon, Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale,Effedieffe, Milano 1998

 

Maria Cristina Laurenti

Allieva di Augusto Del Noce, Dal 2008 al 2016 docente di Storia del pensiero politico contemporaneo presso la Sapienza di Roma. Ha scritto, nel 2011,  un saggio:  Gustave Thibon, filosofo contadino.

Gustave Thibon, mi dispiace dirlo, non è stato troppo apprezzato. Il suo pensiero estremamente moderno voleva essere una rivalutazione di valori considerati tramontati in una realtà mondana e secolarizzata. La sua particolare  interpretazione di alcuni autori come Nietzsche ha rappresentato e rappresenta una innovazione singolare rispetto alle interpretazioni tradizionali. Il suo voler essere considerato poeta contadino l'ha portato a conservare una sapienza antica ma ancora capace di rispondere ai grandi quesiti dell'epoca contemporanea. Il suo rapporto umano e filosofico con Simone Weil, non può essere dimenticato; come ho più volte scritto Thibon ha rappresentato per la scrittrice francese l'omega, mentre Alain [Èmile-Auguste Chartier] , l'alfa. In Thibon la Weil riscoprì la bellezza di una religione sgombra da ogni falsa superstizione, da ogni ipocrisia, da falsi idoli. Da lui apprese la centralità del Cristo nella vita d' ogni uomo, anche se poi  volle rimare "sulla porta".

 

Emiliano Fumaneri

Sociologo ed editorialista, è traduttore in Italia delle opere di Gustave Thibon, del quale ha curato recentemente l’antologia di scritti La libertà dell’ordine (Fede & Cultura) e gestisce il blog “Gustave Thibon. Ritorno al reale”.

Se devo rispondere a alla domanda “Chi è per me Thibon?” non posso non rievocare il primo contatto avuto con uno dei suoi pensieri brevi. Un incontro che ebbe luogo in un momento problematico della mia esistenza, giusto dieci anni fa. Fu allora che mi capitò di leggere, sui social, una sua massima tratta dalla raccolta di aforismi “Il pane di ogni giorno”: «Le nostre lacrime son fatte per la terra, i nostri sguardi per il cielo. Piangi, innalzando gli occhi». Da tempo ero alla ricerca di uno sguardo così penetrante, capace di unire questi due amori: l’amore per le cose del cielo e l’amore per le cose della terra. Thibon, consapevole che «la nostra eternità non è la negazione del tempo, ne è la fidanzata», possedeva al sommo grado questa capacità unica nel suo genere. Sapeva guardare ciò che sta in alto senza disprezzare ciò che sta in basso: le umili realtà materiali che impastano la carne e il sangue della nostra esistenza. Perché «niente fiorisce nel cielo, che non sia prima germogliato sulla terra». Cercai perciò di procurarmi “Il pane di ogni giorno”, un testo tradotto in italiano dalla Morcelliana nel lontano ’49 e mai più ripubblicato, dunque ormai reperibile solo in qualche biblioteca – nel mio caso quella (fornitissima) della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Era il primo atto di una incessante “caccia” agli scritti thiboniani che avrebbe trovato il suo sbocco naturale in un’attività di divulgazione, come testimonia la nascita del blog Ritorno al reale. Impossibile rendere a parole il senso di vertigine che mi assalì ai primi contatti con le intuizioni di Thibon: un misto di folgorazione e freschezza davanti a una parola che pareva capace di trasportarmi in un unico istante dalle vette siderali agli abissi marini, tanto da lasciarmi senza fiato. Cominciai a sperimentare, sempre per dirla con le parole di Thibon, il «passaggio dall’enigma al mistero, l’insondabile più profondo dell’insolubile… ».Da allora associo spontaneamente a Thibon la parola “profondità”. Profundum, come le radici profonde che, secondo l’immagine (organica, non a caso) di Tolkien, risultano irraggiungibili al gelo: “Deep roots are not reached by the frost”.

 

Nel dodicesimo volume di inediti, pubblicato dalle Editions du Rocher nel 2011, Gustave Thibon, riflettendo sulla decadenza moderna, descrive così questo “mondo in frantumi”: “questa è la decadenza di un mondo cristiano. Qualcosa di mille volte peggio della decadenza del mondo antico. È il decadimento, non solo della natura umana, ma del posto di Dio nell’uomo. L’antica decomposizione era semplice; ma il cadavere della nostra civiltà è ricoperto da tutti gli attributi divini: giustizia, amore, verità …”. Le diagnosi del filosofo francese sono sempre più utili anche per i disturbi della società di oggi e quando si rivolge a quei giovani studenti pisani che vollero l’edizione italiana di Ritorno al reale (Volpe, 1972), dice loro “che hanno un grande privilegio sui loro maggiori: quello di poter unire, nello stesso slancio, l’anticonformismo tipico della gioventù alla difesa del buon senso e del buon gusto che sono in genere attributi della maturità. Perché, per una volta, la ribellione contro i pregiudizi ed il rispetto della tradizione e dell’ordine stanno dalla stessa parte”. Giovani di ieri e di oggi si ritroveranno nei suoi scritti, e troveranno un aiuto per crescere sempre con uno sguardo verso il futuro radicati nella realtà per rinvigorire quegli “attributi divini di giustizia, amore e verità”.

 

Andrea Bartelloni

Cenni biografici

Gustave Thibon muore il 19 gennaio 2001, a Saint-Marcel-d’Ardèche, nel Midi di Francia, dove era nato il 2 settembre del 1903, lasciando tre figli e nipoti. Filosofo che ha percorso tutto il secolo XX, è stato definito “il filosofo-contadino”. Dopo aver trascorso una adolescenza agnostica e attraversato molti paesi europei fino al Nord Africa, torna alla sua casa di campagna all’età di ventitré anni, segnato dagli orrori della Grande Guerra. Si riconcilia con la fede cattolica grazie ad alcune letture (Leon Bloy) e importanti incontri (Madre Marie-Thérèse del Carmelo di Avignone, Jacques Maritain, padre Charles Herrion). Nel 1938 sposa Paulette Gleize che muore dando alla luce la figlia Marie-Therese, due anni dopo sposerà Yvette Roudil che gli darà due figli: Geneviève e Jean Pierre.  Nel 1939 pubblica Diagnosi che lo fa conoscere al grande pubblico, nel 1941 ospita Simone Weil e ne scaturirà una grande amicizia cementata dall’amore per la verità. Quando la Weil lascerà la Francia gli consegnerà i suoi quaderni che Thibon farà pubblicare rivelando la mondo una grande filosofa e scrittrice. Poeta e animatore culturale collaborerà a diverse riviste (Itinéraires e Figarò Magazine) e terrà conferenze in molte università del mondo non abbandonando mai la sua attività agricola che continua nelle nipoti Hélène, Catherine, Cécile, figlie di Jean Pierre, produttrici di ottimi vini.

Pubblicazioni in italiano

  • Quel che Dio ha unito : Saggio sull'amore, traduzione di Maria Pia Miege, Mazara, Società Editrice Siciliana, 1947.
  • Diagnosi : Saggio di fisiologia sociale, prefazione di Gabriel Marcel, traduzione di Giuseppe Casella , Brescia, Morcelliana, 1947; nuova traduzione Volpe editore, 1973.
  • La Scala di Giacobbe, traduzione di Maria Pia Miege, Roma, An. Veritas Ed., 1947.
  • Il pane di ogni giorno, traduzione di A. M. Ferrero, Brescia, Morcelliana, 1949.
  • Vivere in due, traduzione di Luciano Tamburini, Torino, Borla, 1955.
  • Crisi moderna dell'amore, Torino, Marietti, 1957.
  • Nietzsche o il declino dello spirito, traduzione di C. Cumano, Alba, Edizioni Paoline, 1964.
  • L'uomo maschera di Dio, traduzione di Giovanni Visentin, Torino, SEI, 1971.
  • Ritorno al reale: nuove diagnosi, traduzione di I. De Giorgi, Roma, G. Volpe, 1972.
  • Ritorno al reale. Prime e seconde diagnosi in tema di fisiologia sociale, con una premessa di Marco Respinti, Effedieffe, 1998
  • La libertà dell'ordine, Antologia di scritti, traduzione di E. Fumaneri, Verona, Fede & Cultura, 2015.
  • Il tempo perduto, l’eternità ritrovata. Aforismi sapienziali per un ritorno al reale, a cura di Antonella Fasoli, D’Ettoris Editori, 2018

 

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