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Martedì, 24 Novembre 2020

Greta e il postmoderno

Qualche tempo fa lo scrittore Michael Crichton affermò :"L’ambientalismo è la religione degli atei urbanizzati”(...)Il cibo biologico è la sua comunione”(...)“L’ambiente è la nuova religione laica che s’innalza, almeno in Europa, sulle macerie di un mondo miscredente, una religione che a sua volta andrebbe sottoposta a critica, per stanare questa malattia infantile che la corrode e la scredita: il catastrofismo”, spiega Pascal Bruckner."  Questa citazione è utile per comprendere che l'attuale ecologismo radicale, incarnato perfettamente dalla studentessa svedese Greta Thunberg ,affonda le sue radici nel pensiero gnostico, apocalittico, più che nel “terreno” solido della scienza galileiana . La vulgata corrente ,imposta ossessivamente tramite i media,   narra che il nostro pianeta è moribondo e che ad esso  mancano solo 7 anni, per giungere al punto di non ritorno, oltre il quale c'è solo il baratro della morte. Lo scorso mese di settembre tutti i media hanno riportato questa notizia. Cosi La Stampa:”Alla Terra restano sette anni di vita. Ce lo dice il “Climate Clock” di New York. L'orologio climatico conta il tempo rimasto agli esseri umani per agire sul riscaldamento globale, così come la quantità di energia fornita da fonti rinnovabili.” Previsioni di questa natura sono molto più vicine all'antica arte della divinazione,che non alla scienza moderna; quest'ultima è fatta di numeri, misure, equazioni, formulazioni previsionali  ed infine  esperimenti riproducibili, che comprovino le ipotesi di partenza. Solo in virtù di questo modus operandi, la scienza può  individuare le leggi naturali regolanti l'incedere del nostro mondo. Ben sapendo, tra l'altro, per la sua stessa natura epistemologica, di non poter mai raggiungere una precisione assoluta, ma solo una buona approssimazione; che sarà tanto più precisa e, dunque, utile all'uomo, quanto più le sue ipotesi di partenza  saranno radicate in un'adeguata lettura del reale, lontana dalle nostre precomprensioni. San Tommaso D'Aquino (1225-1274) diceva che quod iustum est ex ipsa natura rei, cioè il vero emerge interrogando le cose, non assolutizzando le nostre opinioni riguardo esse. Cosa sono,dunque, le leggi di natura individuate dalla scienza? Cosi risponde una sana epistemologia, di stampo tomista:” sono il principio per il quale si manifestano in modo costante e uniforme le forze delle cose (...) Il corso della natura è l'attuarsi degli effetti secondo l'ordine delle leggi fisiche. (Giuseppe Barzaghi) Nulla di tutto questo,purtroppo, caratterizza l'attuale ecologismo radicale. A scanso di equivoci,  diciamo subito che non  viviamo nel paradiso Terrestre, che l'inquinamento c'è e dobbiamo combatterlo con tutte le nostre risorse, così come insegna papa Francesco  nell'enciclica Laudato Si. L'emergenza ambientale, tuttavia,  non deve essere il pretesto ,per rovesciare una corretta antropologia, equiparando l'uomo alla formica e manipolando i dati a nostra disposizione sullo stato di salute del nostro pianeta, per attuare politiche e strategie di sviluppo ideologiche, che in definitiva, come la storia ha sempre dimostrato, se non sono saldamente ancorate al reale, in accordo con i fatti, han finito, sempre, per rovesciarsi,come un incubo, contro noi stessi. Una riflessione,questa, che ben si accorda con  un pensiero puntuale del padre domenicano e scrittore francese Raymond Leopold Bruckberger1907-1998):  Non c'è oscurantismo, fanatismo, truffa o semplice idiozia (dal rimedio contro i calli al razzismo nazista) che non abbia sventolato in qualche modo la bandiera della "scienza".

L'attuale ecologismo si presenta, invece, come una vera e propria religione, una visione del mondo e dell'uomo, totalitaria e lontana dalla matrice culturale occidentale che non può non essere “cristiana”, nel senso dato a quest'affermazione dal filosofo Benedetto Croce (1866-1952). Leggendo i testi dei massimi teorici di questa disciplina, si incontrano continuamente espressioni quali "energia cosmica divina", “Grande Madre”, “Madre Terra”, che rimandano  a visioni antropologiche secondo le quali l'uomo è una scintilla partecipante, non dell'Esse Ipsum subsistens di tomistica memoria, bensì della cosmica energia permeante tutto l'universo, tipica del New Age, con tutte le variazioni del caso. Ciò è potuto avvenire, perché la filosofia moderna- e nella sua scia anche gran parte della teologia protestante dal XIX secolo in poi, per la quale Dio è il Totalmente Altro-, ha rifiutato in toto la splendida sintesi tomista, che aveva saputo comporre armonicamente le filosofie platonico/aristoteliche da un lato, con la dottrina biblica della creazione dall'altro, mettendo  a fuoco il concetto, decisivo, di analogia dell'essere. Ciò significa, che tra l'uomo e Dio, tra creato e Creatore, pur essendoci una differenza sostanziale, permane qualcosa in comune, pertanto, osservando il mondo, riusciamo a cogliere qualcosa di Dio, che è trascendente rispetto ad esso. La situazione è simile a quella davanti alla quale si trovavano gli indiani d'America nell'ottocento: abili scrutatori di tracce sul terreno, riuscivano a capire quanti soldati, da quanto tempo, di quale peso, se qualche cavallo fosse zoppo o senza carico et similia, fossero passati da un dato luogo, semplicemente osservando la forma e la profondità delle tracce. Certamente, non potevano conoscere il nome o il colore dei capelli dei singoli militari, ma qualcosa di utile riuscivano a ricavarla dalla semplice osservazione e dal conseguente atto di ragione mediante il quale interpretavano le tracce.  La modernità, invece, rifiutò il concetto di analogia, preferendo scegliere altre strade. Una portava a stabilire un rapporto di equivocità tra Dio e il creato, uomo compreso, l'altra di univocità. Senza addentrarci troppo nei particolari, basta dire che la prima fu percorsa da Martin Lutero (1483-1546) e, in seguito, da Francesco Bacone (1561-1626); la seconda, scegliendo l'univocità fra Dio e il mondo, sfocerà in una moderna forma di panteismo e sarà percorsa, fra gli altri, da Giordano Bruno (1548-1600), Baruch Spinoza (1632-1677) e, soprattutto, per quel che ci interessa più direttamente, da Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775-1854). Lutero con il rifiuto della filosofia medievale ancorata a quella greca, interpreterà un passaggio decisivo della lettera agli Ebrei in senso soggettivo, anziché, testo alla mano, in senso oggettivo, alterando il significato originario e del sostantivo greco hypostasis/sostanza, uno dei concetti basilari della filosofia aristotelico/tomista e del sostantivo elenchos, che vuol dire "prova". Come rilevava, con acribia, Benedetto XVI nell'Enciclica Spe Salvi, infatti, Lutero, nel comporre la sua Bibbia in tedesco, che tanta influenza ebbe nel mondo moderno, rese hipostasis non con "sostanza", ma con il verbo Feststehen, cioè "stare saldi", e "Elenchos, non con "prova", ma con uberzeugtsein, cioè "essere convinti". Sembrano questioni di lana caprina e invece sono decisive, perché sottendono profonde questioni filosofiche che poi hanno generato il mondo in cui viviamo. La sostituzione di sostantivi con verbi, infatti, spostò le questioni dal piano oggettivo a quello soggettivo. La svalutazione della ragione greca, logos, portò alla sua sostituzione con quella puramente strumentale, per opera di Bacone: l'utile sostituì il vero e così, ancora oggi, siamo tentati di seguire più le mode e i sentimenti/passioni-soggettivi-, che la verità delle cose, oggettiva L'altra strada, percorsa principalmente da Schelling, generò direttamente l'ecologismo moderno; la sua nascita fu favorita dall'opera di Lutero appena descritta.

Secondo Schelling, infatti, l'assoluto è una sintesi di spirito e natura, indagabili il primo con la logica e il secondo con la fisica, in un incessante processo evolutivo, dialettico, mediante il quale l'universo prende coscienza di sé attraverso la storia umana. Come ha scritto mons. Antonio Livi( 1938-2020), Schelling è, dunque, un panteista, ascoltiamolo: "Pertanto l'autocoscienza dell'Assoluto non si raggiunge fatalmente, cioè attraverso la necessità: si tratta invece di una dialettica che ha il suo fondamento nel valore della libertà Tale fondamento può essere riconosciuto come polo positivo di tutto il processo, polo positivo che Schelling identifica con Dio immanente alla Realtà come positività vivente e vitale".

 Quest'autocoscienza dell'assoluto che si raggiunge tramite un'idea impersonale di Dio, che è immanente al mondo, consente di individuare in Schelling l’ispiratore principale dell'ecologismo contemporaneo. L'ecologismo idealista, tipico dell’occidente, identifica il mondo della Natura con il tutto, come l'unica visione possibile, senza alcun riferimento al trascendente. Naturalmente, la spiritualità ecologista che con-fonde Dio con l'universo, livellandolo a una forma di energia cosmica ubiquitaria, deve degradare l'uomo a una forma di energia ancor più bassa, partecipante di quella universale.  Già gli stoici pensavano a un logos individuale, visto come scintilla di quello divino. Qui è in gioco un’evidente confusione dei piani, quello quantitativo, cioè scientifico e quello qualitativo, cioè filosofico. E' un elementare errore di logica, già stigmatizzato dai greci e da loro etichettato come: metabasis eis allo genos, confusione, appunto. Si noti, infatti, che l'energia permeante il cosmo, ovviamente, è di tipo quantitativo; dunque, è una grandezza misurabile secondo i parametri della scienza galileiana. Il più grande fisico dell'epoca moderna Albert Einstein (1879-1955) nella sua teoria della Relatività ristretta,pubblicata nel 1905, rese nota per la prima volta l'equivalenza tra materia ed energia mediante quella che è ,sicuramente, l'equazione più famosa nella storia della scienza: E=MC2. In essa, massa ed energia sono messe in relazione tramite una costante, la velocità della luce nel vuoto. Da notare, en passant, che la velocità della luce è indicata con c, perché è l'iniziale della parola latina celeritas, velocità ,appunto.

 In questo modo, la concezione panteistica di Schelling porterebbe all'assurdo di “catturare” Dio per mezzo di un’equazione matematica! Per inciso, possiamo notare, che già i nostri pensieri o l'amore che esprimiamo verso le persone cui vogliamo bene, non sono assolutamente elementi riducibili a grammi, centimetri e secondi. Quanti grammi pesa un pensiero? Quanti kg di bene voglio a mia figlia? Se già è imbarazzante, ai limiti del ridicolo, pensare di applicare le categorie quantitative al nostro modo di amare, al nostro essere più profondo, quanto più non lo sarà applicarle, nientemeno, che a Dio stesso? L'ecologismo radicale, sulla scorta di Schelling, compie, dunque, una metabasis-confusione-, scambiando il piano operazionale con quello ontologico. Diversi anni fa, il fisico, filosofo e padre benedettino Stanley L. Jaki (1924-2009)

, riflettendo sull'onnipotenza assegnata dalla filosofia moderna al metodo scientifico, scrisse: ”La noncuranza per i limiti ristretti di questo metodo abbassa il metodo stesso a un livello per cui si scambia una rete da farfalle con uno strumento che catturi gli angeli”. In realtà, l'ecologismo moderno rifiutando il concetto di un Dio Creatore, Provvidente e Trascendente il creato, ripete un altro errore basilare, infilandosi in un vicolo cieco, già imboccato- come rilevato dal filosofo francese Claude Tresmontant (1925-1997)-, dal paganesimo antico prima e dall'ateismo moderno, poi: "”L’ateismo consiste nel sovraccaricare l’universo dal punto di vista ontologico, nell’affermare dell’universo ciò che è vero dell’essere assoluto. E’ questa la divinizzazione dell’universo (…) A causa della sua opzione ontologica preliminare l’Ateismo moderno, esattamente come il paganesimo antico, è obbligato ad attribuire all’universo proprietà fisiche non discernibili nell’esperienza e che le scienze sperimentali hanno ora rivelate come false: il non-cominciamento, la non evoluzione, l’inconsummabilità, e il non-invecchiamento.(…) E costretti a dedurre una fisica da una metafisica preliminare.” Il cristianesimo, dunque, aveva elevato l'uomo al vertice della creazione, definendolo capax Dei. Il senso profondo di questa espressione è, che l'uomo mediante la ragione, coglie l'Essere, desidera l'Infinito, l'Eterno, dunque, Dio, marcando, cosi, una differenza sostanziale nei confronti degli "amici" a quattro zampe. L'insegnamento biblico, ovviamente, non autorizza l'uomo ad usare questo status privilegiato, per spadroneggiare sul creato, ma per custodirlo e portarlo a compimento. Concezione completamente diversa, invece, quella dell'ecologismo contemporaneo, che influenzato dalla filosofia moderna- Martin Heidegger (1889-1976) su tutti - ha ridotto l'uomo a semplice creatura fra le altre, senza alcuna distinzione ontologica.  Diversamente, oggi, specie sui social, è più probabile assistere a indignazioni popolari verso chi maltratta cani e gatti, che non i bambini. A questo proposito suonano pertinenti alcune considerazioni del filosofo Pierluigi Pavone: "Per l’ecologismo l’uomo è parte del tutto, è una delle tante espressioni finite dell’infinito divino - naturale: il suo spirito non è altro che scintilla dello spirito cosmico. In quanto tale è chiamato a prendere coscienza di questa verità, armonizzando la coscienza particolare con quella materna del Tutto; provvedendo responsabilmente non solo a non disporre delle risorse ambientali,ma a praticare diete alimentari che declinano le massime morali della Critica della Ragion Pratica di Kant all’uomo quanto a qualsiasi altro essere vivente, fino a teorizzare di nutrirsi di aria ed energia solare; provvedendo diminuire drasticamente il numero di esseri umani nel pianeta. Perché? La ragione è una conseguenza implicita, ma che rende motivo di credere che l’ecologismo nasconda pratiche contro l’essere umano. Se il fine ultimo è il benessere del Pianeta e se l’uomo è quell’essere vivente che deturpa il Pianeta, si evince che tale essere vivente non è una parte innocua, bensì una parte malata, anzi la malattia stessa del pianeta. Il cancro. Questa è la tesi di fondo dell’ecologismo: il pianeta è il grande organismo vivente; l’uomo il cancro." La riflessione del prof. Pavone ci fa capire che la scristianizzazione del corpo sociale è in una fase molto avanzata: la sola battuta finale, - pronunciata, in realtà, negli anni 80' dal principe consorte Filippo di Edimburgo-, ha “annientato”, in un colpo solo,  non solo la concezione cristiana sull'uomo e la sua posizione privilegiata nel creato, perché fatto ad Immagine e Somiglianza di Dio, ma anche tutte le culture plurimillenarie del nostro pianeta, le quali, pur con sfumature diverse, hanno sempre assegnato all'uomo un ruolo diverso nel creato,”immaginando”per lui

 un destino eterno.  Come rilevò il filosofo Gianbattista Vico (1668-1744), infatti, tutti i popoli pur divergendo su tantissimi elementi del loro credo e del modo di vivere quotidiano, sorprendentemente, presentavano, e non c'era d'aspettarselo a priori, un'affascinante unità su tre pilastri del vivere comune: il talamo, l'altare e la tomba. Così il filosofo Francesco Botturi ha descritto la felice intuizione vichiana: "La cosmogenesi ha fondamento religioso, e questo, a sua volta, rende possibile un ordine tra gli uomini, cioè la vita sociale. Per questo vi è, secondo Vico, un nesso originario tra linguaggio, religione e diritto (...) A fondamento del vivere umano (intrinsecamente sociale e storico) stanno infatti tre contenuti del "senso comune" universale: la religione, il matrimonio, la sepoltura dei morti; ovvero, il timore di una divinità provvidente(in qualche modo trascendente e personale) e il pudore quale coscienza etica che nel riconoscimento dell'altro uomo come uomo raffrena gli impulsi sessuali e rispetta anche la spoglia dell'altro". Com’è potuto accadere, nel giro di pochi decenni, il rovesciamento completo del "senso comune universale" descritto da Vico? La risposta, ancora una volta, è di natura filosofica. Vediamo i passaggi essenziali che hanno "permesso" alla filosofia heideggeriana di "degradare" l'uomo da creatura posta al vertice del creato ad essere inquadrato, nel migliore dei casi, come essere senziente uguale a tutti gli altri. Seppur con grossi fraintendimenti, fino agli inizi del 900' prevaleva, circa la filosofia dell'essere, una posizione di tipo tomista, secondo la quale l'atto d'essere (actus essendi), è ciò che ci fa essere, qui e ora; l'essenza descrive ciò che siamo, con le nostre prerogative e l'esistenza è l'aspetto presenziale dell'essere, dovuto all'atto d'essere, che ci ha portati dall'essere in potenza, all'essere in atto. L'uomo, dunque, non è ridotto al suo "esistere".  In ottica tomista l'essenza è importantissima, perché "genera una gerarchia nell'essere:;“fissa” la misura dell'essere in ogni ente creato: conseguentemente,   non tutti gli esseri  viventi hanno la stessa densità ontologica,diversamente da quanto insegnato dalle correnti di pensiero che si rifanno all'ecologismo radicale. La filosofia tomista, dunque, insegnava che l’essere non va confuso con l’esistere. Il primo è il fondamento ontologico assoluto dell’ente, il secondo, invece, indica la sua presenzialità, il suo esserci, il suo essere qui o là, adesso.  Con un esempio tratto dalla vita quotidiana, tutto sarà più chiaro. Prendo in considerazione un animale diffusissimo nelle nostre case, quello che, unanimemente, almeno in Occidente, è considerato come "il più fedele amico dell'uomo": il cane. L'esperienza cosa mi dice? Mi dice che sia mia figlia che il cane esistono allo stesso modo; tuttavia, la filosofia tomista mi dice che non sono allo stesso modo. Perché? Il fulcro del ragionamento è nel concetto di essenza, che possiamo paragonare alle formine da spiaggia che usavamo da bambini. Ognuna di esse aveva forma e volumi diversi; si andava dal piccolo granchio, al grande secchiello, che riempito di sabbia umida e rovesciato, consentiva, ad esempio, di realizzare i torrioni difensivi di un grande castello. Ogni formina, dunque, era capace di contenere una quantità variabile di sabbia, svolgendo, in base alla forma, una funzione differente. Analogicamente, possiamo applicare il ragionamento suddetto a mia figlia e al cagnolino. L'essenza, umana, di mia figlia è più "capiente" di quella del cagnolino: mia figlia "accoglie ", in filosofia si dice "partecipa", una porzione di "essere" più ampia di quella del cagnolino, conseguentemente ha un fine, nel mondo,  differente, più elevato, rispetto a quello del cagnolino. Come dicevo prima,fino agli inizi del XX secolo, tutto ciò era pacifico per la stragrande maggioranza delle persone, indipendentemente dal loro credo. Poi, agli inizi degli anni 30', a compimento di una lunga catena di pensatori, arrivò Heidegger, il quale portando al massimo sviluppo la filosofia moderna, soprattutto Immanuel Kant(1724-1804) e George Wilhelm Friedrich Hegel (1770-1831), in quella che, probabilmente, è la sua opera più rappresentativa, Essere e Tempo ,iniziò a  "ridurre" l'uomo al suo esistere, qui e ora, all'interno di ben precise coordinate spazio-temporali: nel suo pensiero, l'uomo è la sua stessa esperienza di vita, confinata in un' esistenza completamente immanente, chiusa al Trascendente. Uno dei suoi allievi più celebri, il filosofo Karl Lowith (1897-1973),  a proposito dell'opera magna di Heidegger, scrisse:” Proprio Sein und Zeit(...) non rivela al lettore in nessun luogo che ad Heidegger importi di raggiungere qualcosa di fermo,  duraturo, indistruttibile permanente- salvo in forma di quell'assoluto punto fisso che è la certezza della morte e quindi della nullità”.Uno dei maggiori specialisti mondiali sul pensiero di Friedrich Nietzsche (1844-1900) e Heidegger, il filosofo Gianni Vattimo, in una conferenza pubblica sullo status ontologico degli animali, inquadrato dalla prospettiva della filosofia heideggeriana, si è espresso in questo modo

: ”La persona che vedo più spesso e con cui passo più tempo è il mio gatto (...) l'ente vivente sensibile con cui anche ho degli scambi affettivi, com’è ovvio, è il mio gatto (...) la forza del pensiero di Heidegger consiste nel criticare la metafisica(...) cioè l'oggettivismo che identifica l'essere con strutture date, conoscibili, accessibili una volta per tutte(...) Dire che l'Essere non si identifica con l'ente, vuol dire : se l'essere c'è, non è identificabile con un Ente Supremo, con una struttura data una volta per tutte, ma è qualcosa d'altro(...)L'enunciazione dell'essere che Heidegger farà negli anni successivi è: l'Essere è Evento,accadimento,il contrario della staticità parmenidea. Distinguere l'essere dall'ente, è l'anima del pensiero debole. (…) e le bestie, direte voi?eccole qua, le bestie centrano, perché la dis-identificazione dell'essere con l'ente, con l'Ente Supremo, crea uno sconquasso anche nel modo di pensare il vivente, gli altri, il colloquio con gli altri”. A proposito di “sconquassi” la studiosa Maria Teresa Speranza, nella rivista internazionale Scienza e Filosofia, in un articolo in cui analizza un saggio del filosofo francese Jacques Derrida (1930-2004)-L'animale che dunque sono?-, dedicato allo studio del confine tra umanità e animalità, a proposito delle riflessioni di Derrida su Heidegger, - i due avevano avuto diversi colloqui-, ha scritto: " Ora, la vitalità del vivente è ciò che l’animale ha in comune con l’uomo. Pertanto, non è possibile parlare dell’essenza dell’animalità in generale, senza mai mettere in questione l’appartenenza di tutti gli esseri viventi a un’«essenza generale dell’animalità». (...) Ebbene, implicitamente Heidegger- nell'opera Concetti fondamentali di Metafisica- dice che l’animale muore perché vive, perché appartiene alla stessa totalità vivente cui appartiene l’uomo. Si tratta di una posizione diversa rispetto a quella assunta dal filosofo in altri testi, in particolar modo in Essere e Tempo, dove si insiste sul fatto che l’animale non muore, semplicemente finisce di vivere. Derrida sottolinea un’importante differenza lessicale tra il seminario del ’29 e gli altri testi heideggeriani. Mentre in altre opere, in riferimento all’animale, Heidegger usa il verbo verenden, ossia finire di vivere, al seminario usa sterben, ossia morire come l'uomo.”. Il punto nodale della riflessione heideggeriana è in questa proposizione,“essenza generale dell'animalità”; in qualche modo, è il punto di partenza, che porterà allo “sconquasso” citato da Vattimo e che negli anni è andato sedimentandosi nella coscienza collettiva, come dimostra un recentissimo episodio,accaduto a Roma. In un parco per bambini, s'erano radunati una mamma cinghiale con i suoi piccoli. Le autorità hanno pensato di sgombrare il parco, uccidendo gli animali. Quel che voglio sottolineare qui , non è il giudizio morale sull'episodio,- personalmente, avrei sgombrato il parco,senza  uccidere gli animali-, quanto sulla reazione di gran parte dei presenti: “disperati” come se, ad essere uccisi, fossero dei bambini, tanto da accendere, alla fine della discutibile operazione,addirittura dei ceri votivi...Vien da pensare,che analoga abnegazione non c'è, nell'andare a “protestare” davanti alle cliniche dove si praticano aborti... Allontanandosi notevolmente da San Tommaso, Heidegger proclama che l'essere è tempo, è esistenza. Nel suo pensiero sono riconoscibili chiare influenze hegeliane e kantiane. Lo storicismo di Hegel si trasforma; non è più lo Spirito Assoluto, immanente, ma è diventato un'esistenza, l'essere, “gettata”nel mondo, senza un'essenza predefinita, dunque, libera di progettarsi. L'uomo, quindi, viene a coincidere con la sua stessa esistenza. Da Kant, invece, eredita il concetto di un a-priori posto alle nostre spalle, che condiziona, inevitabilmente, la nostra vita; solo che, mentre per Kant era la nostra conoscenza ad essere condizionata da quell'a-priori, per Heidegger è la nostra situazione esistenziale ad esserne condizionata. Il problema dell'essere posto da Heidegger è completamente differente da quello impostato da San Tommaso. Il filosofo tedesco parte dall'uomo che si pone il problema dell'essere; la sua analitica esistenziale- esaminare il modo di esistenza dell'uomo- viene, dunque, a sostituire la conoscenza metafisica dell'essere di stampo tomista. Condizionato da Kant, afferma che i trascendentali esistenziali presenti nella nostra esistenza- essere per la morte; essere per gli altri; essere in situazione etc-, condizionano talmente la nostra vita, da impedirci ogni possibilità conoscitiva dell'essere attraverso la metafisica, alla quale, sull'esempio di Kant, nega portata noetica. Ora possiamo comprendere bene la gravità della identificazione heideggeriana di essere ed esistente; ciò equivale a dire che l'essere dell'uomo è l'esser-ci, qui e ora, senza alcuna densità ontologica specifica. In maniera molto chiara, il filosofo Stefano Fontana, partendo dall'importanza del linguaggio nella filosofia heideggeriana, precisa:”Questo orizzonte esistenziale in cui siamo collocati e che fa da sfondo ad ogni nostra ricerca, progetto,azione, è soprattutto un universo linguistico e nel linguaggio si rivela l'essere, nel nuovo senso che l'esistenzialismo dà a questo termine: l'essere è lo stesso esistere. Non che ci sia l'essere e che questo poi si riveli nel linguaggio, ma l'essere e il linguaggio sono la stessa cosa”. Il risultato? La gente, come abbiamo visto nell'episodio di Roma, solo a fatica, quando ci riesce, coglie la differenza tra un bambino e il cagnolino. L'aver sostituito la gradazione dell'essere con l'esser-ci, -frutto dell'identificazione tra essere ed esistente-, ha comportato una perdita di senso circa l'essere delle cose: "demolito" il concetto di "essenza", si è persa ogni gerarchia tra le cose, tra gli enti. Se quel che conta è solo l' esser-ci, allora sia io che il cagnolino "siamo ", allo stesso modo, senza alcuna differenza ontologica. Tolta la dottrina della partecipazione, frutto della mirabile sintesi che san Tommaso aveva operato delle filosofie di Platone(428/427 a.C.-348/347 a.C.) e Aristotele (385 a.C.-322a.C.), viene a mancare la densità ontologica dell'essere e, conseguentemente, tutte le cose "esistono" allo stesso modo. A quel punto, non solo il cagnolino, che almeno ti sorride, gioca e in qualche modo partecipa della tua vita, ma anche la fastidiosissima zanzara ha la tua stessa dignità: heideggerianamente, il suo esser-ci, è uguale a quello del tuo bambino. Alla luce della filosofia heideggeriana, riletta da Derrida e Vattimo, diventano, ora, "comprensibili" le incredibili dichiarazioni  di John Davis, già direttore della rivista Earth First,una delle “bibbie” dell'ecologismo radicale: " Gli esseri umani, come specie, non hanno più valore delle lumache.", Davis, magari, credeva d'essere originale.  Come tanti, spesso inconsapevolmente, è stato influenzato dal più importante filosofo del novecento: Martin Heiddeger. Il filosofo tedesco ha operato, con successo, il rovesciamento non solo del comune buon senso, ma, addirittura, delle stesse parole di Cristo, che nel Vangelo di Matteo, parlando degli uomini, aveva esclamato:" Voi valete ben più di molti passeri! (Mt 10,31)

Come abbiamo accennato, il linguaggio di Greta, più che a quello scientifico, può essere avvicinato a quello apocalittico; riprendendo la citazione del pezzo di Meotti, in esso, da Bruckner, è detto che la nuova religione dell'ambiente è corrosa da un male infantile: il catastrofismo. Termine derivato dalla parola catastrofe( tardo latino catastrophe e prima ancora dal greco, significa “rovesciamento”, “capovolgimento”. Il filosofo Augusto Del Noce (1910-1989) in un'intervista rilasciata allo scrittore e giornalista Vittorio Messoti, spiegò che quel lemma,oggi, é l'emblema della modernità; nel senso che la modernità,realizzandosi, si è capovolta, si è rovesciata, generando un mondo di segno opposto ,rispetto ai progetti di partenza: ad una società che prometteva il Paradiso in Terra, seguì,al contrario- “rovesciandosi”,”capovolgendosi,una “catastrofe” appunto- una società in stile partito radicale di massa, in cui al rosso-ormai fallito-si aggiunse il “verde”, cercando nell'ecologia quell'inveramento che non si era potuta realizzare,politicamente, nel sociale. Per attrarre le masse, si passò dalla catastrofe al catastrofismo.   Vediamo come e perché: l'analisi di questo processo è indispensabile, per aggiungere un tassello importante alla nostra comprensione dell'ecologismo radicale dell'ultimo mezzo secolo in generale e di Greta in particolare.

Come solitamente avviene, per capire il nostro "oggi", occorre "indagare", "scavare", quel che fu il nostro "ieri", studiando i filoni di pensiero, antecedenti lo stesso Heidegger, che per primi hanno dato il via a quel processo di riduzione, tendente ad annullare la distanza ontologica tra l'uomo e le altre creature, vegetali compresi. A questi studi, poi, si sono rifatti il naturalista Charles Darwin (1809-1882) e i suoi epigoni, veri artefici dell'attuale ecologismo radicale, biocentrista e animalista tout court. L'opera di Darwin, che tanto peso ha avuto nel "disegnare" questo nostro presente inquieto, è stata resa possibile,perché ha ridotto la Ratio, da Logos a ragione strumentale, utilitaristica. L'esito di quel passaggio è stato commentato, in modo pertinente, dal filosofo Umberto Galimberti, il quale analizzando le radici attuali del nichilismo, che tanto danneggia il mondo giovanile, è giunto a una conclusione doppia. Dopo aver criticato le risposte offerte dalla cultura religiosa, - ovviamente, dal suo punto di vista laicista-, sorprendentemente ha stigmatizzato pure le risposte offerte dalla cultura moderna, nella sua versione illuminista: " perché non sembra che la ragione sia oggi il regolatore del rapporto tra gli uomini, se non in quella formula ridotta della ragione strumentale che garantisce il progresso tecnico, ma non un ampliamento dell'orizzonte di senso per la latitanza del pensiero e l'aridità del sentimento".

La ragione strumentale, cosi concepita, si limita alla tecnica, inquadrando il mondo solo da ciò che è misurabile e proclamando, indebitamente, anche l'impossibilità logica di farsi la domanda metafisica per eccellenza: da dove vengono le cose che misuro? Una corretta epistemologia sa che gli aspetti quantitativi delle cose non sono il tutto, cosi come, invece, ritiene il razionalismo nato con la modernità e che vede in Darwin e nella sua teoria dell'Evoluzione uno dei suoi epigoni.  La ragione strumentale, anche nella sua forma più elevata e corretta, la scienza galileiana, circa lo scopo, la causa, i fini, da statuto epistemologico, non può dire nulla, perché non sono ordini di grandezza esprimibili in grammi, centimetri e secondi, come abbiamo visto prima Non per questo, però, come voleva il positivismo, del quale Darwin era imbevuto, non esistono. Potrei mai dire che il bene, in generale, non esiste, perché non posso misurarne i valori secondo i parametri della ragione strumentale? Di là della boutade, si capisce allora, come la pretesa di Darwin e dei suoi sodali, soprattutto Ernst Haeckel (1834-1919), di spiegare tutto con una sola causa-monismo-non sia fondata. Propriamente parlando, anche la teoria  dell'evoluzione non contrasta con l'idea di creazione; infatti, si può evolvere solo qualcosa o qualcuno, che prima sia venuto all'esistenza: i giudizi esistenziali anche logicamente e non solo cronologicamente, devono precedere quelli attributivi. Pertanto, quand'anche facessimo retrocedere la nostra origine al brodo primordiale, rimarrebbe pur sempre pertinente la domanda metafisica per eccellenza, cui nessun riduzionismo strumentale può rispondere: Chi ha fatto il brodo primordiale? Ex nihilo, nihil, ci ricorda un'elementare legge di logica. Darwin, in realtà, prima che scienziato fu un filosofo, cattivo filosofo, profondamente imbevuto delle idee del suo tempo e della filosofia hegeliana prima di tutto. Come vedremo, succintamente, "interpretò" i dati raccolti durante le sue osservazioni, sotto la lente dell'apriorismo filosofico, andando oltre lo statuto epistemologico della scienza. Per questo motivo, in tanti, Nietzsche  compreso, si interessarono ai suoi studi: qui non si metteva in discussione soltanto la classificazione biologica di Carlo Linneo (1707-1778), ma la stessa concezione dell'uomo e del significato della sua presenza nel mondo, come rilevò il filosofo Nicola Abbagnano (1901-1990): "Con questo termine (evoluzionismo) bisogna intendere non già la teoria dell'evoluzione come quadro fondamentale delle ricerche biologiche, ma il complesso delle dottrine filosofiche che vedono nell'evoluzione il tratto fondamentale di ogni tipo o forma di realtà e perciò il principio adatto a spiegare la realtà nel suo complesso. L'Evoluzionismo è in altri termini una dottrina metafisica concernente la realtà come un tutto: e per quanto si avvalga delle ipotesi e dei risultati della teoria biologica dell'evoluzione, la sua tesi va molto al di là di tutto ciò che ogni possibile teoria scientifica può legittimamente convalidare. In questo senso, l'evoluzionismo è stato assunto come schema fondamentale di molte metafisiche sia materialistiche sia spiritualistiche.(...)Per esse,evoluzione significa progresso(...) L'Evoluzionismo materialistico trovò nel biologo Ernst Haeckel il suo maggior rappresentante(...) Questo materialismo vedeva in tutti i gradi della realtà gradi di evoluzione, progressivamente ordinati, della materia." Darwin, dunque, si trovò nella fase matura di massima diffusione, del nucleo essenziale dell'idealismo tedesco, elaborato da Schelling prima e Hegel poi: il progressismo. Il prof. Don Antonio Cecchini, docente di filosofia presso la Pontificia Università Lateranense, così ha descritto l'influenza hegeliana sulla genesi del darwinismo:"E' inoltre preponderante in quel tempo, ma ancor oggi, la filosofia del divenire, che ha in Hegel il suo moderno maestro, secondo cui il divenire (della materia e della storia) si spiega con se stesso e in se stesso rivela uno Spirito assoluto, per cui attraverso la lotta dei fattori (tesi e antitesi) si procede inesorabilmente verso il meglio."

Dall'economista e pastore inglese Thomas Robert Malthus (1776-1834) derivò, sempre ispirato alla triade hegeliana - tesi, antitesi, sintesi-, il concetto di lotta per la vita e sopravvivenza del più forte.  Queste idee furono alla base della nascita dell'eugenetica, antesignana dell'attuale catastrofismo ecologico. Anche qui, brevemente, analizziamone l'itinerario. Al culmine della maturità, Darwin nel libro L'Origine dell'Uomo, tra le altre cose, circa l'efficacia della selezione naturale scrive: " Nei selvaggi le debolezze del corpo e della mente sono subito eliminate; quelli che sopravvivono, mostrano normalmente un vigoroso stato di salute. Noi uomini civilizzati, d'altra parte, facciamo di tutto per arrestare il processo di eliminazione; costruiamo asili per pazzi, storpi e malati (...) i nostri medici esercitano al massimo la loro abilità per salvare la vita di chiunque (...) Dobbiamo quindi sopportare l'effetto, indubbiamente cattivo, del fatto che i deboli sopravvivano e propaghino il loro genere". Tali amenità suscitarono l'ammirazione nei confronti di Darwin, da parte del cugino, Francis Galton (1822-1911), il quale, al contempo, iniziò a preoccuparsi che la mancata eliminazione dei minorati, potesse portare a un graduale declino dell'uomo civilizzato; per arrestare tale declino razziale, nel 1907, fondò la Eugenics Education society, che diffuse questa nuova disciplina, l'eugenetica-dal greco eu e genos,cioè buona razza.  Particolarmente pertinenti, in merito, sono alcune riflessioni del prof. Francesco Agnoli: " nell'ottica galtoniana, quindi, l'eugenetica si presenta come una genetica che ha presente l'obiettivo sociologico e antropologico di eliminare i soggetti deboli, i quali rallentano l'evoluzione della specie, e di favorire il miglioramento dello "stock umano" (sic), la nascita di una "razza di uomini vigorosi e sicuri di sé!"

Il tentativo darwinista di ridurre la dignità dell'uomo nell'alveo dei semplici processi naturali e casuali, ispirò certamente, a proseguire su quella linea, la mente filosofica, ben più potente, di Nietzsche, il quale circa venti anni dopo la pubblicazione de L'Origine della specie, scrisse: "Non è forse, da Copernico in poi, in un inarrestabile progresso l'auto diminuirsi dell’uomo, la sua volontà di farsi piccolo? La fede, ahimè, nella sua dignità, unicità, insostituibilità nella scala gerarchica degli esseri è scomparsa - è divenuto animale, animale, senza metafora, detrazione o riserva, lui che nella sua fede di una volta era quasi Dio (figlio d’Iddio, Uomo-Dio) [...] Da Copernico in poi, si direbbe che l’uomo sia su un piano inclinato - ormai va rotolando, sempre più rapidamente, lontano dal punto centrale - dove? nel nulla? nel trivellante sentimento del proprio nulla [...] Ogni scienza si propone oggi di dissuadere l’uomo dal rispetto sinora avuto per se stesso, come se questo altro non fosse stato che una stravagante presunzione [...] autodisprezzo per l’uomo [...] la vittoria di Kant sulla teologia dogmatica concettuale (Dio, anima, libertà, immortalità) [...] Similmente chi potrebbe ormai biasimare gli agnostici se costoro, in quanto veneratori dell’ignoto e del misterioso in sé, adorano ora come Dio lo stesso punto interrogativo?” Possiamo rintracciare molto darwinismo nel ricondurre tutto alla materia, nell'annullare la nozione di persona, lui diceva individuo, a favore della specie, -pensiero di ispirazione schopenhaueriana: " La specie è tutto, uno è sempre nessuno".Il filosofo Carlo Gentili ha così commentato questo passaggio: "Nietzsche riconduce in questo modo la singolarità di ogni essere vivente(in quanto individuo) alla sua appartenenza alla specie; e, conseguentemente, ogni individuo umano, e la specie umana nel suo complesso, perdono quel privilegio che essi stessi si sono attribuiti". Notevole anche quest'altra chiosa di Gentili: "Naturalizzare l'uomo significa, in base a quanto è scritto nell’'aforisma precedente- ricondurli alla specie e, con ciò, porre le loro prospettive conoscitive sullo stesso piano di tutte le altre specie viventi".

 La lettura diretta dei testi di Nietzsche confermerà questo giudizio di Gentili.: "Il primo testo proposto è tratto dall'opera Su verità e menzogna in senso extra morale: "Se noi riuscissimo ad intenderci con la zanzara,apprenderemmo che anch'essa nuota attraverso l'aria con questo pathos e si sente il centro -che vola- di questo mondo". L'altro testo è tratto dall'opera "L'Uomo, commediante del mondo, del Viandante e della sua ombra: "Forse la formica nel bosco immagina altrettanto fortemente di essere meta e scopo dell'esistenza del bosco, come facciamo noi quando alla fine dell'umanità, nella nostra fantasia, ricolleghiamo quasi involontariamente la fine della terra". La prospettiva naturalistica, totalmente immanente, di stampo darwinista, è interamente fatta propria da Nietzsche e poi, negli anni, è sbocciata nell'attuale, indistinto, biocentrismo. Nella Gaia Scienza arriva a paventare l'eutanasia per i neonati deformi, anticipando, di fatto, quanto sta accadendo ai nostri giorni, in questa nostra stessa Europa, dove, come abbiamo cercato di mostrare fino ad ora, è più facile indignarsi per un animale maltrattato, che non per un bambino, "pietisticamente", soppresso, come accade, da qualche tempo, in Olanda e Belgio. Queste le sue parole: "A un Santo si presentò un uomo che aveva nelle mani un neonato. Che devo farne del bambino? Chiese, è malato, deforme e non ha abbastanza vita per morire. Uccidilo, gridò il santo con voce terribile (...) l'uomo se ne andò deluso (...) Ma non è più crudele lasciarlo vivere?Nietzsche sempre combatté il cristianesimo, perché principio opposto a quello della selezione. In perfetto stile "darwinista", ma con un intelletto e una prosa certamente "superiori", tratteggiò la necessità di adottare procedimenti, che oggi chiameremmo eutanasici, nei confronti dei malati, ponendosi, frontalmente, contro"la più grande sciagura dell'umanità", cioè il cristianesimo. Queste, le terribili, affermazioni nicciane: "Il malato è un parassita della società. In certe condizioni non è decoroso vivere più a lungo. Continuare a vegetare in una imbelle dipendenza dai medici e dalle pratiche mediche, dopo che è andato perduto il senso della vita, il diritto alla vita, dovrebbe suscitare  nella società un profondo disprezzo". Sono affermazioni che oggi, probabilmente, sarebbero sottoscritte da molti, se non dalla maggioranza: come da lui stesso lucidamente previsto, il suo pensiero, ormai, permea radicalmente la società postmoderna degli anni 20' del XXI secolo...Ricapitolando, agli inizi del secolo XX la situazione era la seguente: l'idealismo tedesco, Schelling e Hegel in testa, aveva influenzato Darwin; questi ebbe due grandi discepoli in Ernst Haeckel e in suo cugino Francis Galton. Su tutti, però, "gigantesca", si stagliava la figura di Nietzsche che, mediante il pensiero filosofico aveva approntato un'arma potentissima, per svilire il valore della dignità umana, già gravemente compromessa dagli altri. Di Galton e Nietzsche abbiamo detto, dunque non rimane che rendere comprensibile il nucleo essenziale del pensiero di Haeckel, unanimemente riconosciuto come il padre della moderna ecologia, della quale diede la seguente definizione: "Conoscenza dell'economia della natura (.) lo studio di quelle complesse interrelazioni che Darwin chiamava la lotta per l'esistenza". Il suo contributo specifico consistette- anche se fortemente debitore del pensiero darwinista e della dialettica hegeliana - nel teorizzare una forma moderna di monismo ecologista, secondo la quale nel mondo intero "uno spirito è in tutto"e questo esiste e si "sviluppa secondo una logica fondamentale comune". Haeckel sostenne l'influenza, avuta dallo sviluppo storico  della civiltà umana, sugli animali a noi più vicini: cani e cavalli. I due studiosi Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari così hanno commentato questo passaggio di Haeckel: "Da qui l'impossibilità di stabilire un confine esatto tra i diversi elementi della natura, tra regno vegetale e regno animale,tra regno animale e mondo umano(...) Le fondamenta teoriche del movimento animalista contemporaneo sono state gettate".  L'ecologia stava diventando una sorta di disciplina religiosa, ammantata di misticismo; a essa, si allinearono il nascente movimento femminista, il già citato movimento eugenetico, con lo strumento del controllo delle nascite, per selezionare i migliori: in pratica, i simboli - come oggi- iniziavano a essere più importanti dei fatti. Riecheggia qui il disastroso, per la storia del mondo, monito di Jean Jacques Rousseau (1712-1778) che diceva: iniziamo col togliere di mezzo i fatti. -Si andò, così, affermando una sorta di misticismo rovesciato, che avendo una propria "metafisica" da proporre, se ne infischiava, se i fatti dicevano il contrario; e come sempre, i "fatti", quando sono contraddetti da una teoria a tavolino, si "prendono" sonore rivincite nei riguardi di chi adotta un simile, irresponsabile, atteggiamento nei confronti della realtà. La cosa non è sfuggita ai già citati Cascioli e Gaspari, i quali riflettendo sul movimentismo di inizio novecento, hanno scritto:" Tutti movimenti che hanno come caratteristica comune,tra le altre, la fiducia in alcune élite illuminate in grado di capire i mali del mondo e porvi rimedio. Élite che a un certo punto scelgono il catastrofismo per convincere il resto della popolazione a seguirli sulla loro strada". A ben  rifletterci, è il solito schema gnostico che si ripete: il popolo non capisce nulla, la Rivelazione di Dio è insufficiente, tocca a degli "illuminati" porvi rimedio. Partendo dall'idea eugenetica che occorresse selezionare la Razza umana, per non andare incontro a disastri inevitabili, bisognava trovare il modo di "convertire" le masse a questo postulato "illuminato". L'occasione fu data dal contesto storico. Eravamo ormai giunti agli anni 50', quelli della cosiddetta "Guerra Fredda"; per il mondo, e in particolare per gli americani, la preoccupazione maggiore era quella che l'URSS potesse venire in possesso della potentissima Bomba H. Ciò, avvenne nel 53', con grande gaudio dei comunisti italiani... A quel punto, eravamo nel 1954, l'uomo d'affari e filantropo statunitense Hugh Everett Moore (1887-1972), fondatore nel 1944 del "Fondo Hugh Moore", che aveva come ragione sociale, fra le altre, proprio il controllo delle nascite, pubblicò un libello - riecheggiando già nel titolo il pericolo "Bomba". Fu un’efficacissima trovata comunicativa - un testo destinato a cambiare la storia recente del mondo: The Population Bomb. In esso, si equiparavano i pericoli di una crescita incontrollata della popolazione alla realizzazione della bomba all'idrogeno, la più devastante di tutte. Inviò quel testo a tutti i capi di Stato e divenne, in pratica, l'anello di congiunzione tra tutti i movimenti sorti agli inizi del secolo: da quelli femministi, a quelli ambientalisti. Da quel momento, sorse una specie di "Santa Alleanza" rovesciata, che vide la sua "nascita" ufficiale nella prima "Giornata della Terra", antesignana di quelle moderne, organizzata proprio da Moore e celebrata nel 1970. Proprio da allora, cambiò la strategia comunicativa, soprattutto con il progressivo affievolirsi del pericolo di uno scontro EST/Ovest; la preoccupazione per l'Ambiente, man mano, prese il sopravvento e sempre più i problemi dell'inquinamento furono legati, anziché a uno sviluppo industriale selvaggio, all'aumento della popolazione. Scomparso Moore nel 72, si affermò Lester Brown presidente del World Watch Insistite, il quale per convincere le popolazioni a cambiare stili di vita, utilizzerà lo stilema, la narrazione, dell'apocalittica, dove ai fatti scientifici, si sostituiranno le precomprensioni filosofiche, ecologiste in questo caso. Cosi, Cascioli e Gaspari: "L'annuncio di catastrofi prossime venture (peraltro sempre smentite dalla storia) diventa la strada maestra per giustificare ogni decisione mirante a limitare l'attività e la stessa presenza dell'uomo: dalla condanna dello sviluppo senza limiti alla promozione di aborto ed eutanasia un unico filo rosso lega le principali politiche globali". Ma qui, inizia tutta un'altra storia...

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