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Giovedì, 03 Dicembre 2020

Italiani in libertà vigilata con Immuni

Come fare digerire un’idea che appare inaccettabile? Dal divorzio all’aborto, dal matrimonio omosessuale all’uso di droghe, tutte idee che qualche decennio fa sembrava impossibile che diventassero leggi dello Stato. Com’è stato possibile in così poco tempo? Oggi, complice il Covid-19, stiamo assistendo ad una proposta che avrebbe fatto rabbrividire qualche mese fa: un’applicazione che controlla i nostri movimenti: Immuni, l’app scelta dal governo per tracciare i contagi. Occorre tenere presente, per la verità, che la nostra vita tra Facebook, Twitter, WhatsApp, Instagram, e Google è già ampiamente tenuta sotto controllo. Chi ha Android sa che di default Google ha la cronologia di tutti i nostri spostamenti se non l’abbiamo disattivata. Per non parlare delle carte di credito. Un sociologo americano, Joseph P. Overton, teorizzò un percorso di persuasione delle masse (la finestra di Overton) che prevede dei passaggi: ritenere inconcepibile un’idea, farla diventare ragionevole, diffusa e poi alla fine legalizzata. Questo è quello che è accaduto nel passato, ma adesso stiamo assistendo a ad un’accelerazione che vede in un attimo passare questa idea da inaccettabile a ragionevole e popolare, l’idea, è quella di essere controllati. Con la scusa della tutela della salute la scelta è tra tracciati o prigionieri. È facile immaginare come andrà finire se, come dicono, sarà utile col 60% della popolazione monitorata tutti si chiederanno: chi non l’ha scaricata? E perché? Trovati così i nuovi untori. Diventerà un obbligo “morale” avere l’app. Ma c’è chi avanza qualche perplessità come Francesco Paolo Micozzi, avvocato e docente di informatica giuridica all’ Università di Perugia tra i firmatari di una “lettera aperta“ ai decisori politici dove si paventa la possibilità di “consolidare o creare nuovi poteri e contribuire a realizzare una società della sorveglianza che annullerebbe la dignità della persona e svuoterebbe le libertà civili e sociali“. Micozzi, intervistato (La Stampa 21 aprile 2020), teme un utilizzo illecito delle informazioni e sottolinea il grave problema dell’anonimato. Il ministro per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, Paola Pisano, parla di dati “sufficientemente anonimi”.“Niente: un dato è anonimo o non lo è-ribadisce Micozzi-. Non esiste il dato poco più che anonimo“. In Olanda un’applicazione simile ha rivelato, per errore, dati personali comprese le password di 200 utenti. E poi l’app serve veramente? A Singapore quello che ha fatto la differenza, conclude Micozzi, “è stato il numero dei tamponi effettuati, non l’app“. Allora, esagerando, sarebbe meglio il braccialetto: rende molto bene l’idea di “libertà vigilata“ e non accede ai dati dei nostri smartphone!

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