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Uranio: colonnello malato, 'tavolo tecnico ridarà speranza militari coinvolti'

Si riunirà domani il tavolo tecnico al Ministero della Difesa per affrontare il problema dei militari contaminati da uranio impoverito nel corso delle operazioni all'estero. Presente al tavolo ci sarà, in qualità di consulente del Ministro, Carlo Calcagni, Colonnello dell'Esercito ammalatosi gravemente dopo una missione in Bosnia e atleta paralimpico. Il tavolo voluto da Trenta "vuole trovare soluzioni reali ad un problema che per anni in molti hanno negato e ignorato. Il nostro lavoro ha al centro la tutela delle vittime", dice Calcagni all'Adnkronos. L'obiettivo è arrivare ad una legge che garantisca tutta l'assistenza necessaria. Calcagni non ha dubbi: "La mia presenza al tavolo tecnico è garanzia di massima attenzione nei confronti delle vittime e dei loro familiari che con loro soffrono ogni giorno".

Calcagni conosce bene quella sofferenza. Nel 1996 la sua vita sarebbe, infatti, cambiata per sempre: "la mia prima vita è terminata in Bosnia a 32 anni. Fui inviato in missione internazionale di Pace in Bosnia-Erzegovina, a Sarajevo. Ero l'unico ufficiale pilota osservatore di elicotteri, di quello che era il primo contingente italiano: ho effettuato e portato a termine tutte le missioni di volo richieste, con massima professionalità, nonostante la situazione di massimo pericolo e svolgendo in varie occasioni, anche, evacuazioni medico sanitarie".

L'obiettivo è arrivare ad una legge che garantisca tutta l'assistenza necessaria. Calcagni non ha dubbi: "La mia presenza al tavolo tecnico è garanzia di massima attenzione nei confronti delle vittime e dei loro familiari che con loro soffrono ogni giorno".

"Ricordo perfettamente - afferma Calcagni- quei giorni, impressi in modo indelebile nella mia mente. L’elicottero, spesso, al rientro in base dalle missioni, sembrava un macello per il sangue che c’era al suo interno. Corpi mutilati, resti umani, morti, feriti da portare al più presto in ospedale. I segni classici di una guerra che non fa alcuna distinzione tra uomini, donne, bambini, civili e militari, poiché colpisce tutti. Soccorrere le vittime di questa guerra era l’unica cosa che contava, anche riuscire a recuperate i corpi era importante perché gli si poteva almeno assicurare una giusta sepoltura".

Ma mentre salvava vite umane, il Colonnello Calcagni stava andando incontro "ad un avversario invisibile e inaspettato. Il nemico che ho incontrato era proprio nell’aria che stavo inalando. Polveri sottili di metalli pesanti derivanti dall'esplosione di munizioni con uranio impoverito, facilmente inalabili e altre sostanze tossiche che hanno invaso e modificato il mio Dna".

“Il mio corpo è diventato una discarica di metalli pesanti generati proprio dall’esplosione delle bombe con uranio impoverito che i “nostri” alleati Americani hanno utilizzato per bombardare la ex Jugoslavia appena prima del nostro intervento nei Balcani come Forza Multinazionale di pace, sebbene la “mission” internazionale del nostro Paese sia fondata sull'opzione non violenta e che dovrebbe rispettare l’articolo 11 della Costituzione: «Ripudiamo la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»”.

Certo: non è il più disabile tra i disabili. “Ma la mia è una storia differente, non più drammatica, né più meritevole di altre, ma diversa. Non la storia di una ferita evidente, di una mutilazione. Il mio corpo non ha menomazioni che catturano lo sguardo. Nessun nemico mi ha ferito in battaglia, nessun attentato mi ha colpito”.  

L’avversario invisibile c’è l’ha dentro: l’Mcs che quello stesso Stato per cui sorvolava i Balcani (tra le bombe) ancora non riconosce, relegando la sindrome immunoneurotossica tra le malattie rare, nonostante le diagnosi in ascesa. “In realtà il nemico l’avevo incontrato eccome e mi aveva ferito senza che me ne accorgessi”. “Ha avuto tutto il tempo per devastarmi per sempre. L’uranio impoverito, i metalli pesanti li ho respirati durante le ore di volo sulle zone di guerra, mentre contribuivo a salvare vite umane. La contaminazione si è lentamente insinuata in tutti gli organi del mio corpo. Un nemico subdolo che mi ha profondamente minato dall’interno ogni singola cellula e che, giorno dopo giorno, si è impossessato di me con conseguenze devastanti”.  

Solo nel 2005 viene accertato dalle Commissioni Mediche Militari il nesso causale tra la sua malattia e l'esposizione all’uranio impoverito. Nel 2007, "mi riconoscono un'invalidità permanente del 100%, concedendomi il Distintivo d'Onore di Ferito in Servizio ed il Distintivo d'Onore di Mutilato in Servizio. Il 19 marzo 2009, il Ministero della Difesa ha poi disposto la mia iscrizione nel Ruolo d'Onore, un atto dovuto in ragione della mia malattia riconosciuta conseguenza diretta della causa di servizio contratta durante la missione internazionale nei Balcani".  

"Non siamo mai stati informati- sottolinea- che i nostri alleati avevano utilizzato, in quelle zone, armamenti non convenzionali che potevano generare gravissime malattie. Io, come tanti miei colleghi, sono partito senza alcuna protezione indossando la normale divisa e i guanti da pilota. I militari americani, invece, erano ben protetti da maschere, tute, guanti e talvolta respiratori a circuito chiuso".

I primi sintomi derivati da quell'esposizione arrivarono nel 2002. "Ho iniziato a non sentirmi più bene, a non essere più in grado di portare a termine le gare di ciclismo, nazionali ed internazionali, che facevo. Decisi quindi di sottopormi a degli accertamenti e gli esiti furono inimmaginabili. Per me da quel momento è iniziato un calvario di sofferenze che non è mai più cessato".

Tra le tante gravi patologie riscontrate, con compromissione severa di molti organi vitali, mi è stata diagnosticata anche la Sensibilità Chimica Multipla. Negli ultimi anni si è sviluppata una malattia multi-organo, intaccando quasi tutti i miei organi, aggravata dalle diagnosi di cardiopatia tossica da metalli pesanti e dalla malattia neuro-degenerativa, cronica, progressiva e irreversibile. Mi sottopongo a terapie quotidiane massacranti: ogni mattina faccio circa 4-5 ore di flebo, sette iniezioni di immunoterapia, prendo oltre 300 pillole tra colazione, pranzo e cena, devo respirare per almeno 18 ore con l’erogatore di ossigeno, mentre durante la notte resto collegato al ventilatore polmonare, poi eseguo plasmaferesi, sauna ad infrarossi per almeno 30 minuti al giorno, per non parlare delle frequenti setticemie, causate dall’infezione del catetere venoso che mi è stato impiantato, e dei numerosi interventi chirurgici".

Calcagni, nonostante le innumerevoli malattie e le terapie così invasive, non si è dato per vinto e ha fatto della sua più grande passione, lo sport, non solo la sua ragione di vita, ma anche la sua più importante terapia. "Mi fa sentire meglio, si attenuano i dolori causati da una forma di sclerosi multipla e dal Parkinson: è una malattia neurologica autoimmune, che proprio grazie allo sport riesco a contrastare e rallentare. Basta pensare che se non mi alleno per più di due giorni, tutta la muscolatura si irrigidisce e non riesco neanche a camminare. Per questo vado in bici ogni giorno per ore".

Calcagni, già atleta agonistico prima della malattia, è così diventato anche un punto di riferimento dell'agonismo paralimpico italiano: "Nel ciclismo avevo vinto oltre 300 gare a livello Nazionale ed Internazionale. Indimenticabile la vittoria della gran fondo internazionale "Rieti-Terminillo" nel 2001: subito dopo il via, mi avventurai in una lunghissima fuga solitaria di circa 180 km, tagliando il traguardo con un vantaggio di oltre 19 minuti sul gruppo degli inseguitori e realizzando il record della manifestazione. Nel 2014, ho iniziato una nuova avventura sportiva nel mondo Paralimpico e nel Gruppo Sportivo Paralimpico della Difesa vincendo sin dal debutto numerose gare internazionali, tra cui due medaglie d'oro in coppa del mondo di ciclismo paralimpico nel 2015 e tre medaglie d'oro agli Invictus Games nel 2016 a Orlando, in Florida, due nel ciclismo ed una nel canottaggio".  

Sensibilità Chimica Multipla (Mcs) da uranio impoverito e nanoparticelle varie (“tutta schifezza, ma la terapia chelante e disintossicante che faccio in Inghilterra tre volte l’anno, funziona”), più altre diagnosi neurodegenerative, Parkinson e gravi ripercussioni multiorgano su cuore, reni, midollo e polmoni. L’hanno dato per morto, per tracce di Mesterolone Metabolita da farmaci salvavita anche dopato, ma negli Invictus Games 2016 giochi internazionali sportivi per reduci di guerra invalidi, Calcagni correrà sotto lo sguardo di Obama e del principe Harry, due ruote su gara in linea e cronometro ad Orlando, fino al 12 maggio, guarda caso Giornata Mondiale dell’Encefalomielite Mialgica, Fibromialgia e Sensibilità Chimica Multipla (fiocchetti viola nelle piazze italiane). “Sono minato dal mio ‘nemico invisibile’, ma lo sport mi sostiene. La causa? I metalli pesanti sotto forma di detriti: piombo, mercurio, ferro, rame, acciaio e alluminio nel corpo”.

Calcagni non s’arrende, è pronto pure a far da testimonial, l’atleta che ci mette la faccia per il riconoscimento della sensibilità chimica nonostante le innumerevoli malattie e le terapie così invasive, non si è dato per vinto e ha fatto della sua più grande passione, lo sport, non solo la sua ragione di vita, ma anche la sua più importante terapia. "Mi fa sentire meglio, si attenuano i dolori causati da una forma di sclerosi multipla e dal Parkinson: è una malattia neurologica autoimmune, che proprio grazie allo sport riesco a contrastare e rallentare. Basta pensare che se non mi alleno per più di due giorni, tutta la muscolatura si irrigidisce e non riesco neanche a camminare. Per questo vado in bici ogni giorno per ore".





 

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