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Venerdì, 21 Gennaio 2022

Le colpe della politica sui terremoti

Non basteranno giorni. Ci vorranno anni», ammonisce il vescovo di Rieti Domenico Pompili nella sua omelia durante i funerali delle vittime dello sisma. Si riferisce alla ricostruzione del paese, che dovrà evitare «querelle politiche» e «sciacallaggi» per restituire alla vita «la bellezza di cui siamo custodi». Ma anche alla ferita profonda che il sisma (o meglio le «opere dell'uomo», ricorda ancora il vescovo, perché «Dio non può essere un capro espiatorio») ha inferto a questa piccola comunità.

Il giorno dopo i funerali solenni ad Amatrice, epicentro del terremoto che ha sconvolto il Centro Italia, continuano le indiscrezioni sulle "colpe" dell'uomo. 

Sull'adeguamento sismico dell'hotel Roma, secondo i primi rilievi dei tecnici nella zona, emergono nuovi dubbi. Come scrive Il Fatto quotidiano citando un tecnico intervenuto sul posto, "le colonne erano troppo sottili e contenevano pochissimo ferro, quattro cavi ogni colonna. Inoltre erano prive delle staffe che per legge dovrebbero essere poste una ogni 10-20 centimetri (a seconda delle normative). Infine, sul posto, si è potuto accertare che il cemento utilizzato era povero visto che si è sbriciolato lasciando in evidenza i cavi di ferro".

Il Fatto Quotidiano scrive che il 30 gennaio 1998 fu un'ordinanza dell'allora ministro dell'Interno Giorgio Napolitano a stabilire che gli edifici pubblici e i luoghi di culto distrutti dal sisma del 1997 potevano essere soltanto "ripristinati", senza interventi strutturali in grado di aumentare la sicurezza antisismica. Gli interventi messi in opera, dunque, erano solo dei "palliativi". O, in altre parole, dei "cosmetici".

"Dai documenti dell’epoca - si legge al quotidiano il Giornale - emerge quindi che i commissari e il comitato tecnico-scientifico chiamati a scrivere il piano di interventi finanziato dallo Stato con oltre 70 milioni di euro (per la sola provincia di Rieti) si sono limitati a mettere in pratica una decisione politica. E’ stata la politica a preparare il disastro, fissando paletti così laschi che ora appare difficile contestare qualcosa a enti attuatori, imprese che hanno eseguito i lavori – a meno che non li abbiano fatti male o con materiali scadenti – e collaudatori".

In pratica in una zona sismica si mettevano solo delle pezze agli edifici senza pensare ai rischi sismici.

L’ordinanza del Viminale, firmata da Napolitano, è la 2741 del 30 gennaio 1998. All’articolo 2 il documento disponeva che “i commissari delegati (…) predispongono, entro 60 giorni dalla data di pubblicazione della seguente ordinanza in Gazzetta ufficiale, un piano per gli interventi urgenti volti al ripristino delle infrastrutture, delpatrimonio culturale, degli edifici pubblici di competenza della Regione e degli Enti Locali, nonché degli edifici di cultodanneggiati”. Il comma 5 dell’articolo 1 specifica che si trattava degli “interventi necessari al recupero, con miglioramento sismico, degli edifici pubblici e privati”. Nei mesi precedenti, altre ordinanze avevano disposto che anche le strutture di Umbria e Marche danneggiate dal terremoto fossero sottoposte solo a “miglioramenti”.

Come spiega al Fattoquotidiano.it Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, “miglioramento sismico è qualunque intervento il progettista definisca tale. Anche se non aumenta sicurezza". In altre parole si tratta di una definizione molto generica. Qualunque intervento il progettista dichiari essere di miglioramento viene accettato come tale. Può trattarsi della sostituzione di una piattabanda (la parte superiore di porte o finestre, ndr) di legno con una in ferro, dell’inserimento di tiranti in acciaio che bloccano i due lati del tetto o di catene. Interventi che in alcuni casi, intendiamoci, migliorano di molto la sicurezza. Ma non è detto".

Tutto dunque è stato fatto nel (formale) rispetto della legge. Ma, evidentemente, non del buon senso.

All'indomani del terremoto del 6 aprile 2009, secondo il quotidiano il Giornale proprio come sta accadendo ora tra Ascoli e Rieti, cominciò a spirare un potente vento giustizialista e non solo tra chi aveva legittimamente diritto a chiedere conto delle morti. La Procura dell'Aquila avviò duecento fascicoli di inchiesta sui crolli. A distanza di sette anni, i dibattimenti che risultano effettivamente aperti sono solo 19 e le condanne una manciata. Ci sono poi altri processi collaterali, come quello contro la Commissione Grandi rischi, terminato con una sola condanna.

Sono due i casi clamorosi secondo il quotidiano che hanno condotto a condanne definitive. Per i ragazzi morti alla Casa dello studente sono stati ritenuti colpevoli tre tecnici che eseguirono un restauro e il presidente della commissione di collaudo. Per il crollo del Convitto nazionale dell'Aquila, sotto le cui macerie morirono tre studenti, è stato condannato a 30 mesi un ingegnere della Provincia, ma in carcere è finito solo il povero preside Livio Bearzi, che in quell'edificio viveva con la sua famiglia, incolpato di «aver omesso di valutare l'enorme pericolo incombente» e non aver evacuato preventivamente l'edificio. Un caso umano, che ha spinto anche una richiesta di grazia e si è presto tramutato in servizi sociali per Bearzi. Tutti assolti in Cassazione invece per uno dei crolli più letali, quello dell'edificio di via XX Settembre, che provocò nove vittime.

Bearzi non è l'unico caso umano tra i condannati. Ci sono anche un 80enne e un 84enne, accusati di aver conferito l'incarico di direttore dei lavori di restauro di un palazzo nel quartiere di Pettino a un geometra anziché a un ingegnere: quattro anni di carcere, nonostante il palazzo abbia retto al sisma dando modo a tutti gli inquilini di salvarsi e sia crollato solo dopo nove giorni. Ed è stato invece prosciolto il geometra. 

Ci sono poi tecnici che hanno dovuto combattere anni in tribunale. Come l'ingegner Diego De Angelis. Fu processato per il crollo di un palazzo di cui aveva curato gratis il restauro del tetto. Era il condominio in cui viveva e in quel disastro morì la figlia Jenny. Sette anni con il tormento per la perdita e per le accuse infamanti per poi essere assolto in Cassazione. «In una città come L'Aquila, con un sisma così forte molti crolli erano inevitabili - dice Gianluca Racano, avvocato aquilano che ha seguito alcuni processi - ma concentrare tutte le energie sulla caccia al colpevole è fuorviante, il problema della cultura anti sismica è politico».

 

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