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La vicenda Montecarlo non è chiusa

casa fini montecarlo (ansa)

 

La vicenda Montecarlo non è chiusa. Su Gianfranco Fini pende ancora il giudizio del tribunale di Roma che potrebbe rinviarlo a giudizio per truffa aggravata insieme all'ex tesoriere di An Francesco Pontone. Il gip del tribunale di Roma, Carlo Figliolia, ha scelto di non archiviare immediatamente ma sì è riservato di decidere sulla vendita della casa di Alleanza nazionale a Montecarlo.

I tempi Il procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani ha sollecitato ancora la posizione della procura. L’avvocato Mara Ebano, che assiste i due esponenti della Destra che con la loro denuncia hanno dato il via all’inchiesta, il consigliere regionale Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, ha spiegato: "La decisione arriverà entro le prossime settimane". Nell’inchiesta sono indagati sia il presidente della Camera sia l’ex tesoriere di An. All’attenzione del giudice, nella scorsa udienza del 2 febbraio, è stata depositata una videoregistrazione dell’intervista rilasciata al Tg1 e trasmessa il 28 gennaio scorso, dall’immobiliarista residente a Montecarlo Luciano Garzelli. "Ma sono tante le testimonianze e le carte che spiegano cosa è successo e perché" ha detto Buonasorte.

Il ruolo dei Tulliani Giancarlo Tulliani e sua sorella Elisabetta, la compagna di Fini, si sono interessati direttamente della ristrutturazione dell’immobile di Boulevard Princesse Charlotte. Il penalista Giuseppe Consolo, che insieme con Francesco Compagna, difende Fini, ha spiegato: "Il rappresentante della procura ha spiegato le ragioni per cui questa vicenda va archiviata".

Il ricorso in sede civile L’avvocato Di Andrea ha invece sottolineato: "Il nostro impegno andrà avanti comunque. Lo stesso procuratore Laviani ha detto oggi, secondo noi, che c’è spazio per iniziative al tribunale civile". Buonasorte ha poi spiegato: "Tulliani andava almeno ascoltato. E invece è tutto rimasto nel dubbio a nostro parere. Il dato certo è che Fini pensava di risolvere la cosa in 24 ore e invece siamo ancora qui a discutere di questa vicenda".

Il leader della Lega Nord Umberto Bossi è d'accordo con la richiesta della maggioranza di sollevare il conflitto di attribuzione alla Camera sul caso Ruby. Fini chiede un approfondimento alla Giunta per il Regolamento. Alfano: non ho scritto ne' letto la richiesta del conflitto di attribuzione della Camera. Cicchitto: Fini investa l'aula. Casini: presidente Camera non si faccia condizionare da antipatie e simpatie. Napolitano: non posso dire ai giornali cosa scrivere. Ruby da Vienna: sono una ragazza normale, da Berlusconi ho ricevuto solo del bene.
Di fronte al conflitto di attribuzione sul caso Ruby, sollevato ieri dal centrodestra, il presidente della Camera "si deve comportare come la moglie di Cesare", non facendosi "guidare dalla sua antipatia o simpatia verso Silvio Berlusconi". Lo dice Pier Ferdinando Casini parlando nel Transatlantico di Montecitorio. Per il leader dell'Udc, Gianfranco Fini deve quindi prendere in considerazione "i regolamenti, le carte, i precedenti", senza condizionamenti

I capigruppo di maggioranza, Fabrizio Cicchitto, Marco Reguzzoni e Luciano Sardelli hanno inviato al presidente della Camera, Gianfranco Fini, una lettera nella quale chiedono di sollevare conflitto di attribuzioni fra i poteri dello Stato ''a tutela delle prerogative della Camera''.

I capigruppo della maggioranza chiedono, tra l'altro, di sollevare conflitto di attribuzioni per ''l'assoluta infondatezza ed illogicita' dei capi di imputazione''. ''All'Organismo parlamentare - si legge nella lettera trasmessa a Fini - non puo' essere sottratta una propria autonoma valutazione sulla natura ministeriale o non ministeriale dei reati oggetto di indagine giudiziaria. Ne' tantomeno ove non condivida la conclusione negativa espressa dal Tribunale dei ministri - la possibilita' di sollevare conflitto d'attribuzioni davanti alla Corte costituzionale - assumendo di essere stata menomata per effetto della decisione giudiziaria, della potesta' riconosciutale dall'Articolo 96 della Costituzione''. Nella lettera, firmata da Cicchitto, Reguzzoni e Sardelli, si parla anche di ''superficialita''' che sarebbe stata dimostrata dai magistrati di Milano. La richiesta di sollevare conflitto e' infatti nei confronti della Procura e del gip di Milano che, per il caso Ruby, hanno imputato al premier i reati di concussione e prostituzione minorile.
Dopo l'attacco di Silvio Berlusconi allo staff del Quirinale, accusato di intervenire "puntigliosamente su tutto", resta alta la tensione fra Palazzo Chigi e il Quirinale. Giorgio Napolitano, come ha fatto sapere sabato, all'atto della promulgazione del decreto milleproroghe, è solo parzialmente soddisfatto delle modifiche apportate in accoglimento delle sue osservazioni e attende che l'esecutivo adotti alcuni "opportuni correttivi". Le correzioni più attese riguardano la proroga del divieto di incroci proprietari tra tv e giornali e l'eliminazione dell'anatocismo. Correzioni dettate, la prima, da un ordine del giorno approvato dalla Camera, la seconda da un ordine del giorno accolto dal governo.

I magistrati di Milano decidendo di continuare ad occuparsi del 'caso Ruby' nonostante la Camera si fosse pronunciata per la competenza del tribunale dei Ministri, avrebbero leso le prerogative dell'assemblea di Montecitorio e avrebbero dato della disciplina vigente ''un'interpretazione scorretta''. E' quanto si legge nella lettera scritta dai capigruppo di maggioranza alla Camera Fabrizio Cicchitto, Marco Reguzzoni e Luciano Sardelli che l'Ansa e' in grado di anticipare.

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