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Sarà presentato venerdì 22 maggio, alle ore 15, in un webmeeting che si terrà in Zoom, il Rapporto della Fondazione Farefuturo su come la Cina agisce per sottomettere l’Italia, con quali “armi”, con quali connivenze e con quali obiettivi.

Interverranno Giulio Terzi, Laura Harth e gli altri autori del documento, insieme con esperti di geopolitica, parlamentari, ambasciatori, giornalisti e imprenditori.
Introdurrà Adolfo Urso, vicepresidente del Copasir.
Saranno presenti, tra gli altri, anche i parlamentari Raffaele Volpi, Lega, presidente Copasir; Enrico Borghi, PD; Lucio Malan ed Enrico Aimi, Forza Italia; Antonio Zennaro, Cinque Stelle; Carlo Fidanza e Andrea Del Mastro, Fratelli d’Italia.

Il rapporto, curato da Giulio Terzi e Laura Harth, sarà presentato nello stesso giorno in cui a Pechino si apriranno i lavori dell’Assemblea nazionale del Popolo che dovrebbe rivendicare la “vittoriosa battaglia” contro il coronavirus del regime comunista.

“Purtroppo, la realtà è ben diversa - rileva il presidente di Farefuturo, Adolfo Urso - e, come documenta il nostro Rapporto, chiama direttamente in causa proprio la responsabilità del Partito comunista cinese nella drammatica diffusione della pandemia in Italia e nel mondo. La vicenda del coronavirus è emblematica di quale sia la natura del regime e di come vi sia ormai una acquiescenza negli organismi internazionali, in tal caso innanzi tutto della Organizzazione Mondiale della Sanità, e le modalità di condizionamento in diversi Stati, persino in alcuni che aderiscono alla Alleanza Atlantica”.

Il Rapporto di Farefuturo evidenzia come negli ultimi anni, l’attenzione all’interno dei Paesi democratici verso le iniziative di regimi autoritari volte a minare la stabilità, nonché i principi e i valori costituzionali, delle democrazie liberali è cresciuto esponenzialmente, in particolare oltreoceano, ma anche nell’Unione europea. Ne sono testimoni le ormai innumerevoli pubblicazioni internazionali che mirano innanzitutto a fare luce sulla natura di tali regimi, i loro obiettivi e le tattiche impiegate, al fine di istruire il dibattito politico e pubblico circa tali temi.

Considerata la dichiarata ambizione egemonica della Repubblica popolare cinese, e la particolare esposizione della Repubblica italiana nei confronti del Partito comunista cinese in un quadro di crescente tensione internazionale, il Rapporto di Farefuturo fornisce una serie di elementi con lo stesso obiettivo quindi di creare innanzitutto conoscenza e dibattito, che saranno poi oggetto del dibattito  durante la presentazione con esperti di geopolitica, ambasciatori e opinion makers, in un confronto a cui sono stati invitati parlamentari di tutte le forze politiche, di maggioranza e opposizione.

A tal fine, questo rapporto - una prima assoluta in lingua italiana - raccoglie delle sintesi di contributi internazionali autorevoli nonché dichiarazioni aperte del regime cinese stesso circa l’opera del Partito comunista cinese di rovesciare i principi e i valori sottostanti le nostre democrazie occidentali, e le varie armi impiegati nel conseguimento di tale obiettivo anche nel nostro Paese. Dal quadro presentato emerge chiaramente quanto Pechino cerchi attivamente di utilizzare le nostre stesse risorse nazionali - i settori economici, tecnologici e strategici, il mondo politico e culturale, e i mass media - non solo per censurare le critiche nei suoi confronti, ma anche per creare una dipendenza sempre maggiore con dei risvolti concreti di sinesizzazione anche del nostro sistema Paese stesso, che mettono a rischio il posizionamento della Repubblica italiana all’interno delle alleanze storiche.

Il rapporto inoltre dedica particolare attenzione al capitolo legato alla pandemia del COVID_19, in quanto abbia reso visibile le incongruenze del regime cinese circa la gestione della crisi e il suo rapportarsi con la comunità internazionale, nonché la sua forte pressione di censura nei confronti di istituzioni nazionali e internazionali. Dalle varie ricostruzioni e contributi contenuti in questo rapporto, emerge un evidente quadro di tentativo di insabbiamento circa lo scoppio e la gestione della pandemia, in violazione delle International Health Regulations e dei Trattati sul Global Health. Inoltre, continua il rifiuto netto di Pechino di aprire ad una vera indagine internazionale e indipendente circa le origini del virus, opera essenziale per evitare simili scenari futuri con impatto devastante sulla popolazione e l’economia mondiale. Come ha rivelato il Rappresentante dell’OMS in Cina il 1° maggio scorso, tutt’ora l’organizzazione creata a tutela della salute mondiale è esclusa dalle indagini nazionali in corso all’interno della Repubblica popolare.

Secondo gli autori del Rapporto, Giulio Terzi e Laura Harth, “L’istituzione di una vera Commissione Internazionale di Inchiesta su origine e modalità di diffusione della pandemia è un dovere per tutta la Comunità Internazionale, una responsabilità per i Governi degli Stati colpiti nei confronti dei loro cittadini, e per lo stesso Governo cinese. Se non vuole essere soltanto simulacro a ulteriori fini propagandistici, tale indagine andrebbe svolta in modo veramente imparziale e tempestiva, e non come attualmente proposta dall’Ams, con bene placet del Presidente Xi Jinping, come un’indagine effettuato dall’Oms sull’operato dello stesso Oms. Organizzazione che, come dimostrato in questo rapporto, ha contribuito in modo significativo alle operazioni di insabbiamento e propaganda da parte di Pechino”.

Pertanto, la Fondazione Farefuturo ritiene che “il fatto che Pechino sia riuscito a capovolgere la richiesta internazionale di una vera e propria indagine tempestiva nelle origini e la gestione della crisi dimostra ancora una volta che quanto descritto in questo rapporto circa la sua opera di minare le regole internazionali, imponendo un sistema con “caratteristiche cinesi”, ha messo e continuerà a mettere in pericolo la salute e la vita della popolazione mondiale. Va ribadito con urgenza la necessità di una vera Commissione internazionale d’Inchiesta, che possa agire in modo tempestivo anche sul territorio cinese per accertare tutte le responsabilità sull’origine e la gestione della crisi.”  

«Escludere le seconde case dal cosiddetto super ecobonus non è solo un errore. Si tratta di un vero e proprio inasprimento fiscale. Meglio sarebbe se il Governo si limitasse a provvedimenti più semplici ed efficaci come la pace fiscale per un anno. Detassare le secondo case, inoltre, significherebbe far ripartire quei Comuni che vivono di turismo».

E’ quanto dichiara il prof. Sandro Simoncini, urbanista e docente a contratto di economia delle imprese all’Università Uninettuno

«La norma sull’ecobonus – continua Simoncini - è contorta: da una parte esclude le unità unifamiliari che non siano abitazione principale, dall’altra agevola le seconde case inserite in condominio. E qui si apre il capitolo delle seconde case bifamiliari che potrebbero essere considerate inserite in condominio. Ma le interpretazioni potrebbero essere le più disparate».

«Insomma – conclude Simoncini – sembra proprio che ogni decreto emanato dall' Esecutivo, oltre a non sortire gli effetti desiderati di rilancio del Paese, sia un contributo alla confusione e all’inasprimento burocratico, mentre aziende e cittadini sono sempre più angosciati da un futuro incerto».

In questi giorni si è sentito e scritto di tutto sulla cooperante ragazza milanese che è stata liberata dopo diciotto mesi di prigionia in Africa. Spesso i talk show sull'argomento finiscono in gazzarra come ieri sera nello studio di“Non è l'Arena” da Massimo Giletti su La7. Tra i giornali, siti online che ho potuto consultare ho trovato molto interessante due studi seri ben documentati pubblicati sul sito del “Centro Studi Rosario Livatino”. Il primo (Il problema irrisolto è il terrorismo, 15.5.2020) firmato da Alfredo Mantovano, magistrato ed ex sottosegretario agli Interni; il secondo (Trattativa: Stato-Mafia No, Stato-terrorismo Si? 16.5.2020) da Domenico Airoma, magistrato, procuratore aggiunto presso il Tribunale Napoli Nord.

Nel primo intervento Mantovano analizza la vicenda Romano impostando il suo ragionamento su tre livelli di approfondimento. Nel 1° il magistrato sostiene che si dà per scontato che il Governo abbia corrisposto un riscatto e che sia finito nelle casse di al-Shabab, appartenente al network di al-Queda, e che controlla le aree nelle quali sono avvenuti sia il rapimento che la liberazione. Il ministro degli Esteri nega che sia stato pagato il riscatto. Tuttavia secondo Mantovano come minimo il presidente del Consiglio dovrà dare spiegazioni in Parlamento, o meglio al Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) che fornirebbe le adeguate garanzie di riservatezza, per evitare di compromettere eventuali informatori e collaboratori in territori difficili. Questa sarebbe la formula più corretta per riferire gli snodi salienti del caso e non quella di trasmetterli ai media.

Un secondo livello da chiarire è se, come hanno riferito le fonti mediatiche, il  il prezzo del riscatto è stato ripartito fra bande criminali che hanno gestito taluni momenti della detenzione della giovane e l’organizzazione al-Shabab.

A questo punto sembra lecito domandarsi se l’Italia ritiene che la questione sia del tutto conclusa, oppure «sarebbe interessante sapere se il Governo italiano intende proporre una collaborazione ai Governi somalo e keniota per limitare l’operatività di questo gruppo criminale, che sarà senza dubbio incrementata dalle risorse ricevute».

Poiché è certo che il denaro ricevuto per la liberazione di Silvia Romano servirà ad al-Shabab per acquistare più armi, compiere più attentati, e organizzare nuovi sequestri di persona e di navi, in una zona marina di rilevante interesse economico, è importante puntare l'attenzione sul gruppo terroristico Al-Shabaab, che si finanzia principalmente con sequestri di persona ma anche di imbarcazioni nel mare di Somalia. Tra i tanti assassinii è utile ricordare l'eccidio presso l'Università di Garissa in Kenia, il 2 aprile 2015, dove furono massacrati uno per uno148 giovani universitari, dopo la prova di recitazione del Corano: fu tagliata la testa di chi non lo conosceva a memoria.

Mantovano critica l'atteggiamento mediatico e politico, che fa intendere che il terrorismo islamista si sia concluso: da una parte perchè non ci sono più attentati nelle città europee e occidentali, dall'altra perchè lo Stato Islamico (Isis) ha subito una serie di sconfitte nei territori nei quali si era radicato, fra Siria e Iraq settentrionale.

«Ma questo al più segnala la superficialità delle reazioni mediatiche, non già la scomparsa del fenomeno, che peraltro ha continuato a far registrare attentati e omicidi in zone lontane dagli occhi, e quindi dal portafoglio e dal cuore: a chi interesseranno mai i conventi distrutti e i religiosi annientati in Siria, o le giovani di fede cristiana rapite, stuprate e uccise da Boko Haram in Nigeria, o le chiese fatte esplodere in Sri Lanka o in Egitto?».

E' bastato il sequestro e la liberazione della giovane cooperante italiana per mostrare che il fenomeno terroristico esiste ancora, «è triste che polemiche e contrasti ruotino attorno a lei, e non affrontino in modo chiaro e diretto la questione vera, che è quella della persistente operatività di organizzazioni terroristiche islamiche, sol perché queste ultime al momento non hanno la forza, o la convenienza, di attaccare in Occidente».

E' importante per Mantovano che il governo, la politica italiana non si ritenesse appagata dalla liberazione della ragazza.

Infine il 3° livello, Mantovano ricorda che a proposito di sequestri e riscatti, nel nostro ordinamento giudiziario esiste una legge, la n. 82/1991, che stabilì: a) l’obbligo del «sequestro del beni appartenenti alla persona sequestrata, al coniuge, e ai parenti e affini conviventi»; b) la facoltà del blocco dei beni nei confronti di «altre persone» se vi fosse stato il «fondato motivo di ritenere che tali beni» potessero essere utilizzati «direttamente o indirettamente, per far conseguire agli autori del delitto il prezzo della liberazione della vittima».

Tutto questo per debellare anni di sequestri di persona a scopo di estorsione – oltre 450 fra il 1970 e il 1990 -, consumati fra Calabria, Sardegna e Lombardia. Anni drammatici, soprattutto per i familiari, ma alla fine fu la carta vincente.

Certo Mantovano è consapevole che non sono la stessa cosa l’ordinamento interno di uno Stato come l’Italia, che è in grado di controllare il proprio territorio, un conto è muoversi all’estero, in aree ostili, avendo a che fare con autorità locali non sempre affidabili, comunque deboli. «Nonostante questo, - scrive Mantovano - riesce difficile spiegare perché se una persona è sequestrata in Italia la prima risposta dello Stato è il blocco dei beni dei suoi familiari – una misura dura, che mostra un volto delle istituzioni in apparenza ostile -, e se invece è sequestrata fuori dai confini nazionali il medesimo Stato impiega sue proprie risorse per liberarla: il sistema andrebbe riportato a coerenza».

Il magistrato conclude che non ha senso oggi infierire su una ragazza giovane e provata, le cui scelte nei 18 mesi di prigionia è verosimile che siano state forzate. Ma per la onlus per la quale ella era presente nella zona del rapimento (“Africa Milele onlus”) il discorso è diverso.  Su Corriere della sera del 12 scorso Gianfranco Cattai, presidente di Focsiv, federazione di 87 onlus di cooperazione e volontariato internazionale, ha affermato che nessuna delle nostre associazioni avrebbe fatto partire una ragazza sola e per giunta diretta in un Paese con tensioni interne come il Kenia.

 

Sono 902.804 i beni recuperati nell’anno passato dai Carabinieri del comando di piazza S. Ignazio, alle dirette dipendenze del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, che oggi conta trecento unità fra i quindici nuclei più una sezione sparsi lungo lo Stivale, il reparto operativo ubicato a Trastevere in via Anicia e i vari uffici, che gestiscono fra l’altro la banca dati più antica ed estesa al mondo (quasi 1.300.000 files di opere da ricercare). È un numero che porta a circa tre milioni i beni resi al pubblico o ai legittimi proprietari in mezzo secolo di storia di questa Unità specializzata.

«L’Italia -afferma il ministro Franceschini- è il Paese che per primo ha investito con convinzione nella tutela e nella salvaguardia del patrimonio culturale. Un lavoro quotidiano e capillare da parte degli uffici e delle soprintendenze del Mibact a cui si affianca l’attività silenziosa e preziosa dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale che sono un’eccellenza italiana riconosciuta in tutto il mondo.

Gli ultimi dati dell’attività operativa mostrano risultati molto importanti di cui dobbiamo essere orgogliosi».

La maggior parte dei recuperi del 2019 riguarda il settore antiquariale, archivistico e librario (857.003); a seguire vi sono i reperti archeologici, paleontologici e numismatici provenienti da scavi clandestini (45.801). Per quanto attiene alla contraffazione, sono 1.083 le opere sequestrate: falsi di arte contemporanea – ma non solo – che, qualora immessi sul mercato, avrebbero fruttato alle organizzazioni criminali quasi 200 milioni di euro.

Fra le opere più importanti tornate a casa, un ritratto di Lorenzo Lotto rubato nel 1976 a Firenze e una Madonna del Pinturicchio asportata a Perugia nel 1990. Numerosi i beni rimpatriati a seguito di indagini, rogatorie e interventi della “diplomazia culturale”, come un rilievo dei Della Robbia rientrato dal Canada e il Vaso di fiori del fiammingo Van Huysum che, trafugato nel corso della Seconda guerra mondiale, era rimasto da allora in Germania. Fra le opere di sospetta falsità tolte dal mercato spiccano vari dipinti attribuiti a Modigliani, ma il fenomeno ha colpito artisti di ogni epoca e stile, da Leonardo da Vinci a Giorgio De Chirico, da Andy Warhol a Michelangelo Pistoletto.

Ci sono queste e altre buone notizie, sul contrasto dei traffici d’arte, nella pubblicazione “Attività operativa 2019” edita dal Comando Carabinieri TPC. Registrano un decremento del 27,2% i furti in genere, che sono 345 a fronte dei 474 del 2018. Anche più sensibile il calo di quelli in danno della collettività: presso archivi - 50% (= da 16 a 8), biblioteche - 42,8 % (= da 21 a 12), luoghi di culto - 35,4% (= da 209 a 135), musei - 33,3% (= da 21 a 14).

Al contrario, come si leggerà in dettaglio nel documento, sono aumentati i risultati delle indagini e dei controlli in ambito nazionale: gli arresti e le denunce, le associazioni per delinquere perseguite, le sanzioni amministrative a salvaguardia del paesaggio elevate, in linea con l’articolo 9 della Costituzione.  

In più i carabinieri, forti di una tradizione di difensori del patrimonio comune che risale a Belisario e Raffaello e passa per Antonio Canova, Ugo Ojetti, Rodolfo Siviero e i tanti sovrintendenti alle Belle Arti attivi nell’ultima guerra, hanno dato un contributo anche fuori dai confini.

Lo hanno fatto sul piano investigativo, rintracciando in Italia opere sottratte all’estero, come i 594 dipinti ex voto restituiti al Messico e i 796 antichissimi reperti ridati alla Cina. Oppure attraverso la formazione, svolgendo corsi in Europa, Asia e Africa a favore di tanti partner internazionali. O ancora con l’assistenza sul campo, fornendo esperti in via permanente all’Iraq e, secondo l’esigenza, in altri territori. Giova ricordare che il MiBACT, d’intesa con l’UNESCO, ha originato nel 2015 su iniziativa del ministro Dario Franceschini “Unite4Heritage”: inedite task-force di funzionari italiani e carabinieri del TPC pronte a intervenire per la messa in sicurezza e la conservazione dei beni nei Paesi devastati da conflitti o calamità naturali.

Di particolare rilievo l’operazione “Achei” del 18 novembre, originata dal Nucleo TPC di Cosenza, che ha portato a 23 misure cautelari e 103 perquisizioni sul territorio nazionale, nel Regno Unito, in Francia, in Germania e in Serbia, con ingentissimi recuperi di reperti archeologici trafugati in Italia e all’estero. Le indagini hanno visto l’uso dei droni per l’individuazione degli scavi clandestini e si sono giovate del coordinamento e dello scambio informativo da parte di EUROPOL (sul piano investigativo) e di EUROJUST (sul piano giudiziario).  

Questo, in sintesi, il fatturato di un reparto che, come scrive il generale Roberto Riccardi nella sua introduzione al resoconto annuale, esiste «per restituire allo sguardo di tutti le meraviglie che la nostra civiltà ha prodotto nei secoli».  

Ma il 2019 è stato importante per un’altra ragione. Il Comando TPC ha celebrato al Quirinale il cinquantenario della fondazione, alla presenza del Capo dello Stato, con una mostra di capolavori recuperati fra i quali si citano la Triade Capitolina, il Cratere di Eufronio, la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca, una Sacra Famiglia del Mantegna, il Giardiniere di Van Gogh e il Cabanon de Jourdan di Cézanne. Per la ricorrenza sono stati realizzati un libro, una moneta, una serie di francobolli e ulteriori mostre. L’ultima dell’anno si è svolta in ottobre al quartier generale UNESCO di Parigi con una padrona di casa d’eccellenza, la direttrice generale Audrey Azoulay.      a

Premessa

Quanto dico qui di seguito vuole essere una testimonianza personale, magari imprecisa e manchevole, e una protesta da mettere insieme alle molte che in Italia si sono levate a proposito della negata apertura delle chiese per la celebrazione della Santa Messa; sono sicuro di averne diritto in quanto battezzato e cittadino italiano. A ciò aggiungo – al solito – di essere nato nella “prima metà del secolo scorso” e, quindi, trovandomi a percorrere la “terza” parte della esistenza, voglio esprimere la mia opinione mentre ancora me ne è lasciata la libertà.

Parto dall’episodio ormai famoso accaduto il 24-4-2020: il carabiniere che sale i gradini di un altare per interrompere la celebrazione della Santa Messa. Volgarità inaudita che ha fatto ridere mezzo mondo e che, forse, mai si era verificata dall’epoca dei Turchi assalitori delle nostre contrade (“All’armi! All’armi! La campana sona li Turchi su’ rruàti a la marina!” si cantava nel nostro Sud), neanche con le persecuzioni di Napoleone che pure aveva arrestato e deportato due papi o quelle dei governi massonico-liberali dopo l’unità d’Italia (1861) e la “liberazione” di Roma (1870) e nemmeno nel periodo della “barbarie nazi-fascista”. L’azione maldestra compiuta da un povero carabiniere mandato sull’altare è stata percepita da molti come emblema di una mentalità contraria e ormai diffusa nei riguardi non solo della Chiesa ma anche della Religione Cattolica; una percezione vieppiù rafforzata dopo le “aperture” concesse dal Governo a tante categorie e negate alle chiese per la celebrazione delle Sante Messe.

Che dire e che pensare oltre lo sbalordimento? Sicuramente quello manifestato dai “legislatori improvvisati” che siedono in Parlamento non è odio – ne sono convinto – ché questo è un sentimento terribile dell’animo umano ma, a suo modo, “intelligente” e i suddetti non credo siano capaci di averne. Forse hanno ascoltato suggerimenti occulti dai “superiori” che siedono sulla Piramide? Ma anche questa ipotesi non tiene perché i “superiori-suggeritori”, questi sì, sanno odiare la Religione ma con “intelligenza” e mai avrebbero commesso uno strafalcione di simile plateale portata. Quasi certamente si è trattato di una “dimenticanza” e in tal caso l’ “errore” a me pare ancora più interessante e, quindi, da meditare.

E infatti: se la “dimenticanza” è sortita d’improvviso (in latino si potrebbe dire “ex abundantia cordis”), cioè gli è sgorgata spontanea dal cuore senza che lor signori se ne siano neanche avveduti, essa dimostra la irrilevanza in cui nella vita pubblica italiana sono ormai tenuti i cattolici e la Chiesa e la stessa Religione. Ciò sbalordisce di più se pensiamo che in Italia ci sono chiese in tutti i quartieri di città e paesi e nelle campagne, segni secolari di quella che fu una grande civiltà e in parte lo è ancora, e, soprattutto, che esistono comunità di fedeli con tanti preti e religiosi – anch’essi cittadini italiani – che svolgono nelle “periferie” senza nulla chiedere e pretendere, un’opera materiale e spirituale indispensabile di aiuto ai “poveri” che il Mondo Moderno, più di prima, produce a milioni e rottama non sapendo cosa fare e come loro provvedere. Strano, poi, che questa “dimenticanza” sia partita da una compagine di Governo definita “buona” perché di Sinistra, a cui diversi chierici e  frequentatori di oratori e sagrestie guardano con simpatia e concedono voti.

Tutto ciò non contando, poi, gli ossequi e i salamelecchi al “santopadre” e gli inchini e i baciamano e i sorrisi e le foto insieme a Papa Francesco e la visibilità che Gli danno i “padroni” delle tv in tutti i telegiornali di mattino, mezzogiorno e sera,  riportandone le espressioni che più loro convengono; così – ma è solo un esempio – della citatissima “Laudato si’” (2015) viene regolarmente taciuto il paragrafo 120 che fra l’altro recita: “non è compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto”. Come è noto a tutti, la maggior parte degli adoratori/difensori della natura sono favorevoli all’aborto perfino “post-natale” (una volta si chiamava “infanticidio”!) e lo proclamano apertamente; appartengono alla stessa “famiglia” politica dei “legislatori” di cui sopra e quando questi confezionano “leggi” contro il Diritto Naturale e la Dottrina della Chiesa, applaudono frenetici per primi e, teleguidati, riempiono le piazze con bandiere e trombette per sostenerle.

Conclusione

Certo, appena possibile aggiusteranno le cose: contrapporsi, infatti, non giova a nessuno, né alla Chiesa né ai politici laicisti che mirano ai voti dei cattolici; non è bello scontrarsi in un mondo in cui tutti parlano di pace e il mieloso “volemosebbène” è il verbo più coniugato e sulla bocca di tutti; sicuramente un monsignore firmerà il “protocollo”, magari immaginandosi plenipotenziario di un “nuovo concordato” come quello del 1929, concederanno libertà e finalmente apriranno le chiese etc. etc. Ma, dopo tutto ciò che è accaduto, è opportuno che i cattolici tengano a mente  qualche lezione per il futuro: intanto sappiano di essere minoranza in una società ormai per lo più indifferente a qualsiasi religione.

La “scoperta” di essere minoranza non è recente, essa è calata “improvvisa” col referendum sul divorzio, nel 1974, dopo decenni di sonno tranquillo sotto le ali della Democrazia Cristiana, per antonomasia detto “partito cattolico” o “dei cattolici”; poi ci fu la conferma nel 1978 con la “legge” 194 che legalizzò l’aborto, cioè l’eliminazione di una vita umana prima di nascere, e il successivo referendum del 1981 a cui i cattolici giunsero frastornati, divisi e a  ranghi ridotti e – ovviamente – persero in modo ancora più rovinoso rispetto al 1974: del resto cosa potevano fare se non perdere, visto che al processo di quella “legge” avevano collaborato, e come, i democristiani stessi e – ironia della sorte! – erano stati costretti (Governo monocolore e Presidente della Repubblica) a firmarla e promulgarla?

Da allora l’assalto alla Famiglia naturale, pietra angolare di ogni società, non s’è più fermato fino al risultato attuale in cui, in teoria, essa non esiste più; infatti ne esistono altre, contraffazioni di quella vera; tutto ciò è avvenuto nonostante qualche “miracolosa” battuta di arresto come il referendum del 12/13 giugno 2005, quando, finita la Democrazia Cristiana, una forte maggioranza di elettori finalmente liberi, consigliati dal cardinale Ruini, non siamo andati a votare e clamorosamente abbiamo bloccato il progetto dei Radicali e della Sinistra unita che volevano fare un passo avanti cancellando la legge 40 (di passaggio, ricordo che i post-comunisti del Partito Democratico, a Rozzano, raccolsero le firme contro quella legge, da loro detta “intollerabilmente ingiusta”, “una brutta legge” perché metteva “a rischio la salute delle donne”, “un mostro partorito dal centro-destra” (v. VIVIROZZANO, ottobre 2004, pag. 4).

Ma il processo di demolizione è continuato col neopaganesimo montante e lo vediamo: “unioni” dette “civili”, “utero in affitto” con produzione dell’uomo in serie come le automobili, compravendita di corpi di donne e di bambini, padri e madri sconosciuti e figli orfani per legge, “matrimonio” omosessuale, diritti dei pedofili “non violenti” etc. etc.

Le bellissime chiese, costruite dalla fede dei nostri Padri, saranno sicuramente riaperte ma in un futuro e nel migliore dei casi rischiano di essere declassate a musei per turisti cino-giapponesi come molte nel Nord-Europa, da dove, è utile ricordare anche questo, nel 1517 è partita la “prima” Rivoluzione. Ecco perché, conoscendo bene tutto ciò, i nostri “bravi” legislatori si sono potuti permettere la “dimenticanza” di cui dicevo all’inizio: i cattolici “non compariscono”, hanno detto e pensato con Machiavelli, e noi non li calcoliamo.

Occorre prenderne atto per non farsi illusioni: la cultura di lorsignori si chiama “relativismo”, cioè assenza di principi a cui afferrarsi e da cui partire, una sorta di “nullismo” progressivo e in divenire dove tutto e il suo contrario devono avere diritto di eguale legittimazione e se qualcuno (a scuola, in piazza, al bar, con amici, sui giornali, in tv…) si permette di dissentire, diventa un reprobo e, peggio, un poveretto da compatire e irridere; essa è ormai una “dittatura” come la disse il cardinale Ratzinger nel 2005, quasi un avviso, alla vigilia della sua elezione a Pontefice, e molti dei giovinotti, “bocche-parlanti”, che fortunosamente sono finiti in Parlamento ne sono seguaci entusiasti, la propagandano e la impongono; si tratta di “figli” di quelli che fecero la Rivoluzione culturale del “Sessantotto”: a quell’epoca – sebbene dall’altra parte della barricata, io fui protagonista e quindi testimone oculare – sono state poste le basi di questa “dittatura” che di anno in anno diventa sempre più stringente.

Forse è il caso che i cattolici approfondiscano l’argomento e riflettano bene sulla “dimenticanza” e, magari, reagiscano per evitare che altre ne accadano in futuro!

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