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chernobyl_oggi

 

Sono passati 25 anni, ma ancora non e' chiaro quale sia il numero di persone uccise dal disastro nucleare di Chernobyl. Come rileva il 'New Scientist', gli studiosi non riescono a trovare un accordo sulle cifre.

Quello che si sa per cert e' che due persone morirono immediatamente per l'esplosione dell'impianto, e altre 29 in ospedale nei giorni seguenti. Ma l'impatto a lungo termine delle radiazioni e' piu' difficile da quantificare.
Vent'anni fa John Gittus della Royal Academy of Engineering fece una previsione di circa di 10mila morti, ma oggi alcuni gruppi ambientalisti parlano di numeri a sei cifre. ''Le uniche morti stabilite con sicurezza - spiega Wade Allison dell'universita' di Oxford - sono quelle di 28 persone per la sindrome da radiazioni acute e 15 casi fatali di bambini con cancro alla tiroide''.

Jim Smith, fisico ambientale dell'universita' di Portsmouth, preferisce riferirsi a uno studio del 2006 dell'Agenzia internazionale per la ricerca sul
cancro di Lione, che ha previsto che il disastro di Chernobyl causera' entro il 2065 16.000 casi di cancro alla tiroide e 25.000 altri tipi di tumore. ''Ma c'e' confusione sulla popolazione da considerare per i calcoli - aggiunge Richard Wakeford del Dalton Nuclear Institute dell'universita' di Manchester - cioe' se considerare l'ex Unione Sovietica, l'Europa o il mondo intero''.

Il Comitato scientifico dell'Onu sugli effetti delle radiazioni atomiche ha esaminato la questione, ma senza esprimersi. ''Ci saremmo aspettati di piu' su questo punto - conclude Wakeford - C'e' ancora una sorprendente incertezza''.
Dalla sicurezza all'informazione, dagli studi medici ad un sarcofago ancora da ultimare dopo 25 anni: il disastro nucleare di Cernobyl sembra una lezione mancata dopo un quarto di secolo, e non solo per il recente bis a Fukushima.
Oggi a Kiev si tenterà l'ennesimo bilancio con una maxi conferenza, dopo la messa-lampo del patriarca di Mosca Kirill e la rapida visita alla centrale dei presidenti di Ucraina e Russia, i due paesi più colpiti dalla nube radioattiva (insieme alla Bielorussia). Qualche leader ha già tentato di trarre un insegnamento per il futuro.

Il leader del Cremlino Dmitri Medvedev, erede di quell'Urss che nascose il disastro per tre giorni, si è detto convinto che "la principale lezione" è
"dire la verità alla gente, perché il mondo è talmente fragile, e noi siamo talmente interdipendenti, che ogni tentativo di nascondere la verità, di non dire tutto...si risolve in tragedia". E ha condannato la condotta 'irresponsabile dello Stato'' sovietico, "che non trovò subito il coraggio di
riconoscere quello che era successo", ha ammonito mentre consegnava al Cremlino l'ordine del coraggio ad alcuni "liquidatori".

In quattro anni l'Urss ne mandò oltre 600 mila per liquidare le conseguenze del disastro, esponendoli a forti dosi di radiazioni con una protezione minima. Lo ha confermato anche alla stampa il gen. Nikolai Antoshkin, comandante dei piloti di elicotteri inviati a gettare tonnellate di sabbia e piombo sopra il reattore numero 4, esploso per un errore umano durante un test di sicurezza, sprigionando elementi radioattivi di una intensità equivalente ad almeno 200 bombe di Hiroshima e dispersisi in un'area di oltre 200 mila kmq. Ricevevano pillole di iodio, una pomata antiradiazioni e una nuova uniforme dopo ogni missione, al termine della quale dovevano lavarsi. Sapevamo che si trattava di precauzioni insufficienti, ma volarono lo stesso. Idem per i 'liquidatori' mandati nel reattore con protezioni minime: ci stavano tra 25 e 60 secondi, ma spesso quei secondi erano letali.

In Russia ne sono rimasti 150 mila ed hanno pensioni mensili dai 2500 rubli (62 euro) a 500 mila rubli (12.500 euro), a secondo del tempo di esposizione. Sono gli eroi sopravvissuti di una tragedia che tutti pensavano non potesse ripetersi. Tantomeno in Giappone. Eppure, dopo 25 anni, la lezione sembra tutta da imparare. Cernobyl fu frutto di un errore umano in una centrale senza adeguati sistemi di sicurezza. Ma l'ultimo dei suoi quattro reattori è stato chiuso definitivamente solo nel dicembre 2000. Nel frattempo le dieci centrali atomiche russe continuano a funzionare con una trentina di reattori in gran parte dell'epoca sovietica, il più vecchio dei quali risale al 1971. Il reattore di Cernobyl fu coperto in sei mesi con un involucro provvisorio di cemento, rinforzato alcuni anni fa, ma ora ha una fessurazione ed è costantemente monitorato per il rischio di crolli. E' rimasto provvisorio per 25 anni, e dovrà attenderne altri quattro prima di essere ricoperto da un nuovo sarcofago in acciaio per il quale la comunità mondiale non ha ancora coperto il budget di 1,5 mld di euro. Un'altra lezione mancata è quella medico-scientifica sulle vittime e gli effetti di Cernobyl.

A 25 anni dalla catastrofe, il bilancio suscita ancora controversie. Le autorità ucraine stimano che un totale di 5 milioni di persone abbia sofferto le conseguenze della tragedia. Per Greenpeace il numero varierebbe da 100 mila a 400 mila. Nel 2005 alcune agenzie dell'Onu (tra cui l'Oms) hanno indicato che sono morte 4000 persone. Ma l'Unscear, la commissione scientifica dell'Onu per gli effetti delle radiazioni nucleari, riconosce solo 31 vittime dirette dell'incidente, tra operatori e pompieri. E nel suo rapporto dello scorso febbraio fissa a 6000 i casi di cancro alla tiroide (di cui 15 mortali), riconoscendolo come unica conseguenza diretta del disastro. Ma il problema è che è mancato lo screening sanitario. "Studi indipendenti condotti in Ucraina, Russia, Bielorussia e in altri Paesi dimostrano che le conseguenze all'esposizione anche a un basso livello di radiazioni sono molto più allarmanti di quello che la comunità internazionale vuole accettare", sostiene Aleksander Glushcenko, un fisico nucleare autore di tre libri su Cernobyl.A 25 anni dalla tragedia di Chernobyl alcune delle conseguenze sulla salute fisica di coloro che sono stati colpiti cominciano a delinearsi, ma molto deve essere fatto ancora per capire soprattutto quelle psicologiche. Lo afferma un editoriale della rivista Clinical Oncology, che dedica un numero speciale all'anniversario dell'incidente avvenuto il 26 aprile del 1986.

"La tragedia ci ha dato un'opportunita' unica per verificare gli effetti dell'esposizione alle radiazioni - spiega Gerry Thomas dell'Imperial College di
Londra - una prima osservazione che puo' essere fatta e' che ci si aspettavano molti casi di leucemia, che invece non si sono verificati, mentre c'e' stata una drammatica ascesa di tumori della tiroide soprattutto nei bambini".

Le cifre sugli effetti del disastro sulla salute sono divergenti: un rapporto dell'Onu ha stimato in circa 4mila i casi di cancro della tiroide direttamente ricollegabili alle radiazioni, mentre per gli altri tumori solidi l'aumentodell'incidenza stimato e' del 3%, anche se gli esperti ammoniscono sul fatto che e' difficile valutare l'impatto correttamente a causa del fatto che i tumori si manifestano dopo molti anni e anche per cause legate allo stile di vita peggiore dopo l'incidente. Alcune associazioni ambientaliste hanno contestato questi dati, giudicandoli sottostimati.

"Oltre agli effetti fisici vanno studiati piu' approfonditamente anche quelli sicologici dovuti all'incidente - continua Thomas - la paura degli effetti
delle radiazioni puo' essere altrettanto importante per la societa', ed e' fondamentale dare un'immagine esatta della gravita' dell'incidente per evitare paure incontrollate".

Operano da Sigonella gli aerei senza pilota UAV MQ-1 Predator che il Pentagono ha destinato per le operazioni di bombardamento in Libia. La notizia, filtrata nei giorni scorsi su alcuni quotidiani statunitensi, ha trovato l’autorevole conferma dell’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra. Secondo l’ultimo rapporto del centro studi sulle unità alleate impegnate nell’operazione “Unified Protector”, meno di una settimana fa due squadroni dell’US Air Force con velivoli Predator sono stati schierati nella base siciliana. Un drone è stato utilizzato la prima volta sabato 23 aprile per distruggere una batteria di missili libici nei pressi del porto di Misurata; un secondo raid è stato sferrato invece a Tripoli nella tarda mattinata del 24 contro un sistema anti-aereo “SA-8”. Quest’ultimo attacco avrebbe subito un ritardo sulla tabella di marcia stabilita dagli operatori di terra del Predator. “Nei pressi della postazione missilistica sorge un campo di calcio dove era in corso un incontro di football tra numerosi civili”, riporta una nota del comando NATO per le operazioni di guerra in Libia. “L’attacco è stato eseguito solo dopo che tutte le persone si erano allontanate dall’area suddetta”.

“I velivoli senza pilota Predator accrescono l’abilità delle forze NATO a spiare 24 ore al giorno tra gli angoli più inaccessibili del campo di battaglia libico e a colpire con attenzione e precisione”, ha dichiarato l’ammiraglio Russ Harding, vice-comandante della coalizione alleata. “Questi bombardamenti continueranno e noi chiediamo ai civili che vivono nelle regioni interessate di tenersi il più possibile distanti dalle forze armate di Gheddafi e dalle loro installazioni, in modo di poter colpire con maggiore successo e con il minimo rischio per la popolazione”. Alla luce di quanto avvenuto in Afghanistan, Pakistan e Yemen dove gli UAV hanno prodotto una interminabile sequela di vittime “collaterali”, l’ammonimento USA assume connotati minacciosi e inquietanti. L’autorizzazione del presidente Obama all’impiego dei velivoli teleguidati contro la Libia è giunta poi qualche ora dopo la notizia che quattro missili sganciati da un Predator contro l’accampamento militare di Spinwam, in Pakistan, aveva causato la morte di 25 persone, tra cui cinque donne e quattro bambini.

Realizzato dalla General Atomics Aeronautical Systems Inc., il Predator è descritto come un “aereo senza pilota di medie altitudini e lunga durata”. Di appena 8,22 metri di lunghezza, gode di un’autonomia di volo di 40 ore e può volare sino ad un’altezza di 9.000 metri sul livello del mare. I sensori ottici e i sistemi di video-sorveglianza possono individuare e fotografare qualsiasi target anche in condizioni di intensa nuvolosità. Ma più che un aereo spia, il Predator è un’arma letale da first strike, in grado d’individuare, inseguire ed eliminare l’obiettivo con estrema precisione grazie ai due missili aria-terra a guida laser AGM-114 “Helfire” di cui è armato. Un sistema operativo completo MQ-1 Predator consiste di quattro aerei, una stazione di controllo terrestre, un Predator Primary Satellite Link e del personale addetto alle operazioni di guida e di manutenzione (in forza al 15° e al 17° Squadrone “riconoscimento” della base aerea di Creech-Las Vegas, Nevada).

Per le operazioni d’intelligence e di guida degli attacchi, il Pentagono utilizza pure un altro tipo di velivolo senza pilota, l’RQ-4 Global Hawk (“falco globale”), prodotto dalla Northrop Grumman. Il viceammiraglio William Gortney, in una sua recente intervista alla stampa statunitense, ha confermato che il Global Hawk “sta fornendo una sorveglianza continua del territorio libico, eseguendo missioni di volo dalla base aerea di Sigonella”. Di dimensioni nettamente maggiori del Predator, il “falco globale” gode di un’autonomia di volo ci circa 30 ore e può volare a 60.000 piedi di altezza in qualsiasi condizione meteorologica. Dopo aver ingrandito con i propri visori di bordo le immagini captate e calcolate le coordinate geografiche dei potenziali obiettivi, il Global Hawk invia le informazioni ai centri di analisi terrestri e agli aerei-radar AWACS della NATO (questi ultimi operativi da Trapani-Birgi) che stabiliscono i target da bombardare con i cacciabombardieri, i missili da crociera e gli UAV.

Il ruolo strategico di Sigonella nelle operazioni in Libia è consacrato pure dai velivoli pattugliatori P-3C “Orion”, gioielli dell’intelligence navale convertiti in aerei d’attacco: la US Navy ha dotato infatti gli “Orion” dei missili aria-superficie AGM-65 “Maverick”, utilizzati per la prima volta a fine marzo a Misurata per distruggere l’unità della Guardia coste “Vittoria” e due piccole imbarcazioni militari libiche. La base siciliana funziona da vero e proprio hub per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d’arma destinati allo scacchiere libico. Sigonella offre il supporto tecnico-logistico agli aerei a decollo verticale V-22 “Ospreys” (in dotazione all’unità  anfibia USS Kearsarge, nave-comando del gruppo navale d’assalto dislocato nel Mediterraneo), agli elicotteri CH-46 “Sea Knight” e CH-53E “Super Stallion” del Corpo dei marines, e ai cacciabombardieri F-15 ed F-16 “Fighting Falcon” che l’US Air Force ha trasferito nel Canale di Sicilia. Da Sigonella partono inoltre i ricognitori Boeing RC-135 “Rivet Joint”, i velivoli di sorveglianza elettronica EP-3E “Aries II”, quelli per il rilevamento dei segnali radar EA-18G “Growlers” e gli aerei cisterna KC-130 e KC-135 utilizzati per il rifornimento dei velivoli impegnati nei raid, compresi i cacciabombardieri strategici B-2 (gli “aerei invisibili”).

Se l’amministrazione Obama farà sue le richieste del senatore repubblicano John McCain, fautore di un maggiore impegno statunitense nel conflitto contro Gheddafi, a  Sigonella verranno schierati pure gli aerei A-10 “Thunderbolt” e AC 130 “Spectre”, infernali strumenti di morte dell’US Air Force. Il “Thunderbolt” è armato di un cannone lungo più di sei metri, il GAU-8/ “Avenger” (vendicatore), in grado di sparare fino a 4.200 colpi in un minuto. I proiettili di 30 centimetri contengono ognuno 300 grammi di uranio impoverito per perforare blindati e carri armati. Conti alla mano, ad ogni raffica “Avenger” disperde nell’ambiente più di 15 chili di microparticelle radioattive. Lo “Spectre”, invece, può essere dotato, alternativamente, di un cannone da 105 millimetri o da cannoncini da 40 e 25 millimetri con proiettili perforanti anti-carro.

Secondo l’International Institute for Strategic Studies di Londra a Sigonella sono infine schierati sei cacciabombardieri F-16AM dell’aeronautica danese (armati di bombe GBU-49 da 500 libbre); otto cacciaintercettori JAS-39 e un aereo cisterna Tp-84 dell’aeronautica militare svedese; due pattugliatori marittimi Lockheed CP-140 “Aurora” (con missili MK-46 Mod V), canadesi; sei caccia F-16C e un aereo cisterna Boeing KC-135 “Stratotanker”, turchi.

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Un aereo con a bordo la first lady Michelle Obama ha rinunciato all'ultimo momento, lunedì, ad atterrare alla base militare di Andrews, in Maryland, per evitare una collisione con un altro velivolo: solo diversi minuti dopo la manovra è stata possibile. Lo scrive il Washington Post online e l'incidente è stato confermato da fonti della Casa Bianca e dell'aereonautica militare, secondo le quali la first lady non è mai stata in pericolo. Anzi, nessuno dei passeggeri a bordo si è accorto di niente. Secondo il quotidiano, i fatti si sono verificati ieri quando l'aereo della Casa Bianca con la bordo la first lady si era avvicinato pericolosamente ad un cargo militare C-17, a causa dell'errore di un controllore di volo. Il timore dei controllori di Andrews, una base militare che si trova alle porte di Washington, era che l'aereo con a bordo la Obama potesse finire contro il cargo, e per tali ragioni è stato chiesto all'aereo della Casa Bianca di rinunciare ad atterrare, per farlo poi in seguito una volta scomparso il pericolo.

L'incidente, che è stato rivelato al Wp da fonti che hanno chiesto di rimanere anonime, si è verificato mentre sono in corso negli Stati Uniti aspre polemiche sui controllori di volo, con recenti casi di alcuni operatori che si sono addormentati durante il turno della notte. Michelle Obama, che stava tornando da un appuntamento televisivo a New York insieme con la moglie del vicepresidente Joe Biden, Jill, si trovava a bordo di un Boeing 737 che appartiene alla flotta della Casa Bianca, e l'incidente è avvenuto mentre era in corso l'approccio finale in vista dell'atterraggio. I controllori hanno chiesto al pilota dell'aereo della Casa Bianca (ExecF1, che significa che a bordo c'é un membro della famiglia presidenziale), di effettuare una serie di manovre a forma di S, per aumentare la distanza tra i due velivoli, di poco più di tre miglia, mentre il controllore che seguiva le operazioni parlava erroneamente di almeno quattro miglia. Una delle caratteristiche del C-17 è che provoca pericolose turbolenze e che occorre rispettare una distanza di sicurezza di almeno cinque miglia.

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Arrestato per calunnia. L’imprenditore Massimo Ciancimino è stato fermato dalla polizia a Bologna su ordine della procura di Caltanissetta per aver calunniato l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Ciancimino Junior è stato per mesi un ospite fisso del programma Annozero, al centro delle sue dichiarazioni la presunta trattativa tra Stato e mafia e i presunti rapporti tra Berlusconi, Dell'Utri e suo padre Vito Ciancimino. Le ospitate del figlio del sindaco mafioso provocarono subito scalpore, sia a destra che a sinistra.
Ciancimino Jr attaccava tutto e tutti sulla base di presunti pizzini. Una tribuna mediatica che per mesi ha catalizzato milioni di telespettatori. Oggi
la veridicità del guru di Annozero inizia a incrinarsi. 

Figlio del sindaco mafioso Ciancimino, già condannato per riciclaggio, è testimone in diverse inchieste di mafia tra cui quella sulla presunta
trattativa tra Cosa nostra e lo Stato. Ciancimino è stato fermato da agenti della Dia di Palermo su ordine della Dda palermitana e non nissena. Il figlio dell’ex sindaco mafioso del capoluogo, infatti, è indagato a Caltanissetta per aver calunniato l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, ma ha prodotto anche alla procura palermitana documenti tra cui uno che sarebbe stato "manomesso" in cui c’è il nome del direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza.

I pizzini manomessi Il documento è una fotocopia di un foglio redatto da Vito Ciancimino, padre di Massimo, con un elenco di nomi di personaggi delle istituzioni che avrebbero avuto un ruolo nella cosiddetta "trattativa". Da una perizia ordinata dalla Dda e consegnata oggi ai magistrati che conducono l’inchiesta, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Nino Di Matteo e Paolo Guido, si evincerebbe che il nome di De Gennaro sarebbe stato scritto in epoca successiva alla redazione del manoscritto. Il documento inoltre sarebbe in contrasto con quanto dichiarato dallo stesso Ciancimino durante gli interrogatori resi alla procura di Palermo.
"Sono sereno e certo di poter chiarire tutto domani nel corso di un interrogatorio". Lo ha detto telefonicamente all'ANSA Massimo Ciancimino
fermato dalla Dia mentre era in auto lungo l'autostrada all'uscita da Bologna, coi familiari, diretto in Francia per trascorrere le vacanze pasquali.
Ciancimino ora si trova in questura a Bologna. "Mi si contesta - aggiunge- la falsificazione di un documento sugli oltre 250 consegnati ai magistrati. Ho sempre detto di non conoscere l'origine del materiale che fornivo alle procure.
Non comprendo però il fatto che mi venga contestato il pericolo di fuga visto che ho sempre collaborato e nei prossimi giorni sarei tornato a Palermo per essere sentito dai magistrati".

Uno dei primi atti del rinnovato Consiglio direttivo della FISH, riunitosi a Roma il 16 aprile, è la drammatica presa d’atto di una preoccupate escalation di fenomeni di stigma negativo nei confronti delle persone con disabilità. È un fenomeno che trova espressioni evidenti e palesi – si vedano le contestazioni al deputato Argentin nel corso di un dibattito parlamentare. Ma gode anche di eco mediatiche e roboanti – si veda la campagna contro i “falsi invalidi” che porta alle offensive generalizzazioni di Panorama secondo cui “invalido” è uguale a “scroccone”.

Al di là di queste più eclatanti evidenze, lo stigma, il pregiudizio, la violenza, la discriminazione sono rilevati quotidianamente da fatti di cronaca, da segnalazioni, da denunce penali, da interventi della pubblica sicurezza. Sono fenomeni del tutto simili, nei meccanismi e nelle forme, al razzismo ed alla xenofobia.

Si tratta di fatti circostanziati su cui non è più sufficiente esprimere riprovazione o condanna, ma è necessario un cambiamento culturale, di linguaggi e di attenzioni che necessità della convinta adesione di ognuno ed in particolare dei media e di tutti gli esponenti politici.

La Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap – ha dichiarato il presidente Pietro Barbieripone il contrasto allo stigma negativo e alla conseguente discriminazione come pregiudiziale e prioritario addirittura rispetto alle più generali e necessarie politiche di inclusione e sostegno”.

Saranno attuate nell’immediato una serie di azioni per evidenziare lo stigma: “Inizieremo con un appello formale alle più alte cariche dello Stato: il Presidente della Repubblica, del Senato, della Camera quali garanti dei principi costituzionali su cui si fondano gli incomprimibili diritti di ogni Cittadino”.

Seguiranno altrettanti appelli ai direttori delle principali testate giornalistiche e televisive: “I media svolgono una delicatissima funzione nei confronti del comune sentire che va oltre la mera informazione – prosegue Barbieri – Va riannodato un dialogo il cui affievolimento ha troppo spesso lasciato spazio a generalizzazioni, scandalismi, pregiudizi”.

Sarà un impegno tutt’altro che semplice e breve: si tratta di intervenire su atteggiamenti culturali difficili da modificare nell’immediato.

 

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