Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Lunedì, 25 Marzo 2019

Sabato scorso, 22 settembre, presso il Cine Teatro S. Giuseppe in via Redi a Milano si è svolto un interessante convegno organizzato dal Forum delle Associazioni Familiari dal tema: «Inverno demografico. L'allarme per una nazione a rischio di estinzione».

Ha introdotto e moderato il Convegno Marco Dipilato, vice presidente provinciale del Forum di Milano. In questo intervento dò spazio alle relazioni del professore Gian Carlo Blangiardo (la verità sui numeri), ordinario di demografia presso l'Università Bicocca di Milano. E del professore Massimo Gandolfini, (La famiglia sotto attacco). Le conclusioni del Convegno sono state tenute dal presidente provinciale del Forum, Enrico Chiesura, esponendo quali sono le richieste dell'associazione familiare alla politica.

Aiutandosi con le sue tabelle di numeri, il prof Blangiardo, ha descritto la drammatica situazione delle nascite in Italia e soprattutto quali sono gli scenari futuri, della mancanza di figli in Italia. «Un numero così basso di nascite, come quello registrato nel 2017, pur con l'apporto di bambini stranieri venuti al mondo in Italia, non si era mai visto. Un fatto straordinario, mai accaduto prima, e che dovrebbe far riflettere la classe di governo, che naturalmente se ne disinteressa, temendo - a torto – il ritorno delle politiche demografiche e di potenza del passato regime fascista». Inoltre il professore Blangiardo, ha denunciato quella «favoletta» che circola da tempo nelle cancellerie occidentali, nei vari laboratori degli intellettuali, dove si deforma l'opinione pubblica, e cioè la crisi demografica dell'Europa, il crollo verticale delle nascite, saranno ampiamente compensati dall'arrivo di forze fresche, dagli immigrati. E' una tesi molto diffusa negli ambienti di sinistra, in particolare, l'ex presidente alla Camera Laura Boldrini è convinta che con l'arrivo di 300-400 mila immigrati l'anno, per lei, una «risorsa» che impedirà all'Italia di scendere al di sotto dei 45 milioni di unità. Quelli della denatalità sono dati impietosi, per questo occorre una concreta azione politica. A questo proposito ne ha parlato il professore Massimo Gandolfini, organizzatore dei Family Day e presidente CDNF (Comitato Difendiamo I Nostri Figli), che nella settimana è stato promotore dell'intergruppo Parlamentare di circa 120 tra deputati e senatori, sensibili ai valori della famiglia naturale e dei diritti dei bambini.

Gandolfini nel suo intervento ha trattato il tema della famiglia sotto attacco negli ultimi 50 anni. A partire dal 1968, c'è stato un cambiamento davvero epocale che si è realizzato in pochi anni. «La prima grande ferita inferta alla famiglia, come l’avevano descritta in maniera ispirata i padri costituenti, ossia una società naturale fondata sul matrimonio - perché io sottolineo sempre che non si tratta di dare una descrizione della famiglia secondo un credo religioso, che nel mio caso sarebbe quello cristiano cattolico, ma in maniera assolutamente laica - ha iniziato a conoscere le prime derive con la legge sul divorzio prima, nel ‘74, poi la legge sull’aborto nel 1978, con i due relativi referendum, fino ad arrivare al 2016, alla legge sulle unioni civili, passando anche attraverso altri stadi intermedi».

Per il professore Gandolfini nella nostra società in questi anni si instaurata la dittatura dell’individualismo e del relativismo. Infatti per il prof «Non è con l’allargamento dei diritti che si forma una società più civile e più democratica ma è con la costruzione di diritti che sono poggiati su dei valori costruttivi per il soggetto e per la società intera. Il nostro mondo è caduto in questo inganno, abbiamo cominciato ad aprire uno spiraglio con la legge sul divorzio, allorché si diceva ‘è soltanto questo passaggio, ma dopo, i grandi valori non vengono assolutamente messi in discussione’; e poi siamo invece andati avanti con la deriva del ‘78 e il referendum del 1981, in cui si decretava quello che secondo me è il trionfo dell’individualismo e del relativismo: di fronte al diritto di nascere di una nuova vita, di un bambino, si è fatto prevalere il diritto di scelta di un’altra persona sulla vita del proprio figlio. Questo secondo me è stato gravissimo”.

Il mondo cristiano cattolico è caduto nell'inganno in quegli anni, ma ancora oggi, di fronte al famoso slogan: «perché mi vieti di fare ciò che tu non faresti mai», non sa rispondere. Gandolfini fa riferimento esplicito alla campagna prima sul divorzio e poi sull’aborto, anche qui «lo slogan mediatico era ‘non si può negare a un altro di fare quello che io reputo non essere giusto’. Ma è un errore, - afferma il professore - perché la democrazia, secondo questo punto di vista, sarebbe la somma di tutte le libertà degli individui, e più si allargano le libertà tanto più una società sarebbe democratica, cosa che invece è falsa».

In pratica, siamo al diritto di un forte che prevarica quello di un debole per definizione, il nascituro. “Debole e praticamente senza voce, senza nessuno che lo tuteli. Dall’altra parte abbiamo il diritto di un più forte che ha tutta la voce per far valere le proprie ragioni, e ancora una volta, con la legge 194, si è dato un colpo al concetto di famiglia, perché la libertà di scelta riguarda la donna, e il padre del bambino è totalmente esautorato da qualsiasi tentativo anche lontano
di poter dire una parola, di poter far sentire il peso della propria coscienza.

Oggi tutti i desideri si stanno trasformando in diritti e questo è un passaggio dal punti di vista culturale antropologico gravissimo. Il professore fa l'esempio dell'assurdo del diritto al suicidio di una persona. Qui tocchiamo veramente il fondo. « Un evento drammatico come il suicidio viene trasformato in un diritto, e quindi come tale in un bene che la legge deve garantire e tutelare».

A questo punto Gandolfini, si interessa del degrado della famiglia dal punto di vista legislativo e culturale. Non esiste più la famiglia, ma che esistono «‘le famiglie’ perché – e cito testuale - la famiglia è un soggetto giuridico polimorfo variabile nel tempo, è evidente che il buco dentro il tessuto sociale diventa immenso, perché allora tutto diventa famiglia, qualsiasi relazione affettiva, tra 2, 3, 4 persone; addirittura si parla di famiglie monoparentali, il singolo stesso è diventato una famiglia, e questo dal punto di vista antropologico - e antropologico vuol dire ricaduta sulle generazioni - sarà veramente devastante».

Dunque la battaglia non sarà nel breve periodo, ossia sul piano meramente legislativo, ma di lungo periodo, ovvero sul piano del recupero culturale. Infatti Gandolfini è convinto che la famiglia possa avere ancora un grande ruolo soprattutto per quanto riguarda il welfare. « Se l’Italia ha in qualche misura tenuto sulla crisi economica, non sono stati gli 80 euro, né certamente gli aiuti spot del governo di turno, ma il fatto che esiste un tessuto familiare ancora sufficientemente solido, che mantenendo l’aiuto tra generazioni, sta tenendo in piedi la società». Oggi sembra che per aiutare la famiglia basta che il governo decida di dare qualche sostegno
economico, ma non è quello il punto nodale.

E facendo riferimento alla denatalità, all'inverno demografico, Gandolfini, afferma: «gli aiuti economici servono e il sostegno alle famiglie numerose in termini di soldi è una buona cosa, ma sia ben chiaro che questo non è sufficiente. Oserei dire che rappresenta il secondo passo, perché il primo passo è quello di rimettere al centro il fatto che la famiglia è una società naturale fondata su un patto il possibile stabile, e che garantisce la continuazione delle generazioni, o se vogliamo dirla più laicamente, la sopravvivenza della specie.
Nel momento in cui noi apriamo a delle unioni che sono formazioni sociali basate esclusiva,ente di un rapporto affettivo temporaneo non naturali - nel senso che l’unione maschio-maschio femmina-femmina non garantisce il mantenimento della specie, e quindi in questo senso non è secondo natura, andiamo incontro ad una società il cui livello demografico diventerà uno zero
assoluto».

Pertanto in conclusione il presidente del CDNF afferma che «Una società che nega la famiglia, assimilandola ad altre forme di convivenza affettiva, culturale, sociale, aggregativa, d’interesse condiviso, è destinata all’estinzione, ancor prima ed anche al di là di politiche – pur assolutamente necessarie – che cerchino di vincere l’inverno demografico».

Del resto, «quando una strada porta verso un burrone, non serve a nulla stanziare fondi per asfaltare la strada: bisogna cambiare strada. Il legittimo riconoscimento di diritti legati alla persona, anche all’interno di una relazione affettiva, non ha e non deve avere nulla a che fare con l’istituto giuridico familiare, in quanto “strutturalmente” diversi. E proprio in nome del contrasto ad ogni forma di discriminazione, considerato che non vi è nulla di discriminatorio se si tutelano in modo diverso condizioni che sono strutturalmente diverse».

Al contrario, proprio come sta accadendo oggi, «il vero oggetto di discriminazione è la famiglia, società naturale. Dobbiamo partire, o ripartire da qui, come fondamento su cui costruire politiche di welfare coerenti: apertura alla vita, famiglie numerose, compatibilità lavoro/maternità, sostegno all’infanzia, a disabili o anziani accuditi in casa». Queste parole sono state ascoltate con attenzione dal ministro per la Famiglia e le disabilità, Lorenzo Fontana, che ha partecipato al Convegno con un suo caloroso intervento e certamente farà di tutto per concretizzare tutte le necessità esposte dal professore Gandolfini. Il lavoro è enorme, ma il primo passo è certamente recuperare la bellezza della famiglia, la bellezza di quella comunione di anima e corpo che genera nuove vite.

 

 

 

La valutazione di sicurezza del viadotto Polcevera richiesta ad Autostrade per l'Italia «non esiste, non essendo stata eseguita la valutazione di sicurezza del viadotto Polcevera». È quanto scrive la Commissione ispettiva del ministero dei Trasporti nella relazione sul crollo del ponte di Genova. La commissione «ha ribadito la propria richiesta» il 31 agosto e «ha appreso che, contrariamente a quanto affermato nella comunicazione del 23 giugno 2017 della Società alla struttura di vigilanza, tale documento non esiste».  

Il rischio di crollo del Ponte Morandi a Genova era evidente già negli anni scorsi, e ancor più lo era nel progetto di retrofitting di Autostrade del 2017. Eppure il concessionario ha sottovalutato l’«inequivocabile segnale di allarme», ha «minimizzato o celato» la gravità della situazione al Ministero delle Infrastrutture (Mit), e «non ha adottato alcuna misura precauzionale a tutela dell’utenza». È quanto si legge nelle durissime conclusioni della relazione della Commissione ispettiva del Mit, presieduta dall’ingegner Alfredo Principio Mortellaro, nominata dal ministro Danilo Toninelli subito dopo il crollo del 14 agosto. La relazione è stata pubblicata pochi minuti fa sul sito del Mit.

Nella relazione si evidenzia inoltre che la valutazione di sicurezza del viadotto Polcevera richiesta ad Autostrade per l’Italia «non esiste, non essendo stata eseguita la valutazione di sicurezza del viadotto Polcevera». La commissione «ha ribadito la propria richiesta» il 31 agosto e «ha appreso che, contrariamente a quanto affermato nella comunicazione del 23 giugno 2017 della Società alla struttura di vigilanza, tale documento non esiste». Per quanto riguarda infine le funzioni consultive svolte dal Comitato tecnico del provveditorato - si legge -«emerge, nel caso concreto, che esse non si sono potute espletare in modo compiuto a causa della omissione della segnalazione delle criticità non riportate con la dovuta evidenza negli elaborati progettuali presentati da Aspi».

La commissione istituita dal ministero evidenzia anche che «la procedura di controllo della sicurezza strutturale delle opere d’arte documentata da Aspi, basata sulle ispezioni, è stata in passato, ed è tuttora inadatta al fine di prevenire crolli e del tutto insufficiente per la stima della sicurezza nei confronti del collasso».«Sino al 1994 sono state sostenuti prevalentemente costi strutturali. Dopo di ché pare che non siano state effettuate spese strutturali sino al 2005». Dal 2005 ad oggi la spesa per gli interventi strutturali è di 440mila euro. «Nonostante la vetustà dell’opera e l’accertato stato di degrado, i costi degli interventi strutturali fatti negli ultimi 24 anni, concentrati negli ultimi 12, sono trascurabili», continua la lunga relazione.

Intanto sono già trascorsi 40 giorni dal crollo del Ponte Morandi e nonostante l'urgenza assicurata da subito dal governo, ancora non si vede il famoso decreto Genova che dovrebbe portare alla nomina del Commissario straordinario ed all'assegnazione dei lavori per la ricostruzione. Un problema che, secondo il vice premier Luigi di Maio, ha a che vedere con cavilli normativi e questioni di opportunità politica.

«Con il Decreto Genova individuiamo il super commissario alla ricostruzione, che avrà tutti i poteri per iniziare a fare subito il nuovo ponte», ha assicurato Di Maio, ricordando che «i tempi della concessione avrebbero ritardato la ricostruzione all'infinito» e che «Autostrade metterà i soldi, ma la ricostruzione dovrà farla un'azienda di Stato».

Tuttavia il provvedimento ancora non c'è. Una limatura ai poteri del commissario straordinario, che restano comunque molto ampi, e uno stop ad Autostrade per la ricostruzione del viadotto dopo il crollo di ponte Morandi. Sono alcune delle principali novità contenuta in una nuova bozza del decreto Genova, che l'agenzia Ansa ha potuto visionare, mentre l'iter di lavorazione del testo, non ancora concluso, sarebbe alle battute finali. All'articolo 1 comma 5 si legge che «il Commissario straordinario opera in deroga ad ogni disposizione di legge extrapenale, fatto salvo il rispetto dei vincoli inderogabili derivanti dall'appartenenza all'Unione europea».

Il termine «extrapenale» non era presente in precedenti bozze circolate e delimita meglio il perimetro delle deroghe del commissario, che ovviamente non possono superare le norme penali: un aspetto che però andava esplicitato. Allo stesso articolo è stato poi introdotto un nuovo comma, il numero 7, che di fatto taglia fuori Autostrade per l'Italia e, stando a questa formulazione, anche altri concessionari autostradali dalla ricostruzione del ponte, che dovrà essere affidata, si legge nel testo, «ad una società che non abbia alcuna partecipazione, diretta o indiretta, in società concessionarie di strade a pedaggio, ovvero sia da queste ultime controllata o, comunque, ad esse collegata».

«Non so a che punto sia il Decreto. Un giorno più o in meno non importa, conta quello che c'è dentro», ha detto il commissario per l'emergenza e presidente della Regione Liguria Giovanni Toti oggi a Genova. «Stiamo aspettando il decreto da un tempo ormai imbarazzante. Prima o poi ci auguriamo che arrivi al Quirinale perché prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale non è scontato e non è banale il passaggio dal Colle, che dovrà verificarne i contenuti ed esprimere il proprio parere. Ieri Mattarella ha detto che non si perderà neppure un minuto al Colle.Non posso che ribadire quello che ho detto al governo fin dalle prime ore: siamo laici, qualsiasi strada ci va bene purché non si ritardi un'ora», ha aggiunto Toti.

Sulle tempistiche prolungate per l'arrivo del decreto Toti ha aggiunto: «Già mi sembra che non siamo sulla strada buona. Magari mi ricrederò appena vedo il decreto in Gazzetta Ufficiale. Genova è una città che ha molta pazienza - ha concluso il governatore - ha molta consapevolezza del ruolo che l'ha toccato in questa tragedia. Ha voglia di ripartire, è una città abituata a lavorare e collaborare ma non è una città abituata a subire per conto di altri ritardi, insensatezze, strani e tortuosi percorsi che non la riguardano».

«Salvo eventuali proroghe la demolizione potrà partire solo dopo che le prove saranno assicurate, quindi non prima di dicembre». Lo ha detto l'avvocato Andrea Martini, legale della famiglia Robbiano, il piccolo Samuele e i genitori morti nel crollo del ponte Morandi, alla fine dell'incidente probatorio. L'udienza è andata avanti tutta la mattina. Il giudice ha impiegato oltre un'ora e mezza solo per fare l'elenco delle persone offese e per controllare la correttezza delle notifiche. 

Per la famiglia, e per la sua forte e indomita madre, Vittoria Olimpio, il carabiniere scelto Sergio Ragno, brindisino, quel pomeriggio del 17 giugno 2004 trovò la morte alle Cascine, a Firenze, mentre era in servizio. Dura da anni l’iniziativa legale, la battaglia della mamma di Sergio Ragno affinché la memoria di quel ragazzo di 24 anni trovi giustizia piena. Intanto lei infaticabile, assistita dal suo legale, organizza commemorazioni affinché questa storia rimanga viva, continuando a credere nello Stato e nelle sue istituzioni.“

Intanto e cominciato martedì 10 luglio il processo sulla morte di Sergio Ragno, proprio il giorno in cui il giovane carabiniere brindisino avrebbe compiuto 38 anni se un terribile incidente non lo avesse strappato alla vita il 17 giugno del 2004 a Firenze. Da quel giorno sono trascorsi 14 anni, 14 lunghi anni in cui la famiglia ha lottato per portare la storia di Sergio nelle aule di tribunale. «Non mi sono mai arresa, perché so che prima o poi mio figlio avrà giustizia» afferma Vittoria Olimpio, la mamma di Sergio che nonostante il profondo dolore per la morte del figlio ha intrapreso per prima questa lunga battaglia.

La donna, assistita dal suo legale, l’avvocato Giulio Murano, vuole dimostrare che suo figlio Sergio è morto mentre era in servizio. Sergio Ragno lavorava presso la caserma dei carabinieri di Firenze. Secondo la ricostruzione il giovane è morto mentre era in sella alla sua moto e percorreva un viale nei pressi delle Cascine a Firenze.

La mattina che si è svolta infatti la prima udienza di istruttoria testimoniale nell’ambito del processo che deve stabilire cosa accadde negli ultimi tre quarti d’ora di vita dell’allora ventiquattrenne Ragno. In particolare si deve chiarire se sia morto durante un servizio istituzionale affinchè si possa legittimamente riconoscerlo quale vittima del dovere. E se del caso , se qualcuno ha mentito nel ricostruire i fatti di quel 17 giugno.

In aula si è presentato uno dei carabinieri convocati quali testimoni.

L’interrogato ha confermato che Ragno e cinque suoi colleghi furono chiamati allo svolgimento di un’operazione dal vicebrigadiere caposquadra di turno. Quattro di loro erano reduci da un servizio svolto dall’una alle sette del mattino e proprio in nottata avevano arrestato uno spacciatore di droga. Questi avrebbe confidato che nel pomeriggio successivo, nel parco delle “Cascine”, si sarebbe svolta una consistente attività di spaccio di sostanze stupefacenti.

E fu così che intorno alle 17,00 i carabinieri prepararono l’operazione finalizzata agli arresti in flagranza di reato secondo le informazioni raccolte. Il servizio fu svolto in borghese, usando i propri veicoli. Partecipò all’intervento anche un militare che era in riposo, a casa, poiché specializzato in operazioni antidroga.

Il carabiniere ascoltato questa mattina ha confermato come anche Ragno si fosse recato dalla caserma alle “Cascine” in sella alla propria moto per lo svolgimento dell’operazione e che, rinviato di qualche ora l’inizio delle operazioni, tornando in caserma, dove abitava, trovò la morte. Quindi, stando al regolamento di servizio, non era in libera uscita. E allora perché nel rapporto di servizio qualcuno scrisse che il carabiniere brindisino fosse senza ordini e che si trovasse alle “Cascine” per caso, con cinque colleghi? Cosa si nasconde in quegli ultimi tre quarti d’ora di vita di Sergio Ragno?

Da anni se lo chiede Vittoria Olimpio, la mamma di Sergio, che ha fatto riaprire le indagini sulla morte del figlio. È assistita dal legale Giulio Murano, avvocato del foro di Roma e consigliere giuridico delle Forze armate. Nella prossima udienza, fissata al 23 ottobre, si cercherà la verità ascoltando il caposquadra di Sergio e l’ufficiale del Nucleo operativo e radiomobile che ordinò l’operazione del 17 giugno 2004.

Mamma non posso parlare… sono impegnato in un’operazione importante”. Sono le ultime parole pronunciate al telefono da Sergio Ragno a sua madre poco prima di perdere la vita in un incidente stradale. Incidente che avverrà circa 20 minuti dopo: l’impatto con un’auto, in località “Le Cascine” di Firenze, gli risulterà fatale.

Sergio è un carabiniere in servizio presso la stazione di Borgognissanti di Firenze. Ha 24 anni quando muore. E l’operazione importante di cui parla alla madre è un servizio in borghese: il pedinamento di alcuni spacciatori di droga della zona. I fatti risalgono a dieci anni fa e le indagini sulla sua morte sono state archiviate dopo circa sei mesi.

Vittoria Olimpio chiede che gli sia riconosciuta la causa di servizio. Esistono elementi nuovi. Un collega di Sergio ha ammesso al telefono: “Il capitano ha omesso di sapere (sic) che il servizio era in atto”. La conversazione è stata registrata e allegata all’esposto e potrebbe essere la prova che Sergio non sia morto nel “tempo libero” ma durante il lavoro.

E allora torniamo a quel pomeriggio di dieci anni fa. Sono le 17 del 17 giugno 2004, Sergio – secondo la ricostruzione dei familiari – è incaricato con altri suoi cinque colleghi di eseguire una missione antidroga in borghese. Ha terminato il turno di notte ma viene chiamato dal suo capitano per andare insieme ad altri carabinieri al parco Le Cascine per arrestare uno spacciatore. Sergio obbedisce all’ordine del suo superiore e all’invito di andare sul posto, con il proprio mezzo e senza divisa.

Poi il contrordine: l’operazione è posticipata intorno alle 20. Ed è proprio su questo passaggio che si fonda la difesa dei carabinieri di Firenze: secondo l’Arma, infatti, Ragno era in quel luogo ma non in servizio. Nell’esposto si legge che il comandante tenente Marco Capparella nella sua relazione di servizio scriveva :“Non poteva trattarsi né di ‘servizio comandato’… né di ‘servizio in itinere’(…) né di ‘servizio occasionale’” e “la presenza nella zona adiacente al punto di contatto degli altri cinque carabinieri è stata esclusivamente occasionale”. Dunque, secondo i carabinieri, Sergio era lì per conto proprio.

La relazione esclude sia “Qualsiasi connessione tra l’incidente mortale e il servizio istituzionale”, sia che siano stati impartiti “ordini di qualsiasi genere”. Tesi condivisa dalla procura di Firenze che, dopo cinque mesi, chiede l’archiviazione dell’indagine, accolta da Gip. “Risulta in modo pacifico – osserva il pm – che Ragno, unitamente ad altri suoi colleghi, tutti liberi dal servizio (…) si erano portati nella vicinanza della discoteca per valutare la situazione e programmare gli interventi successivi. Qui accertato che la situazione da osservate si sarebbe eventualmente verificata intorno alle 20, decidevano, nell’attesa, di proseguire nelle attività di ‘tempo libero’”.

L’idea che Sergio si trovasse lì con altri colleghi per una passeggiata non convince i suoi genitori, che chiedono la riapertura delle indagini. Resta qualche altro mistero: il cellulare di Sergio non viene mai più ritrovato, come anche l’agenda su cui annotava tutti i servizi che svolgeva. La famiglia non si dà pace: l’esposto, depositato pochi giorni fa, presenta alcune novità. I familiari telefonano ad alcuni colleghi di Sergio e ne registrano le conversazioni. Registrazioni allegate all’esposto. Il carabiniere Antonio Caretto, che ha soccorso Sergio durante l’incidente, in una di queste dice che, la tragedia in cui Ragno perdeva la vita, avveniva in occasione di un servizio comandato in borghese.

In particolare, nelle trascrizioni, si legge: “Mi ha chiamato il brigadiere Belvedere dicendomi che c’era da fare questa cosa (…), a dire di questo Belvedere era stato informato anche il tenente (… ) poi la conversazione tra Belvedere e il tenente non la posso sapere. Ti posso solo dire che mi chiamarono e mi dissero: ‘Antonio, siccome tu sei esperto di queste cose qui, ci vieni a dare una mano?’”. In un’altra conversazione, il collega Davide Cellammare riferiva: “Ti posso dire che il capitano – ma non si tratta Capparella, ndr – ha poi omesso di sapere (sic) che il servizio era in atto”.


 

Scenari da guerra che hanno alimentato sospetti su una presunta regia di questi strani fuochi simultanei. Il governo non parla ufficialmente di incendi dolosi. Tsipras si è limitato a dire: «Stiamo facendo tutto il possibile per fermare gli incendi. Ma sono preoccupato perché gli incendi sono scoppiati sia ad est che a ovest di Atene». 

C’è stato persino chi, scappando, nelle forti correnti, è affogato. Un’imbarcazione si è rovesciata e due stranieri, forse polacchi, sono annegati. Almeno cinque salme, fra cui bambini, sono state recuperate dalla Guardia costiera nelle ultime 48 ore. «Non dimenticherò mai un uomo che è andato a fondo accanto a me senza che potessi fare nulla per salvarlo», racconta un uomo, ancora sconvolto. Nel cielo vanno e vengono i canadair che tentano di spegnere del tutto gli ultimi focolai. Due dovrebbero arrivare oggi dall’Italia. La Grecia ha chiesto aiuto e da tutta l’Europa sono arrivate offerte. Ieri sera preoccupava la zona delle raffinerie di Atene. Tutta la notte si sono concentrati lì gli sforzi per evitare che le fiamme potessero lambirle. Mentre gli ospedali si affollavano di feriti, ustionati, persone con problemi respiratori e sindromi da schiacciamento. Commosso il premier Alexis Tsipras in tv: «Siamo in lutto, una tragedia indicibile».

Due Canadair dei vigili del fuoco italiani sono in partenza per la Grecia. Sono state le autorità di Atene a richiedere l'aiuto. Il fronte degli incendi, che hanno causato olre 70 morti e almeno 556 feriti, si estende per diversi chilometri in due grandi foreste che lambiscono la capitale greca. I due velivoli dovrebbero essere operativi da mercoledì.

I soccorritori in azione nelle aree più colpite dagli incendi stanno passando casa per casa cercando eventuali dispersi, anche a bordo delle auto bruciate. La portavoce dei Vigili del Fuoco ha detto che le autorità hanno ricevuto decine di chiamate di persone in cerca di propri cari scomparsi, precisando che alcune di queste potrebbero finire per aumentare il numero delle vittime, mentre altre potrebbero essere tornate alle loro famiglie senza che le autorità ne siano state informate. Per questo non sono stati diffusi dati ufficiali sul numero dei dispersi. Alcuni appelli sono stati diffusi anche per radio e televisione.

Nei prossimi giorni saranno annunciati i risarcimenti per le famiglie delle vittime. Il Ministero di Lavoro ha già messo a disposizione strutture per ospitare gli sfollati, mentre unità mobili di psicologi e assistenti sociali sono state allestite per l'assistenza alle persone coinvolte nei roghi o che hanno perso familiari e amici. Infine, la Regione dell'Attica ha creato un apposito centro di coordinamento per i soccorsi e il volontariato

La maggioranza delle vittime è stata ritrovata senza vita in casa o nell'auto, nel resort marino di Mati, una località turistica costiera nella regione di Rafina, a circa 40 km a nordest di Atene. Nella stessa località 26 corpi carbonizzati sono stati rinvenuti nel giardino di una villa. Altre vittime sono state trovate abbracciate l'una all'altra sulla spiaggia di Argyri, sempre a Mati: i corpi, tra i quali quelli di bambini, giacevano a una trentina di metri dal mare, nelle vicinanze di un ristorante molto frequentato. Nello stesso punto sono state trovate decine di automobili carbonizzate.  Sono almeno 550 le persone rimaste ferite negli incendi, almeno 16 i bambini in gravi condizioni, ha riferito la Croce Rossa.

A migliaia, con i corpi neri dalla fuliggine, si sono riversati sulle spiagge o sono saliti su imbarcazioni per sfuggire alle fiamme. Navi militari sono state dislocate lungo le coste delle zone colpite da incendi, per evacuare via mare la gente intrappolata dai roghi. Cinque persone che si erano gettate in mare per sfuggire agli incendi che li avevano circondati nei pressi di Rafina, a nord di Atene, sono state salvate da una nave tragheti

Altri cinque, invece, non ce l'hanno fatta. L'ultimo corpo recuperato è quello di un uomo, che si presume sia affogato tentando di scampare alle fiamme. Gli altri cadaveri sono di tre donne e un bimbo. E si teme per la sorte di due turisti danesi, che con altre persone - tutte messe in salvo - hanno utilizzato un gommone per sfuggire ai roghi. L'Unità di crisi della Farnesina sta verificando l'eventuale coinvolgimento di cittadini italiani. Sono circa 700 le persone salvate fino ad ora dalla Guardia Costiera.

"Per fortuna c'è il mare, siamo scappati in mare, perché le fiamme ci stavano inseguendo fino in acqua". Lo ha detto un testimone, scampato alle fiamme in Grecia, citato dalla Bbc online. Il fuoco "ci ha bruciato la schiena e ci siamo tuffati in acqua. Ho detto 'mio Dio, dobbiamo correre a salvarci'".

Ancora ignote le cause dell'incendio, ma il governo greco sospetta che siano di natura dolosa. "Nulla resterà senza risposta" ha dichiarato il premier greco Alexis Tsipras. Le fiamme sono divampate in luoghi diversi e distanti tra loro e anche per questo lo stesso Tsipras, in mattinata, aveva parlato di "incendi asimmetrici". Alcuni media greci ipotizzano, inoltre, che piromani siano entrati in azione per saccheggiare le case abbandonate dai turisti o per motivi di speculazione edilizia.

Il precedente di Olimpia. La Grecia ha vissuto altri tragici precedenti di devastanti incendi: undici anni fa, nel 2007, una serie di roghi divampati nell'ultima settimana di agosto, costarono la vita a 67 persone. Le fiamme interessarono principalmente il Peloponneso occidentale e meridionale e l'Eubea meridionale. Il fuoco minacciò anche la distruzione della città antica di Olimpia, evacuata il 26 agosto. Negli oltre 3mila incendi boschivi, di origine dolosa e favoriti dalle altissime temperature di quell'estate, sopra i 40 gradi, e dalla siccità, andarono in fumo 2.700 metri quadri (370 mila acri) di foreste, oliveti e vigne. Oltre 2.100 edifici furono distrutti dalle fiamme.

 

 

 

 

 

 

 

L'Airbus A340-500 torna a far parlare di sé. Quello che è stato da molti definito "l'Airubs di Renzi" era finito, con la caduta politica dell'ex sindaco di Firenze, per essere un po' dimenticato.

Nel porto delle nebbie di Palazzo Chigi sembra aprirsi uno squarcio di visibilità. Ma l'esito finale, se possibile, è ancora più confuso di prima .. Con un ex esecutivo che fornisce (a voce) una versione che sembra cozzare contro quella dell'Aeronautica militare. E un'Alitalia che in conclusione offre una sorta di «versione di raccordo». Al centro della scena c'è l'ormai famoso Airbus A 340 «ingaggiato» da palazzo Chigi per permettere a Matteo Renzi di fare lunghi voli senza la necessità di scalo.

Il contratto secondo il Giornale avrebbe un costo complessivo di 144 milioni di euro, diviso per in 5 diversi lotti. Il costo effettivo del leasing dell'Airbus sarebbe di 81 milioni e 312 mila dollari, che trasformati in euro fanno più o meno 70 milioni di dollari. Nel prezzo finale ci sarebbero anche "la manutenzione e i servizi Camo di ingegneria" (31 milioni e 751mila euro); le "operazioni di supporto, handling e ricovero in un hangar (12 milioni e 500mila euro); l'addestramento dei piloti (4 milioni di euro); e la riconfigurazione del velivolo, cui servirebbe un restauro per aggiungere i locali necessari per un volo di Stato (bando realizzato ma tutto per ora sembra fermo).

Ultima particolarità: nel caso in cui il governo volesse tirarsi indietro e non usare più l'Airbus, spiega il Fatto, ci sarebbe una clausola rescissoria. Queste le condizioni: pagare comunque tutto il leasing.

Oggi il Fatto Quotidiano ha pubblicato l'estratto del contratto stipulato tra il Segretario generale della Difesa e Alitalia per quel velivolo tanto discusso.

Molto si era detto sul costo dell operazione e sulla sua utilita. Ora il contratto potrebbe aiutare a mettere in chiaro alcune cose. Alitalia in quel caso, scrive il Fatto, avrebbe fatto solo da intermediario tra il Governo e Etihad, la società che aveva in pancia l'Airbus e che è stata coinvolta nel salvataggio della compagnia di bandiera.

Secondo il fatto quotidiano e il Giornale : Ma quanto pesa sulle casse pubbliche il leasing dell'Airbus? Secondo i calcoli degli esperti si stima un costo annuale tra i 2,7 milioni e i 3,8 milioni senza considerare il costo del carburante. Basti pensare che un'ora di volo costa 20mila euro.Su questo punto cruciale il governo, alla faccia della sempre più strombazzata trasparenza, non ha mai comunicato nulla. A uscire allo scoperto è stata però l'Aeronautica militare, contattata perché effettua i voli del 31esimo Stormo utilizzati dai ministri. 

Ebbene, l'Aeronautica qualche giorno fa ha fornito una risposta che più rumorosa non si può: «Per quanto riguarda l'Airbus A340, Etihad ha concesso il leasing ad Alitalia che si occupa anche della manutenzione, mentre l'operatore esercente, tramite il ministero della Difesa, è l'Aeronautica militare». Insomma, sembrerebbe poterne dedurre che è stata Alitalia ad aver preso in leasing l'«Air Force Renzi» da Etihad, peraltro azionista pesante della stessa ex compagnia di bandiera. E sempre su Alitalia gravano le spese di manutenzione del velivolo. Ma ieri all'improvviso, quando ormai nessuno sperava di poter scorgere qualcosa nel porto delle nebbie, ecco arrivare un flebile gemito da Palazzo Chigi. 

L'ufficio stampa del governo ha fatto sapere che «il rapporto di leasing relativo all'Airbus è tra il governo e l'Alitalia». Il che significherebbe che è l'esecutivo a pagare i canoni di leasing, non a Etihad (come veicolato in un primo momento), bensì ad Alitalia. Ma se così fosse, qual è stato il passaggio che ha portato l'Airbus da Etihad ad Alitalia? E quanto costa il leasing che a questo punto impegnerebbe il governo con Alitalia? Tutte domande a cui ancora ieri Palazzo Chigi non ha voluto dare una risposta. Così, in serata, è arrivato un altro piccolo colpo di scena, con la tardiva presa di posizione della compagnia presieduta da Luca Cordero di Montezemolo: 

«Alitalia tiene a precisare che l'aeromobile, nella disponibilità di Alitalia in base ad un accordo con il proprio partner industriale, sarà destinato al servizio dei voli di Stato in conseguenza di un contratto di leasing - stipulato alle usuali condizioni di mercato - tra Alitalia e il ministero della Difesa. Alitalia si è impegnata a garantire la manutenzione ordinaria nell'ambito del contratto di leasing. L'intera operazione non comporta alcun costo per Alitalia». Insomma, volendo provare a tradurre qui i contratti sono due. 

Un primo accordo commerciale (forse un leasing, ma Alitalia non lo chiarisce) con cui Etihad ha messo il suo Airbus A340 a disposizione della partecipata Alitalia. Poi un secondo contratto, sicuramente di leasing, con cui il ministero della Difesa prende in consegna l'aeromobile da Alitalia corrispondendo a quest'ultima un canone periodico.Ma perché questo ginepraio di passaggi? Per dare un aiutino ad Alitalia? Perché la Difesa non ha stipulato il leasing direttamente con Etihad? 

Tutte domande ancora senza risposta. Così come rimane senza risposta un'altra domanda cruciale. Secondo l'Aeronautica militare già adesso la flotta di Stato è composta da 13 velivoli: 3 Airbus A319, 3 Falcon 900EX, 3 Falcon 900 Easy, 2 elicotteri AW 139 e 2 Falcon 50. Il tutto, al costo di 20 milioni l'anno. Era davvero indispensabile imbarcare un quattordicesimo aereo

 

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI