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Mercoledì, 26 Giugno 2019

ll Presidente di Protom , Fabio De Felice, sarà consegnato questo pomeriggio a Roma in Senato, alla presenza della Presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, il Premio dei Premi. 

L’alto riconoscimento, istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri su mandato del Presidente della Repubblica, viene assegnato ad un’impresa individuata tra quelle premiate annualmente nelle competizioni a carattere nazionale organizzate nei settori dell’industria e servizi, dell’università, della pubblica amministrazione e del terziario. E Protom si è aggiudicata per il secondo anno consecutivo il “Premio Imprese X l’Innovazione” promosso da Confindustria.

Nata nel 1995 come società di consulenza, oggi Protom è un player nella trasformazione dell’innovazione in soluzioni concrete ad alta vocazione tecnologica capaci di generare valore per clienti e partner.

Il gruppo opera nell’ambito dell’Advanced Engineering e della Information Technology, ha il quartier generale a Napoli e Milano e sedi in Francia, a Tolosa, ed in Brasile a San José dos Campos. L’azienda lavora con big player del comparto metalmeccanico, dell’aeronautica, del ferroviario e dell’automotive come Leonardo, Superjet, Piaggio Aerospace, Airbus, FCA, ATR, Hitachi Rail Italy e Rolls Royce.
 
“Occorre ispirare e lasciarsi ispirare – afferma Fabio De Felice – ma soprattutto occorre trasformare l’ispirazione, la creatività in risposte a bisogni concreti. Al di là delle enormi contraddizioni che costellano la nostra epoca, siamo i testimoni di una trasformazione rivoluzionaria: le tecnologie a nostra disposizione sono in grado di traghettarci in scenari che ancora non abbiamo concepito. La sfida si gioca tutta qui: sulla capacità di cogliere i bisogni del mercato, di pensare in maniera laterale guardando ai problemi come ad opportunità di miglioramento.

Dopo l’ingresso nel 2017 in Elite, il programma di Borsa Italiana e Confindustria per le imprese ad alto potenziale, Protom ha proseguito nel 2018 il proprio percorso di crescita scegliendo di focalizzarsi sempre più su attività ad alto valore aggiunto.
L’azienda capitalizza l’elevata qualità e peculiarità delle competenze maturate negli ambiti dell’Advanced Engineering, della Digital Transformation e del Knowledge Development, puntando a creare inedite sinergie da cui nascono servizi e soluzioni ad alto valore aggiunto."

Il risultato, in termini di business, si è tradotto in una consistente crescita degli utili, a cui è corrisposto un forte investimento in attività di Ricerca, affidate all’Innovation Lab guidato da Sergio Cotecchia.

“Più del 15% del fatturato realizzato da Protom tra il 2011 ed il 2018 - spiega Cotecchia - è stato investito in progetti di ricerca e innovazione, con l’impegno di un monte lavorativo di circa 100 mila ore. Nel 2018 abbiamo avuto anche un incremento sostanziale nelle spese in attività di Ricerca e Sviluppo, che oggi si attestano intorno al 20% del fatturato. Questo premio è, dunque, il riconoscimento di quella che costituisce un’attitudine insita nella cultura aziendale di Protom: la tensione all’innovazione”.

“Oggi Protom - spiega De Felice - partecipa al programma di ricerca europeo Horizon2020 con nove progetti che riflettono la capacità dell’azienda di creare sinergie tra le competenze di matrice ingegneristica ed il know-how sviluppato in ambito di tecnologie all’avanguardia e Digital Transformation. Protom riveste, in particolare, il ruolo di Core Partner nell’ambito del programma Clean Sky 2, focalizzato sulla produzione di velivoli significativamente più sostenibili e performanti".

Al contempo, Protom si è affacciata sui mercati sudamericani, acquisendo la società brasiliana Ambra Solutions, con sede nel Parco Tecnológico UNIVAP a San José dos Campos, dove è presente il maggior complesso aerospaziale dell’America Latina.
“Aprirsi ai mercati internazionali è vitale per sostenere una cultura dell’innovazione”, rimarca De Felice. 

“Fare impresa in Italia, oggi, non è facile. Ancora meno facile è fare innovazione. Ma la ricerca dell’innovazione è irrinunciabile, rappresenta una delle più importanti risorse per rimanere competitivi e continuare a crescere. È essenziale rimarcare questo concetto proprio in un’occasione, come quella del Premio dei Premi, in cui aziende ed istituzioni si incontrano. Il successo si raggiunge e si mantiene attraverso l’apertura, il confronto, l’assunzione di una mentalità globale e aperta al dialogo. Solo dall’incontro nascono idee di valore”.

Alcuni migranti che erano a bordo della nave 'Diciotti' hanno presentato un ricorso al tribunale civile di Roma per chiedere al governo italiano un risarcimento per essere stati costretti a rimanere a bordo diversi giorni. Secondo quanto si apprende da fonti del Viminale, il ricorso è stato presentato da uno studio legale a nome di 41 migranti, tra cui un minore, che erano a bordo della nave e che ora chiedono al premier Giuseppe Conte e al ministro dell'Interno Matteo Salvini un risarcimento tra i 42mila e i 71mila euro. Dei 41 migranti che si sono rivolti allo studio legale, dicono ancora le fonti del Viminale, 16 risultano essere nati l'1 gennaio. Dopo esser scesi dalla Diciotti, gli stranieri si erano poi rifugiati presso le strutture di Baobab Experience.

Una causa legale che ha il sapore prettamente politico per tornare ad attaccare Salvini. Non a caso arriva pochi giorni dopo la decisione della Giunta per l'immunità del Senato di non concedere l'autorizzazione a procedere al tribunale dei ministri che avrebbe voluto processare il numero uno del Viminale nonostante la procura di Catania avesse deciso di archiviare il caso. Adesso spunta uno studio legale che pretende dal leader leghista il risarcimento dei danni per la "privazione della libertà personale".   

«Permettetemi di rispondere con una grassa risata, non prendessero in giro gli italiani, la pacchia è finita, i barconi non arrivano più, al massimo gli mandiamo un Bacio Perugina». La battuta di Salvini fa capire «come sia più competente in enogastronomia più che in giurisprudenza: deve ricordarsi che sta al Viminale e non a Masterchef», ha risposto Giovanna Cavallo, dell'area legale di Baobab Experience. «In questa vicenda si parla di diritti umani violati e di persone che non possono diventare oggetto di campagna elettorale», ha chiarito. 

Mentre sul fronte del Movimento 5 Stelle. Sabrina De Carlo, capogruppo del M5S in Commissione Esteri della Camera, ha chiarito come l'Italia «ha rispettato ogni convenzione internazionale. Spiace che i 41 migranti che hanno chiesto un risarcimento si sono fatti strumentalizzare dai "soliti noti" della politica che ha favorito il business dell'immigrazione», ha chiarito.  

Fonti del Viminale fanno, infatti, sapere che uno studio legale ha presentato al tribunale civile di Roma un ricorso d'urgenza  per "difendere" 41 degli immigrati che si trovavano a bordo della nave della Guardia Costiera bloccata da Matteo Salvini nel porto di Catania per costringere l'Unione europea a fare la propria parte nella distribuzione dei richiedenti asilo. Dal leader leghista ora pretendono il pagamento di una cifra che oscilla tra i 42mila e i 71mila euro.

Di questi, sedici risultano nati il primo gennaio. Una coincidenza piuttosto stramba che fa supporre, come spesso accade, che le generalità fornite dai richiedenti asilo siano del tutto inventate. Dichiarano, sempre più spesso, di essere nati il primo gennaio del 2002, guarda caso in modo da risultare di diciassette anni e ottenere così accoglienza in Italia. I dati anagrafici degli immigrati sbarcati al porto di Catania l'estate scorsa non sono certo le uniche note stonate di una vicenda che ha svelato tutte le falle del sistema di accoglienza imposto per anni dall'Unione europea e che Salvini sta cercando di smontare.

Una volta sbarcati in Italia, alcuni degli immigrati, che ora vogliono far causa a Salvini, si erano poi rifugiati nella tendopoli (abusiva) gestita dai volontari della "Baobab Experience", un'associazione legata al mondo della sinistra radicale che fa del buonismo e dell'accoglienza la propria bandiera. Erano stati proprio gli stessi volontari a noleggiare un pullman e portarli al confine con la Francia per aiutarli ad attraversare (illegalmente) il confine. Adesso, a distanza di dieci mesi, eccoli rispuntare, rappresentati da un ufficio legale italiano, per cercare di spillare al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e a Salvini una cifra "a titolo di risarcimento" che oscilla tra i 42mila e i 71mila euro.  

A pochi giorni dal voto in Giunta sul caso della Diciotti, la nave della Guardia Costiera fermata davanti al porto di Catania per non far scendere i migranti che erano stati imbarcati, Giulia Bongiorno parla dei consigli dati a Matteo Salvini su come affrontare la richiesta del tribunale dei ministri che lo avrebbe voluto processare. Consigli dati non in quanto ministro della Pubblica amministrazione, ma da esperto legale. Perché, pur sapendo che "se Salvini si fosse fatto processare per le accuse dei giudici di Catania sarebbe stato sicuramente assolto", la Bongiorno ha voluto evitargli di finire invischiato negli artigli della giustizia "per sei, sette, dieci anni".

"Conosco la giustizia italiana...". In una intervista rilasciata al Corriere della Sera, la Bongiorno mette a nudo le falle della giustizia italiana. Da avvocato quale è li conosce in troppo bene. "So che Salvini sarebbe rimasto sotto processo per sei, sette, dieci anni - spiega - e nel frattempo sarebbe stato sempre additato". Da qui il consiglio di non rifiutare l'immunità che la Giunta di Palazzo Madama gli avrebbe dato. Per arrivarci, però, il vicepremier leghista è dovuto prima passare attraverso il tribunale del popolo messo in piedi dal Movimento 5 Stelle. Sulla votazione sulla piattaforma Rousseau, la Bongiorno però non intende prendere prosizione, preferisce lasciare certe polemiche all'elettorato pentastellato: "È nel dna dei grillini, questo continuo contatto con i loto militanti, può piacere o non piacere. Personalmente - continua - non ho questa ansia di ricercare sempre il confronto con l'elettorato".



L’esperimento per il reddito di base intrapreso in Finlandia ha aumentato il senso di benessere dei partecipanti, anche se non ha avuto effetti sui livelli occupazionali, ha reso noto in un seminario* il governo presentando i risultati preliminari** del test, alla presenza di Pirkko Mattila (Ministro per gli Affari Sociali e la Salute) ed Anu Vehviläinen (Ministro del Governo Locale e della Riforme Pubbliche).

L'esperimento sul reddito di base non ha aumentato i livelli occupazionali dei partecipanti nel primo anno (2017) dell'esperimento biennale. Ma, alla fine del test, il benessere percepito dai beneficiari era migliore di quello del gruppo di controllo: il gruppo di controllo era composto da coloro che nel novembre 2016 avevano ricevuto un sussidio di disoccupazione ma non erano stati selezionati per l'esperimento.

L'esperimento sul campo, realizzato dall'agenzia finlandese Kela (omologa dell’INPS) aveva selezionato 2000 disoccupati a campione per ricevere 560 euro esentasse ogni mese. I partecipanti potevano lavorare ed anche ricevere i soldi, o anche avviare proprie attività, ma non avrebbero potuto ritirarsi dal test.

"Si può affermare che, durante il primo anno dell'esperimento, i beneficiari del reddito di base non si sono trovati né meglio né peggio del gruppo di controllo nel trovare un impiego sul mercato del lavoro aperto", ha commentato Ohto Kanninen, coordinatore della ricerca presso l'Istituto del lavoro per la ricerca economica, in una dichiarazione del governo.

Meno burocrazia, più felicità

Le persone che percepivano il reddito di base negli ultimi due anni hanno riferito che il beneficio esentasse ha facilitato la creazione di un'impresa e che erano soddisfatti della riduzione della burocrazia.

"Il reddito di base può avere un effetto positivo sul benessere del beneficiario, anche se a breve termine non migliora le sue prospettive di occupazione“ secondo Minna Ylikännö, capo ricercatrice di Kela. “I beneficiari avevano meno sintomi di stress e meno difficoltà di concentrazione e meno problemi di salute rispetto al gruppo di controllo. Erano anche più fiduciosi nel loro futuro e nella loro capacità di influenzare i problemi della società”. Gli effetti dell'esperimento del reddito di base sul benessere sono stati studiati anche attraverso un sondaggio che è stato fatto per telefono appena prima del completamento dell’esperimento.

Il 55% per cento dei partecipanti al reddito di base ed il 46 % del gruppo di controllo intervistati alla fine dello scorso anno percepivano il proprio stato di benessere come buono o molto buono. Nel contempo, il 17 % dei beneficiari di reddito di base e il 25 % del gruppo di controllo dichiaravano invece di aver sperimentato un grado elevato o molto alto di stress negli ultimi due anni. Il tasso di risposta per il sondaggio è stato del 23%.

L'esperimento sociale, lanciato dal governo del primo ministro Juha Sipilä, mirava a verificare come il sistema di welfare della Finlandia si sarebbe potuto adattare ai cambiamenti nella vita lavorativa. L'esperimento, iniziato il 1° gennaio 2017, si è concluso il 31 dicembre 2018 ed era teso a verificare se il labirintico sistema di benefici sociali esistente in Finlandia potesse essere ridisegnato per far fronte a un'economia in evoluzione, dove i lavori permanenti a tempo pieno sembrano diventare un ricordo del passato.

Alcuni studiosi ritengono che l'idea di un pagamento mensile standard sia una buona soluzione per affrontare l'emergente economia dei gig, in cui le persone spesso si destreggiano tra diversi lavori temporanei e part-time, evidenziando come l'attuale sistema di 43 diversi tipi di benefici sia troppo difficile da affrontare e dovrebbe essere semplificato.

Secondo Olli Kangas, professore dell'Università di Turku e capo della ricerca di Kela, l'esperimento dovrebbe già essere considerato un successo, perché la Finlandia sta ponendosi le domande giuste, su come ottimizzare il suo sistema di benefici tentacolare ed incentivare adeguatamente le persone a cercare attivamente il lavoro.

Durante la valutazione dell’esperimento sono stati studiati gli effetti del reddito di base sullo stato di occupazione, su reddito e benessere dei partecipanti. I risultati dei dati registrati  e della ricerca sono stati appena pubblicati. I beneficiari del reddito di base hanno avuto in media 0,5 giorni in più di occupazione rispetto al gruppo di controllo. Il numero medio di giorni di lavoro durante l'anno è stato di 49,64 giorni per i beneficiari del reddito di base e di 49,25 per il gruppo di controllo. La percentuale che aveva avuto guadagni o reddito da lavoro autonomo è risultata essere di circa un punto percentuale più alto per i beneficiari di un reddito di base che per il gruppo di controllo (43,70% e 42,85%). Ancora una volta, l'ammontare dei guadagni e dei redditi da lavoro autonomo è stato in media di 21 euro più basso per i beneficiari di un reddito di base che per il gruppo di controllo (€ 4.230 e € 4.251).

Lo studio degli effetti sull'occupazione dell'esperimento del reddito di base si basa sui dati per il primo anno dell'esperimento ed i dati completi si sono resi disponibili con un ritardo di un anno, il che significa che i risultati per il secondo anno dell'esperimento saranno pubblicati nei primi mesi del 2020. I prossimi risultati seguenti saranno pronti nell'aprile 2019. La valutazione comprende anche uno studio dell'intervista, che sarà effettuato nella primavera 2019.

"Valutazioni attendibili degli effetti dell'esperimento saranno disponibili quando tutti i materiali raccolti saranno stati analizzati tenendo conto dei parametri che costituiscono un quadro per l'esperimento. Successivamente, potremo valutare i possibili effetti dell'introduzione di un reddito di base in Finlandia”, afferma il professor Kangas,

Esperimento eccezionale

L'esperimento del reddito di base è stato un esperimento sociale eccezionale sia a livello nazionale che internazionale in quanto è stato creato come un esperimento sul campo, con campionatura su scala nazionale. La partecipazione all'esperimento non è stata volontaria, il che significa che è possibile trarre conclusioni più attendibili degli effetti dell'esperimento rispetto a precedenti esperimenti basati sulla partecipazione volontaria.

"Le lezioni apprese durante la pianificazione e la realizzazione dell'esperimento forniscono una solida base per la pianificazione di nuovi esperimenti sociali ambiziosi - ad esempio un'imposta sul reddito negativa", sottolinea Kangas.

Secondo il ministro Mattila “Obiettivo dell'esperimento del reddito di base era identificare i modi di semplificare il sistema di sicurezza sociale, eliminando l'eccessiva burocrazia e rimuovendo gli ostacoli agli incentivi”. Aggiungendo che” l'esperimento produce dati unici sui vari fattori che influenzano il comportamento umano, l'occupazione e il benessere. Anche se il modello di reddito di base sviluppato per l'esperimento non sarà probabilmente adottato come tale per un uso più ampio, penso che l'esperimento abbia avuto molto successo. Possiamo utilizzare i dati dell'esperimento per ridisegnare il nostro sistema di sicurezza sociale; quella sarà la prossima grande riforma”. E sulle ripercussioni avute dall’esperimento,il ministro ha concluso che " ha suscitato molto interesse in tutto il mondo e ha avuto un impatto positivo sull’immagine della Finlandia: siamo percepiti come un paese che ha la capacità di guardare le cose da una nuova prospettiva e di raccogliere ulteriori informazioni ". Effettivamente l'attenzione dei media internazionali attorno all'esperimento è stata senza precedenti. Come anche in Italia, anche se, nel nostro paese, fresco di introduzione del RdC (reddito di cittadinanza) su molti media le intitolazioni ed i contenuti sono stati spesso fuorvianti e falsati da comparazioni improbabili e strumentalizzazioni ad uso interno.

 

 

 

Il 20 febbraio 2019, dalle ore 10 alle 12, presso la “Sala Spadolini” del Ministero per i beni e le attività culturali, Il Corriere del Sud presente, in via del Collegio Romano n. 27, con gli indirizzi di saluto introduttivi del Dottor Alberto Bonisoli, Ministro per i beni e le attività culturali e di Sua Eminenza il Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, si è tenuta la giornata conclusiva del ciclo di conferenze “Beni culturali ecclesiastici, tutela e protezione tra presente e futuro”.

L’iniziativa, promossa dall’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della CEI e il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, è stata organizzata in collaborazione con le Conferenze Episcopali Regionali, le Diocesi e le articolazioni del Ministero per i beni e le attività culturali, al fine di rafforzare la cultura della tutela e la sensibilità nella difesa di uno dei più importanti settori del patrimonio culturale nazionale: quello ecclesiastico.

Con il ciclo di conferenze, che s’inserisce nell’ambito della pluriennale fruttuosa collaborazione tra CEI e MiBAC e nell’alveo della sinergia che, parimenti, caratterizza l’operato delle Soprintendenze, degli Uffici diocesani per i beni culturali e l’edilizia di culto e delle articolazioni territoriali del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, si è inteso focalizzare l’attenzione sul fenomeno dei furti e dei danneggiamenti in danno di chiese e luoghi di culto ove la fragilità del patrimonio culturale è ulteriormente messa a repentaglio dalla fruizione devozionale e liturgica dei beni ecclesiastici.

Grazie alla pluralità di visioni, assicurata da illustri relatori provenienti dal mondo ecclesiastico, giudiziario, ministeriale, accademico e operativo, il tema “Beni culturali ecclesiastici, tutela e protezione tra presente e futuro”, è stato declinato in tutte le sue sfaccettature, con particolare focus sulle buone pratiche e le criticità del settore.

I 19 eventi, tenutisi da Bolzano a Monreale (PA) tra il 10 ottobre 2018 e il 1° febbraio di quest’anno, hanno rappresentato un’ulteriore qualificata occasione per incentivare le attività di catalogazione del patrimonio culturale ecclesiastico, da tempo promosse dalla CEI, e per diffondere i consigli contenuti nella pubblicazione “Linee guida sulla tutela dei beni culturali ecclesiastici” realizzata, nel 2014, dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto.

Il presidente della Giunta, Maurizio Gasparri, ha presentato, come relatore, la sua proposta: il no all'autorizzazione a procedere. Per Gasparri i fatti della Diciotti erano "parte di un tentativo strategico dell'Esecutivo di risolvere in maniera strutturale il problema dell'immigrazione irregolare". E per questo la Giunta "non può che limitarsi al riscontro delle finalità indicate dalla legge costituzionale, senza estendere la propria valutazione alla scelta dei mezzi per conseguirle. L'autonomia della funzione di governo presuppone anche autonomia nella scelta dei mezzi e non solo quindi dei fini da perseguire".

Oggi i senatori sono chiamati a valutare la memoria trasmessa dal ministro sulla vicenda dei 177 migranti trattenuti per diversi giorni sulla nave della Guardia Costiera.

E oggi l'organismo parlamentare che valuta le richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di deputati e senatori ha deciso di inviare a Catania pure i documenti che Conte, Di Maio e Toninelli hanno allegato alla difesa di Salvini per rivendicare un'azione unitaria dell'intero governo. La richiesta era arrivata dall'ex presidente del Senato, Pietro Grasso, e dall'ex M5S Gregorio De Falco, secondo cui i giudici etnei devono valutare anche la posizione del premier e degli altri ministri prima che la Giunta prenda una posizione.

Intanto lo scontro è aperto.Uno non ha i numeri in Parlamento e l'altro non ha la forza di imporsi se non mettendo a rischio il governo. Sulla Tav si consuma la paralisi perfetta. Un gioco di interdizione tra M5S e Lega che sulla carta rappresenta una sorta di pareggio che potrebbe tornare utile in vista delle elezioni europee. D'altra parte per mettere la parola fine alla Torino-Lione occorrerebbe presentare in Parlamento un disegno di legge in grado di cancellare la legge obiettivo del gennaio 2017 che recepì il trattato siglato con la Francia. Da Torino i grillini in consiglio comunale proprio questo chiedono quando, con la capogruppo Valentina Sganga, invitano il governo «a mettere da parte i tatticismi» «fermando definitivamente tutti gli appalti» attraverso una «legge che cancelli i trattati internazionali». Ma Luigi Di Maio non ha i voti per tentare il blitz e Salvini non ha intenzione di affondare il coltello mettendo sul piatto le percentuali abruzzesi.

Di Maio è in forte difficoltà soprattutto nel Movimento, «ma prima di suicidarsi o di essere suicidato - assicurano i suoi - è pronto ad indossare la cintura esplosiva» per tirare giù il vicepremier leghista e il premier Conte. I rapporti tra Di Maio e Conte sono da qualche settimana molto complicati anche per i sospetti che viaggiano tra i grillini sul conto del premier e di un suo futuro impegno diretto in politica. Fatto sta che ieri Salvini ha difeso Conte dagli attacchi ricevuti a Strasburgo. Il M5S non è andato oltre il seppur stimato capogruppo Francesco D'Uva.

La Lega, così come le opposizioni in coro, contestano le modalità di realizzazione dell'analisi da parte del Mit. "Chi l'ha già letta - spiegava ieri sera Salvini - mi dice che ci sono dati un po' strani che ci confermano l'idea di andare avanti". Alcuni aspetti lasciano dubbiosi i leghisti, "come l'aver inserito i mancati introiti per le accise e i pedaggi", spiega Edoardo Rixi, viceministro ai Trasporti. Le politiche nazionali ed europee, infatti, "puntano a una riduzione delle emissioni e non possiamo certo oberare i viadotti e la rete autostradale con altro carico veicolare". "Questa è un'analisi economica e non politica", si difende però il professor Marco Guido Ponti, membro della commissione, chiamato in audizione in Parlamento. "Ha tutti i vizi e le virtù di un'analisi economica - insiste - ma pretendere la perfezione per una cosa che tende al futuro è impossibile". Ma per Elena Maccanti (Lega) nel testo risalta "l'assenza della voce benefici": "La Bocconi - dice - ha già calcolato 9 miliardi di ricadute per l’indotto", senza contare "i livelli di inadeguatezza della linea ferroviaria esistente".

Il governo si trova ad un bivio. Ora che l'analisi costi-benefici è (finalmente) arrivata, i gialloverdi dovranno prendere una decisione in un senso o nell'altro. Un modo per uscire dall'impasse potrebbe essere la consultazione popolare. Per Rixi infatti il vero tema è "se si vuole fare l'opera oppure no". Se l'obiettivo è concluderla, allora i modi per risparmiare quei miliardi di troppo "ci sono". Ad esempio, dice il leghista, "si può usare la Relazione Ponti per far capire all'Europa che c'è bisogno di più risorse europee", oppure per rivedere il "sovra-finanziamento da parte italiana". Poi "si possono risparmiare circa 1,5 miliardi di euro su opere in territorio italiano e si potrebbero investire altri 2 miliardi su altre opere nel quadrante nordovest". Diverso è se l'obiettivo grillino è quello di non realizzare l'opera a tutti i costi. In questo caso, se il M5S facesse muro, la Lega pensa di puntare tutte le proprie fiches sul referendum: "Sono sempre stato favorevole", fa sapere Salvini. Che in attesa della Tav intanto sale sui trenini per bambini.

Andrea Giuricin, professore associato di Economia dei trasporti all'Università di Milano Bicocca, secondo il quotidiano il Giornale è convinto che la politica abbia evitato di assumersi una propria responsabilità nascondendosi dietro le cifre. Ma ci sono alcuni bug nell'intero impianto della relazione pubblicata ieri che si possono evidenziare.

«Fare un'analisi costi-benefici su un'opera così duratura nel tempo», spiega Giuricin,al quotidiano il Giornale, ha un'efficacia limitata perché «le considerazioni sono in gran parte basate sui valori attuali che vengono proiettati sull'orizzonte di durata dell'opera» che si può stimare in 100-150 anni. Ma in questo periodo «il progresso tecnologico è difficilmente calcolabile». Ad esempio, le perdite stimate in termini di minor gettito delle accise e dei pedaggi autostradali con il ricorso alla ferrovia potrebbero non essere tali se la mobilità su gomma si spostasse tutta sull'elettrico, «a meno che non si inventi una tassa sull'elettricità».

I minori introiti per lo Stato sono cifrati in media a 1,6 miliardi di euro, ma - come osservato dal professor Massimo Tavoni del Politecnico di Milano - non c'è univocità sull'adozione di questo parametro come «esternalità negativa» o costo di un'opera pubblica. In ogni caso, ha osservato Tavoni, «correggendo per le accise, il valore attuale netto si dimezza e se si fa lo stesso anche per i pedaggi, diventa positivo».

Secondo i dati dell'Epa, agenzia Ue per la protezione dell'ambiente, nel comparto del trasporto merci i camion emettono 10 volte più anidride carbonica rispetto ai treni. «A questo - osserva Giuricin - bisogna aggiungere che l'incidentalità è 36 volte più bassa». Ammesso che le accise siano un costo, argomenta, «bisogna fare una scelta politica accettando un'eventuale perdita perché le vite umane sono più importanti dell'introito del pedaggio» e perché una strategia positiva è «un network europeo che funziona bene con treni lunghi e pesanti».

«Le scelte politiche sono distorte dalla scelta di un singolo metodo di analisi che, probabilmente, non è il migliore e danneggia l'ambiente», aggiunge Giuricin rilevando come nel dossier non si utilizzi il parametro del costo per chilometro dei treni. Probabilmente, si intuisce, ne evidenzierebbe la competitività. Anche Tavoni aveva evidenziato come apparissero sottostimati sia i benefici della minor congestione stradale che del minor tempo per trasportare le merci.

Tra i metodi di valutazione citati da Giuricin c'è quello comunemente definito «costo del non fare». Si basa sull'impatto economico dell'opera sulla catena del valore. Sebbene anch'esso parziale, fornisce una prospettiva differente. All'uopo si può citare lo studio del gruppo Clas firmato da Lanfranco Senn e Roberto Zucchetti della Bocconi. La Tav Torino-Lione apporterebbe 10,6 miliardi di valore aggiunto ripartiti tra 3,6 di cantiere, 3,7 tra aziende e fornitori e 3,2 tra salari, nuova forza lavoro e giro d'affari. L'infrastruttura creerebbe 52mila posti di lavoro (il 76% nel comparto edile) e nel periodo 2020-2028 Dal 2020 al 2028, a fronte di una spesa annua di 350 milioni per i lavori, genererebbe un aumento di Pil annuo di 1,32 miliardi con un saldo positivo di 970 milioni. Si tratta dei dati che il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha citato come condizione sufficiente per non fermare la Tav.

«C'è un elemento reputazionale - conclude Giuricin al quotidiano il giornale - derivante non solo dal pagamento delle penali, ma anche dall'impatto economico sui player che non investirebbero più in Italia per l'inaffidabilità dei governi: vale qualche miliardo».

Per l’Italia terminare la Torino-Lione costerebbe ancora 4,7 miliardi: 3 per la tratta internazionale e 1,7 miliardi per la parte domestica. Nell’ipotesi suggerita dalla Lega di congelare gli investimenti sulla tratta italiana si scenderebbe a 3. Bloccare l’opera e scegliere di non realizzarla, costerà invece, 3,2 miliardi: 1,7 per risarcimenti e penali imposte da Francia e Unione europea; 1,5 per riammodernare il vecchio tunnel del Frejus. La scelta che il governo ha di fronte a sé è questa, per come emerge dall’analisi consegnata dal professor Ponti e dalla valutazione giuridica dell’avvocato Pasquale Pucciariello.

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