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Lunedì, 01 Giugno 2020

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Siamo ormai giunti all'emergenza totale in tutta la penisola, finora della questione coronavirus si è sempre posto l'attenzione sulla grave aspetto sanitario e quello economico. Almeno così si sono comportati tutti i Media. Quasi nessuno ha fatto riferimento a Dio, alla religione, alla preghiera, a ciò che riguarda l'aspetto spirituale.

Oggi, effettivamente l'attenzione è rivolta solo al corpo. Ma per noi cattolici può essere così? Se lo chiede suor Rosalina Ravasio, fondatrice della Comunità Shalom-Regina della Pace di Palazzolo Sull'Oglio.

«Cari amici è ora di dare la parola, lo spazio alla Fede, a Cristo, come diceva Don Bosco:“vivete in grazia di Dio, pregate la Madonna, andate pure ad aiutare gli ammalati, e niente vi colpirà…”!!

Certamente sono da rispettare le decisioni dei Vescovi, comprendiamo la preoccupazione per il bene di tutti che ne è all’origine, certo però che non posso non dire che ci manca molto il Sacramento Eucaristico, la privazione della Santa Messa, la Gioia di andare in chiesa, e insieme, all’ascolto della Parola di Dio, il salutarci, abbracciarci e condividere con i fratelli le nostre esperienze!».

(Rosalina Ravasio, “La vera emergenza. La capitolazione della Fede davanti al coronavirus”, 8.3.2020, in LaNuovaBQ.it)

Suor Rosalina come altri fa riferimento alla Storia della Chiesa, ai tanti cristiani, religiosi, monaci, monache, santi che in tutto il mondo nel nome di Gesù e con la forza della loro fede, «hanno guidato, per secoli, comunità per persone affette da ogni specie di malattia sociale, persone affette da disturbi mentali, possessione demoniaca [...], alla quale dedicavano la loro vita, curando e sanando tutti coloro che accorrevano a loro!»

Pertanto secondo la suora la chiusura delle Chiese e quindi la non celebrazione dell'Eucarestia con il popolo «dà la sensazione - per non dire quasi certezza - che la Fede, Dio, non sono più all’altezza di rispondere alle nostre necessità! Praticamente la Fede fatta di preghiere, suppliche, penitenze, con la certezza che Lui ci ascolta, è come se appartenesse a un modo arcaico e vecchio, non più credibile oggi». In questi giorni sono apparsi altri commenti, sempre con riferimento al passato della Chiesa. Spesso viene chiamato in causa Alessandro Manzoni ai suoi racconti sulla peste di Milano al tempo di S. Carlo Borromeo e di Federigo Borromeo. Allora si dice i vescovi risposero alle epidemie con processioni pubbliche, mentre oggi i nostri vescovi mostrano poca fede. Non solo, i vescovi non vengono coinvolti in questa crisi, com'era avvenuto in altre occasioni, dai terremoti alle guerre internazionali.

Sulla stessa linea della religiosa è un editoriale di Marcello Veneziani, anche lui vede una mancanza di “spirituale”. E si chiede se per caso «c'è una dieta spirituale da osservare in questi giorni d’incubo e d’incubazione? Non mi è parso di leggere o di ascoltare da nessuna parte riflessioni, consigli, terapie che avessero a cuore l’anima delle persone e che ponessero la questione virale dal punto di vista “spirituale”[...] Eppure mai come in questo caso necessaria perché laddove tornano in gioco la vita e la morte, la vecchiaia e la malattia, la solitudine e la solidarietà, torna l’urgenza di una preparazione spirituale agli eventi e alla nostra vita». (M. Veneziani, Manca una risposta spirituale al contagio”, 10.3.2020, La Verità)

Il giornalista in questo contesto evidenzia l'assenza della Chiesa e l'irrilevanza della Religione, forse è la prima volta. Certamente Veneziani non pensa che i sacerdoti debbano sostituire i medici e affidarsi alle preghiere sia meglio che affidarsi alle strutture sanitarie». Però vede una Chiesa «come se si fosse ritirata dal mondo per non contribuire a spargere il virus, come se avesse chiuso i battenti per ragioni di profilassi medica e precauzione sanitaria».

Di tenore diverso sono le riflessioni che ogni mattina propone padre Livio Fanzaga,  ai radioascoltatori di Radio Maria. Ieri ha pubblicato sul sito della Radio questa precisazione: “Cari amici, i cuori di milioni di credenti sono sconcertati e amareggiati per la decisione del Decreto governativo di rendere inaccessibili in tutta Italia le Sante Messe ai fedeli. Al riguardo ecco alcuni riflessioni del prof Andrea Riccardi sul Corriere della Sera on line del 9 Marzo 20: “Dopo un braccio di ferro, la Cei ha ceduto: funerali e messe sospesi in Italia. Chi conosce i toni cortesi della Cei coglie subito un forte disappunto nel comunicato, pur essendo sempre pronta a collaborare, tanto da dire che il decreto è stato accolto solo per «contribuire alla tutela della salute pubblica» e che si tratta di «un passaggio fortemente restrittivo»…. Non si capisce perché siano interdetti culto e preghiere, se celebrati in sicurezza…Mai nella storia della Penisola sono state sospese le Messe. Un segnale pesante. Nelle crisi, la Chiesa è sempre stata un riferimento. Lo furono le Chiese nel 1943- 45 di fronte alla violenza tedesca. Oggi c’è sbandamento e incertezza. In un tessuto di fragili relazioni, coltivare la fede e le motivazioni non è secondario anche per resistere e sviluppare solidarietà e autodisciplina, ora decisive. Proprio perché siamo tutti d’accordo che il momento è grave e c’è bisogno di tutte le risorse umane”.

Tuttavia non mi sembra che la Chiesa non stia facendo niente, Papa Francesco ha affidato l'Italia e il Mondo a Maria. Una preghiera alla Madonna in un video messaggio prima della Messa di mercoledì 11 marzo nella Chiesa del Divino Amore a Roma. A presiedere la celebrazione a porte chiuse il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis. Un messaggio forte quello del Santo Padre. Ecco il testo del Papa:

"Maria, siamo certi che provvederai perché come a Cana di Galilea possa tornare la gioia e la festa dopo questo momento di prova. Aiutaci Madre del Divino Amore, a conformarci al volere del padre e a fare ciò che ci dirà Gesù che ha preso su di sé le nostre sofferenze e si è caricato dei nostri dolori per portarci attraverso la croce la gioia della Resurrezione. Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio Santa Madre di Dio, non disprezzare le suppliche di noi, che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e Benedetta".

Concludo con una significativa intervista a monsignor Antonio Suetta, arcivescovo di Ventimiglia-San Remo, pubblicata sul sito di Alleanzacattolica.org. (La buona battaglia contro il coronavirus).

Per l'arcivescovo è tempo dell'unità e della preghiera per combattere il virus che si diffonde. E' il tempo della speranza che nasce dalla preghiera ma anche dall'esempio di chi sta impegnando il suo ministero per aiutare il popolo a superare questa prova.

Il presule affronta subito l'interpretazione che «include rigorosamente le Sante Messe così disponendo la cessazione delle celebrazioni con la presenza dei fedeli. Questo fatto - ha detto Suetta - ha colpito e addolorato sacerdoti e laici, ha sollevato le solite polemiche da parte di chi vuole trovare un nuovo pretesto per criticare pubblicamente i vescovi, ma ha suscitato in molti anche la domanda se non poteva essere trovata una soluzione diversa, che salvaguardasse il bene della Messa, almeno nei giorni feriali, come ha sottolineato il Patriarca di Venezia, quando le chiese sono frequentate da un numero ridotto di fedeli ed è certamente possibile che si dispongano a un metro l’uno dall’altro, come prevede l’ordinanza governativa».

In un primo momento anche Suetta conveniva su questa possibilità.

Poi ha capito di trovarsi di fronte ad un problema molto serio soprattutto per la “novità” di questo virus. Pertanto serve  limitare il contagio «e il modo migliore è sicuramente quello di evitare il più possibile contatti e prossimità. Una siffatta linea di condotta ha portato inevitabilmente a considerare anche le situazioni di concentrazione di persone nelle chiese per la celebrazione della liturgia e per la preghiera [...]».

Pertanto ci si adegua alle norme del governo. L'arcivescovo ha «ribadito ai sacerdoti l’opportunità e il dovere di celebrare ogni giorno la Santa Messa, facendolo sapere ai fedeli, non perché vi partecipino, ma affinché si uniscano spiritualmente con la preghiera, aiutati anche dalla trasmissione in TV, in radio o sui social di Sante Messe o altre preghiere».

L'arcivescovo ha elencato alcune misure chieste ai sacerdoti, chiarendo che trova «eccessive le polemiche in quanto la Chiesa non rinuncia alla Santa Messa, che incessantemente viene celebrata per la sua edificazione e per la salvezza di tutti; la mancata partecipazione fisica dei fedeli dovuta alla necessità contingente può e deve essere colmata dalla loro preghiera, dal ricorso alla Comunione spirituale, dalla disponibilità dei sacerdoti all’incontro personale e soprattutto dalla convinzione che il valore del Sacrificio di Cristo offerto sull’altare ha efficacia e dona frutti anche nella impossibilità, eccezionale e involontaria, di prendervi parte».

Monsignor Suetta spiega, facendo riferimento ai testi conciliari, (Sacrosanctum Concilium, 7, 4 dicembre 1963) il vero significato della Messa, «che ha valore infinito, universale, pieno ed efficace in se stessa, per quello che custodisce e celebra, e non in dipendenza dalle circostanze, anche preziose e significative come la presenza e la partecipazione materiale del popolo cristiano».

Tuttavia per Suetta, «Si può dunque discutere sull’opportunità pedagogica di non privare i fedeli della partecipazione fisica alla Santa Messa, ma non si può dire che la Chiesa rimanga senza Eucaristia e neppure che i fedeli siano impediti ad una «fruttuosa e attiva partecipazione» in quanto, in questa circostanza grave ed eccezionale, possono e devono unirsi mediante la fede e la preghiera».

A questo punto l'arcivescovo presenta le disposizioni che ha dato nella sua diocesi.

«sinceramente non condivido le posizioni che da una parte leggono le norme come un’ingerenza indebita con eventuali secondi fini oppure che, dall’altra parte, considerano la risposta dell’episcopato come un segno di scarsa fede nella preghiera e nella Messa e come un inquinamento da secolarismo presuntuoso da attitudine scientista e tecnologica».

E' fondamentale per l'arcivescovo che in questo grave momento, i pastori e i fedeli devono recuperare quelle riflessioni di fede, «che consideri alcune tematiche oggi spesso dimenticate come il mistero del male, la assurda presunzione dell’autosufficienza umana, la provvidenza di Dio, la forza e il valore della preghiera, la gioia di formare un solo corpo nella Chiesa di Gesù e, non ultima, una riflessione sulla organizzazione della vita politica e sociale esaminando con rinnovata e coraggiosa attenzione i criteri che vengono posti a fondamento di essa». Infine l'arcivescovo chiarisce la questione sul divieto di celebrazione della Messa e di accesso ai sacramenti. Ribadisce che le chiese non sono chiuse e i fedeli non sono affatto privati del conforto della fede e dei sacramenti. Ribadisco - ha detto Suetta - che la celebrazione quotidiana della Santa Messa, garantita dai vescovi e dai sacerdoti per il popolo e “con” il popolo anche se senza il popolo, è la nostra grande risorsa spirituale, il baluardo contro il male, la speranza più sicura che il male sarà sempre sconfitto».

In questo momento difficile, il Santuario di Pompei invita tutti i fedeli a restare uniti nella preghiera che, oggi, più che mai, deve farsi più forte, così come più salda deve farsi la speranza. Sono tre i momenti di preghiera quotidiani attraverso cui il Santuario è vicino ai devoti della Madonna del Rosario. Oltre alla recita della Supplica, la preghiera simbolo della città mariana, guidata tutti i giorni dall’Arcivescovo, Mons. Tommaso Caputo, e trasmessa in streaming alle 12, sulla pagina Facebook ufficiale “Pontificio Santuario di Pompei”, i fedeli potranno seguire la santa Messa alle 10 e il santo Rosario alle 17.

Tante anche le iniziative nate nelle parrocchie della città mariana per far sentire la vicinanza alle proprie comunità. Dalla preghiera quotidiana in diretta streaming, agli incontri di catechesi via social, ai messaggi dei parroci indirizzati a grandi e piccini, l’obiettivo delle parrocchie di Pompei è unico: far sentire alla comunità “noi ci siamo” nonostante la distanza. E le modalità con cui esprimono questo senso di unione sono davvero tante: gli incontri di catechesi via social, videomessaggi di incoraggiamento e speranza, telefonate agli ammalati, la preghiera tutti insieme tramite web, le video chat dei giovani.

La parrocchia “Santissimo Salvatore”, guidata da don Giuseppe Esposito, propone tutti i giorni, in diretta streaming, a partire dalle 17.30, la recita del santo Rosario e, a seguire, quella della Novena d’Impetrazione alla Vergine Maria. La diretta streaming è visibile sul profilo Facebook della parrocchia (parrocchia SS. Salvatore Pompei).

Don Giuseppe Ruggiero, parroco della chiesa “San Giuseppe sposo della Beata Vergine Maria”, invita i fedeli a partecipare, via web, alla santa Messa delle 11, celebrata a porte chiuse, ogni domenica, fino al 3 aprile. Per seguirla bisogna collegarsi al sito www.sangiuseppepompei.it. Anche il 19 marzo, solennità di San Giuseppe, Patrono della parrocchia, la santa Messa delle 18 sarà trasmessa in diretta web. Durante la celebrazione il parroco affiderà tutta la comunità a San Giuseppe. Per l’occasione le famiglie sono invitate ad unirsi alla preghiera e ad esporre, dai loro balconi e dalle finestre, lenzuola bianche o candele accese.

L’attenzione alla famiglia e ai giovani e ai disagi che stanno vivendo in questo periodo, è al primo posto anche per la parrocchia “Immacolata Concezione”, guidata da don Sebastiano Bifulco. Il parroco e tutta l’équipe parrocchiale continuano, insieme, ad accompagnare il cammino dei fedeli della comunità con incontri di catechesi e di preparazione ai sacramenti tramite collegamento Skype. Lo stesso anche per gli incontri di Azione Cattolica. Per i più piccoli, invece, i catechisti realizzano video per continuare a crescere nella fede in questa Quaresima così particolare e per prepararsi a ricevere la Prima Comunione. Infine, don Sebastiano, ogni settimana, invia ai fedeli della sua comunità parrocchiale un video messaggio in cui esprime la sua vicinanza e il suo affetto. Tutto questo è visibile sulla pagina Facebook della parrocchia (Parrocchia Immacolata Concezione Tre Ponti – Pompei).

Ancora, la parrocchia “Santa Maria Assunta in cielo”, guidata da don Giovanni Russo, ogni domenica trasmette, in diretta streaming sulla pagina Facebook parrocchiale (Parrocchia Santa Maria Assunta in cielo – Pompei), la recita del santo Rosario alle 10.30 e, a seguire, la santa Messa. Alle 12, poi, la recita della Supplica. Ogni giorno, inoltre, propone la recita del santo Rosario alle 18 e, alle 18.30, la santa Messa.

Infine, i fedeli della comunità parrocchiale “Sacro Cuore di Gesù”, guidata da don Antonio Protano, si ritrovano tramite video chat di gruppo per condividere momenti di preghiera e di confronto.

Il ministro Luciana Lamorgese “ha chiarito nela riunione Ue,al vertice straordinario tra ministri dell’Interno, tenuto a Bruxelles, che il governo di Roma non manderà nessuno a spalleggiare i greci nelle maniere forti. Al massimo, nostri agenti potranno dare una mano negli hot spot per velocizzare le pratiche di chi chiede asilo come scrive Francesco Grignetti su “La Stampa”.

“Quanto alla richiesta di mezzi, è stato escluso che unità della nostra Guardia costiera o della Finanza possano essere utilizzate nel respingimento muscolare dei gommoni. L’Italia ha offerto, se proprio serve rafforzare il dispositivo già presente di Frontex nell’Egeo con l’Operazione Poseidon, di inviare un aereo da ricognizione. Ben lontano, come si intuisce, dai luoghi caldi”.

Di fatto il governo italiano si offre di aiutare i greci solo se nelle pratiche di asilo, cioè se Atene accetterà di far oltrepassare il confine alle masse di clandestini che premono con violenza, grazie al supporto turco, sulla frontiera. Un gesto che schiera l’Italia a supporto del ricatto di Erdogan e che verrà apprezzato da Ong e lobby dell’accoglienza che già valutano gli incassi miliardari derivanti da nuovi massicci flussi.

Una posizione paradossale specie ora che la Ue sembra voler finalmente reagire con durezza al ricatto migratorio clandestino attuato dalla Turchia confermato dalle dichiarazioni dei migranti illegali arrivati a Lesbo che indicano chiaramente la complicità tra i trafficanti e le autorità di Ankara.

Il confronto in atto tra Turchia e Grecia sui migranti, che Erdogan ha mandato in circa 150 mila al confine terrestre occidentale, si estende anche al fronte marittimo con i due paesi impegnati a sostenere con la propaganda le proprie posizioni. Ankara mostra video di migranti illegali su gommoni respinti a forza dalle motovedette greche mentre Atene diffonde video di navi turche che scortano gommoni di migranti fin dentro le acque territoriali di Atene e di blindati della polizia turca che aiutano i clandestini a rimuovere le barriere sul confine terrestre di Edirne.

Il portavoce del governo greco Stelios Petsas ha dichiarato in una nota che “invece di contrastare le reti di trafficanti di persone, la Turchia è diventata essa stessa un trafficante”.Espliciti anche i filmati relativi agli scontri sul confine dove schiere di giovani migranti lanciano sassi e molotov contro la polizia greca al grido di “Allah Akbar”. Atene ha confermato di aver respinto oltre circa 35 mila tentativi illegali di attraversamento del confine.

Il pugno di ferro del governo greco, che dietro ai poliziotti ha schierato sul confine anche l’esercito e rafforzato la presenza navale davanti all’isola di Lesbo dove in una settimana sono sbarcati 1.700 clandestini che si aggiungono ai 25 mila già stipati da tempo sull’isola, continua ad avere ampio sostegno dall’Unione Europea anche se emergono già le prime crepe nel fronte europeo.

Il presidente del Parlamento, David Sassoli, parla esplicitamente di accogliere i migranti in arrivo dalla Turchia e di aprire corridoi umanitari per migliaia di supposti minori non accompagnati da ridistribuire tra i partner Ue mentre Ong e associazioni per i diritti umani accusano la Ue di aver accettato la decisione della Grecia di sospendere la domanda di asilo per un mese..

L’Europa per una volta dimentica le politiche immigrazioniste suicide perseguite finora e sostiene la Grecia per arginare la nuova “invasione” dalla Turchia. pero anche l’Italia non ci sta e il governo Conte rifiuta di mandare agenti di polizia e navi in supporto ai greci che affrontano il ricatto turco.

La questione è chiusa, ormai abbiamo aperto le porte, non abbiamo più tempo di discutere” ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che però sabato ha ordinato alla Guardia Costiera di fermare i flussi di migranti illegali diretti verso le isole greche di Lesbo, Chios e Kastellorizo. Un’iniziativa interpretabile con la volontà di offrire un segnale di cooperazione soprattutto alla Germania, interessata anche in ambito Ue a non rovinare i rapporti con Ankara anche alla luce dei milioni di turchi che vivono in Germania e hanno nazionalità tedesca.

Meglio non dimenticare che dopo i massicci flussi del 2015 fu proprio la Germania a negoziare l’0accordo con Ankara in base al quale i turchi fermarono o quasi i flussi di migranti ricevendo in cambio 6 miliardi di euro, non da Berlino ma dalla Ue.

Possibile quindi che Erdogan, dopo aver mostrato la minaccia all’Europa, ora punti a dimostrare che può contenerla, ovviamente dietro un lauto compenso. Se il leader turco paragona i greci ai nazisti per le violenze sui migranti, il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha ribadito l’importanza di riprendere il dialogo con la Turchia....

l’alto rappresentante della politica estera dell’UE, Josep Borrell, affermava rivolto ai migranti: “non andate al confine. Il confine non è aperto. Se qualcuno ti dice che puoi andare perché la frontiera è aperta … questo non è vero. Evita situazioni in cui potresti essere in pericolo”, ha aggiunto. “E, per favore non dire alle persone che possono andare, perché non è vero”.

la solidarietà europea nei confronti della Grecia si manifesta anche nell’invio di poliziotti dei diversi Stati membri al confine greco, come richiesto da Atene. Aiuti limitati nei numeri ma di alto valore simbolico dopo che la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha attribuito ai greci il ruolo di difensori dei confini d’Europa.

La Croazia, che già schiera una motovedetta a Lesbo, ha deciso l’invio di un’altra nave e un contributo simbolico di 8 agenti, ben 200 si è impegnata a inviarne la Polonia e altri paesi stanno valutando i contributi da mettere in campo. L’Italia invece sembra voler sostenere anche in questo caso le politiche dell’accoglienza tanto care all’attuale governo che hanno già visto decuplicare, soprattutto a causa delle navi delle Ong gli sbarchi di clandestini in Italia rispetto ai primi due mesi del 2019.

“Che idea ha, il Governo, delle famiglie che hanno scelto di investire i loro risparmi in una casa o in un locale commerciale? Viene da chiederselo, leggendo il decreto cosiddetto Cura Italia.

Certamente un’idea distorta. Non solo, infatti, in un periodo di crisi dei negozi, ai proprietari che li affittano viene negata persino la possibilità di non pagare le tasse sui canoni che gli esercenti non versano; quando servirebbero molti altri interventi, a partire dall’introduzione della cedolare secca per tutti i contratti in corso e da una riduzione dell’Imu, indispensabili per salvare il commercio di prossimità. In più, viene anche disposta una sospensione generalizzata degli sfratti, sia per gli affitti abitativi sia per quelli non abitativi, fino al prossimo 30 giugno. Una scelta, quest’ultima, puramente demagogica (figuriamoci se in questo periodo qualche locatore avrebbe trovato ufficiali giudiziari e forza pubblica disponibili…), che rimette in gioco un istituto dimenticato che per sessant’anni ha fatto danni incalcolabili e che contribuirà ad affossare definitivamente l’investimento immobiliare.

Se questo è l’approccio, non possiamo nutrire fiducia in miglioramenti positivi del decreto in sede parlamentare. Per scrupolo di coscienza, però, faremo una cosa: manderemo al Presidente del Consiglio e a tutti i Ministri i racconti che ogni giorno stiamo ricevendo dai proprietari in difficoltà economiche. Chissà che non inizino a rendersi conto della realtà”.

Giorgio Spaziani Testa, Presidente Confedilizia

In questi giorni di grave emergenza, stiamo ascoltando diversi commenti più o meno interessanti, visto il tempo a disposizione, ho avuto modo di leggerne diversi, il primo che voglio presentare è quello del professore Luca Ricolfi, un economista serio, ha offerto diverse riflessioni. Il mese di febbraio per bloccare il virus è stato cruciale, e sugli errori fatali di questa mediocre classe dirigente ci sarà molto da dire.

Errore 1: avere sottovalutato, nonostante le avvertenze degli esperti (il primo allarme di Roberto Burioni è dell’8 gennaio, ben due mesi fa), la gravità della minaccia dell’epidemia di coronavirus, non solo respingendo la linea rigorista dei governatori del Nord, ma tentando di approfittare politicamente delle circostanze: un’emergenza sanitaria è stata trattata come un’emergenza democratica, come se la posta in gioco fosse l’antirazzismo e non la salute degli italiani (il medesimo Burioni, per le sue proposte di quarantena, è stato accusato di fascio-leghismo).
Errore 2: aver rinunciato, quando la misura sarebbe stata ancora efficace, a una campagna massiccia di tamponi, per la paura di danneggiare l’immagine dell’Italia all’estero.
Errore 3: aver insistito per giorni sulla necessità di far ripartire l’economia, come se questo obiettivo – se perseguito nel momento di massima espansione dell’epidemia – non avesse l’effetto di facilitare il contagio. Non so se, in queste ore, il governo correggerà la rotta, e in che misura eventualmente lo farà. Ma penso di poter dire, sulla base dell’evidenza statistica disponibile, che non essere intervenuti drasticamente e subito avrà un costo enorme in termini di vite umane, prima ancora che in termini di ricchezza»
. (Luca Ricolfi, “Coronavirus, calcoli sbagliati: le gravi responsabilità del governo”, 5.3.2020 Il Messaggero)

A questo punto il professore fa due conti, «Se, come molti esperti considerano possibile, il virus dovesse raggiungere anche solo il 20% della popolazione (12 milioni di persone), i morti non sarebbero il 3% (circa 360 mila) ma almeno il triplo o il quadruplo, ovvero 1 milione o più. In quel caso, infatti, i posti di terapia intensiva necessari per salvare i pazienti gravi non sarebbero sufficienti, nemmeno ove – tardivamente – il governo varasse oggi stesso un piano per raddoppiare o triplicare la capacità attuale (oggi i posti disponibili sono 5000, con 12 milioni di contagiati ce ne vorrebbero più di 50 mila, ossia 10 volte la capacità attuale)».

Per Ricolfi lo scenario potrebbe diventare apocalittico, se l'epidemia dovesse raggiungere quasi l'intera popolazione italiana.

A questo punto sarebbe necessario un nuovo governo e ben altra classe dirigente. «Oggi è il tempo - incalza Ricolfi - di salvare l’Italia da una catastrofe potenzialmente peggiore di una guerra, e di farlo con i mezzi che abbiamo e il tempo ristrettissimo che ci sta davanti».

Chiarito che non spetta a lui redigere un piano che limiti i danni, ma ci penseranno quelli come il professore Burioni, Crisanti o Galli.

Tuttavia Ricolfi si sente di scrivere due cose: «La prima è che la priorità non può essere far ripartire l’economia subito, perché questo non farebbe che accelerare la circolazione del virus. Le risorse economiche dovrebbero essere indirizzate prima di tutto a moltiplicare le unità di terapia intensiva e sub-intensiva, perché quasi certamente fra 2 o 3 settimane i malati gravi saranno molto più numerosi dei posti disponibili. La seconda è che, se vogliamo limitare il numero dei morti, dovremo rinunciare, per almeno qualche settimana, a una parte delle nostre libertà e, probabilmente, anche a una frazione di ciò che siamo abituati a pensare come parte integrante della democrazia. Quando dico rinunciare alle nostre libertà, penso soprattutto alla libertà di circolazione e di spostamento».

Ricolfi insiste anche oggi sulle misure drastiche da intraprendere: «Avere senso civico, oggi, significa fare ciò che ci viene richiesto, anche se significa vivere in un modo orribile e disumano. Ed è gravissimo che sia i privati (per interessi economici) sia le autorità (per ragioni politiche) continuino a diffondere le tre bufale fondamentali che hanno ritardato la presa di coscienza dei cittadini: che il virus uccida solo gli anziani già affetti da altre gravi patologie; che i soggetti senza sintomi (i cosiddetti asintomatici) non possono trasmettere il virus; che il coronavirus sia poco più che una brutta influenza». (Luca Ricolfi, “L’impegno di tutti/ Una guerra che non ammette disertori”, 9.3.2020, Il Messaggero)

Sul senso civico degli italiani, si sta puntando in queste ultime ore. Sta facendo molto discutere, quello che è successo a tarda sera di sabato alle stazioni ferroviarie di Milano, per alcuni una scena badogliana da “8 settembre”, un caos provocato dal Governo Conte con il suo “decreto” sulla chiusura della Lombardia.

“L’assalto ai treni per fuggire da Milano è la fotografia più avvilente del livello al quale è stato portato il Paese, ha scritto Eugenio Capozzi.

Infatti «Che si arrivi a tanto così dal mettersi le mani addosso per salire su un treno e rischiare di portarsi altrove il virus che magari è stato appena preso nella folla. E rendere banali, così, gli sforzi di chi sta tentando di preservare la salute, il lavoro ed i soldi di tutti. Questa esperienza, finora, ha insegnato che l’Italia è ancora molto lontana dall’essere un Paese unito. Scene come quelle di ieri sera alla stazione Centrale milanese fanno capire che qui ciascuno bada al proprio orticello [...]». (C. Arija Garcia, “Coronavirus: il fallimento educativo sta uccidendo l’Italia”, 8.3.2020, laleggepertutti.it)

Anche il professore Capozzi mette l'accento sulla mancanza di senso civico degli italiani, «da questi complessivi fallimenti ed insufficienze emerge anche un problema complessivo di mentalità diffusa, di costume rispetto ad altre parti del mondo. A parte le considerazioni sul caso cinese, non paragonabile al nostro per la natura illiberale e dittatoriale delle misure restrittive poste in atto da quel regime (ma, va rimarcato, su numeri giganteschi: si parla di 700 milioni di persone praticamente isolate), sembra indubbio che la società italiana abbia oggi molto da imparare dalla disciplina sociale, dal senso civico e dal rigore istituzionale prevalenti nei paesi dell’Estremo Oriente asiatico. Essa mostra ancora, rispetto all’epidemia, un atteggiamento troppo superficiale e leggero: in parte per la sua radicata propensione all’individualismo e familismo anarcoide, in parte perché incoraggiata fino a poco tempo fa da messaggi irresponsabili e controproducenti lanciati dal governo e da altre istituzioni [...] È vitale che, dai più alti vertici istituzionali a tutte le fasce della società, si smetta di considerare sacre e intoccabili tutte le nostre abitudini e comodità consolidate. Che ci si torni a convincere – e molto in fretta – che di fronte a prove difficilissime, in cui è in gioco il futuro del paese, si può e si deve rinunciare per un certo periodo a quote anche consistenti di libertà individuale per il bene della comunità». (E. Capozzi, “Coronavirus in Italia: il naufragio delle istituzioni e una società incapace di disciplina”, 7.3.2020. L'Occidentale)

E allora se occorre rigore e fermezza potrebbero avere ragione chi in questi giorni per lottare contro l'epidemia ipotizzano di ispirarsi al regime totalitario comunista cinese di Xi Jimping. Il regime cinese si presenta come il miglior modello possibile di contrasto alla diffusione del morbo: «controllo totale e capillare dei suoi cittadini, chiusura completa di intere regioni con decine di milioni di abitanti, costruzione di ospedali a tempo record. E molti italiani, anche insospettabili, vorrebbero seguirne l'esempio. Eppure questa è solo la facciata "buona", sotto cui il totalitarismo comunista nasconde inefficienza e brutalità. Senza dimenticare che l'epidemia si è diffusa solo a causa dei silenzi imposti dalla censura di Pechino». (Stefano Magni,” Lotta al Coronavirus, tutti affascinati dalla dittatura cinese. Meno i cinesi stessi”, 7.3.2020, in LaNuovaBQ.it)

Per esempio Daniela Sbrollini, senatrice di Italia Viva, che accoglie il suggerimento degli esperti di “chiudere tutto” in vista del peggioramento dell’epidemia. “E’ evidente che siamo in un Paese democratico dove non vige il regime comunista della Cina, che però in questo caso è riuscita a contenere l’epidemia adottando dei sistemi obbligatori di controllo e di schedatura dei propri cittadini”.

Mentre Corrado Formigli, nella trasmissione Piazza Pulita, intervistando il professor Massimo Galli (infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano), nelle sue domande dice anche: “Diciamo che lì (in Cina, ndr) hanno il vantaggio della dittatura, che non è un vantaggio da poco”. Magni polemicamente si domanda: «Quale vantaggio ha mai dato la dittatura comunista alla Cina e al mondo nella lotta a questa epidemia? Prima di tutto, pensare che la Repubblica Popolare sia un modello virtuoso, vuol dire sacrificare la realtà della genesi e della prima diffusione del coronavirus». Quelli che oggi indicano la Cina come esempio da seguire assomigliano molto a quelli affetti dalla “sindrome di Stoccolma”.

L'editorialista de LaNuovaBQ.it in questo documentato articolo sintetizza come si è sviluppato il virus nel mercato del pesce di Wuhan e poi come le autorità comuniste hanno costretto il dottor Li Wenliang (successivamente morto del male che ha contribuito a scoprire) a fare autocritica e quindi a nascondere tutto anche all'Oms. Ritengo opportuno pubblicare buona parte del servizio per capire con chi abbiamo a che fare.

«Meno nota - continua Magni - è però la sistematicità con cui le autorità, a tutti i livelli, hanno soppresso ogni informazione sul nuovo virus, perdendo un intero mese critico in cui l’epidemia poteva essere più efficacemente contenuta. Il Wall Street Journal ha documentato puntualmente tutte queste carenze, omissioni e deliberate disinformazioni del regime cinese, pagando con l’espulsione di tre suoi giornalisti dalla Cina.

 Ancora il 7 gennaio, quando lo stesso presidente Xi Jinping dava l’ordine di controllare lo scoppio dell’epidemia, le autorità locali ufficialmente negavano che si trattasse di una malattia trasmissibile da uomo a uomo. Il banchetto organizzato dal Partito nella città di Wuhan per celebrare il capodanno lunare si è tenuto regolarmente, con almeno 40mila ospiti. Nei giorni del capodanno, almeno 5 milioni di cinesi si sono mossi da e per Wuhan, il tutto mentre le autorità sapevano ma tacevano.

Intanto, fra il 6 e il 17 gennaio si riunivano i consigli legislativi e consultivi del Partito a Wuhan e in quel periodo ogni notizia “allarmistica” era censurata. Per una prima dichiarazione pubblica del presidente Xi Jinping si sarebbe dovuto aspettare fino al 20 gennaio. Il 23 la Cina ha dichiarato lo stato di emergenza e ha posto in quarantena Wuhan e le città limitrofe, un’area con 50 milioni di abitanti, come mettere in una zona rossa tutta l’Italia. Il contenimento, tanto osannato dagli “esperti” ha avuto successo? Purtroppo non lo sappiamo. Per Magni per ora «Sappiamo solo che la Cina continua a censurare le notizie e abbiamo chiari indizi che stia manipolando le statistiche. Un gruppo di ricerca canadese, il Citizen Lab, ha rilevato che sin dal 1° gennaio le autorità stanno applicando una forte censura su WeChat (la più diffusa app per le chat in Cina, simile a Whatsapp) filtrando tutte le parole chiave che riguardano l’epidemia di coronavirus, per impedire ogni critica alla classe dirigente cinese. Anche i videoblogger che provano a raccontare come si vive in quarantena o cosa pensa la gente della politica delle autorità, pagano col carcere».

Continua Magni, attualmente in Cina, «non è possibile verificare in modo realmente indipendente le statistiche cinesi, i numeri vengono ridotti o gonfiati. E molti funzionari, che temono l'epurazione, potrebbero non dire tutta la verità». C'è un video della visita a Wuhan di Sun Chunlan, la vicepremier, passeggiando per le vie del quartiere Qingshan, viene contestata apertamente dai cittadini, che le gridano dalle finestre “Falsi! Falsi! E’ tutto falso!” e “Formalismo!”  La dittatura “ha i suoi vantaggi”, - scrive Magni - ma ha uno svantaggio fondamentale: che tutto finisce nelle mani di un partito politico con potere assoluto. Che agisce, prima di tutto, con criteri politici. E non è detto che siano i migliori per salvare vite umane».

 



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