Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Domenica, 07 Giugno 2020

Isola Capo Rizzuto - La r…

Giu 01, 2020 Hits:216 Crotone

Zero contagi a Crotone, P…

Mag 27, 2020 Hits:334 Crotone

La Lega di Crotone unita …

Mag 25, 2020 Hits:431 Crotone

Lega Giovani: La mafia pu…

Mag 23, 2020 Hits:464 Crotone

Isola Capo Rizzuto - Gior…

Mag 23, 2020 Hits:457 Crotone

Tre anni fa il gemellaggi…

Mag 19, 2020 Hits:601 Crotone

Antica Kroton, la Lega in…

Mag 16, 2020 Hits:627 Crotone

Crotone in fiore

Mag 05, 2020 Hits:804 Crotone

12 aprile 1927 è un martedì. Quest'anno l'anniversario della sua morte è stato il giorno della resurrezione. Il medico dei poveri, San Giuseppe Moscati nasce nel 1880,130 anni fa, e muore il martedì santo dell'aprile del 1927. Preludio di quella santità che verrà ufficializzata da San Giovanni Paolo II nel 1987. Il giorno della sua festa, il 12 aprile, si recita la preghiera di guarigione per gli ammalati e mai come in questo momento è più opportuna. 

Moscati si laurea in medicina il 4 agosto 1903 e subito entra negli Ospedali Riuniti degli Incurabili diventandone primario nel 1919 dopo che, per restare tra i suoi malati, aveva rinunciato alla cattedra universitaria e all'insegnamento (1917). La libera docenza arriva ugualmente nel 1922 grazie ai suoi titoli che lo esonerano dalla prova pratica e dalla lezione tale era infatti la sua fama. Muore a soli 46 anni e nel 1930 i suoi resti sono traslati nella chiesa di Gesù Nuovo o della Trinità Maggiore nel centro di Napoli. Chiesa barocca dei Gesuiti con all'interno numerose cappelle, la seconda della navata di destra è dedicata a San Giuseppe Moscati e a sinistra dell'altare si accede all’oratorio del santo dove è possibile vedere libri, foto, rosari, gli arredi della stanza da letto e dello studio che la sorella ha donato ai Gesuiti di Napoli. 

Il medico Moscati sosteneva lo stretto rapporto tra scienza e fede e come ricercatore e scienziato aveva ben presente che l'unica scienza incrollabile era quella rivelata da Dio. Tutto il resto andava indagato e continuamente sottoposto a critica e ricerca. Una particolare attenzione metteva nell'insegnamento pensando alle "qualità dei futuri medici, prendendo anche pubblica posizione affinché non venisse in alcun modo mortificata la loro preparazione e e formazione". Così si esprime San Giovanni Paolo II durante l’omelia del rito di canonizzazione del 25 ottobre 1987. In quell'occasione il Santo Padre evidenzia anche la novità nell'approccio medico-paziente: "Il calore umano con cui il Moscati visitava premurosamente i malati, specie i più poveri e abbandonati (…) era tale che la gente lo cercava; il suo tratto era ricco di quella bontà rispettosa e delicata, che Gesù Cristo diffondeva intorno a sé quando andava per le strade della Palestina facendo del bene e sanando tutti (cf. At 10,38). Fu quindi anticipatore e protagonista di quella umanizzazione della medicina, avvertita oggi come condizione necessaria per una rinnovata attenzione e assistenza a chi soffre". Medico, primario ospedaliero, ricercatore, docente universitario di fisiologia umana, e di chimica fisiologica, ma anzitutto il medico dei poveri e dei bisognosi. Vicino al suo cappello su una sedia del suo studio c'era e ancora si può vedere una scritta: "chi ha metta, chi non ha prenda". Questo era lo spirito del servizio di Moscati e questa frase l'abbiamo vista riproposta su un cesto con dei cibi per chi è nella necessità nella sua Napoli al tempo del coronavirus: la sua eredità è viva. 

San Giuseppe Moscati prega per noi.

Francesco è il Papa che più conosce le donne. Le ha frequentate da arcivescovo a Buenos Aires, le ha incoraggiate come nessuno prima in Vaticano. Bergoglio conosce la sofferenza di tante donne che hanno lottato: per ritrovare figli, parenti, per rivendicare i propri diritti, per liberarsi dagli sfruttatori, per guadagnare la dignità.

E conosce anche le donne che, fuori e dentro la Chiesa, operano per un movimento dal basso che conduca a una rivoluzione gentile grazie alla quale le donne non siano più schiave, in nessun ambito, ma consapevoli portatrici di contributi autentici e singolari nella società. A partire dagli interventi più significativi del Papa, il volume ripercorre il particolare legame e l’attenzione di Francesco nei confronti dell’emisfero femminile: da alcune nomine importanti ai vertici della Curia romana al richiamo per cui le suore non siano più confinate nel ruolo di “badanti” dai grandi temi femminili – come il femminicidio, l’aborto, la tratta delle schiave – alle storie che hanno avuto, spesso dietro le quinte, protagonisti proprio Francesco e tante donne battagliere.

Il Papa delle donne Di Nina Fabrizio Prefazione di Alessandra Smerilli Post fazio nefi Giulio Maira In occasione dei 7 anni di pontificato di papa Francesco, è uscito il 21 febbraio in libreria un volume che per la prima volta affronta in modo completo il rapporto di Bergoglio con le donne della chiesa Del resto, Bergoglio è il Papa che non perde occasione di ricordare continuamente che la Chiesa è “donna”.

Nina Fabrizio, Francesco. Il Papa delle donne, Edizioni San Paolo 2020, pp. 208, euro 18,00 NINA FABRIZIO (Napoli, 1979) è giornalista professionista, lavora dal 2008 per la redazione Cronache italiane dell’Ansa, dove segue in particolare l’informazione religiosa e vaticana. Dal 2013 segue le vicende d’Oltretevere anche per il Qn-Il Giorno-Il Resto del Carlino-La Nazione e per la Radiotelevisione svizzera italiana. Collabora con la rivista della Mondadori Il Mio Papa. Ha scritto, con il collega Fausto Gasparroni, Intrighi in Vaticano. Misteri e segreti all’ombra di San Pietro. Dai Borgia al Corvo (2013) e I Papi della Pace. L’eredità dei santi Roncalli e Wojtyla per papa Francesco (2014), entrambi editi nella Bur. Ciò che ama di più è insegnare il lunedì pomeriggio in un doposcuola di una media statale della Capitale. 


 
 
 
 

Conversando con un amico al telefono sui troppi anziani deceduti a causa del virus Covid-19, mi faceva notare il particolare che queste persone dopo aver lavorato una vita, versando contributi, tasse a questo Stato, nel momento del bisogno, lo Stato li ha lasciati soli, “in mezzo a una strada”, non li ha aiutati, senza assistenza, molti di loro lasciandoli morire in casa, perchè per loro non c'era posto negli ospedali.

Ecco su questa inadempienza non si è riflettuto abbastanza. Certo non è mia intenzione colpevolizzare i medici o il personale degli Ospedali, in particolare quelli della Lombardia, tra l'altro i più funzionanti in Italia.

Della questione anziani c'è un appello del presidente della Società Italiana di Geriatria e Gerontologia (Sigg), Raffaele Antonelli Incalzi, intervistato da Antonio Zambrano dalla Nuova Bussola Quotidiana, dice, «Non lasciate gli anziani al loro destino, il Covid non è la rupe tarpea del darwinismo sociale: il rischio di una deriva eutanasica non è da escludere». Il presidente della Società di Geriatria parlando delle vittime più fragili della pandemia e rivela: «La nostra risposta alle superficiali linee guida dei Rianimatori è stata silenziata dai media, che hanno fatto passare quello dell'età come criterio unico per non attivare la ventilazione. La valutazione deve essere multidimensionale: l'anziano può reagire meglio di un adulto a cui l'intubazione può risultare insufficiente».

Sono state dette e scritte, «Tante belle parole sui nostri “Anchise” da accompagnare, ma nella pratica il rischio che vengano abbandonati senza cure è concreto». (Intervista di A. Zambrano, L'allarme dei geriatri: «No a derive eutanasiche su anziani», 1.4.2020, LaNuovaBQ.it).

C'è un interessante riflessione di Gennaro Malgieri, ex direttore de “Il Secolo d'Italia”, pubblicata dal sito dove collaboro, Destra.it. L'intervento è abbastanza lungo, ma provo a proporre alcuni straordinari passaggi alla vostra attenzione.

«Il coronavirus s’è portato via la nostra memoria. Svanita buona parte di essa con i vecchi e gli anziani che soli se ne sono andati, privi del conforto dei loro cari e di un addio religioso [...]Erano il sale di questa terra per chi sapeva vivere la loro presenza come una ricchezza. Purtroppo, molti hanno chiuso gli occhi attaccati ad un ventilatore, attraverso uno strano tubo, semi-incoscienti, senza poter dire nemmeno una parola». (Gennaro Malgieri,  Omaggio agli anziani d’Italia. Pietre del passato, colonne della memoria, 3.4.2020, in destra.it)

Tra i più fortunati hanno avuto la benedizione cristiana, altri neanche quella. Ci hanno mostrato solo le bare. «E lì dentro non c’erano corpi che in poco tempo si sarebbero disfatti, corpi privati dal dolore, corpi inutili che erano d’ostacolo a coloro che bramavano il loro letto per potersi curare».

Continuando nella riflessione Malgieri, evidenzia un certo disprezzo della memoria.

E' qualcosa che non si può perdonare per il giornalista, «Sì, è vero il cinismo che accompagna le nostre vite ha fatto dei vecchi un “problema”, tranne che per quella pensione che è d’aiuto alle loro famiglie e che spesso neppure si accorgono di averla ricevuta [...]Adesso, molti di loro hanno finito di essere pesi ingestibili, peccato che si siano portati via quella piccola somma che neppure vedevano dopo una vita di lavoro e spesso di stenti». Ora che se ne sono andati questi anziani, nessuno «potrà più recriminare sui troppi assegni previdenziali che secondo qualcuno mettevano in ginocchio il nostro sistema pensionistico. Hanno tolto il disturbo molti degli “inutili” percettori di risorse, ma per la legge del contrappasso anche i giovani nipoti hanno perso più di qualcosa: dalla ricarica del telefonino alla sopportazione di incomprensibili racconti che per chi sapeva ascoltarli erano brandelli di umanità».

Malgieri li definisce gli anziani: “Pietre del passato”. Ci viene detto che con loro, non si costruisce nulla: chissà se la pensavano così gli agonizzanti da coronavirus. Oggi, «I materiali che si preferisce impiegare sono altri: meno resistenti, più economici, maggiormente malleabili. Destinati a un deperimento precoce, tanto per non avere l’incombenza della custodia, del restauro, della manutenzione».

 «Uccidere la memoria equivale a svaligiare il futuro».

E qui Malgieri sottolinea l'importanza della memoria, citando S. Agostino e S. Tommaso e Bergson. La memoria è qualcosa di dinamico, che ci fa comprendere  il presente e il futuro. «La decadenza nella quale siamo immersi è tributaria anche del tramonto della memoria come elemento distintivo di comunità caratterizzate dall’assenza del ricordo del loro cammino perché scientificamente cancellato da chi aveva immaginato il “nuovo inizio” della storia dalla proclamazione della morte di Dio».

Per Malgieri oggi siamo diventati un popolo di immemori. Abbiamo perso la memoria, quando abbiamo cominciato a perdere il sacro, il Principio.

Stiamo vivendo per Malgieri, nella cultura dell'evanescenza, che prepara il nichilismo, che approda al nulla, devastando la memoria, fino a negarla. «Privi di memoria non dobbiamo fare i conti con noi stessi. Perché non dobbiamo tramandare nulla. E, dunque, siamo esentati dal coltivare obblighi con il passato [...] La condanna della memoria, sopraffatta dalla dimenticanza, lascia sul campo macerie di ogni tipo».

Conclude l'intervento ricordando che la negazione della memoria avviene sia oltraggiando i vecchi che con «l’assassinio indecente dell’anima dei popoli, come l’aborto è il più vile degli omicidi. Per Malgieri, «In entrambi i casi si celebra il trionfo dell’oblio, la fine della storia». Pertanto, Disonorare i vecchi è come restare indifferenti davanti a chi si affaccia alla vita. Avrebbero bisogno di un sorriso, di una stretta di mano, di una parola e magari di un segno di religiosa pietà. Di questi tempi sono doni preziosi e impossibili. Se ne sono andati i vecchi senza nome; diventanti numeri da elaborare e confrontare nelle sofisticate statistiche. E con loro siamo diventati tutti più poveri di memoria, testimoni perfino indifferenti di una tragedia moderna che nessuno avrà voglia di raccontare neppure quando sulle loro sperdute tombe apparirà un fiore, una candela».

 

 

Stuart Mill ci ha insegnato che la libertà va limitata (solo) nella misura in cui può diventare una minaccia alla libertà degli altri. Ma questo limite alla compressione della libertà è venuto molte volte meno nei periodi d’emergenza, nei quali il dubbio (l’essenza della libertà) è proibito e il confronto zittito a furor di popolo. Sono momenti nei quali lo Stato di diritto viene presentato come un intralcio a provvedere e ad agire. Nei quali l’iperstatalismo la fa da padrone, a tempo indeterminato. Ed una volta che questi provvedimenti siano assunti, anche in buonafede, bisogna stare attenti che non si radichino nell’ordinamento – come, appunto, è già avvenuto – e non divengano definitivi.

Questo momento storico che viviamo è proprio un momento emergenziale. Abbiamo visto disporre regolamentazioni con provvedimenti limitativi della libertà impropri (come i dpcm, ovvero: decreti Presidente Consiglio ministri), che si è poi legittimato sanando espressamente anche gli effetti dagli stessi già esercitati, e ciò con provvedimenti d’urgenza quantomeno – questi – corretti (e costituzionali) nella forma. Il più  importante di questi provvedimenti (il decreto legge n. 18/’20) consta di 126 articoli, per oltre 500 commi, che a loro volta contengono 67 deroghe espresse a leggi di vario genere (le deroghe tacite, o espresse con diversa formula, non così esplicita, non si contano). È un provvedimento che contiene norme di ogni tipo, riguardanti ogni settore (finanziamenti, assunzioni di un migliaio di persone circa, norme di regolamentazione). Le persone che verranno assunte saranno scelte “utilizzando graduatorie proprie o approvate da altre amministrazioni per concorsi pubblici”. I trattenimenti in servizio ed i reclutamenti “temporanei” (che poi “temporanei” non sono mai: l’esperienza insegna che una volta messo piede in un’amministrazione pubblica non se ne esce che con la pensione o la morte) non si contano. Altrettanto, il provvedimento reca inedite forme di requisizioni in uso, o in proprietà, di beni sia mobili che immobili, di proprietà sia pubblica che privata. L’esecutorietà di queste requisizioni forzate non può essere sospesa – addirittura –  neppure in sede giurisdizionale.

Attenzione, a questo punto, a non lasciarsi distrarre dalla considerazione di fondo che deve fare da guida al nostro pensiero conclusivo.  A parte infatti l’osservazione preliminare che se per fare un provvedimento ben fatto e farlo celermente ci vogliono decine e decine di deroghe, evidentemente qualcosa (indotto dalla burocrazia) non va, a parte questo – dicevo – è un fatto che siamo in presenza nel decreto legge, perlomeno per la gran parte, di disposizioni in sé condivisibili, ad una ad una considerate. Ma la concentrazione di potere nelle mani dell’attuale Governo è enorme, credo non abbia precedenti nel ‘900 se non nell’epoca fascista. Sono misure molte delle quali (abbiamo fatto l’esempio delle assunzioni temporanee)  destinate a protrarsi anche finita l’emergenza. Molte sono destinate – per volontà determinata o, comunque, di fatto – a creare, o a consolidare, centri di potere destinati anch’essi a durare ben oltre l’emergenza.

Se consideriamo che molte disposizioni sono state assunte a Camere chiuse e che saranno sottoposte ad un controllo parlamentare che (sulla base dei soliti, convenienti pregiudizi, per cui non è patriota chi – in certi momenti – disturba il manovratore) sarà più che altro formale, e comunque affrettato, se consideriamo – dunque – tutto questo, ce n’è a sufficienza per dire che occorre alzare la guardia. L’autoritarismo non è sempre evidente, e tantomeno proclamato. A volte, neanche espressamente voluto. Lo si costruisce pezzo per pezzo, perlopiù, anche per il tramite di strumenti varati democraticamente o correttamente parlamentari. L’iperstatalismo  (verso il quale fatalmente si vorrà andare dopo la pandemia, se non vi sarà il dovuto, attento controllo da parte dell’opinione pubblica) è uno dei mezzi più potenti per il controllo dell’elettorato. Così – se non s’imparerà nulla dalla pandemia – quel pachiderma che è lo Stato ingrasserà ancor più, diventerà ancor più opprimente e più invasivo. Lo diventerà anche se proprio la pandemia sta vieppiù dimostrando che troppe risorse sono andate spese per mantenere l’apparato pubblico in genere (Stato, Regioni, Comuni, Enti vari), per poi non averne più alla bisogna, proprio in una situazione come quella in cui ci troviamo.

Ancora ieri sera nella trasmissione“Stasera Italia” di Barbara Palombelli su rete 4, il pediatra Alberto Villani osanna il modello Italia per combattere il virus. Non so su quali base si possa ripetere ancora una simile bestialità: perchè si è superficiali, o perchè si deve sostenere il “pastificio”, cioè il Governo Conte.

Nel mio ultimo intervento sul coronavirus, avevo accennato alla questione dei vertici dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che ignorano per ragioni politiche l'esperienza taiwanese per combattere il coronavirus.

Facevo riferimento a un documentato articolo di Atlanticoquotidiano dove rsi acconta dettagliatamente come l'OMS sia influenzata dal Partito comunista cinese.

Tutto inizia il 24 febbraio scorso, quando uno dei dirigenti dell'OMS, il canadese Bruce Alyward ha esplicitamente elogiato il vecchio metodo cinese della quarantena (qualcuno l'ha definito medievale), un modello che troverà eco favorevole in Italia, ma anche nel resto d'Europa.

Tuttavia , Aylward pochi giorni fa è stato protagonista di un episodio ancora più esemplare. Nel corso di un'intervista a Hong Kong, interpellato da una giornalista sulla possibilità di riammettere Taiwan nell'OMS, il canadese dopo un imbarazzato silenzio, incalzato dalla giornalista, ha affermato di “aver già parlato della Cina“. «Quest’ultima affermazione è specialmente significativa, in quanto riflette esattamente la politica ufficiale cinese, secondo cui Taiwan altro non è che una “provincia ribelle” appartenente alla Repubblica Popolare». (Enzo Reale, “Dalla promozione del modello Cina all’esclusione di Taiwan, l’Oms si presta al gioco del regime di Pechino”, 31.3.2020, in Atlanticoquotidiano.it)

Continua il giornalista, «Il caso Taiwan è tornato alla ribalta di recente in seguito ad alcune dichiarazioni del governo di Taipei, secondo cui i funzionari del Ministero della sanità dell’isola informarono l’OMS già a fine dicembre che il virus era trasmissibile tra persone. Nessuno fece caso a quell’avviso né si presero misure profilattiche al riguardo». L'OMS poi soltanto il 30 gennaio si decide di dichiarare l'emergenza sanitaria globale.

A questo punto il servizio chiarisce perché Taiwan viene esclusa dalle riunioni dell'OMS. Ciò è dovuto alle condizioni imposte dalla Cina. Peraltro l'OMS non comunica nessuna informazione utile su eventuali malattie al governo di Taipei, che deve arrangiarsi da solo, cercando altrove le informazioni.

«Già nel maggio 2019, il ministro degli esteri taiwanese, Joseph Wu, denunciava che il veto cinese, oltre ad essere moralmente ingiustificato, lasciava il Paese in condizioni di oggettiva inferiorità in materia di prevenzione di eventuali pandemie e, soprattutto, impediva la condivisione delle conoscenze e dell’esperienza degli operatori sanitari dell’isola con la comunità internazionale».

E' evidente che l'esperienza di Taiwan oggi poteva essere preziosa dopo l'espansione della pandemia originatasi a Wuhan. «Grazie a una serie di interventi tempestivi e mirati, il contagio si è limitato a 67 casi e un solo decesso, nonostante la vicinanza geografica con l’epicentro dell’infezione: test a tutti i viaggiatori in entrata, chiusura immediata delle frontiere con la Cina, Hong Kong e Macao, ricerca attiva dei nuovi casi, quarantena dei sospetti, applicazioni informatiche per l’identificazione volontaria dei pazienti».

Nell'articolo viene rivelato il motivo politico per cui l'organizzazione mondiale è piegata ai voleri della Cina. Reale ne individua due di motivi: quello economico e quello politico. Quest'ultimo è fondamentale perchè a quanto sembra l'attuale direttore generale dell'OMS, «Tedros Adhanom Ghebreyesus. Di nazionalità etiope, Paese con il quale Pechino intrattiene intense relazioni politiche e commerciali tanto da farne un tassello fondamentale della sua penetrazione in Africa, Tedros deve la sua elezione al vertice dell’organizzazione (2017) all’intervento cinese [...]».

Inoltre Reale ci informa che «Il 28 gennaio, in piena epidemia cinese, Tedros incontrava nella capitale Xi Jinping. Alla fine della riunione elogiava il regime comunista per aver creato un nuovo standard di controllo delle emergenze sanitarie e i vertici del partito per la loro trasparenza nella condivisione delle informazioni.

Intanto il 20 febbraio Tedros affermava che «la Cina ha comprato tempo per il bene del mondo intero” e criticava gli stati che imponevano restrizioni all’entrata di cittadini cinesi». Un Abbraccia un cinese” in versione Onu.

Tedros infine dichiara la pandemia l'11 marzo, quando il suo amico Xi Jimping poteva rassicurare che l'emergenza era finita in Cina.

Sull'argomento Taiwan e il rifiuto di far partecipare il Paese asiatico ai lavori dell'OMS, se ne è occupata anche AsiaNews in un servizio del 31 marzo scorso. (Succube di Pechino, l'Oms tace sull’esclusione di Taipei”, 31.3.2020, in AsiaNews.it). Anche il giornale del Pime rileva il grave episodio del dirigente dell'organizzazione mondiale sanitaria.

Scrive AsiaNews, «L’isola ha uno dei sistemi sanitari più moderni al mondo e sta affrontando l’infezione polmonare con efficacia. Il suo modello di intervento – come quello della Corea del Sud – è considerato un’alternativa “liberale” al metodo draconiano della Cina. Finora Taiwan ha registrato 322 infezioni e 5 morti».

Qualche settimana fa, il giornale online aveva intervistato Russell Hsiao, direttore esecutivo del Global Taiwan Institute, che ha spiegato come il paese sia riuscito a debellare il letale virus.“Taiwan non ha atteso le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità [Oms] e ha risposto prontamente alla crisi del coronavirus”. (Hsiao: Taipei più veloce dell’Oms nel contrastare il coronavirus, 20.3.2020, in AsiaNews.it)

«Secondo Hsiao, la comunità internazionale può trarre importanti spunti dal modello taiwanese in risposta all’epidemia, soprattutto per combattere possibili future pandemie: “Quando il virus è cominciato ad apparire nell’Hubei, il governo di Taipei è stato veloce nell’intuire la situazione, e ha imposto controlli sanitari ai visitatori da Wuhan. Subito dopo ha chiuso i confini con il resto della Cina». Ancora lo studioso taiwanese spiega che, “Le esperienze vissute nel passato con la Sars e la febbre aviaria hanno influenzato le decisioni attuali del governo, che includono anche il varo di campagne di educazione pubblica, con conferenze stampa giornaliere, per informare i cittadini sugli sviluppi in corso”.

Inoltre Hsiao «sottolinea che questo sforzo comunicativo è stato essenziale per preparare la società taiwanese e formare la “spina dorsale” di un’attenta risposta pubblica.”Nell’era delle pandemie virali, la presenza di un pubblico bene informato è fondamentale per mitigarne i possibili effetti ». Pertanto a  «differenza di Taiwan, il governo cinese è stato criticato – dentro e fuori del Paese – per aver messo il bavaglio all’informazione, fatto che secondo molti ha favorito la propagazione dell’infezione polmonare».

Infine oggi sempre lo stesso giornale online del Pime, pubblica un'intervista al cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon in Myanmar. «Il regime del Partito comunista cinese [Pcc] è il primo responsabile” della pandemia da coronavirus. “Ciò che ha fatto e ciò che non ha fatto” sta producendo “danni alle vite in tutto il mondo” e “il popolo cinese è la prima vittima” del virus, come è anche “prima vittima di questo regime repressivo».

L’accusa è diretta e forte, «Per la prima volta dall’inizio dell’epidemia di coronavirus, originata a Wuhan (Hubei), una personalità ecclesiale si scaglia contro il regime cinese ritenendolo responsabile mondiale per i danni umani ed economici che la pandemia sta provocando». Il cardinale accusando direttamente il segretario del Pcc, Xi Jimping, ricorda come il regime ha silenziato dottori, giornalisti e intellettuali che lanciavano l’allarme già a dicembre scorso.

Il porporato non solo chiede al regime di chiedere scusa, ma di pagare i danni per le distruzioni causate e poi svolge un esame sulla «criminale negligenza e repressione” del regime comunista cinese, che opprime la libertà religiosa, distrugge migliaia di chiese, rinchiude in campi di lavoro forzato i musulmani, pratica espianto di organi dai prigionieri di coscienza, sopprime le libertà di avvocati, dissidenti, intellettuali».

Secondo il card. Bo, il Pcc “è una minaccia per il mondo intero”.

Richiamando le parole di Papa Francesco dove sottolinea  che “siamo tutti sulla stessa barca”; alla fine egli chiede che “in nome della nostra comune umanità, non dobbiamo avere paura di rendere responsabile questo regime. I cristiani credono, con le parole dell’apostolo, Paolo [in realtà è l’apostolo Giovanni 8,32], "la verità vi farà liberi". Verità e libertà sono i due pilastri su cui tutte le nostre nazioni devono costruire dei fondamenti più sicuri e più forti”.

 

 

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI