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Lunedì, 25 Marzo 2019

Durante il Natale i cristiani si prostrano davanti all'immagine di Gesù bambino. Sono gli stessi che il Venerdì Santo si genuflettono davanti al crocifisso. «E forse in questo bipolarismo c'è una risposta, perché nel tardo medioevo la contemplazione dell'umanità di Gesù si è concentrata sugli episodi dell'infanzia e della passione. Basterebbe pensare ai misteri del rosario». Nelle vacanze natalizie ho letto un libro che riesce bene a inquadrare la storia del culto a Gesù Bambino. Una storia che riesce ad esporre il sacerdote spagnolo Michele Dolz in un documentatissimo libro dal titolo, «Il Dio Bambino. La devozione a Gesù Bambino dai Vangeli dell'infanzia a Edith Stein», pubblicato da Mondadori nel 2001. Nel testo il sacerdote ci spiega dove è nato questo culto e come si è sviluppato all'interno della Chiesa. Soprattutto racconta quali sono stati i santi a praticarla, a svilupparla e a diffonderla.

Inoltre il testo elenca quali sono le immagini più celebri e venerate, il testo ne pubblica alcune. Infine don Dolz sviluppa le ragioni teologiche che sostengono questa devozione. Dolz prima di passare ad approfondire tutti questi elementi, avverte citando lo storico del Medioevo Huizinga che questa devozione al Bambino Gesù può apparire grottesca e capricciosa.

Cosa si può pensare quando una persona culla tra le braccia la statuetta del bambino cantandogli ninna nanne, Anche se questo si può rimandare per altre occasioni come il rapporto di amore tra due amanti.

Nel testo di Dolz si fa riferimento a visioni, rivelazioni, apparizioni e fenomeni mistici straordinari, veri o presunti. Anche se la Chiesa è andata sempre cauta riguardo a questi aspetti. Peraltro l'autore del libro avverte che lui su questo tema non prende posizione, perchè spesso i racconti sono privi di attendibilità.

L'interesse di Dolz è quello di comprendere come veniva vissuto in determinati ambienti la devozione al Gesù Bambino.

Dolz specifica di aver fatto delle scelte, una selezione, soffermandosi su quei santi che hanno vissuto con eroismo la loro devozione e forse le loro esperienze mistiche. Un'ultima avvertenza, la devozione al bambin Gesù non è solo un fenomeno vissuto (nell'ambiente religioso) da un'élite religiosa, ma certamente è una pratica vissuta anche tra il popolo.

Andando a studiare le radici di questa devozione al Bambino, Dolz, inizia dai Padri della Chiesa, che sono stati attenti al significato teologico che non all'aspetto della «ricreazione contemplativa», i padri sottolineavano maggiormente la divinità di Cristo. Si comincia con Sant'Atanasio (295-373), vescovo di Alessandria in polemica con i manichei è interessato a difendere il corpo umano di Gesù che nasce da Maria con un corpo vero e si nutre di veri alimenti. Poi S. Gregorio Nazianzeno (329-390) che propone i vari personaggi intorno alla nascita di Gesù descritti nel Vangelo. Quindi si passa alle descrizioni di Sant'Ambrogio e S. Girolamo che dimorò per lunghi anni a Betlemme.

Una eccezione nel panorama patrististico è S. Leone Magno 8400-461) che ha dedicato ai misteri dell'infanzia numerose omelie. Tutta la vita di Gesù per S. Leone ha avuto un valore redentivo a cominciare dall'incarnazione. S. Leone evidenzia le proprietà delle due nature: divina e umana. In quel momento storico occorreva ribadire con forza che Cristo è vero Dio e vero uomo contemporaneamente, senza mescolanze delle nature né separazione in due persone più o meno vincolate.

Pertanto Dolz può scrivere: «mentre la contemplazione del Bambino nel presepio ci mostra la debolezza umana, l'annuncio degli angeli ne rivela la grandezza divina. Ai magi appare come Re, mentre fuggendo da Erode dimostra di essere un vulnerabile bambino». Così dunque i Magi, afferma S. Leone: «Adorano il Verbo nella carne, la Sapienza nell'infanzia, la Virtù nella debolezza e il Signore della maestà nella realtà dell'uomo». Cristo ama l'infanzia, sentenzia S. Leone.

Interessante il culto della grotta di Betlemme, fin dai primi tempi S. Girolamo reputava il luogo dove è nato Gesù più sacro della rupe Tarpea. Altro elemento da considerare nel diffondersi della devozione all'infanzia di Gesù Bambino sono i pellegrinaggi in Terra santa, si conservano a questo proposito dei «souvenir» destinati a mantenere viva la memoria dei cristiani come a Monza dove si trovano diverse ampolle del VI° secolo con l'immagine dei Magi e dei pastori adoranti il fanciullo in braccio a Maria. Il sacerdote ricorda pure la reliquia della culla di Santa Maria Maggiore a Roma.

La «Sacra Culla» che si fa risalire l'arrivo a Roma ai tempi di papa Teodoro (642-649) che era di origine palestinese, l'avrebbe avuto in dono dal patriarca di Gerusalemme San Sofronio, per salvarla dall'invasione maomettana.

E' un dato di fatto dall'XI° secolo, la Sacra Culla, ha nutrito la devozione alla nascita e all'infanzia di Cristo nel popolo romano. Da segnalare che don Dolz per la sua indagine su Gesù Bambino, prende in considerazione anche i vangeli apocrifi, anche perché i Vangeli canonici narrano pochi e scarni episodi dell'infanzia di Gesù. Peraltro i temi preferiti da questi vangeli apocrifi sono proprio l'infanzia di Gesù. Pertanto al di là di quello che si può pensare, certamente questi vangeli per Dolz sono una lettura importante per comprendere il comune sentire del cristianesimo primitivo.

Tuttavia è con San Bernardo, nel XII° secolo che dopo aver troppo sottolineato la divinità di Cristo, si fa strada «una nuova sensibilità», si avvia la stagione della scolastica. In questo periodo che è stato coniato l'espressione «umanesimo monastico», soprattutto nei monasteri dei cistercensi.

In questi monasteri nasce abbondante letteratura spirituale e teologica che corrisponde anche una rinascita della religiosità popolare. E' un periodo di grande partecipazione laicale. E' in questo contesto che nasce l'ideale del cavaliere cristiano. Inoltre si rinnova il culto dei santi. L'eroe del secolo sarà Tommaso Becket, assassinato nel 1170 e canonizzato nel 1173. La sua tomba diviene subito meta di pellegrinaggi internazionali. Infatti sono i pellegrinaggi a segnare la vita spirituale dei fedeli, non solo nelle mete celebri, come Gerusalemme, Roma, Santiago. In Occidente il XII° secolo è stato definito «secolo mariano». S. Bernardo fu il colosso del secolo, per Dolz, la svolta bernardiana consiste nel passaggio dalla devozione per Cristo a quella per Gesù. Qualcosa di analogo avviene in S. Pier Damiani (1007-1072) e Sant'Anselmo (1033-1109). Nasce una nuova visione nei riguardi dell'Infanzia e dell'educazione. Questo secolo è nettamente favorevole al bambino, e si apprezza in particolare la sua innocenza. Si arriva a parlare di una vera pastorale dell'infanzia. «Ai bambini viene riservata una speciale partecipazione alla liturgia del Natale», scrive Dolz. Negli affreschi, nelle vetrate, nelle miniature, il ciclo dell'infanzia di Gesù è il più raffigurato. Pertanto il ciclo del Natale acquista un rilievo appena inferiore a quello pasquale. Da questo momento si delineano i due periodi della vita del Salvatore che la pietà popolare privilegerà: l'infanzia e la passione e morte.

Altra caratteristica di questo periodo, figlia della contemplazione, è l'affettività nella devozione. L'autore del testo riporta brani precisi di S. Pier Damiani, Sant'Anselmo, di S. Bernardo, dove si può apprezzare la tenerezza nei confronti della nascita, della morte di Gesù. Sostanzialmente si comincia a scoprire la contemplazione dell'umanità di Cristo. Ma è a Bernardo che dobbiamo una nuova e fervida considerazione dell'umanità di Cristo, che non è una contemplazione sentimentale, ma profondamente teologica.

Altra figura di spicco del secolo è Aelredo di Rievaulx, che ci ha lasciato un'intera opera dedicata alla meditazione dell'infanzia di Gesù: De Jesu puero duodenni (1153-1157). Questo abate è passato alla storia come maestro dell'amicizia. Fece carriera alla corte del re David I di Scozia. Altre figure importanti citate dal sacerdote spagnolo sono Nicola di Clairvaux e Assalonne di Springkirsbach.

Al capitolo IV° Dolz mette in luce il movimento francescano cha ha dato una spinta nuova paragonabile a quella di Bernardo e dei cistercensi nell'evidenziare l'umanità di Cristo.

  1. Francesco d'Assisi (1182-1226) che è stato definito «adoratore lirico della Trinità per Cristo e in Cristo» e anche «mistico dell'incarnazione», secondo il suo principale biografo Tommaso da Celano, S. Francesco «era un assetato del suo Cristo con tutta l'anima e gli dedica non solo il suo cuore ma anche tutto il proprio corpo». Il suo programma era immedesimarsi con Cristo in tutti gli aspetti nei suoi misteri, dalla natività alla passione e morte. In particolare era legato alla passione di Gesù. Il popolo aveva bisogno delle immagini toccanti della vita terrena del Salvatore per imprimersi profondamente nella memoria della gente. Per fare diventare Gesù un vero fratello carnale. Per questo motivo l'artista, rappresentava Gesù nella sublime semplicità della sua natura umana.
  2. Francesco è l'autore del presepe vivente di Greccio nel 1223, probabilmente il suo viaggio in Terra Santa lo aveva commosso talmente che ha voluto sottolineare la sua incarnazione, allestendo il presepe vivente, proprio nella notte di Natale nel bosco di Greccio. Francesco in persona ha presenziato alla manifestazione religiosa insieme ai frati. Nel libro Dolz si sofferma anche nei particolari, Francesco era talmente preso dall'evento che sembrava che belasse, proprio vicino alla mangiatoia.

Tuttavia il presepe di Greccio, ha una caratteristica più contemplativa che descrittiva. Dolz ricorda che è Giotto quello che interpreta più di tutti lo spirito francescano, come si può ammirare nell'affresco della basilica di Assisi. Soprattutto nel riquadro della natività, «dove la Madonna non è più ieratica, matrona sdraiata, ma una tenera mamma che siede contemplando il figlioletto». In pratica nell'affresco nota Dolz: «Gesù bambino non è più tanto adorato quanto vezzeggiato».

Altra adoratrice del Dio bambino è stata Chiara d'Assisi (1193-1253). Ancora una volta Dolz racconta dei bellissimi particolari, ricchi di amore verso Gesù bambino. Un altro che sottolineato l'umanità di Gesù Bambino è stato Antonio di Padova che  combattè le eresie in Italia e in Francia, meritandosi il soprannome di «martello di Dio». Antonio viene raffigurato con il bambino tra le braccia, é una icona tra le più popolari del mondo, che ha avuto grande fortuna nell'arte.

Altri religiosi che hanno avuto un ruolo fondamentale nel pensiero medievale insieme a Tommaso d'Aquino, troviamo Bonaventura di Bagnoregio, il santo si occupò dell'amore a Gesù bambino, e propone una unione mistica con Cristo. «L'anima mediante la grazia dello Spirito Santo, può concepire spiritualmente Gesù […] Come una Madonna incinta, prova disgusto per il cibo di questo mondo e desidera le cose celesti ed eterne. Ma alcuni si lasciano ingannare dal maligno e uccidono o abortiscono la creatura concepita».

Infine secondo Dolz vanno ricordati due testi francescani che contribuiscono in maniera determinante all'estensione della nuova devozione a Cristo bambino. Si tratta di Philomela e delle Meditationes Vitae Christi, descrizioni dettagliate che invitano il lettore a prendere parte alla scena. In pratica in questi scritti «Cristo in Maestà cede il posto al fragile Bambino di Betlemme e al Cristo provato dal dolore, crocifisso, morto,deposto in grembo dell'Addolorata. Lo scopo è importante: si tratta di suscitare emozioni e lacrime per una partecipazione via via più personale ai fatti descritti, al fine di raggiungere asceticamente una profonda conformazione alla vita e ai sentimenti di Cristo». (S. Cola, Meditazioni sulla vita di Cristo, Città Nuova, Roma 1982).

Il V° capitolo il libro lo dedica alle Meditazioni, visioni, tradizioni.

Le Meditationes vitae Christi, hanno avuto grande successo nella letteratura spirituale, destinate a diventare molto popolare fino al Seicento. Favorirono la diffusione di libri popolari illustrati, soprattutto con l'avvento della stampa. Anche in questo capitolo Dolz propone alcune figure che hanno avuto una grande familiarità col Bambin Gesù. Ce ne sono tante tra il XIII° e il XV° secolo. L'elenco sarebbe lungo e soprattutto non possiamo soffermarci su ciascuna figura. Dolz ne evidenzia alcune tra le più significative. Tra queste, la più conosciuta è Gertrude di Hefta la Grande, che fa parte della mistica femminile del XIII° secolo, che proclamava la spiritualità del fidanzamento spirituale. Gertrude insieme a Matilde di Magdeburgo e Matilde di Hackeborn promuove la devozione a Gesù Bambino nel loro convento di Hefta in Sassonia.

Queste donne disponevano di approfondite conoscenze teologiche, erano istruite ed avevano il carisma delle visioni. Un'altra donna appassionata dell'infanzia di gesù è Margherita Ebner, nata da nobile famiglia in Baviera. Infine Dolz ricorda, forse quella più conosciuta, S. Brigida di Svezia, è quella che ha ricevuto più grazie mistiche. Dolz racconta sinteticamente la vita di questa straordinaria donna, in sposa a tredici anni, nei ventisette anni di matrimonio, accolse ben otto figli, cresciuti nella profonda religiosità della madre. Brigida fu canonizzata nel 1431 e proclamata compatrona d'Europa, insieme a S. Caterina da Siena e S. Teresa Benedetta della Croce, da Giovanni Paolo II.

Il VI° capitolo prende in esame la spiritualità carmelitana, si comincia con Teresa di Gesù. Qui Dolz ricorda alcuni punti del suo appassionato amore all'umanità di Cristo.

E ricorda che «che è impossibile riassumere in queste poche righe divulgative ciò che Santa Teresa ha rappresentato nella storia della spiritualità. Una pietra miliare, un passaggio obbligato per i posteri. Una spinta alla santità che non si vedeva da secoli. Non per nulla le è stato dato il titolo di Dottore della Chiesa».

Voglio citare solo questo particolare che Dolz propone ai lettori del libro, S. Teresa amava tanto le immagini, scriveva la santa carmelitana: «Buon mezzo per mantenervi alla presenza di Dio è di procurarvi una sua immagine o pittura che vi faccia devozione, non già per portarla sul petto senza mai guardarla, ma per servirvene e intrattenervi spesso con lui; ed egli vi suggerirà quello che gli dovrete dire».

  1. Teresa aveva consigliato di esporre le immagini nei suoi monasteri che andava fondando, «l'obiettivo era di rendere 'visibile' e quasi 'presente' l'umanità del Signore, perno di tutta la spiritualità teresiana».

Un personaggio singolare nella Spagna cinquecentesca è Francisco del Nino Jesus, questo frate girava con una grande cassa e sopra c'era fissata una statuetta del Bambin Gesù. Re Filippo II e la regina, lo veneravano come un santo. Sono molte le anime sante carmelitane che si sono distinte nella devozione a Gesù Bambino, tutte seguendo l'esempio di Teresa di Gesù.

Un capitolo a parte merita la devozione al Bambino Gesù nella Francia del Seicento, importata essenzialmente dalla Spagna. In Francia questa devozione ha assunto il carattere aristocratico e non solo popolare. Da segnalare il cardinale Berulle, il vescovo Fenelon con il coinvolgimento di circoli nobili parigini. Il pensiero ricorrente è che «il cristiano deve vivere in funzione del Verbo incarnato: come la terra gira perennemente intorno al sole, la terra dei nostri cuori deve muoversi continuamente verso Gesù mediante la meditazione della sua vita[...] Bisogna che i misteri della vita di cristo siano contemplati in tutte le loro circostanze perché sono tutti salvifici. Il cristiano deve adorarli, penetrarli, applicarli a se stesso, lasciarsi impregnare da essi fino a giungere a una comunione di sentimenti con Cristo».

Un altro personaggio che ha segnato il secolo, è stata la venerabile Margherita del Santissimo Sacramento, carmelitana scalza di Beaune. Margherita addirittura imitava la posizione e i tratti del Bambino quando si coricava. Invitava a meditare tutte le azioni, parole e misteri di Gesù Bambino. Ma soprattutto bisognava imitare le qualità della sua infanzia: semplicità, benignità, dolcezza e profonda umiltà. Dolz ricorda il particolare della santa che ha pregato molto affinché il re di Francia e la regina potessero avere il tanto desiderato delfino. Anche per la Francia non è facile elencare la moltitudine di devoti del Bambin Gesù. Una particolare menzione la merita madame Guyon, che con la sua maternità spirituale guidava e orientava soprattutto nobili dame per la «via d'infanzia» che lei stessa percorreva. Guyon fu anche feconda scrittrice, la sua opera consta di bel 39 volumi. Ha creato una specie di confraternita. Dolz racconta la sua unione spirituale con il divino infante per mezzo del matrimonio spirituale, con tanto di contratto.

Il libro di Michele Dolz può apparire noioso, ma ha una grande particolarità, ha creato una specie di piccolo dizionario sulla devozione al Bambin Gesù. Non è facile trovare questo genere di libri.

L'VIII° capitolo è dedicato all'epoca barocca, in particolare alla devozione al Bambino operante in Italia. Dolz fa riferimento al grande «colosso di santità e di sapienza»: Alfonso Maria de Liguori, anche lui adoratore del Bambin Gesù. Nato nel napoletano nel 1696, fu un ingegno vivace e versatile, acuta intelligenza e sensibilità artistica, oltre alle lettere e alla filosofia, s'nteressò con ottimo profitto di architettura, pittura e musica. Si è laureato a Napoli nel 1713, «tre elementi si uniscono nella prodigiosa opera scritta di Sant'Alfonso, che comprende ben centoundici libri: l'abbondante esperienza pastorale, l'incessante studio teologico, una vita interiore molto profonda e sincera». Ancora oggi la Chiesa si nutre della sua grande opera. S. Alfonso ha un grande fascino irresistibile per la sua grande spiritualità.  Ancora prima del Vaticano II, S.Alfonso ricorda che la santità è per tutti e non per un ceto di privilegiati claustrali. Crede fortemente che tutti possono accedere alle vette della vita spirituale.

La meditazione alfonsiana dell'infanzia ha un'idea fondamentale: «la croce ha le sue radici nella culla; a Betlemme comincia il calvario del verbo fatto carne. Essa affiora dovunque. S. Alfonso non perde mai di vista il dramma sanguinoso del redentore e con insistenza lo richiama alla memoria dei fedeli per destare in ricambio gratitudine e amore generoso».

Naturalmente Dolz ricorda che S. Alfonso fu un poeta delicato, musicando anche melodie orecchiabili che la folla di fedeli non fece fatica a imparare come «Tu scendi dalle stelle».

Infine l'elenco che riguarda i Nostri tempi prende in considerazione cinque personaggi di popolarità mondiale che hanno dato un rinnovato impulso all'intimità con il Bambino e all'infanzia spirituale, sempre in continuità con la tradizione cattolica. Si inizia con Teresa di Gesù Bambino, carmelitana. Faustina Kowalska con il suo messaggio della Divina Misericordia. Edith Stein che poi prende il nome di Santa Teresa Benedetta della Croce, canonizzata da Giovanni Paolo II. Maria Valtorta, un caso singolare per le sue visioni particolari sulla vita di Gesù, ben dieci volumi per oltre quattromila pagine complessive. Un gran numero di pagine ricche di particolari sulla vita di Gesù e quindi sulla sua infanzia. Io ho un particolare ricordo di questi particolari che spesso mi ripeteva la buonanima di mia mamma.

Dolz nel libro fa riferimento alle critiche e alle perplessità che ha suscitato la vasta letteratura Valtortiana. Infine Dolz per ultimo lascia lo spazio a Josè Maria Escrivà(1902-1975).

Il X° capitolo spiega le radici teologiche di questa devozione al Bambino. Naturalmente il sacerdote spagnolo rileva la scarsità di notizie sull'infanzia di Gesù. Il Vangelo stesso poco e niente dice sulla vita di Gesù a Nazareth.

Inoltre nelle riflessioni finali Dolz spiega l'importanza delle scelte delle immagini che rappresentano Gesù. Trovo interessante riportare qualche passaggio: « l'immagine funziona come via d'accesso per la quale il credente penetra nel mistero totale. Si sceglie un aspetto di maggiore rilievo o maggiore sensibilità, che funge da punto di contatto per vivere tutti gli altri. Chi prende - Scrive Dolz – come immagine preferita il Crocifisso, il Bambino del presepio, il Risorto non disconosce per questo tutti gli altri aspetti o misteri della vita e della persona del Signore».

Tra l'altro se Cristo avesse voluto ricevere  culto «da adulto», non sarebbe apparso la sulla terra come bambino, né sua infanzia avrebbe fatto parte del messaggio di salvezza contenuta nei vangeli. Tra le riflessioni finali di Dolz merita la precisazione sull'importanza della regalità del Bambino Gesù, aspetto importante nell'iconografia tradizionale, quanto impopolare nell'immaginario del cristiano di oggi.«Taluni per una superficiale questione di parole, si sentono infastiditi anche solo dall'espressione CRISTORE, come se il regno di cristo potesse essere preso per una formula politica, o piuttosto perchè la confessione della regalità di cristo li condurrebbe anche ad ammettere una legge [...]».

Nell'ultimo capitolo l'XI° Dolz fa la storia dell'iconografia soltanto quella di Gesù Bambino da solo. Naturalmente si tratta di una sintesi. Si comincia con San Cristoforo, una raffigurazione molto popolare e fortunata. Mi ha colpito un particolare riportato nel testo da Dolz, si tratta di uno straordinario ritrovamento di una fabbrica di terracotta del 1400 a Utrech dove furono ritrovati i CALCHI in negativo per la fabbricazione di 13 modelli di S. Barbara, 14 di S. Caterina, 38 la Madonna col bambino e ben 60 del solo bambino. E pare che questa non sia l'unica fabbrica in Europa. Lascio al lettore un eventuale battuta ironica su quello che oggi viene fabbricato a Utrech.

 

 

Un elenco di nomi redatto dal Viminale e che include i terroristi "bianchi, rossi, neri", dice Salvini ricercati nel Belpaese per crimini di cui non hanno mai saldato il conto. Latitanti, tecnicamente. Protetti da anni di dottrina Mitterrand come "rifugiati" politici nel Paese d'Oltralpe e mai estradati.

Per ora, però, la Francia mantiene il totale riserbo. "Le richieste di estradizione che riceveremo nei prossimi giorni dalle autorità italiane, saranno oggetto di analisi approfondite, caso per caso, come accade da una quindicina di anno", ha detto il ministero della Giustizia francese. Secondo i francesi, riporta il Messaggero, "non c'è alcuna lista". 

Ed è per questo che il Viminale è pronta a consegnarla alle diplomazie così da eliminare ogni alibi. "Sarà più che un appello, saremo convincenti. Se qualcuno protegge i terroristi, siano rossi, siano neri o bianchi, fa il piacere di restituirli all'Italia", ha spiegato chiaramente Salvini.

Il piano per riavere i latitanti, dunque, parte dal dossier che metterà in chiaro le situazioni dei diretti interessati. Poi forse le elezioni europee e gli eventuali effetti sulla politica francese potrebbero fare il resto. Come successo per Battisti, che con l'arrivo di Bolsonaro alla guida del Brasile ha visto cadere la sua rete di protezione.

Ventisette in tutto, dei quali 12 solo in Francia. È questo il dato ufficiale che arriva dal Dipartimento di Pubblica sicurezza. Ne sono scappati a centinaia tra terroristi neri e rossi, negli anni di piombo, una cinquantina sono rimasti nella lista dei ricercati per moltissimi anni. Alcuni hanno scelto i paesi del centro e sud americani, Brasile, Nicaragua e Perù. Altri il Giappone e la Gran Bretagna. 

Ora, dopo la cattura di Cesare Battisti, il numero di chi ancora avrebbe da scontare anni di carcere si è dimezzato. E su di loro le intenzioni del Governo sembrano chiare: «Riportarne indietro quanti più possibile». Ma tra il dire e il fare ci sono le varie condizioni imposte dagli stati che li ospitano. Molti hanno la cittadinanza, alcuni sono diventati imprenditori di un certo rilievo, e difficilmente verranno ceduti all'Italia. Obiettivo, quindi, è puntare sulla Francia. 

Proprio in queste ore, infatti, il Viminale sta lavorando alla nuova documentazione che verrà consegnata alla Francia. Dossier e informazioni aggiornate che saranno trasmesse a breve.

Negli anni Ottanta se ne contarono anche 400, erano gli anni in cui la Dottrina Mitterrand sembrava intoccabile, la parola d'onore di un paese che apriva le porte a chi scappava prima di tutto da una fase storica chiusa e non da una condanna. Nel 2002, con il mandato europeo entrato in vigore, Berlusconi e Chirac ai vertici, ci fu la svolta: Paolo Persichetti venne riconsegnato all'Italia. Anche allora venne fuori una lista: comprendeva settanta nomi. Nel tempo si sono ridotti: le prescrizioni, i decessi, e poi quelli che sono tornati spontaneamente.

Per i diretti interessati, non si tratta più di giustizia ma di «vendetta». Anche perché - dicono - c'è chi aperto un ristorante, come Maurizio di Marzio, chi fa il traduttore e insegna l'italiano come Giovanni Alimonti, c'è chi ha lavorato per una casa editrice di fumetti ed è stato per anni rappresentante dei genitori a scuola, come Roberta Cappelli, chi è stato già graziato da Nicolas Sarkozy per motivi di salute, come Marina Petrella. Insomma, la battaglia italiana parte in salita. I francesi, infatti, non sembrano essere d'accordo nemmeno sul numero delle persone che andrebbero rimpatriate. «Non c'è alcuna lista», affermano.

L'Italia ha più volte tentato di riavere indietro Alessio Casimirri, il brigatista che faceva parte del commando che ha sequestrato Aldo Moro e ucciso gli uomini della scorta. «Nel 1993 eravamo a un passo dal farlo rientrare in Italia - racconta Carlo Parolisi, agente del Sisde, ora in pensione - Poi un scoop giornalistico ha fatto saltare tutto». Condannato a sei ergastoli, Casimirri non ha mai passato un giorno in cella e da 37 anni vive in Nicaragua, dove ha moglie e figli oltre che una fiorente attività da ristoratore. Talmente fiorente che nella capitale, a Managua, il suo locale Gastronomia El Buzo Il sub ha guadagnato il primo posto nella classifica di Trip advisor. Viene indicato per l'ottimo pesce, e lo chef è proprio Casimirri.

Se ci si sposta di paese, in Brasile, si trova un altro terrorista che ho scelto di esibirsi in cucina: Luciano Pessina, esponente di punta di Prima linea, condannato a 12 anni e 4 mesi per reati che comprendono rapina, furto e detenzione illegale di armi. «I miei reati sono stati prescritti - dice - L'Italia ha chiesto la mia estradizione ma il Brasile l'ha negata e la cosa è finita lì». A Rio, ha preferito il mestolo al mitra. Oltre 20 anni fa ha aperto un ristorante, Osteria all'angolo, che ha chiuso i battenti l'anno scorso. Ma solo perché l'attività si è spostata a Copacabana, con Pasta&Vino, un piccolo negozio dove viene venduta pasta fatta in casa. Perché in Italia, Pessina si guarda bene dal tornare, ma sui prodotti del suo paese ci guadagna, eccome.

Intanto Davigo spegne le polemiche che nelle ultime ore hanno coinvolto il ministro degli Interni, Matteo Salvini e quello della Giustizia, Alfonso Bonafede. Di certo le istituzioni non hanno potuto nascondere l'esultanza per un arresto atteso da 37 anni. Sulla pista di Ciampino è arrivato un monito chiaro a chi pensa di poter sfuggire alla giustizia italiana.

Il consigliere superiore della magistratura in un'intervista al Fatto non critica i ministri che si sono esposti in prima fila per la cattura dell'ex terrorista dei Pac. "Un ministro è a capo di una branca della Pubblica amministrazione. È normale che rivendichi i meriti dell'amministrazione che dirige. Poi le forme con cui manifesta la sua soddisfazione non sta a me giudicarle". A questo punto arriva l'affondo per chi critica questo tipo di esposizione mediatica dell'arresto di un assassino come Battisti: "In Italia c'è libertà di manifestazione del pensiero, dunque anche di andare a eventi di questo tipo. Ma mi sono sempre meravigliato di quelli che si dicono garantisti e sono attentissimi ai diritti degli imputati, ma niente affatto a quelli delle vittime di reati".

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E dal 2004, quando Jacques Chirac decide di mettere fine a questa situazione, così, la giustizia francese dà il via libera alla sua estradizione. Ma gli intellettuali lo difendono: Fred Vargas, Bernard-Henri Levy, Tiziano Scarpa, Christian Raimo, Daniel Pennac, Vauro e Davide Ferrario.

A quel punto, il terrorista fugge in Brasile sotto falsa identità, e, a suo dire con l’aiuto dei servizi segreti di Parigi. Il 18 marzo del 2007, dopo tre anni in clandestinità, viene arrestato a Rio de Janeiro e spedito nel carcere di Brasilia, dove ci resta per quattro anni dicendo anche di “morire in Brasile piuttosto che tornare in Italia”.

Nel 2009 il ministro della Giustizia del governo Lula, Tarso Genro, gli concede l’asilo politico. Il 18 novembre del 2009 la Corte suprema brasiliana autorizza l’estradizione di Battisti, ma lascia l’ultima parola al presidente Lula, che nell’ultimo giorno del suo mandato, il 31 dicembre 2010, rifiuta di estradarlo con decreto. A giugno del 2011,gli viene assegnato un permesso di residenza permanente in Brasile.

Nel 2015 un giudice federale ordina la sua espulsione in Messico o in Francia. La polizia lo arresta, ma poi viene scarcerato. A ottobre 2017 viene arrestato, questa volta al confine con la Bolivia. Rilasciato, fino ad aprile del 2018 è sottoposto a obbligo di firma e della sorveglianza elettronica.

Dopo la cattura di Cesare Battisti, Salvini e pronto a tornare alla carica con Macron. Non che i rapporti tra i due siano ottimali come quelli con Bolsonaro in Brasile, ma il presidente francese è in evidente difficoltà interna e non è detto che abbia interesse a difendere le ragioni dei protagonisti di vecchie storie di 30 e passa anni fa. E certo a Salvini non dispiacerà di mettere ulteriore carne sul fuoco di un già asserragliato Macron.

Secondo quanto riporta il Messaggero, in queste ore al ministero dell'Interno stanno lavorando a "una nuova documentazione" da inviare alla Francia. Ci saranno tutte le informazioni aggiornate su latitanti e ricercati che il Dipartimento di pubblica sicurezza pensa siano nascosti in Francia. Dovrebbero essere 12 (su 27 in totale, gli altri sono sparsi per il mondo). In fondo ieri è stata la leader del RN, Marine Le Pen, a far intendere che se l'aria politica cambiasse, allora Parigi sarebbe pronta a riconsegnarci gli ex terroristi.

L'”inizio della fine” della latitanza boliviana di Cesare Battisti comincia a Santa Cruz de la Sierra, precisamente al residence Casona Azul, sulla Radial 21, una stradona dell’estrema periferia ovest della metropoli a poche centinaia di metri dal quarto anello di circonvallazione.

Battisti è arrivato al residence la notte del 16 novembre a bordo di un Suv Toyota Rav4 color scuro accompagnato da un amico, un individuo descritto come alto, in carne e con i capelli corti e la pelle chiara, istruito, molto probabilmente un locale e unico soggetto che ha più volte visitato il latitante durante il suo breve soggiorno al residence; è stato proprio questo suo amico a fare il check-in per poi allontanarsi e lasciare la stanza a Battisti che viaggiava con bagaglio leggero.

Violenza, rapine, omicidi, terrorismo. La vita di Cesare Battisti è segnata da una continua fuga dalla giustizia. Che adesso, con il suo arresto, sembra essersi definitivamente interrotta. E l’Italia attende il ritorno di un assassino, prima ancora che di un “ex” terrorista.

Nato 63 anni fa a Cisterna di Latina, Battisti inizia la sua carriera criminale sin da giovane per alcuni reati comuni. Nessuna giustizia proletaria, nessuna idea, nessun vento ideologico: semplice violenza e furti.

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Dal carcere, inizia ad avvicinarsi alla sinistra estrema. E alla fine degli anni Settanta entra nei Pac, un piccolo e quasi insignificante gruppo armato del terrorismo di sinistra che si è specializzato in rapine come “espropri proletari”. “Pretendere di cambiare il mondo con le armi è una stupidaggine ma a quell’epoca tutti avevano delle pistole”, disse nel 1991 Battisti. Ma intanto il sangue scorreva a fiumi, mentre il comunismo serviva più per dare una parvenza di mito a una semplice e orribile  criminalità.

Arrestato nel 1979 a Milano, Battisti evade nel 1981 dal carcere di Frosinone. La giustizia italiana lo condanna in via definitiva per quattro omicidi tra il 1978 e il 1979, di cui due come esecutore materiale. Il terrorista si dichiara innocente. Ma i tribunali sono di ben altro avviso.

Sotto i colpi delle sue azioni e dei Pac, muoiono la guardia carceraria Andrea Santoro a Udine, il gioielliere Pierluigi Torregiani a Milano e il macellaio Lino Sabbadin, questa volta a Mestre. Gli ultimi due innocenti sono stati uccisi perché avevano sparato a dei rapinatori. Il figlio di Torregiani, Alberto, allora 15enne cade vittima dell’agguato rimanendo paralizzato. L’ultima vittima è il poliziotto Andrea Campagna, ucciso a Milano.

 

Del terrorista che per trentasette anni è sfuggito alla giustizia italiana che lo ha condannato all'ergastolo per quattro omicidi, sembra essere rimasto poco. Chi lo ha visto nella saletta dell'aeroporto di Ciampino per le procedure di notifica degli atti racconta di averlo visto "quasi come liberato da d un peso", come racconta l'agenzia Agi. L'ex terrorista ha anche ringraziato la polizia per il trattamento avuto nelle fasi successive all'arresto e per essere stato fornito di abiti più pesanti di quelli che indossava.

In cella da solo e 6 mesi di isolamento diurno è il trattamento carcerario che sarà riservato al terrorista rosso. Nel carcere di Rebibbia Battisti sarà collocato nel circuito di alta sicurezza riservato ai terroristi. Non potendo però in questa fase condividere l'ambiente detentivo con altri soggetti, ci sarà per lui una sistemazione ad hoc. Inoltre, dovendo scontare la pena dell'ergastolo, sarà sottoposto per 6 mesi ad isolamento diurno.  
Trentasette anni. Oltre 13mila giorni. Tanto è durata la latitanza di Cesare Battisti. Dopo esser fuggito in Francia e in Messico, il terrorista si era nascosto in Brasile, dove pensava di vivere tranquillamente fino alla fine dei suoi giorni. Ma l’elezione di Jair Bolsonaro ha cambiato tutto. Il leader dell’ultradestra verde-oro ha preso subito la palla al balzo e, come segno di rottura rispetto all’epoca di Lula e Dilma Rousseff, ha deciso fin da subito di offrire il latitante all’Italia, dopo la richiesta del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

La polizia, ieri, è stata chiara.L'arresto di Battisti è stato possibile grazie a una svolta politica, dovuta soprattutto all’ascesa di Bolsonaro, che ha rappresentato un vero e proprio punto di rottura nella storia del Brasile.

Il terrorista era fuggito in Bolivia, dove poteva contare su un’importante rete di covi e di contatti. Ma alla fine è stato scaricato perfino dagli stessi uomini politici che in questi anni lo avevano sostenuto, nascosto e finanziato. Ormai era inutile. Non serviva più.

C’è un altro Brasile, molto più duro, ideologico, anti-comunista e legato agli apparati della sicurezza. Bolsonaro punta su quel Brasile, quello che è contrario a tutto ciò che hanno rappresentato i suoi predecessori. C’è un senso di rivalsa senza precedenti, volontà di damnatio memoriae rispetto alle amministrazioni passate. E Battisti fa pare di quel mondo che la nuova presidenza vuole debellare il prima possibile, con la durezza tipica dei leader dell’ultradestra.

L’ultima fuga del membro dei Pac e autore di quattro omicidi è iniziata  a metà dicembre, quando il trionfo elettorale dell’ultradestra di Jair Bolsonaro fa capire a Battisti che il vento, in Brasile, è cambiato. Non è più lo stesso Paese che l’ha protetto per anni: Lula e Dilma Roussef non ci sono più e Bolsonaro non è Michel Temer.

Cosi a metà dicembre cambia il vento in Brasile e cambia anche la percezione dell’intelligence italiana e dei reparti della Pubblica sicurezza che da anni sono alle calcagna di Battisti. Sono due in particolare gli uomini che seguono le tracce del terrorista e che sono pronti a scattare non appena percepiscono che l’uomo è pronto alla fuga: Lamberto Giannini, capo dell’Antiterrorismo, e Nicolò D’Angelo, vicecapo della Polizia di Stato e direttore centrale della Polizia criminale e dei Servizi di cooperazione internazionale della Polizia. I due si sono ringraziati a vicenda: Giannini lo ha fatto pubblicamente in un’intervista al Huffington post in cui ha ricordato lo splendido lavoro dell’intelligence italiana.

I due hanno lavorato a stretto contatto per molto tempo. Vengono da una carriera dura fatta di inseguimenti e cacce senza tregua di super-latitanti. E per uno come Battisti, abituato a fuggire e soprattutto coperto per anni da una fitta rete di protezione internazionale, servivano due uomini d’esperienza capaci di leggere le mosse del membro dei Pac prima che queste diventassero realtà. Prevedere, arrivare un attimo prima, incrociare i dati. Una strategia costante che ha portato alla cattura in Bolivia dopo settimane in cui il telefono di Battisti si era attivato per poi sparire dai radar di nuovo. Ma è stato proprio quello a far scattare di nuovo i segugi della Polizia di Stato.

Ciondolava come un cittadino qualunque per le stradine di Santa Cruz de La Sierra, il terrorista dei Pac, Cesare Battisti. Anche se non era affatto tranquillo: questa volta era diverso, e lui lo sapeva. Il neo presidente brasiliano gliela aveva giurata, e la rete di protezione si era indebolita dopo la caduta di Lula. Sarà per questo che da qualche tempo aveva cercato rifugio in una altra via di fuga, quella dell'alcool.

Beveva molto, gli investigatori hanno accertato anche questo. Tanto che al momento dell'arresto gli uomini della polizia boliviana, quelli dell'Interpol, gli 007 dell'Aise e dell'Antiterrorismo che gli stavano addosso, si sono resi conto che era alticcio. A fregarlo, poi, è stata anche quella frenesia di cercare aiuto attraverso i social, soprattutto su Facebook, sintomo di confusione e di una grande debolezza. Si collegava abitualmente per comunicare con gli amici e i parenti. Tanto che è stato accertato che tra chi ha coperto la sua latitanza, ci sono alcuni italiani, brasiliani e boliviani: una decina di persone complessivamente.

"Se non c'era Bolsonaro poteva stare tranquillo in Brasile", ha detto il procuratore generale di Milano, Roberto Alfonso. "Decisiva è stata la collaborazione con la polizia brasiliana, che ha attivato dei canali propri, e il risultato è arrivato con la collaborazione di tutti. Il nostro intervento è stato fondamentale, è stato un gioco di squadra con un ruolo molto importante della Digos di Milano. Dal punto di vista del lavoro siamo soddisfatti".

Il più duro nei confronti del terrorista dei Pac è il Ministro Salvini. "Chi sbaglia paga - dice pochi istanti dopo lo sbarco a Ciampino - Finalmente finirà dove merita un assassino comunista, un delinquente, un vigliacco". Per il ministro dell'Interno si tratta di una "giornata storica per l'Italia". Definisce Battisti "un assassino, un delinquente, un infame, un vigliacco che non ha mai chiesto scusa". E esprime disprezzo per quel "balordo che mi sembrava sogghignante nonostante i morti che ha sulle spalle".

La procura milanese non esclude ora ulteriori indagini sulla rete che, in queste ore, avrebbe tentato di aiutare l'ex latitante a sfuggire alla cattura. "Questo non è un punto di arrivo ma un punto di partenza - promette Salvini - Sono sicuro che le nostre forze dell'ordine con la collaborazione dei servizi stranieri potranno ri-assicurare alla giustizia italiana e alle galere italiane altre decine di delinquenti e assassini che sono ancora a godersi la vita in giro per il mondo". Intanto, Salvini ci tiene "a nome di 60 milioni di italiani" a ringraziare "le forze dell'ordine per questo sole, questa speranza, questa certezza, questa ritrovata fiducia nella giustizia". Perché "il clima è cambiato, chi sbaglia paga". L'Italia oggi "è un Paese sovrano, libero, rispettato, rispettoso e rispettabile".

L’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e 35 partner lanciano oggi un appello congiunto per la raccolta di 296 milioni di dollari USA volti ad assicurare con urgenza aiuti cruciali per il 2019 ai circa 345.000 burundesi rifugiati nei Paesi confinanti.

Quella del Burundi costituisce una delle crisi di rifugiati maggiormente trascurate a livello mondiale e il dato è misurabile: nel 2018 è stata fra quelle per cui sono stati raccolti meno fondi.

Le conseguenze di tale situazione sono avvertite indiscriminatamente dai rifugiati burundesi in quattro Paesi confinanti: Tanzania, Repubblica Democratica del Congo (RDC), Ruanda e Uganda. La popolazione sta resistendo a tagli alle razioni alimentari, carenza di medicinali, scuole sovraffollate e alloggi inadeguati. Nonostante i grandi sforzi di tutti gli attori coinvolti, è necessario garantire ulteriore supporto per assicurare una risposta adeguata perfino alle esigenze più basilari.

I bambini, che rappresentano oltre la metà della popolazione rifugiata, sono i più colpiti da questa crisi. Molti sono giunti nei Paesi in cui si trovano in seguito alla separazione dai propri genitori o da altri familiari. Gli ostacoli nel garantire affidamenti sicuri e adeguati sono significativi. Altri soffrono di stress emotivo causato dalle violenze a cui hanno assistito. Questi bambini hanno bisogno di supporto psicosociale.

L’accesso all’istruzione dopo le scuola primaria è ancora estremamente ridotto. Solo il 20% dei bambini burundesi rifugiati in età di istruzione secondaria frequenta la scuola. In tutta la regione è fortemente necessario un numero maggiore di insegnanti e di risorse didattiche. Le classi sono talmente sovraffollate che in Tanzania gli studenti si accontentano di fare lezione sotto gli alberi invece che nelle aule.

Donne e ragazze sono esposte a elevati livelli di sfruttamento e violenza sessuale e di genere. Gli alloggi improvvisati e fatiscenti non garantiscono protezione. La mancanza di materiali per cucinare e per la costruzione delle abitazioni costringe donne e ragazze a percorrere lunghe distanze a piedi per raccogliere la legna fuori dai campi e dagli insediamenti, trovandosi così isolate e vulnerabili a possibili aggressioni.

L’anno scorso, sono state tagliate le scorte alimentari in Tanzania, RDC e Ruanda. Le famiglie sono state lasciate regolarmente, ogni mese, senza sufficienti quantità di cibo. Donne e ragazze stanno facendo ricorso a meccanismi negativi di risposta, fra cui “sesso per sopravvivenza” (survival sex) e matrimoni precoci e forzati.

Alla luce delle politiche in vigore in Uganda, Ruanda e RDC, che consentono ai rifugiati di lavorare ed essere imprenditori, un obiettivo chiave è quello di aiutare a generare opportunità economiche che permetteranno loro di acquistare scorte supplementari di cibo e guadagnarsi da vivere.   

Se da un lato le condizioni di sicurezza nel loro insieme sono migliorate in Burundi, dall’altro persistono preoccupazioni significative relativamente al rispetto dei diritti umani. Circa 57.000 rifugiati hanno fatto ritorno in Burundi dalla metà del 2017, esprimendo il desiderio di tornare nelle proprie case e nelle proprie fattorie, e di riunirsi alle proprie famiglie. Altri rifugiati ritornati nel Paese ritengono che, per quanto problematico, vivere a casa propria costituirà un miglioramento rispetto alla condizione vissuta da rifugiati.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ritiene che le condizioni attuali in Burundi non consentano di promuovere il ritorno nel Paese, nonostante fra i rifugiati assistiti vi sia chi affermi di aver preso una decisione consapevole decidendo di ritornare volontariamente. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati incoraggia gli Stati ad assicurare che nessun rifugiato faccia ritorno in Burundi contro la propria volontà. Dal momento che è previsto che il numero di rifugiati che faranno ritorno volontariamente nel 2019 aumenti, l’appello prevede che una parte dei fondi sarà destinata alla reintegrazione dei rifugiati nel Paese d’origine.

 

Intanto, una media di 300 rifugiati continua a fuggire ogni mese dal Burundi: l’UNHCR lancia un appello ai governi della regione affinché non chiudano le frontiere e garantiscano l’accesso alle procedure di asilo a quanti ne facciano richiesta.

 

L’anno scorso, il piano di risposta regionale inter-agenzie per la crisi di rifugiati del Burundi ha ricevuto solo il 35% dei 391 milioni di dollari statunitensi richiesti. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati sollecita la comunità internazionale ad accelerare le procedure e destinare più fondi all’appello di quest’anno al fine di assicurare la disponibilità di aiuti umanitari, cruciali per rispondere ai bisogni basilari della popolazione.

 

 

Nelle vacanze di Natale siciliane ho letto uno studio del professore Alessandro Orsini, «L'Isis non è morto. Ha solo cambiato pelle», Rizzoli (2018). Ad un certo punto del testo il professore chiarisce: «Terrorismo e immigrazione sono strettamente legati, nel senso che tutti gli attentatori dell'Isis in Europa occidentale erano immigrati». Pertanto la notizia che hanno dato tutti i media del 9 gennaio scorso che dietro al traffico di esseri umani si nascondono i terroristi dell'Isis deve allarmarci non poco. C'è un dettagliato intervento abbastanza inquietante proprio del 9 gennaio, sul quotidiano online «Gli occhi della guerra», «Il rischio del terrorismo negli sbarchi fantasmi». «Il quadro che emerge è dunque tanto chiaro quanto allarmante: gli sbarchi nel trapanese, avvenuti più in sordina a livello mediatico in quanto minori di numero rispetto a quelli che coinvolgono l’agrigentino, trasportano gente che ha un alto livello di pericolosità criminale. Persone ricercate in Tunisia, che riescono ad entrare nel nostro paese. E l’attenzione, sotto il fronte del rischio terrorismo, rimane dunque molto alta».

Tuttavia Orsini ci tiene a precisare che la sua tesi non intende diffondere il terrore. Il suo intento è quello di «aiutare il mio Paese nella lotta contro l'Isis attraverso gli strumenti di cui dispongo, che sono strumenti culturali». In particolare, come scrive nel libro, i suoi studi scaturiscono dalle sue ricerche condotte al MIT di Boston, una delle università più prestigiose del mondo.

Orsini su questo argomento è categorico: «siamo in guerra […] i discorsi degli analisti italiani che affermano che, invece, non saremmo in guerra sono frutto della retorica di chi non ha niente da dire. Non siamo noi a stabilire se siamo in guerra oppure no».

Tra la letteratura che riguarda il terrorismo jihadista, forse il libro di Orsini è quello che riesce più dia ltri a dare un quadro completo e soprattutto realistico del complesso fenomeno dello Stato islamico (ISIS). Nato nel 2014, con un'avanzata travolgente ha conquistato parte dell'Iraq e della Siria. Con la caduta di Raqqa a fine 2017, il «mostro spaventoso» si è liquefatto, dopo soli 3 anni. Il testo di Orsini già nel titolo parte da una tesi che nonostante lo Stato islamico sia crollato, l'Isis continua ancora oggi a rappresentare un pericolo per le città in Occidente. Il pericolo ha assunto diversi, nuovi, imprevedibili volti che Orsini ci illustra per cercare di prevedere le mosse future, soprattutto dei cosiddetti «lupi solitari».

Intanto il professore Orsini, ricordo che è un esperto di terrorismo, essendo professore di Sociologia del Terrorismo, è direttore dell'Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS di Roma e del quotidiano online «Sicurezza Internazionale», già dal 1° capitolo parte da una precisazione o meglio pretesa: «Tutta la verità sull'Isis (diversamente da quello che ci hanno raccontato i media)».

Pertanto Orsini precisa che «L'Isis era travolgente senza essere forte. L'esercito messo in piedi da al-Baghdadi è sempre stato un fenomeno militarmente irrilevante, Avanzava perché l'esercito siriano e l'esercito iracheno, ormai allo sbando, si ritiravano anziché combattere». Pertanto quello che gli attribuivano i nostri Media all'Isis     per il professore era tutto falso. Infatti, quando «gli eserciti della Siria e dell'Iraq si sono riorganizzati, l'Isis ha iniziato ad arretrare inesorabilmente». Per Orsini sicuramente «La storia dell'Isis, é una storia di debolezza».

In questo capitolo il professore napoletano illustra con chiarezza le vicende complesse sul terrorismo jihadista, fornendo diverse prove. Si comincia con la conquista di Mosul, la città dove al-Baghdadi proclamò la nascita dello Stato Islamico, il 29 giugno 2014. In quell'occasione il professore Orsini, chiarisce che non fu una conquista del potente esercito dell'Isis. «La verità é che fu abbandonata dai soldati iracheni, che si confusero tra i civili dopo aver gettato armi e divise. Altro che inarrestabile armata jihadista raccontata dai Media».

Orsini può scrivere queste cose dopo aver consultato giornali e documenti come il «New York Times» che utilizzava il termine «sgretolamento» da parte dell'esercito iracheno. Allora, «Perché l'Isis ha avuto successo?». Secondo Orsini, perché i Paesi del medio Oriente erano divisi: «L'Isis è stato favorito dalla rivalità del blocco anti-Isis guidato dagli USA e quello guidato dalla Russia». Non si possono dare certezze quando è iniziato questo «gioco», ma certamente è durato dal 29 giugno 2014 fino all'insediamento di Trump alla casa Bianca, il 20 gennaio 2017.

Secondo Orsini il problema di Obama e Putin e dei loro alleati regionali, non era di sconfiggere l'ISIS, ma di conquistare Damasco per inghiottirsi la Siria. Infatti queste due coalizioni anti-Isis invece di cooperare tra loro, si ostacolavano. A questo proposito Orsini, fa rilevare il cinismo di queste grandi potenze nella politica internazionale, sostenendo che Russia e Stati Uniti, invece di arrestare la guerra civile in Siria, hanno fatto di tutto per alimentarla, almeno fino al 2017. Un altro fattore di ostacolo è stato la contrapposizione della Turchia con l'Iraq, quest'ultimo non intendeva ricevere aiuti dai turchi sunniti. La Turchia in questo scenario svolge un ruolo alquanto ambiguo, fa la guerra all'Isis per liberare il Nord della Siria, ma lo fa per toglierlo ai Curdi. Altra contesa che favoriva l'Isis era l'odio atavico tra Israele e la Siria. Naturalmente al-Baghdadi gioiva davanti a simili divisioni.

In questo groviglio di continui conflitti, l'autore del libro non prende nessuna posizione a favore di qualche contendente. Comunque sia il fattore che ha contribuito maggiormente alle fortune dell'Isis è la politica settaria del primo ministro sciita dell'Iraq, Nuri al-Maliki, dal 2006 al 2014. «Particolarmente nefasto – per Orsini – fu il suo rifiuto di integrare circa centomila soldati sunniti nel nuovo esercito, come richiesto dagli americani». Infatti poi un gran numero di questi soldati si arruolò nelle fila dell'Isis per avere uno stipendio e per vendicarsi degli sciiti.

Nel libro Orsini racconta, errore dopo errore, come al-Maliki ha contribuito ad alimentare il ruolo politico dell'Isis. Infatti a questo proposito, il professore smentisce, quella leggenda metropolitana, sostenuta da tanti giornali: «l'ascesa dell'Isis non è stata favorita dai servizi segreti americani, da Israele o dal capitalismo in cerca di petrolio. L'isis - scrive Orsini – è un fenomeno sociale complesso che nasce dal basso, ovvero dal ventre della società irachena e della società siriana».

Nel testo Orsini conferma in modo chiaro che gli americani non hanno avuto nessun interesse a creare l'Isis. «I documenti storici smentiscono nettamente l'affermazione secondo cui gli americani avrebbero operato per creare le condizioni favorevoli all'ascesa dello Stato islamico. Semmai è vero il contrario e cioè che gli americani esortarono il governo al-Maliki a rimuovere i fattori incentivanti all'arruolamento nelle formazioni jihadiste». Queste tesi sono rafforzate con le conversazioni che l'autore ha avuto con Barry Posen, uno dei più autorevoli studiosi di relazioni internazionali. Inoltre occorre ricordare che anche il professore Orsini è un autorevole studioso, un ricercatore, uno che passa molto tempo a monitorare documenti, articoli, libri sul terrorismo jihadista nelle varie regioni del mondo dove opera concretamente.

Un'altra testimonianza che avvalora la tesi del professore Orsini è quella di Ali Khedery, cittadino americano, pubblicista del «Washington Post», che dovrebbe essere letta per avere un'idea chiara delle cause che hanno favorito l'ascesa dell'Isis.

Ali Khedery sostiene che lo stato iracheno non fu demolito dall'Isis, bensì dalla corruzione dei suoi governanti sciiti: «i terroristi dell'Isis diedero soltanto la spallata finale a un edificio marcio nelle fondamenta. Non si trattò dell'avanzata irresistibile dell'Isis, quanto del crollo inesorabile dello stato iracheno a causa del sentimento di vendetta della sua classe governante e della sua incapacità a svolgere persino le più elementari funzioni di governo». In pratica secondo Khedery, il partito Bath di Saddam Hussein è stato sostituito dal Dawa, quello di Maliki.

Un altra considerazione importante che Orsini affronta è che il complottismo, a cui molti fanno riferimento, certamente non spiega l'ascesa dell'Isis. La teoria del complottismo, per Orsini, è il modo migliore per allontanarsi dalla comprensione della realtà. Infatti chi sostiene questa teoria, cerca di fare credere al proprio pubblico di conoscere chissà quali segreti gravissimi, inoltre gli permette di non studiare il problema.

Sarcasticamente Orsini, scrive: «il complottista non ha bisogno di raccogliere documenti, elaborare dati o ricercare informazioni; a un complottista non verrebbe mai in mente di passare anni a studiare in un archivio perché, siccome é tutto un complotto, i documenti sono stati distrutti o falsificati».Tuttavia per Orsini chi ragiona con la logica del complottismo lo fa perché non ha tempo di studiare, però sente il bisogno di dire il proprio parere, di entrare nel dibattito da protagonista, senza il minimo sforzo intellettuale o sacrificio per l'analisi: basta dire subito, «è un complotto». Infine un ultimo elemento che ha favorito l'ascesa dell'Isis, è stato la guerra civile in Siria.

In conclusione del capitolo Orsini sentenzia «che le più eclatanti conquiste dei jihadisti potevano essere facilmente evitate. L'Isis era ben altro che l'organizzazione guerriera incontenibile descritta dai tanti commentatori».

Nel 2° capitolo l'analisi di Orsini si concentra sul rapporto dello Stato islamico e l'Europa. Il giornalista napoletano risponde alla domanda sul perché gli attentati dell'Isis si concentrano nel Regno Unito e in Francia. Inoltre risponde a un'altra domanda che sta più a cuore agli italiani: «perché l'Isis non abbia finora colpito l'Italia». Anzi per essere più precisi, l'Isis, non solo non ha mai colpito l'Italia, ma nemmeno ha mai tentato di farlo. Sono 2 quesiti a cui Orsini risponde con una disarmante banalità. L'Isis non ha mai cercato di fare una strage in Italia tipo quella di Parigi del 13 novembre 2015, perché il nostro Paese non ha truppe dell'esercito impegnate a combattere i jihadisti. Colpisce la Francia, l'Inghilterra, ma anche la Germania, perché loro sono impegnate sul terreno a combattere l'Isis.

I capi dell'Isis per esempio sono a conoscenza delle operazioni militari francesi, in particolare in Africa. Qui Orsini porta l'esempio dell'attacco terroristico all'Hotel Splendid nel centro di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Alla liberazione degli numerosi ostaggi, hanno attivamente contribuito i soldati francesi.

I jihadisti sono molto informati, agiscono come quegli ultrà delle squadre di calcio, che sanno tutto dei propri beniamini e sulle squadre avversarie. Ascoltano sempre le stesse trasmissioni radiofoniche e sanno dove attingere le informazioni.

Il professore Orsini nel suo studi divide gli attentatati in tre categorie: 1 quelli organizzati direttamente dai capi dell'Isis; 2 organizzati dai lupi solitari; 3 quelli delle cellule autonome. Naturalmente per ogni categoria fa l'esempio concreto. L'attentato di Parigi del 13 novembre 2015 e quello di Bruxelles, fanno parte della 1 categoria.

Orsini nel suo studio ha monitorato anche la «gerarchia dell'odio» da parte dei jihadisti nei confronti dei paesi europei.

Certamente secondo Orsini, l'Italia è odiata meno perché in quelle regioni mediorientali non ha un ruolo combattente. In nessun paese l'Italia «ha mai elaborato un piano contro i terroristi nonostante le organizzazioni jihadiste siano presenti [...]».Orsini è convinto che i jihadisti non odiano le nostre libertà, le nostre società, ma ci uccidono perchè noi uccidiamo loro. Sembra che nella mentalità dei terroristi prevalga il concetto che «noi musulmani dell'Isis vorremmo essere liberi di scannarci con i musulmani moderati». «Il problema è che tutte le volte che siamo in vantaggio, gli occidentali accorrono in difesa dei musulmani moderati e ci costringono ad arretrare. Questa è la ragione per cui vi attacchiamo».

Il 3° capitolo, Orsini risponde alla domanda se l'Italia corre qualche pericolo di essere attaccata. Secondo i dati in possesso dello studioso sembra che al momento non ci sono particolari pericoli, anche perché l'Italia non ha mai contribuito a bombardare in Siria. Inoltre non ci sono attentati perché nel nostro Paese esiste un'efficace strumento dell'espulsione da parte del nostro governo nei confronti dei radicalizzati. Certo è anche perché abbiamo dei servizi segreti efficienti che vantano una lunga esperienza costruita negli anni in cui erano impegnati contro il terrorismo delle BR. Anche se per Orsini questo non significa nulla, perché i terroristi hanno colpiti quei Paesi dove c'erano i migliori servi segreti del mondo, vedi Russia, Stati Uniti, Israele.

Nel 4° capitolo, Orsini insiste sul fatto che l'Isis non è quello che ci hanno raccontato i mass media: «è il nulla che avanza nel niente». Orsini precisa, a proposito di quelle immagini più volte mandate in onda della bandiera nera in Piazza S. Pietro: l'Isis non aveva nessuna possibilità di marciare su Roma. I media italiane, attraverso la ripetizione ossessiva di quell'immagine, hanno cercato di atterrire le persone inducendole a credere che lo Stato islamico fosse una minaccia enorme.

Orsini fa una dura critica alle televisioni italiane e peraltro lamenta la traduzione in italiano di pochi testi importanti sul terrorismo. A questo punto Orsini si lancia in una accesa polemica contro un certo modo di fare giornalismo in Italia, puntando l'attenzione sull'importanza dello studio del terrorismo. Un giornalista non deve aver paura di andare anche controcorrente. «Un vero studioso non si identifica con un'ideologia, ma con un metodo di studio, che è basato sull'osservazione della realtà. Perciò deve essere sempre pronto ad attaccare il senso comune, di conseguenza,  ad accettare il disprezzo del pubblico che causa isolamento e solitudine».

Ritornando all'Isis, Orsini è convinto che anche senza uno Stato, l'Isis può compiere lo stesso attentati. «Il problema è capire di quale tipo saranno». Molti dipende anche se i due gruppi terroristici di Isis e al-Qaeda ritornano ad avere rapporti di collaborazione, se questo avviene, allora aumenteranno i pericoli per la nostra sicurezza. Se resteranno divisi, quindi nemici, i pericoli per noi diminuiranno. Attenzione il professore ricorda che le divisioni tra l'Isis e al-Qaeda sono per questioni personali e non ideologiche, inoltre secondo Bruce Hoffman, il maggiore esperto al mondo di terrorismo, le convergenze tra i gruppi, sono maggiori delle divergenze.

 

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