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Lunedì, 25 Marzo 2019

Quando le imbarcazioni umanitarie non sono in acque Sar libiche o, comunque, a zonzo nelle vicinanze e pronte a intervenire, praticamente nessun migrante viene messo in mare. E su questo, fanno sapere fonti vicine al Viminale, si sta indagando da tempo. Ciò che accadde il 6 novembre 2017, quando nel tentativo di raggiungere a nuoto la nave di Sea Watch, cinque migranti annegarono, descrive bene ciò che succede. 

In quel momento stava intervenendo, per recuperare gli immigrati che erano in navigazione su un barcone, una motovedetta libica, all'epoca già in servizio attivo dopo gli accordi con Tripoli del ministro Marco Minniti. L'equipaggio dell'imbarcazione Ong invitò gli extracomunitari a salire a bordo, nonostante la Guardia costiera stesse cercando di fare il suo lavoro. Da lì la tragedia. Insomma, gli immigrati non vogliono essere riportati indietro, ma sperano nel traghettamento sicuro di quelli che, ormai, sono veri e propri taxi del mare. Certo, i numeri non sono quelli di un tempo, proprio grazie alle azioni che si stanno mettendo in campo e al fatto che entrare in Italia è ora molto più difficile del passato. Ma i trafficanti di esseri umani sanno perfettamente che quando le navi delle Ong sono in mare basta segnalare la presenza del gommone affinché i volontari dei recuperi partano.

Laddove i dubbi insistano, resta la granitica certezza dei dati, che parlano chiaro. L'ultimo recupero in mare risale al 19 gennaio ed è quello a cura di Sea Watch 3, che ieri ha fatto scendere i 47 migranti che aveva a bordo, a Catania, dopo giorni di tira e molla tra Ong e governi europei. Una sola partenza, su due gommoni, è avvenuta dalla Libia in questi dodici giorni ed è quella del 22 gennaio, quando la Guardia costiera libica ha salvato un totale di 332 immigrati. Eppure, fatta eccezione del 23 e dei giorni successivi, in cui c'è stato maltempo, le condizioni meteo non erano così sfavorevoli da impedire le partenze. Da inizio anno sono sbarcati in Italia 155 migranti, ovvero il 96,29 per cento in meno rispetto allo scorso anno e il 96,53 per cento in meno rispetto al 2017. La maggior parte di questi è stata recuperata dalle Ong o grazie a una segnalazione delle stesse. Quasi tutte le chiamate di soccorso da parte dei migranti partono da un Alarm Phone gestito da Organizzazioni non governative.  

L'intelligence italiana starebbe indagando sugli affondamenti di alcuni gommoni. È vero che sono fatti di materiale fragile, ma non tutti devono necessariamente sgonfiarsi facendo naufragare gli occupanti. Perché i video realizzati dall'equipaggio delle navi del soccorso mostrano quasi tutti gommoni che stanno affondando?  

Guardando ai dati del passato i conti tornano tutti. Nel 2017, ad esempio, i recuperi avvenuti grazie alle Ong furono 6.609, contro i 3.485 delle navi dell'operazione Sophia.

Quando al fatto dei «poveri migranti che scappano dalla guerra», sono ancora i dati a smontare le fandonie di chi tenta di riempire l'Italia di clandestini. Su 155 sbarcati quest'anno, 57 vengono dal Bangladesh, 38 dall'Iraq, 31 dalla Tunisia, 13 dall'Iran, 9 dall'Egitto e le altre nazionalità a seguire. Di libici, invece, in Italia non ne è sbarcato neanche uno. 

I tecnici del Ministero sono già al lavoro e sarebbero partiti dalla Convenzione Onu sui diritti della navigazione e in particolare dall'articolo 19 secondo cui il passaggio di una nave in acque territoriali "pregiudizievole se la nave è impegnata in attività di minaccia o impiego della forza contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dello Stato costiero". E poi c'è l'articolo 17 che "vieta il passaggio in caso di carico o lo scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero e ogni altra attività che non sia in rapporto diretto con il passaggio".

Una volta approvata la nuova normativa, per farla rispettare l'Italia potrà schierare i pattugliatori per bloccare le navi "vietate" che puntano verso le nostre coste già in acque internazionali. Se un'imbarcazione dovesse sfuggire ai controlli ed entrare in acque territoriali, le motovedette della Guardia costiera potranno scortarle fuori dai confini.

Non solo: l'idea è anche quella di inserire nel decreto una norma che preveda l'applicazione dell'articolo 650 del codice penale che punisce chi non rispetta il provvedimento. In questo modo gli equipaggi non potrebbero più farla franca e tornare in mare. Proprio come è accaduto con la Sea Watch.

Intanto la Guardia costiera, ha rilevato nella sua ispezione alcune criticità che impediscono all'imbarcazione di riprendere il mare per "pattugliare" le coste libiche in attesa di avvisitare gommoni e barconi in difficoltà. Sono state individuate una serie di "non conformità" relative sia alla sicurezza della navigazione sia al rispetto della normativa in materia di tutela dell'ambiente marino. E fino a che non saranno risolte "anche con l'intervento dell'amministrazione di bandiera, cioè l'Olanda, in cooperazione con gli ispettori specializzati" la nave "non potrà lasciare il porto di Catania".

Già ieri da Sea Watch si erano lamentati di non poter ripartire subito: "Costretti a rimanere a Catania per la notte, il cambio di equipaggio previsto ci è stato negato", spiegavano dalla ong, "A bordo continuano le richieste di informazioni da parte della polizia. Nel frattempo il Mediterraneo rimane senza navi civili di soccorso". E oggi torna ad attaccare:

"Le autorità, sotto chiara pressione politica, sono alla ricerca di ogni pretesto tecnico per fermare l'attività di soccorso in mare", scrivono sulla pagina Twitter italiana della Ong tedesca, confermando che la loro nave battente bandiera olandese - la Sea Watch 3 - è in stato di fermo.

Peccato che il "pretesto tecnico" sia ben altro. E a spiegarlo è Danilo Toninelli che in un post su Facebook spiega il perché del fermo amministrativo: "Stiamo parlando di una imbarcazione registrata come pleasure yacht, che non è in regola per compiere azioni di recupero dei migranti in mare", spiega il ministro dei Trasporti, "E mi pare ovvio, visto che è sostanzialmente uno yacht. In Italia questo non è permesso. Se tu, milionario, compri uno yacht, vai in navigazione per piacere, non per sostituirti alla Guardia Costiera libica o di altri Paesi. Voglio ringraziare le Capitanerie di Porto per il loro grande lavoro sul fronte della legalità. Ma soprattutto mi chiedo: il governo olandese non ha nulla da dire rispetto a una imbarcazione di una Ong tedesca che chiede e ottiene la bandiera dei Paesi Bassi per scorrazzare nel Mediterraneo agendo fuori dalle regole?".

 

Oggi 30 gennaio 2019, alle ore 10:30, in Roma, presso l’Ambasciata d’Austria in Italia, il Generale di Brigata Fabrizio Parrulli, Comandante dei Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale (TPC), ha restituito al Dirigente dell’Archivio di Casa, Corte e di Stato Direttore Mag. Thomas Just e all’Ambasciatore, S.E. dottor René Pollitzer, un manoscritto autografo del pittore Pietro Strudel (Cles 1660 – Vienna 1714), datato 1689, asportato dall’Archivio Statale di Vienna.

La restituzione è il frutto di un’indagine condotta dal Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Udine nell’ambito dell’Operazione internazionale denominata Pandora II – Athena, finalizzata al contrasto del traffico illecito di beni culturali.

La Procura della Repubblica di Trento, concordando con le evidenze investigative dei militari del reparto specializzato dell’Arma dei Carabinieri, in ordine alla compravendita on-line di materiale archivistico disponeva una perquisizione domiciliare che permetteva, nel novembre 2017, di individuare in una abitazione privata di Cles (TN) uno storico cartiglio che, visto il rilevante pregio, induceva i Carabinieri del Nucleo TPC di Udine a procedere al sequestro d’iniziativa al fine di preservarlo da eventuali future alienazioni.

I successivi accertamenti tecnici effettuati in collaborazione con le Soprintendenze archivistiche provinciali di Trento e Bolzano nonché con le competenti Autorità  austriache, consentivano di determinarne l’originalità, l’attribuzione, nonché la provenienza dal Fondo dei Conti Paar dell’Österreichisches Staatsarchiv da dove il manoscritto, una lettera reversale che descrive l’attribuzione di privilegi postali all’autore che rientra nel patrimonio archivistico austriaco, era stato sottratto ed illecitamente esportato anni addietro.

La cerimonia odierna dimostra come la restituzione della preziosa opera garantisca la ricomposizione dei percorsi storici e culturali altrimenti leggibili solo parzialmente e costituisca ulteriore prova della fattiva collaborazione intercorsa tra il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, le Soprintendenze delle Province autonome di Trento e di Bolzano, le Autorità austriache e l’Archivio di Stato austriaco a Vienna.

 

 

 

"È da sei mesi che chiediamo il cambio delle regole della Missione Sophia perché prevede che tutti gli immigrati soccorsi dovessero sbarcare in Italia. In 6 mesi in Europa ci hanno detto sempre No. Se ora qualcuno, pensando di fare un danno all'Italia, si sfila per noi non è assolutamente un problema. Qual è il nostro interesse a pagare? Viene meno? Ce ne faremo una ragione". Così il ministro dell'Interno Matteo Salvini in conferenza stampa al Viminale. "Leggo tante parole al vento: deportazioni, nazismo. Si dovrebbero vergognare ad accostare uno dei più crudeli episodi della storia a una gestione dell'immigrazione basata sul rispetto". 

C'è una strana coincidenza nella scelta di Angela Merkel di far trapelare i propri dubbi sulla missione Sophia proprio nel giorno della firma del Trattato di Aquisgrana con cui si propone, insieme al presidente francese Emmanuel Macron, di creare "un nuovo ordine internazionale" fondato sulla collaborazione franco-tedesca. Forse, nella testa dei due alleati, c'era l'intento di mettere in difficoltà l'Italia. Chiamarsi fuori dall'operazione Eunavfor Med Sophia, lanciata nel maggio del 2015 su impulso dell'allora premier Matteo Renzi, significa lasciare Roma ancor più sola se possibile nella gestione dell'emergenza immigrazione. 

Sebbene la missione sia stata pensata per fermare il traffico degli immigrati nel Mediterraneo centrale e, al tempo stesso, contribuire alla stabilizzazione della Libia, il punto debole dell'accordo sta nel fatto che tutti gli immigrati soccorsi vengano fatti sbarcare solo in Italia. "Non so in cambio di cosa Renzi abbia sottoscritto questo accordo tanto geniale...", commenta Salvini ricordando che la missione Sophia ha contibuito a portare nel nostro Paese ben 500 mila immigrati. Per questo, a detta del vicepremier leghista, "se qualcuno si fa da parte", per l'Italia "non è certo un problema".

Lo strappo della Germania ha aperto il vaso di Pandora. Perché se è vero che la missione Sophia è stata pensata e per risolvere l'emergenza immigrazione è anche vero che nel corso degli anni non ha fatto altro che portare in Italia tutti gli immigrati che venivano soccorsi nel Mar Mediterraneo. 

Ed è proprio al nostro paese che potrebbe essere rivolto il gesto dell’uscita della Germania dalla missione Sophia. Quest’ultima viene concepita in sede europea nel maggio 2015, in una delle fasi cruciali dell’emergenza immigrazione. Promotrice è l’Ue, con il rappresentante della politica estera Federica Mogherini: si cerca di dare, all’epoca, un segnale a Roma circa l’impegno comunitario nel contrasto all’immigrazione ed agli sbarchi lungo le coste italiane. Una missione che prevede per l’appunto l’impegno congiunto di diversi paesi europei, tra cui la Germania per l’appunto, nel pattugliare il Mediterraneo. 

Intanto Angela Merkel e Emmanuel Macron hanno firmato il trattato di Aquisgrana, che rilancia l'amicizia e la collaborazione franco-tedesca. Prima dei due leader, il trattato è stato firmato dai ministri degli Esteri di Francia e Germania. Si tratta dell'intesa che rilancia il contratto dell'Eliseo, che nel 1963 fu firmato da Korad Adenauer e Charles de Gaulle. 

"Oggi è un giorno molto significativo per i rapporti franco-tedeschi", "significa che vogliamo andare avanti mano nella mano",  ha detto la cancelliera prima della firma del trattato franco-tedesco. Alla luce della storia del passato, e della inimicizia passata fra i due Paesi, "questo non è scontato", ha continuato. Dopo la seconda guerra mondiale, portata dalla Germania in Europa, c'è stata la riconciliazione, e poi l'amicizia, ha spiegato. "E questo non potrebbe renderci più felici", ha concluso Merkel.

Di fronte alle molte sfide che si presentano oggi in Europa, "Francia e Germania devono assumersi la responsabilità e parlare con una voce sola", ha affermato Macron, citando "i nazionalismi che minacciano l'Europa", la "scossa" che proviene dalla Brexit, ma anche "il terrorismo, il cambiamento climatico" e le nuove dinamiche economiche. Il presidente francese ha anche sottolineato che le minacce "non provengono solo dall'esterno, ma anche dall'interno" della nostre società.

Oggi però, con il trattato di Aquisgrana, quel mondo di appena quattro anni fa sembra superato. Davanti la diplomazia europea, si piazza quella della coppia europea per eccellenza. E questo messaggio deve essere ben recapitato ad una recriminante Italia, che con i governi di Parigi e Berlino al momento non va proprio molto d’accordo. Dunque la Germania si tira fuori da Sophia, la Francia copre politicamente la ritirata. E l’Italia, dal canto suo, non può far altro che prenderne atto  

Ad Aquisgrana va in scena un’intesa che è destinata a provocare ripercussioni importanti. “La mossa avrà numerosi effetti dirompenti”, sostiene La Verità. “Innanzitutto a Washington, dove dovremo attenderci reazioni poco composte da parte di Donald Trump, ma anche in Italia e nel resto dell’ Ue. Non tanto perché l’Onu sia considerato decisivo, quanto perché il passo segna la rottura definitiva della finta impalcatura della diplomazia europea, quella guidata da Lady Pesc, Federica Mogherini, tanto per capirsi. La speranza è quella di assemblare una sola locomotiva che traini l’ Ue. Il senso è: o la va o la spacca”. E in questo contesto, il nuovo partenariato porterebbe a una convergenza di interessi tra i due Paesi che metterebbe a repentaglio la posizione del nostro Paese nel contesto comunitario

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Il trattato rinnova quello siglato all’Eliseo nel 1963, ma nasce in un contesto storico plasmato in maniera molto divergente rispetto a quello di allora. “Questo trattato sarà siglato in un’Europa completamente diversa, dove non esiste più il pericolo sovietico, che oggi potrebbe essere rappresentato dal pericolo russo ma con caratteristiche decisamente diverse, e nemmeno il protettorato americano, con gli Usa che hanno spostato il proprio sguardo nel Pacifico – commenta il filosofo, politologo e germanista Angelo Bolaffi – Oggi, con l’ascesa dei cosiddetti sovranismi, la priorità è quella di creare un forte e compatto nucleo europeista nel cuore dell’Unione”.

Aquisgrana è una città che richiama alla mente evocativi riferimenti storici. Nel 765 e nel 768, rispettivamente, il re dei Franchi Pipino il Breve e il suo erede Carlo Magno vi trascorsero il Natale, elevando la città a sede invernale della corte regia prima e imperiale poi, mentre nel 936 Ottone I, futuro imperatore del Sacro romano impero, fu incoronato re di Germania. Aquisgrana è la città simbolo del legame tra Francia e Germania e, non casualmente, è stato scelta come sede della firma del nuovo trattato che regola le relazioni tra Parigi e Berlino.

­Il doppio standard è la conseguenza diretta dell’asse franco-tedesco. Aquisgrana secondo il quotidiano Italiano il Giornale nasce come estremo tentativo di resistenza all’influenza crescente degli Stati Uniti di Donald Trump nel nostro continente, sostanziato in particolar modo con la vicinanza ai Paesi governati dai cosiddetti “sovranisti”, Italia in primis. Saint Nazaire non rappresenta, in questo contesto, un’eccezione, ma ciò che potrebbe riservare l’Europa esterna all’asse di Aquisgrana nei prossimi mesi. .

­Una sinergia crescente tra Parigi e Berlino che tenderebbe ad escludere gli altri Paesi, di maggiore o minor taglia che siano. “Basti pensare alle dichiarazioni del ministro francese dell’ Economia, Bruno Le Maire, che si è speso per fare pressioni sul regolatore Ue affinché la fusione tra Alstom e Siemens venga approvata senza indugio.
La firma del nuovo trattato di Aquisgrana getterà ponti preziosi per fondere i rispettivi colossi e nulla impedisce di pensare che banche francesi possano intervenire in Commerzbank e pure in Deutsche Bank

La scelta dei membri della Commissione scrive il giornale e la nomina del successore di Mario Draghi alla Bce potrebbero rappresentare un’ulteriore conseguenza di Aquisgrana. La miopia della mossa di Macron, che punta ad “allearsi col vincitore” o presunto tale, a costo di minimizzare il rischio di governi attualmente non allineati come quello italiano, si sposa con la generale problematica del nuovo asse di Aquisgrana come motore di una nuova Unione europea. 

Possono un leader delegittimato come Macron e un cancelliere a fine corsa come la Merkel proporsi come volti credibili per dare nuova linfa all’Europa? Risulta praticabile la mossa di rafforzare in maniera tanto palese la crisi di legittimità delle istituzioni comunitarie a costo di preservare le rendite di posizione dei due Paesi? Soprattutto, funzionerà, specie alla luce delle conseguenze dell’ultimo “asse” di questo tipo, che ha portato all’assalto della Troika alla Grecia e alle manovra non troppo scoperte contro l' Italia di Berlusconi nel 2011 ? 

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Sulla scorta del successo ottenuto lo scorso anno è pronta a partire la II edizione della Giornata Mondiale della Lingua e della Cultura Ellenica di Roma e del Lazio. L’8 febbraio 2019 presso l’Aula Magna della Facoltà di Economia della “Sapienza”, un gruppo nutrito di studenti dei licei classici  di Roma e del Lazio si riunirà per celebrare la Giornata Mondiale e per mostrare il loro modo di interpretare “Le idee dei Greci”, che è il tema proposto per l’evento di quest’anno. Alle ore 9:00 l’Ambasciatore di Grecia, Dott.ssa Tasìa Athanasiu, insieme con le autorità Politiche e Accademiche inaugureranno la manifestazione con i saluti di rito. 

La giornata rinnoverà il copione dello scorso anno (così riuscito che qualche istituzione ha pensato in autonomia di clonare l’evento il giorno 9) con qualche presenza in più (si prevedono più di novecento ragazze e ragazzi rispetto ai settecento della scorsa edizione). In apertura avrà luogo la premiazione del concorso “Ve lo racconto io, il Mito!” con i ragazzi delle scuole elementari e medie che hanno partecipato. 

Il macrotema delle “Idee dei Greci” impegnerà nella prima parte della giornata i ragazzi liceali su specifici temi di estrema attualità nella rivisitazione delle figure di “Antigone”, di “Medea”, di luoghi come “Itaca”, di concetti come “Bellezza”, “Simposio”, “Xenia”, “Labirinto”, “Tempo”, “Straniero”, “Accoglienza”, “Diritto”, “Europa”. Nella parte pomeridiana (all’Odeion della Facoltà di Lettere della “Sapienza”) gli interventi di studiosi e specialisti arricchiranno il panorama culturale delle “idee” dei Greci con approfondimenti su: Grecia (M. Bettini), Bellezza (P. Boitani), Politica (G. Floris), Città (F. Castanò), Atena (L. Godart), Sport (G. Guidorizzi) e Salute (L. Perilli). 

Chiuderà l’evento una performance del Progetto Theatron-Teatro Antico alla Sapienza e un immancabile brindisi greco. Doveroso il ringraziamento alle numerose istituzioni che hanno collaborato alla realizzazione dell’evento.

Gente che per millenni si è fatta chiamare in altri modi, nel 1946 si è ricordata di colpo che si chiamerebbero "macedoni". Fino a quando Tito per motivi di rivendicazione dell'accesso al mare, attraverso il Porto di Salonicco, ha deciso di chiamare la Vardanska col nome di "Repubblica Socialista di Macedonia" nessuno di questi "macedoni" sospettava di essere "macedone"....ecco i accordi che fa il governo greco vuole chiamare Vardanska "Macedonia del nord" ..Alessandro Magno era greco e come tale si definiva egli stesso. Basta guardare anche la lettera di Alessandro a Dario III Codomano, inviata dopo la battaglia di Issus nel 333 A.C. Dal testo scritto da Alessandro in persona:"I vostri antenati hanno invaso la Meacedonia ed il resto della Grecia (quindi per Alessandro la Macedonia era parte della Grecia) e ci fece danno, nonostante non vi avessimo portato alcuna provocazione. Sono stato nominato Comandante in Capo dei Greci (non dei macedoni, ma dei greci...al cui popolo e cultura Alessandro apparteneva) e con il compito di punire i persiani sono entrato in Asia, poichè voi siete gli aggressori. Del resto Aristotele, maestro di Alessandro cos'era? E Vergina, Pella, Pydna, Dion, Salonicco dove sono? E in che alfabeto scrivevano i macedoni? Greco o slavo? Comunque FYROM si chiamava Vardanska. Non lo dico io, ma lo stato jugolsavo. Ecco qui un loro francobollo, ove la regione in questione si chiama appunto Vardanska....

Scontri e proteste ad Atene dove migliaia di persone si sono ritrovate per manifestare contro l’accordo con la Macedonia (che deve essere ancora ratificato) riguardo la disputa sul nome del Paese da modificare in ‘Repubblica della Macedonia del Nord’. Piazza Syntagma si è riempita di bandiere greche ed è stata luogo di scontro con la Polizia che ha risposto con i lacrimogeni ai lanci di oggetti da parte dei dimostranti che manifestavano contro l’accordo fatto lo scorso giugno dal primo ministro greco Alexis Tsipras e il primo ministro macedone Zoran Zaev per cambiare il nome della Macedonia in “Repubblica della Macedonia settentrionale”. Approvato dalla Macedonia, il cambio di nome dovrà essere ratificato anche dal parlamento greco. La discussione inizierà questa settimana e il voto finale dovrebbe arrivare venerdì. Durante le manifestazioni ci sono stati scontri molto violenti con la polizia 

326 pullman provenienti da tutto il paese, e in particolare dalla Grecia settentrionale, hanno portato migliaia di manifestanti ad Atene che hanno sventolato bandiere della Grecia e cantato “la Macedonia è greca”. Il dato è stato comunicato dalla polizia, mentre gli organizzatori un comitato contrario al cambio di nome della Macedonia ha parlato di 3 mila bus. Il centro della capitale è stato chiuso al traffico per gran parte della giornata, così come le stazioni della metropolitana vicino a Syntagma, sede frequente dei grandi raduni che si trova di fronte al parlamento greco.

Verso le tre del pomeriggio circa 30 giovani con il viso coperto sono riusciti a infiltrarsi nella manifestazione fino a quel momento pacifica: hanno lanciato sassi, bottiglie, molotov e altri oggetti contro la polizia, cercando di forzare anche l’entrata del Parlamento. Gli agenti, in tenuta antisommossa, hanno risposto con gas lacrimogeni che hanno provocato la dispersione di molti manifestanti.

Negli scontri sono stati feriti almeno 25 poliziotti e due manifestanti sono stati ricoverati in ospedale per disturbi respiratori. Il gruppo di infiltrati ha poi attaccato direttamente i fotografi e i cameramen presenti rompendo loro l’attrezzatura. Un giornalista è stato portato in ospedale. La polizia ha fatto sapere che sono state arrestate sette persone.
Hanno attaccato i poliziotti con bastoni e manganelli, mandando dozzine di feriti all’ospedale». Sempre domenica, circa 300 anarchici hanno organizzato una contro-manifestazione pacifica. La polizia aveva alzato delle barriere per prevenire gli scontri.

La scorsa settimana l’accordo sul nome della Grecia aveva causato le dimissioni del ministro della Difesa Panos Kammenos e l’uscita dalla coalizione del suo partito, ANEL, il partito dei Greci Indipendenti, nazionalista e di destra. Tsipras aveva dunque chiesto un voto di fiducia sul suo governo e il Parlamento aveva votato a favore. Kammenos era sempre stato contrario all’accordo stretto da Tsipras sulla Macedonia così come i partiti di opposizione. Alla manifestazione di domenica hanno partecipato anche alcuni esponenti di Nuova Democrazia, il principale partito greco di centrodestra, così come l’ex primo ministro conservatore Antonis Samaras che l’aveva definita «una dimostrazione per la democrazia» e alcuni preti. Erano presenti anche i membri della comunità monastica del Monte Athos: hanno dichiarato che l’accordo «distorce la storia» e hanno chiesto un referendum sull’accordo. Il partito neonazista Alba Dorata aveva invece invitato esplicitamente i suoi sostenitori a protestare.

Le origini della disputa sul nome con la Grecia risalgono al 1991, quando la Macedonia dichiarò la sua indipendenza dalla Jugoslavia scegliendo il nome “Repubblica di Macedonia”, lo stesso nome che aveva messo Tito mentre prima quando faceva parte della federazione jugoslava il suo nome era  Vardanska  . Già allora alcuni cittadini e politici greci accusarono il nuovo paese di essersi appropriato di un nome e di un’identità culturale e storica appartenente a un’area geografica che rientra nei confini dello stato greco, la regione della Macedonia appunto.

Cosi non va giù ai greci l’idea che la Fyrom (Former Yugoslav Republic of Macedonia) assuma il nome di “Repubblica di Macedonia del Nord”. E ieri in decine di migliaia (gli organizzatori parlano di mezzo milione) di persone si sono ritrovate ad Atene in piazza Syntagma per protestare bandiera in pugno contro l’accordo del giugno 2018 tra il governo Tsipras e quello macedone di Zoran Zaev, mediato dall’Unione Europea sia per porre fine ad una questione rimasta aperta dal 1991, sia per garantirsi il via libera della Grecia all’adesione di Skopje.

Dopo il via libera del Parlamento macedone al cambio del nome, tocca ora a quello greco fare altrettanto, ma la cosa sembra tutt’altro che in discesa. In Macedonia il referendum popolare di tre mesi fa aveva visto l’affluenza di solo il 35% degli elettori, un risultato atteso vista al campagna per il boicottaggio del voto fatta attraverso centinaia di account fasulli su Facebook, cosa di cui sono stati accusati i russi.

L'intesa voluta dal Governo ma non dalla maggioranza della Popolazione Ellenica mette fine a una querelle diplomatica,ma questo accordo non fa felice la Russia che capisce che la Fyrom non e Macedonia anche perche il passo successivo sarebbe l' adesione della Skopjie  all’Unione Europea è quello del passaggio alla Nato.

L'opposizione all'accordo ha raccolto adesioni bipartisan, dall'estrema destra di Alba Dorata ai Socialisti, fino a diversi esponenti della Chiesa, a cominciare dai monaci della comunità monastica del Monte Athos. Dopo l'uscita dalla coalizione del partito Greci indipendenti (Anel) dell'ex ministro della Difesa Panos Kammenos, Tsipras guida un governo di minoranza e avrà bisogno dell'appoggio di deputati indipendenti e dell'opposizione per riuscire a far passare in Parlamento l'intesa. Per molti greci, il nome Macedonia si riferisce solo alla provincia settentrionale greca nota per aver dato i natali al conquistatore Alessandro il Grande.

Da qui, la querelle diplomatica sul nome della Repubblica vicina che finora ha impedito a Skopje di far richiesta di adesione all'Ue e alla Nato. Tsipras ha presentato l'accordo come "un passo storico" verso la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi e ha esortato "le forze progressiste" a sostenere l'intesa. Per il premier greco, il nuovo nome - Macedonia del Nord - offre "una chiara distinzione" tra la regione greca e il Paese vicino; inoltre è previsto che Skopje non possa rivendicare alcuna relazione con l'antica civilta greca di macedonia ma apre ovviamente problemi politici e strategici per il futuro

L'accordo è stato ratificato dieci giorni fa dal Parlamento macedone e aspetta ora il via libera dei deputati greci. Mercoledì il Parlamento di Atene ha confermato la fiducia al governo con 151 voti contro 148, facendo tirare un sospiro di sollievo al premier, Alexis Tsipras, che conta di mettere ai voti l'accordo la prossima settimana.

Ma l'intesa trovata con la Macedonia per il cambio di nome ha suscitato la dura reazione popolare: secondo le stime della polizia erano 60 mila (per gli organizzatori 300 mila) le persone da tutta la Grecia che si sono radunate a Piazza Syntagma, nel centro di Atene, assediando il palazzo del Parlamento chiedendo di non ratificare l accordo ma anche contro l austerita del Governo verso la Popolazione Ellenica che ha trasformato il Paese il piu povero della Ue.

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