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Domenica, 07 Giugno 2020

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In questi giorni si è sentito e scritto di tutto sulla cooperante ragazza milanese che è stata liberata dopo diciotto mesi di prigionia in Africa. Spesso i talk show sull'argomento finiscono in gazzarra come ieri sera nello studio di“Non è l'Arena” da Massimo Giletti su La7. Tra i giornali, siti online che ho potuto consultare ho trovato molto interessante due studi seri ben documentati pubblicati sul sito del “Centro Studi Rosario Livatino”. Il primo (Il problema irrisolto è il terrorismo, 15.5.2020) firmato da Alfredo Mantovano, magistrato ed ex sottosegretario agli Interni; il secondo (Trattativa: Stato-Mafia No, Stato-terrorismo Si? 16.5.2020) da Domenico Airoma, magistrato, procuratore aggiunto presso il Tribunale Napoli Nord.

Nel primo intervento Mantovano analizza la vicenda Romano impostando il suo ragionamento su tre livelli di approfondimento. Nel 1° il magistrato sostiene che si dà per scontato che il Governo abbia corrisposto un riscatto e che sia finito nelle casse di al-Shabab, appartenente al network di al-Queda, e che controlla le aree nelle quali sono avvenuti sia il rapimento che la liberazione. Il ministro degli Esteri nega che sia stato pagato il riscatto. Tuttavia secondo Mantovano come minimo il presidente del Consiglio dovrà dare spiegazioni in Parlamento, o meglio al Copasir (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) che fornirebbe le adeguate garanzie di riservatezza, per evitare di compromettere eventuali informatori e collaboratori in territori difficili. Questa sarebbe la formula più corretta per riferire gli snodi salienti del caso e non quella di trasmetterli ai media.

Un secondo livello da chiarire è se, come hanno riferito le fonti mediatiche, il  il prezzo del riscatto è stato ripartito fra bande criminali che hanno gestito taluni momenti della detenzione della giovane e l’organizzazione al-Shabab.

A questo punto sembra lecito domandarsi se l’Italia ritiene che la questione sia del tutto conclusa, oppure «sarebbe interessante sapere se il Governo italiano intende proporre una collaborazione ai Governi somalo e keniota per limitare l’operatività di questo gruppo criminale, che sarà senza dubbio incrementata dalle risorse ricevute».

Poiché è certo che il denaro ricevuto per la liberazione di Silvia Romano servirà ad al-Shabab per acquistare più armi, compiere più attentati, e organizzare nuovi sequestri di persona e di navi, in una zona marina di rilevante interesse economico, è importante puntare l'attenzione sul gruppo terroristico Al-Shabaab, che si finanzia principalmente con sequestri di persona ma anche di imbarcazioni nel mare di Somalia. Tra i tanti assassinii è utile ricordare l'eccidio presso l'Università di Garissa in Kenia, il 2 aprile 2015, dove furono massacrati uno per uno148 giovani universitari, dopo la prova di recitazione del Corano: fu tagliata la testa di chi non lo conosceva a memoria.

Mantovano critica l'atteggiamento mediatico e politico, che fa intendere che il terrorismo islamista si sia concluso: da una parte perchè non ci sono più attentati nelle città europee e occidentali, dall'altra perchè lo Stato Islamico (Isis) ha subito una serie di sconfitte nei territori nei quali si era radicato, fra Siria e Iraq settentrionale.

«Ma questo al più segnala la superficialità delle reazioni mediatiche, non già la scomparsa del fenomeno, che peraltro ha continuato a far registrare attentati e omicidi in zone lontane dagli occhi, e quindi dal portafoglio e dal cuore: a chi interesseranno mai i conventi distrutti e i religiosi annientati in Siria, o le giovani di fede cristiana rapite, stuprate e uccise da Boko Haram in Nigeria, o le chiese fatte esplodere in Sri Lanka o in Egitto?».

E' bastato il sequestro e la liberazione della giovane cooperante italiana per mostrare che il fenomeno terroristico esiste ancora, «è triste che polemiche e contrasti ruotino attorno a lei, e non affrontino in modo chiaro e diretto la questione vera, che è quella della persistente operatività di organizzazioni terroristiche islamiche, sol perché queste ultime al momento non hanno la forza, o la convenienza, di attaccare in Occidente».

E' importante per Mantovano che il governo, la politica italiana non si ritenesse appagata dalla liberazione della ragazza.

Infine il 3° livello, Mantovano ricorda che a proposito di sequestri e riscatti, nel nostro ordinamento giudiziario esiste una legge, la n. 82/1991, che stabilì: a) l’obbligo del «sequestro del beni appartenenti alla persona sequestrata, al coniuge, e ai parenti e affini conviventi»; b) la facoltà del blocco dei beni nei confronti di «altre persone» se vi fosse stato il «fondato motivo di ritenere che tali beni» potessero essere utilizzati «direttamente o indirettamente, per far conseguire agli autori del delitto il prezzo della liberazione della vittima».

Tutto questo per debellare anni di sequestri di persona a scopo di estorsione – oltre 450 fra il 1970 e il 1990 -, consumati fra Calabria, Sardegna e Lombardia. Anni drammatici, soprattutto per i familiari, ma alla fine fu la carta vincente.

Certo Mantovano è consapevole che non sono la stessa cosa l’ordinamento interno di uno Stato come l’Italia, che è in grado di controllare il proprio territorio, un conto è muoversi all’estero, in aree ostili, avendo a che fare con autorità locali non sempre affidabili, comunque deboli. «Nonostante questo, - scrive Mantovano - riesce difficile spiegare perché se una persona è sequestrata in Italia la prima risposta dello Stato è il blocco dei beni dei suoi familiari – una misura dura, che mostra un volto delle istituzioni in apparenza ostile -, e se invece è sequestrata fuori dai confini nazionali il medesimo Stato impiega sue proprie risorse per liberarla: il sistema andrebbe riportato a coerenza».

Il magistrato conclude che non ha senso oggi infierire su una ragazza giovane e provata, le cui scelte nei 18 mesi di prigionia è verosimile che siano state forzate. Ma per la onlus per la quale ella era presente nella zona del rapimento (“Africa Milele onlus”) il discorso è diverso.  Su Corriere della sera del 12 scorso Gianfranco Cattai, presidente di Focsiv, federazione di 87 onlus di cooperazione e volontariato internazionale, ha affermato che nessuna delle nostre associazioni avrebbe fatto partire una ragazza sola e per giunta diretta in un Paese con tensioni interne come il Kenia.

 

Premessa

Quanto dico qui di seguito vuole essere una testimonianza personale, magari imprecisa e manchevole, e una protesta da mettere insieme alle molte che in Italia si sono levate a proposito della negata apertura delle chiese per la celebrazione della Santa Messa; sono sicuro di averne diritto in quanto battezzato e cittadino italiano. A ciò aggiungo – al solito – di essere nato nella “prima metà del secolo scorso” e, quindi, trovandomi a percorrere la “terza” parte della esistenza, voglio esprimere la mia opinione mentre ancora me ne è lasciata la libertà.

Parto dall’episodio ormai famoso accaduto il 24-4-2020: il carabiniere che sale i gradini di un altare per interrompere la celebrazione della Santa Messa. Volgarità inaudita che ha fatto ridere mezzo mondo e che, forse, mai si era verificata dall’epoca dei Turchi assalitori delle nostre contrade (“All’armi! All’armi! La campana sona li Turchi su’ rruàti a la marina!” si cantava nel nostro Sud), neanche con le persecuzioni di Napoleone che pure aveva arrestato e deportato due papi o quelle dei governi massonico-liberali dopo l’unità d’Italia (1861) e la “liberazione” di Roma (1870) e nemmeno nel periodo della “barbarie nazi-fascista”. L’azione maldestra compiuta da un povero carabiniere mandato sull’altare è stata percepita da molti come emblema di una mentalità contraria e ormai diffusa nei riguardi non solo della Chiesa ma anche della Religione Cattolica; una percezione vieppiù rafforzata dopo le “aperture” concesse dal Governo a tante categorie e negate alle chiese per la celebrazione delle Sante Messe.

Che dire e che pensare oltre lo sbalordimento? Sicuramente quello manifestato dai “legislatori improvvisati” che siedono in Parlamento non è odio – ne sono convinto – ché questo è un sentimento terribile dell’animo umano ma, a suo modo, “intelligente” e i suddetti non credo siano capaci di averne. Forse hanno ascoltato suggerimenti occulti dai “superiori” che siedono sulla Piramide? Ma anche questa ipotesi non tiene perché i “superiori-suggeritori”, questi sì, sanno odiare la Religione ma con “intelligenza” e mai avrebbero commesso uno strafalcione di simile plateale portata. Quasi certamente si è trattato di una “dimenticanza” e in tal caso l’ “errore” a me pare ancora più interessante e, quindi, da meditare.

E infatti: se la “dimenticanza” è sortita d’improvviso (in latino si potrebbe dire “ex abundantia cordis”), cioè gli è sgorgata spontanea dal cuore senza che lor signori se ne siano neanche avveduti, essa dimostra la irrilevanza in cui nella vita pubblica italiana sono ormai tenuti i cattolici e la Chiesa e la stessa Religione. Ciò sbalordisce di più se pensiamo che in Italia ci sono chiese in tutti i quartieri di città e paesi e nelle campagne, segni secolari di quella che fu una grande civiltà e in parte lo è ancora, e, soprattutto, che esistono comunità di fedeli con tanti preti e religiosi – anch’essi cittadini italiani – che svolgono nelle “periferie” senza nulla chiedere e pretendere, un’opera materiale e spirituale indispensabile di aiuto ai “poveri” che il Mondo Moderno, più di prima, produce a milioni e rottama non sapendo cosa fare e come loro provvedere. Strano, poi, che questa “dimenticanza” sia partita da una compagine di Governo definita “buona” perché di Sinistra, a cui diversi chierici e  frequentatori di oratori e sagrestie guardano con simpatia e concedono voti.

Tutto ciò non contando, poi, gli ossequi e i salamelecchi al “santopadre” e gli inchini e i baciamano e i sorrisi e le foto insieme a Papa Francesco e la visibilità che Gli danno i “padroni” delle tv in tutti i telegiornali di mattino, mezzogiorno e sera,  riportandone le espressioni che più loro convengono; così – ma è solo un esempio – della citatissima “Laudato si’” (2015) viene regolarmente taciuto il paragrafo 120 che fra l’altro recita: “non è compatibile la difesa della natura con la giustificazione dell’aborto”. Come è noto a tutti, la maggior parte degli adoratori/difensori della natura sono favorevoli all’aborto perfino “post-natale” (una volta si chiamava “infanticidio”!) e lo proclamano apertamente; appartengono alla stessa “famiglia” politica dei “legislatori” di cui sopra e quando questi confezionano “leggi” contro il Diritto Naturale e la Dottrina della Chiesa, applaudono frenetici per primi e, teleguidati, riempiono le piazze con bandiere e trombette per sostenerle.

Conclusione

Certo, appena possibile aggiusteranno le cose: contrapporsi, infatti, non giova a nessuno, né alla Chiesa né ai politici laicisti che mirano ai voti dei cattolici; non è bello scontrarsi in un mondo in cui tutti parlano di pace e il mieloso “volemosebbène” è il verbo più coniugato e sulla bocca di tutti; sicuramente un monsignore firmerà il “protocollo”, magari immaginandosi plenipotenziario di un “nuovo concordato” come quello del 1929, concederanno libertà e finalmente apriranno le chiese etc. etc. Ma, dopo tutto ciò che è accaduto, è opportuno che i cattolici tengano a mente  qualche lezione per il futuro: intanto sappiano di essere minoranza in una società ormai per lo più indifferente a qualsiasi religione.

La “scoperta” di essere minoranza non è recente, essa è calata “improvvisa” col referendum sul divorzio, nel 1974, dopo decenni di sonno tranquillo sotto le ali della Democrazia Cristiana, per antonomasia detto “partito cattolico” o “dei cattolici”; poi ci fu la conferma nel 1978 con la “legge” 194 che legalizzò l’aborto, cioè l’eliminazione di una vita umana prima di nascere, e il successivo referendum del 1981 a cui i cattolici giunsero frastornati, divisi e a  ranghi ridotti e – ovviamente – persero in modo ancora più rovinoso rispetto al 1974: del resto cosa potevano fare se non perdere, visto che al processo di quella “legge” avevano collaborato, e come, i democristiani stessi e – ironia della sorte! – erano stati costretti (Governo monocolore e Presidente della Repubblica) a firmarla e promulgarla?

Da allora l’assalto alla Famiglia naturale, pietra angolare di ogni società, non s’è più fermato fino al risultato attuale in cui, in teoria, essa non esiste più; infatti ne esistono altre, contraffazioni di quella vera; tutto ciò è avvenuto nonostante qualche “miracolosa” battuta di arresto come il referendum del 12/13 giugno 2005, quando, finita la Democrazia Cristiana, una forte maggioranza di elettori finalmente liberi, consigliati dal cardinale Ruini, non siamo andati a votare e clamorosamente abbiamo bloccato il progetto dei Radicali e della Sinistra unita che volevano fare un passo avanti cancellando la legge 40 (di passaggio, ricordo che i post-comunisti del Partito Democratico, a Rozzano, raccolsero le firme contro quella legge, da loro detta “intollerabilmente ingiusta”, “una brutta legge” perché metteva “a rischio la salute delle donne”, “un mostro partorito dal centro-destra” (v. VIVIROZZANO, ottobre 2004, pag. 4).

Ma il processo di demolizione è continuato col neopaganesimo montante e lo vediamo: “unioni” dette “civili”, “utero in affitto” con produzione dell’uomo in serie come le automobili, compravendita di corpi di donne e di bambini, padri e madri sconosciuti e figli orfani per legge, “matrimonio” omosessuale, diritti dei pedofili “non violenti” etc. etc.

Le bellissime chiese, costruite dalla fede dei nostri Padri, saranno sicuramente riaperte ma in un futuro e nel migliore dei casi rischiano di essere declassate a musei per turisti cino-giapponesi come molte nel Nord-Europa, da dove, è utile ricordare anche questo, nel 1517 è partita la “prima” Rivoluzione. Ecco perché, conoscendo bene tutto ciò, i nostri “bravi” legislatori si sono potuti permettere la “dimenticanza” di cui dicevo all’inizio: i cattolici “non compariscono”, hanno detto e pensato con Machiavelli, e noi non li calcoliamo.

Occorre prenderne atto per non farsi illusioni: la cultura di lorsignori si chiama “relativismo”, cioè assenza di principi a cui afferrarsi e da cui partire, una sorta di “nullismo” progressivo e in divenire dove tutto e il suo contrario devono avere diritto di eguale legittimazione e se qualcuno (a scuola, in piazza, al bar, con amici, sui giornali, in tv…) si permette di dissentire, diventa un reprobo e, peggio, un poveretto da compatire e irridere; essa è ormai una “dittatura” come la disse il cardinale Ratzinger nel 2005, quasi un avviso, alla vigilia della sua elezione a Pontefice, e molti dei giovinotti, “bocche-parlanti”, che fortunosamente sono finiti in Parlamento ne sono seguaci entusiasti, la propagandano e la impongono; si tratta di “figli” di quelli che fecero la Rivoluzione culturale del “Sessantotto”: a quell’epoca – sebbene dall’altra parte della barricata, io fui protagonista e quindi testimone oculare – sono state poste le basi di questa “dittatura” che di anno in anno diventa sempre più stringente.

Forse è il caso che i cattolici approfondiscano l’argomento e riflettano bene sulla “dimenticanza” e, magari, reagiscano per evitare che altre ne accadano in futuro!

“Making the foreign serve the China” diceva Mao Zedong e fin dall’inizio aveva fatto della propaganda un’arma importante. Ma gli stranieri sembrano ribellarsi. Il primo segnale arriva dalla Svezia che chiude i principali strumenti di propaganda del regime cinese: gli Istituti Confucio che sono sparsi in tutti i parsi del mondo e influenzano il mondo culturale attraverso le università nei quali sono installati. Così facendo preparano l’opinione pubblica ad assorbire la propaganda che viene dalla Cina. Una strategia che, dopo Tienanmen (1989) ha visto l’ufficio per la Propaganda Estera, istituito nel 1991, implementare la strategia di conquista del consenso nei paesi occidentali per controllare le informazioni anche attraverso i media internazionali. In quest’ottica si spiega lo sforzo per influenzare i media attraverso le agenzie di stato come Xinha News Service e China Media Group che si affianca al lavoro svolto negli anni dagli Istituti Confucio. La politica è quella di “prendere in prestito una barca per andare in mare” (Liu Zepeng, 2003) è così che nascono partenariati con giornali, stazioni televisive e radio che diventano casse di risonanza per i contenuti forniti dal Partito Comunista cinese. Esempi non mancano. China Daily, fondato nel 1981 e distribuito in più di 150 paesi, ha stipulato accordi con almeno 30 quotidiani stranieri per pubblicare inserti di quattro, otto pagine con titoli inneggianti ai successi cinesi nei più svariati settori. Ultimo il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria italiana che ha stretto un rapporto di collaborazione (marzo 2019) con l’Economic Daily Group che fa parte del gruppo multimediale Economic Daily Press che comprende 10 quotidiani, sei magazine e un sito di informazione economica in otto lingue e che ha pubblicato, recentemente (12 aprile) un inserto di otto pagine sulla collaborazione Cina-Italia nella lotta alla pandemia da Covid-19. L’inserto contiene articoli quasi tutti firmati da giornalisti dell’Economic Daily. Tra i giornali oggetti degli accordi stipulati dal China Daily quotidiani prestigiosi come il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal, e l’UK Telegraph con budget milionari. Il Telegraph sembra scuotersi da questo giogo, notizia riportata dal Guardian, non pubblicando, dopo 10 anni, la sezione China Watch, finanziata dal China Daily. Il ruolo della Cina nella pandemia da coronavirus sta iniziando a scuotere l’opinione pubblica occidentale e anche il New York Times, Washington Post e Wall Street Journal hanno sospeso le pubblicazioni finanziate, e profumatamente, dalla Cina. Il Sole 24 Ore, per adesso, fa eccezione. Mentre il mondo anglosassone sembra accorgersi dell’invadenza cinese e corre ai ripari la macchina di propaganda del partito non si ferma e continua a lavorare. Il China International Trust and Investment Company (CITIC), azienda di investimenti fondata nel 1979 alle dipendenze del Ministero delle Finanze e con un portafoglio molto differenziato, secondo Radio Praga (radio.cz) e confermato anche dall’Agenzia di stampa Ceca Ceske noviny (ceskenoviny.cz), avrebbe raggiunto il controllo del 57% delle azioni del più grande gruppo editoriale cieco: Medea. Una delle principali media agency della Repubblica Ceca, di cui già possedeva il 30% e che finora era nelle mani di Joromin Soukup, proprietario anche di Tv Barrandov e altri magazine. Soukup, anche in passato, ricorreva a finanziamenti sia dalla Cina che dalla Russia per le sue aziende. L’acquisizione sarebbe passata inosservata senza l’attento monitoraggio di HLÍDACÍ  PES (hlidacipes.org) che ha attirato l’attenzione su questi tentativi di Pechino di influenzare i media cechi. La società utilizzata per l’acquisto è la Rainbow Wisdom Investment dedicata agli investimenti cinesi nella Repubblica ceca grazie anche ai buoni uffici di un ex ministro della difesa e di uno stretto consigliere del presidente Miloš Zeman, ritenuto filocinese, anche se ultimamente il coronavirus ha consigliato delle correzioni di stile. Anche dalla Svizzera arrivano notizie sull’influsso della propaganda cinese attraverso forme di pressione da parte del Fronte Unito. Il Fronte Unito è un’alleanza di otto partiti utile per affermare che in Cina non ci sarebbe un partito unico (it.bitterwinter.org), ma molto utile anche all’estero come dimostra la Svizzera dove le sue azioni hanno impedito l’esposizione delle bandiere del Tibet durante la celebrazione della rivolta popolare del 1959. E anche in Svizzera è arrivato un cargo di materiale protettivo. 

Xi Jinping ha definito l’informazione una delle tre “armi magiche”, speriamo che il coronavirus spezzi quest’incantesimo. E qualche cosa in questo ingranaggio sembra incepparsi.

Le crisi economiche sono la prova più dura nella gestione di qualsiasi azienda. Durante la pandemia di Covid-19, che probabilmente spinge il mondo verso la più grande recessione dopo la Grande Depressione degli anni '30, Charlie MacGregor, fondatore de The Student Hotel ha affermato che il suo innovativo modello di "co-living" e il forte sostegno degli investitori istituzionali si stanno dimostrando una combinazione relativamente resistente nella crisi.

Parlando con il Corriere del Sud, nel terzo video di una serie di aggiornamenti operativi, il CEO di TSH ha affermato che la società è stata fondata durante la crisi finanziaria globale e ha tracciato parallelismi tra allora e la situazione di oggi:

"La nostra attività è stata fondata durante l'ultima crisi del 2008, quando abbiamo iniziato a comprare gli edifici e  aperto il primo The Student Hotel nel 2012. Tra allora e adesso vedo molte somiglianze ... I nostri partner educational hanno dovuto chiudere le loro strutture, generando un effetto a catena sugli studenti, un effetto a catena su di noi. Effetto che sta influenzando genitori e famiglie degli studenti. Penso che ogni essere umano provi comprensione e compassione per gli altri e noi come gruppo stiamo davvero cercando di aiutare in ogni modo possibile ”, ha affermato MacGregor.

"Abbiamo basi solide, alle nostre spalle e fantastici sostenitori, ad essere sinceri dobbiamo ritenerci fortunati. Ci sono molte persone, molte aziende là fuori che non hanno il supporto che noi abbiamo ", ha aggiunto.

MacGregor ha sottolineato il lavoro della sua fondazione in aiuto ai rifugiati. "Movement on the Ground" si basa sull'esperienza di The Student Hotel nella costruzione di comunità in rete all'interno delle sue aree di co-living e la vita di quartiere in sei paesi europei al fine di sostenere i migranti che vivono in condizioni disperate dopo essere fuggiti dalla guerra e aver abbandonato la loro terra e la povertà della casa natia.

"Siamo una delle poche ONG ancora presenti (nelle isole greche), attive sul campo. Il nostro intero modello ruota attorno all'abilitazione e all'attivazione della comunità di rifugiati residenti. Quindi, Moria, un campo progettato per 3.000 persone ne conta oltre 20.000.

È assolutamente il posto peggiore per una malattia come questa. Abbiamo ridimensionato il nostro team. Lavoriamo in turni di due settimane. Andiamo sostanzialmente in quarantena per due settimane e poi nuovamente due settimane nel campo. Ma lì ci sono 100 volontari residenti che hanno davvero intensificato il loro impegno.“

The Student Hotel ha una rigida politica interna secondo cui l'impegno per la famiglia viene prima dell'impegno per il lavoro, in particolare durante il lock down:

"È dura. Ho quattro figli. Il più piccolo ha sette settimane. E abbiamo molti membri del team in tutta Europa che stanno combinando il lavoro da casa e cercando di essere soprattutto una mamma o un papà. La nostra politica è chiara, la famiglia viene per prima. Se i bambini hanno bisogno di te, vai a parlare con loro. Non capiranno mai cosa stai facendo dietro lo schermo di un computer. Quindi, prenditi cura di loro, gli incontri seguiranno. È un duro lavoro, inutile dirlo. Sono consapevole della pressione di voler essere in due posti/ruoli contemporaneamente. Non è una bella sensazione, ma penso che sia quella che tutti coloro che hanno una famiglia che lavora da casa condividono ", ha detto MacGregor.

"Sto imparando che dimentichiamo le cose molto facilmente. Oggi ci sono chiamate e ci sono incontri in cui ti domandi ... sta succedendo davvero? Due mesi fa, tutto stava andando molto bene. Si dimentica quanto velocemente le cose possono cambiare ”, ha concluso.
 
 
 

Quando il 18 novembre 2018 Silvia viene catturata nel villaggio di Chakama in Kenya da tre uomini armati, si accredita la matrice dei criminali locali. E invece è stato tutto pianificato, sono i terroristi ad aver ordinato il sequestro. Fanno un primo tratto di strada in moto, si addentrano nella foresta. «Mi hanno dato dei vestiti, un paio di pantaloni, una maglietta e un maglione. Poi mi hanno tagliato i capelli. Dovevamo camminare tra i rovi, mi hanno detto che era meglio». Un mese dopo, mentre tutti la cercano in Kenya, Silvia è già in Somalia. Gli estremisti hanno già pronte le condizioni per ottenerne il rilascio. Soldi, molti soldi.

Da quel momento cominciano a giocare sulla paura, diffondono notizie facendo credere che Silvia sia morta. Prima viene detto che è stata coinvolta in una sparatoria, poi che potrebbe essere rimasta vittima di un’infezione a un piede che non si è riusciti a curare. In Kenya la cercano con i droni e con le battute nella foresta. Più volte la polizia locale annuncia che «la liberazione della cooperante italiana è imminente». Ma è soltanto un bluff. In realtà Silvia è lontana e ha cambiato almeno due covi. A maggio 2019, quando arriva il primo video per provare che è viva, l’intelligence si fa portavoce della risposta del governo italiano: trattiamo le condizioni.

Nulla sa della contropartita versata ai sequestratori, di quella triangolazione tra Italia, Turchia e Qatar che ha consentito di chiudere la partita con il gruppo fondamentalista che l’ha tenuta prigioniera per 18 mesi. Su quel quaderno trasformato nel diario del suo incubo Silvia annotava ogni dettaglio. E adesso sono proprio i dettagli a comporre il quadro di una trattativa giocata sempre sul rialzo del prezzo.

La “bomba” è stata sganciata oggi dall’agenzia turca Anadolu, che ha pubblicato una foto in cui si vede Silvia Romano mentre, subito dopo esser stata liberata, indossa un giubbotto antri proiettile con, attaccato, un patch raffigurante la bandiera turca. L’articolo, chiaramente una velina gentilmente offerta da Ankara, è molto scarno ed è confezionato solamente per celebrare il ruolo svolto dai servizi segreti turchi nell’operazione che ha portato alla liberazione della cooperante italiana. Servizi segreti che o hanno direttamente scattato la fotografia alla Romano oppure hanno provveduto a modificarla ad hoc, in modo tale da accentuare il lavoro svolto.

La versione di Ankara è stata ovviamente smentita dall’intelligence italiana: la cooperante italiana, infatti, sarebbe stata recuperata nella notte tra venerdì e sabato dai nostri 007 “con quello stesso giubbetto che si vede nella foto, che è dotazione rigorosamente italiana e che le è stato fornito nell’immediatezza senza alcun simbolo” e “quindi non è da escludersi che quella foto sia un fake”, fanno sapere i nostri servizi : “Gli uomini dell’intelligence italiana che hanno compiuto l’operazione di liberazione sono gli stessi che nel novembre 2018, 48h dopo il sequestro, sono immediatamente stati inviati in territorio keniota dove, in collaborazione con le forze locali, hanno iniziato le operazioni di ricerca anche con l’ausilio di sofisticati droni” e che, “dopo aver avuto contezza del trasferimento della rapita in Somalia, si sono trasferiti stabilmente in quel paese, senza mai interrompere le attività di ricerca, fino all’operazione dell’altra notte, quando, in silenzio e con professionalità, hanno recuperato Silvia Romano”.

Lo scorso 17 gennaio è arrivato un video in cui la ragazza diceva di stare bene. Il filmato in questione, di matrice jihadista, è stato fondamentale al fine della liberazione: era la prova lampante che Silvia era ancora viva e che si poteva giungere a un accordo, subito dopo l’arrivo dell’autorizzazione al pagamento del riscatto. Un continuo tira e molla con i rapitori che cercavano di ottenere il più possibile, rischiando anche di far cadere tutto. Un lavoro di intelligence e diplomazia per riportare a casa la giovane. Il punto non era solo il prezzo per la sua liberazione, ma soprattutto capire se coloro che stavano contrattando erano realmente gli aguzzini di Silvia.

Ad agosto il capo del gruppo le chiede di girare un altro video. È la seconda prova in vita chiesta dall’intelligence. Il 19 settembre Il Giornale pubblica la notizia che «Silvia è stata costretta al matrimonio islamico con uno dei suoi aguzzini, obbligata alla conversione». Dopo mesi di silenzio arriva la conferma che è nelle mani dei fondamentalisti. Sale l’angoscia. E anche il prezzo per la sua liberazione. I negoziatori fanno capire che si trova a sud della Somalia, in quell’area del Jubaland dove gli estremisti sono gli unici padroni. Gli 007 dell’Aise guidati dal generale Luciano Carta lavorano in collaborazione con i servizi segreti somali, ma è soprattutto sulla Turchia che si fa affidamento. Su quei contatti che certamente si sono rivelati decisivi per tenere aperto il canale e riportare Silvia a casa. L’ultimo video del 17 gennaio 2020 arriva in Italia a metà aprile. Ma non basta, in questi tre mesi di lockdown mondiale da coronavirus Silvia potrebbe essere morta.    

Venerdì notte però la svolta e la liberazione, avvenuta a una trentina di chilometri da Mogadiscio. Silvia Romano è arrivata indossando abiti tradizionali delle donne somali, una lunga tunica, e con la testa coperta. Immediatamente, come riportato dal Corriere, è stata trasferita all’ambasciata italiana in Somalia. Qui le è stato chiesto di cambiarsi i vestiti ma lei si è rifiutata di farlo, spiegando di essere convertita all’Islam e di volerne parlare prima con la madre, appena riuscirà a incontrarla.

La scelta di abbracciare la stessa religione dei suoi carcerieri, di quelli che hanno fatto irruzione nella sua vita strappandola alla libertà e agli affetti per 18 mesi, è una cosa che sfugge all'umana comprensione. Non esistono spiegazioni razionali che ci mettano al sicuro da ciò che non riusciamo a decifrare. E così ognuno ricorre alla sua suggestione.

Oggi, in un’intervista esclusiva a Repubblica, Ali Dehere, portavoce di Al Shabaab, fa sapere che Silvia Romano si è convertita senza alcune costrizioni, “perché ha sicuramente visto con i suoi occhi un mondo migliore di quello che conosceva in precedenza”. E ancora: “Da quanto mi risulta Silvia Romano ha scelto l’Islam perché ha capito il valore della nostra religione dopo aver letto il Corano e pregato”. Quello che è successo in questi 18 mesi nel cuore di Silvia è davvero quello che suggerisce Dehere? O forse, anche solo a causa della paura e dello smarrimento, la giovane è stata in qualche modo plagiata? La conversione è quanto di più intimo possibile e, ovviamente, solo la Romano sa quali siano i motivi che l’hanno portata ad abbracciare l’islam.

Anche l’imam di via Padova a Milano, intervistato da Repubblica, nutre forti dubbi sulla sincerità della conversione di Silvia: “Sono questioni personali che non credo sia ora il caso di sviscerare. Non sappiamo nulla di quel che le è successo, se non che ha vissuto un anno e mezzo in un Paese molto pericoloso, in mano a un gruppo di terroristi legati ad Al Qaeda che predicano cose che noi rifiutiamo. L’Islam è per la pace, ripudia la violenza, la guerra, i rapimenti, gli assassini. Come si può credere a una conversione sincera in quel contesto?”

Intanto anche se assisteremo alla più che plausibile negazione del pagamento di qualsiasi riscatto, è indubbio che esso sia avvenuto. Il rapimento di Silvia Romano, d’altronde, sin dall’inizio si presentava come a scopo di estorsione. Nulla quindi giustificherebbe, almeno al momento, la possibilità che siano state percorse strade alternative.

Di che cifre parliamo? Secondo il giornalista di guerra Fausto Biloslavo, che ne scrive oggi su Il Giornale, “solitamente gli ultimi “prezzi” dei nostri connazionali in mano a bande jihadiste variano fra i 3 e i 6 milioni di euro“. Scrivevamo all’epoca di Greta e Vanessa che “uno Stato serio salva i suoi concittadini“. A prescindere dal prezzo da pagare.

Intanto mentre gli Italiani secondo quanto registrato da Euromedia, il Covid-19 sta alimentando le loro paure ma e loro la paura principale, almeno da quando rilevato da un sondaggio, è quello delle tensioni sociali, concentrate soprattutto al Settentrione. "Dopo cento giorni di lockdown gli italiani iniziano ad avere paura: sette su dieci temono che la crisi economia possa far esplodere le rivolte sociali, soprattutto al Nord. Solo cinque (come dicevamo, ndr) su cento dichiarano di avere ancora fiducia nei politici".E cosi Il debito pubblico italiano è così pesante che l'unica possibilità per il Paese è ottenere aiuti dall'Unione europea. E' quanto afferma il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che ancora una volta sbarra la strada all'ipotesi di una condivisione del debito a livello europeo. "Non saranno in grado di gestire la situazione senza l'aiuto della Ue e di Paesi come l'Austria", afferma Kurtz in un'intervista a Bloomberg Tv. "Ma non credo che l'idea di un debito condiviso sia la risposta giusta", aggiunge il cancelliere austriaco.

Secondo Kurz, la soluzione per Paesi come l'Italia o la Spagna è nel pacchetto di aiuti Ue da 500 miliardi di euro che, afferma, se necessario potrebbe essere ampliato. "E' chiaro che vogliamo sostenerli e mostrarci solidali", afferma ancora il cancelliere austriaco riguardo ai Paesi più colpiti dalla pandemia di coronavirus.

Cronicamente con indicatori economici insufficienti, l'Italia era già avviata sulla strada della recessione prima del duro colpo inflitto dalla pandemia di Covid-19. Con la previsione della Commissione Europea, secondo cui quest'anno il Pil italiano si ridurrà del 9,5%, il debito italiano dovrebbe crescere fino al 160% del Prodotto Interno Lordo.

Insieme a Francia e Spagna, l'Italia si batte in Europa per il via libera ad un'assistenza economica garantita da tutti gli Stati membri (coronabond - ndr), incontrando l'intransigente opposizione di Germania, Olanda, Austria e Paesi scandinavi.

Nel frattempo, sempre secondo Gentiloni, i Paesi della Ue possono già beneficiare del Mes senza condizionalità, ovvero di un prestito a tassi pressochè nulli da restituire in 10 anni per coprire le spese sanitarie necessarie per fronteggiare e superare l'emergenza Covid-19.  

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