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Kim Minjung (Gwangju, 1962) è un’artista ponte tra la cultura orientale e quella occidentale, che ben conosce essendo giunta in Italia dalla Corea nel 1991 per seguire i corsi dell’Accademia di Brera a Milano, città dove tutt’oggi ha conservato uno studio e risiede per lunghi periodi.



La mostra “Kim Minjung. Il Segno della luce” a cura di Gianluca Ranzi, dal 25 gennaio al 4 marzo 2012 al MACRO Testaccio presenta un grande lavoro ideato e realizzato appositamente per questa occasione dall’artista.

È un’opera di circa trenta metri che appartiene al ciclo Mountains, una serie di lavori che Kim Minjung ha cominciato a realizzare dalla fine del 1997 e in cui la luce gioca un ruolo fondamentale creando un gioco impalpabile di trapassi atmosferici dal grigio perla al nero assoluto.

La genesi di questa serie si trova in un’occasione particolare: una passeggiata all’alba, una roccia sul mare, l’osservazione delle onde. L’artista entra in risonanza con quel primo impulso sensoriale e si rapporta con l’infinità del tutto. In Mountain luce, oscurità e colore sono resi con delicatissime pennellate sovrapposte che paiono creste montuose o ondate sonore che continuano a vibrare e a comporsi in una infinità di toni digradanti.



Altri lavori, che mostrano l’evoluzione del percorso pittorico di Kim Minjung, proseguono e completano la mostra. In essi risulta evidente come la combinazione di pieno e di vuoto sia una delle caratteristiche del lavoro dell’artista, ottenuta attraverso la sapiente composizione di sottilissime carte colorate unite all’uso del pennello, della china e della bruciatura: il colore e le forme si legano allo sfondo, sembra materialmente che lo buchino, lo attraversino da una parte all’altra. Le opere contengono una miriade di punti, cerchi, filamenti e striscioline, che creano uno spazio di risonanza col mondo organico e che richiamano la metamorfosi continua delle forme naturali. Anche l’elemento del  fuoco, usato per bruciare i bordi delle sottilissime carte che a strati compongono l’immagine, è simbolo della mutazione istantanea degli elementi inseriti nel divenire naturale che distingue la vita delle cose.



In questi lavori un filamento di china può divenire materia organica e organizzarsi in una famiglia di terminazioni nervose che fluttuano nello spazio dell’opera, il Nautilus assume la forma della spirale e richiama alla rigenerazione delle cose, le striscioline di carta bruciate ai bordi e sovrapposte nel ciclo delle Stories si organizzano in fasce verticali che sembrano racchiudere il segreto dei codici genetici, o altre volte, come negli Untitled, i piccoli tondi di carta si aggregano in strutture via via sempre più complesse che segnano e movimentano la superficie ecru della carta di fondo, testimoni del passaggio di stato da una condizione all’altra, della circolarità tra la vita e la morte.



La mostra “Kim Minjung. Il Segno della luce” a cura di Gianluca Ranzi, è promossa dal Ministero degli Affari Esteri, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovraintendenza ai Beni Culturali, Camera di Commercio di Roma, con il supporto organizzativo e i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.



Questa esposizione fa parte del programma della Biennale Internazionale di Cultura Vie della Seta che, grazie alla sinergia tra il Ministero degli Affari Esteri, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Roma Capitale, ha in programma tra ottobre 2011 e febbraio 2012, undici mostre - che spaziano dalla storia all’archeologia, dall’arte contemporanea all’attualità - e un ricco calendario di conferenze ed eventi.

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Non poteva mancare a Martigny una grande mostra dedicata a Claude Monet,  dopo gl'importanti e numerosi eventi dedicati agli altri impressionisti. È stato proprio un quadro di Monet "Impression solei levant" esposto nel 1874 a Parigi a una mostra nell'atelier del fotografo Nadar, a dare il nome a quel gruppo di artisti che si allontanavano dai saloni ufficiali ed eseguivano composizioni nuove con colori forti e
soggetti inusuali ripresi dalla vita quotidiana. Impressionismo, un termine dato quasi con scherno, diventerà il nome di uno dei movimenti più celebri della storia dell'arte.

Le più importanti collezioni delle opere di Monet si trovano al Museo Marmottan a Parigi, molti quadri sono stati donati nel 1966 dal figlio del pittore
Michel Monet, le altre opere in mostra provengono dalle collezioni svizzere.

Monet (1840-1926) è nato a Parigi la sua lunga vita è stata dedicata alla pittura, iniziata giovanissimo a Le Havre dove risiedeva con la famiglia.

Il suo immaginario è colpito dal fiume che attraversa la città. La Senna sarà protagonista di moltissimi dipinti eseguiti in varie stagioni dell'anno. Inizia insieme a Eugène Boudin a dipingere all'aperto scoprendo nuove sensazioni e un nuovo senso di libertà. Anche dall'esperienza del servizio militare in Algeria raccoglie sensazioni di luci e colori, un cumulo di impressioni che confluiscono nelle sue ricerche.

Dopo la guerra Franco-Prussiana del 1870 e la disfatta di Sedan, Monet e Pissarro, uniti da una calda amicizia, si trasferiscono a Londra.

Restano affascinati dalle opere di Tumer e Constable, e Monet assorbe e trasmette nelle sue opere i riflessi del Tamigi, resi iridescenti da una luce radente come nel bellissimo dipinto "Le parlemant-Reflets sur la Tamise".

Del suo soggiorno ad Argenteuil restano quadri particolari "La Seine ad Argenteuil" (1874) dove la superficie pittorica acquista vivacità grazie a piccole pennellate a forma di virgola unite l'una all'altra: "La barca" (1878). Come sempre accade gli avvenimenti dolorosi si riflettono nelle opere e quelle di Monet del 1879 ci parlano del suo dolore: a soli 32 anni muore la moglie Camille che gli aveva dato due figli. I dipinti sono paesaggi invernali, tristi, nebbiosi, vi traspare un animo affranto.

Quando nel 1883 l'artista scopre Givemy, un villaggio situato fra l'Ile de France e la Normandia vi fissa la sua dimora definitiva. È un luogo splendido che accoglie anche Alice Hoschedè, da due anni sua compagna con i suoi sei figli e J ean e Michell i figli di Camille.

Monet viaggia moltissimo espone in Olanda, a Londra, Venezia, è rimasta celebre a Parigi la mostra Monet-Rodin. In molti quadri ricorda la stazione parigina, da lì iniziavano i suoi viaggi, tra questi splendido "La porta d'Europa. La stazione Saint-Lazare". La stazione è vista come un luogo accogliente e caldo, il treno lo porterà lontano da quel paesaggio innevato e triste. Monet innamorato della sua casa di Givemy, acquistando altri terreni la trasforma in un luogo magico. L'orto diventa una valle di fiori: peonie, gigli, iris e per creare lo stagno delle sue ninfee devia un
corso d'acqua. In mostra sono numerosissimi i quadri che le ritraggono.

Dal 1906 il tema delle ninfee è quasi esclusivo. I dipinti danno sensazioni diverse per la fusione dei colori, la varietà delle composizioni e l'acqua che si vede affiorare in trasparenza. Gli ultimi anni, muore a 86 anni, Monet è solo con le sue ninfee, la sua compagna Alice è morta da 15 anni e Givemy resta il suo rifugio.
Parlando di sé l'artista dice: "La mia sola virtù è di aver dipinto direttamente dalla natura, tentando di trascrivere le impressioni che producevano in me i cambiamenti più fugaci".

La mostra presenta anche una cinquantina di deliziose stampe giapponesi che fanno parte della collezione di Monet, comprendono opere di Hokusai e Hiroshige. La delicatezza dei soggetti e l'amore per la natura che traspare da queste opere ha certamente influenzato la sensibilità di Monet. Questa splendida mostra è curata da Daniel Marchesseau, conservatore generale del patrimonio di Francia, resterà aperta
fino al 30 novembre 2011 ed è completata da un ricco catalogo edito dalla Fondazione.

In riferimento ai comunicati stampa riguardanti la mostra di Antonello Da Messina inaugurata oggi a Mosca dal sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari nella galleria Tretiakov, alla presenza dell'ambasciatore italiano Antonio Zanardi Landi e dell'assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana, Sebastiano Missineo, Vittorio Sgarbi precisa quanto segue:

 

«Una delle quattro tavolette (legno e tempera) in mostra, la «Madonna col Bambino e un francescano orante (recto) e l'Ecce Homo (verso)» è stata in realtà acquistata dall’assessore regionale ai Beni Culturali Fabio Granata nel corso di un’asta a Londra nel luglio del 2003, su mia segnalazione, e non – come è stato diffuso erroneamente, e ripreso anche da alcune agenzie di stampa - “acquisita da una collezione privata tedesca e donata al Museo Regionale di Messina «Maria Accascina”

 

Quella dell’assessorato ai Beni Culturali della Regione Siciliana allora diretto da Granata - aggiunge Vittorio Sgarbi Sgarbi - fu una delle iniziative più meritorie essendo stata acquistata l’opera per una cifra irrisoria rispetto al reale valore economico: appena 300 mila euro»

Vetrina Renoir Al Museo della Ceramica di Caltagirone

 

Guardando i quadri di Pierre Auguste Renoir e apprezzare il fascino che esprimono le sue tele per la fantasmagoria dei colori e per il tratto dei suoi pennelli, c’è sempre da scoprire qualcosa. Così come sarebbe stato interessante leggere lo stupore negli occhi Rosario Daidone, ceramologo, allorquando si trovò davanti ad un quadro del grande pittore impressionista francese, le “Jeunes   filles au piano”, e venne attratto dal decoro di una boccia in ceramica posta, immaginiamo non casualmente, sul ripiano del pianoforte intuendo che quel manufatto non era altro che la riproduzione pittorica di una boccia del XVIII di manifattura caltagironese. “Sarà stata la stessa sensazione di meraviglia e stupore ancorché ci trovammo- sottolinea Silvano Marino responsabile relazioni esterne del Museo della Ceramica di Caltagirone - a leggere, da appassionati estimatori di ceramica, nella biblioteca del nostro Museo, in un libro dello stesso Daidone , e scoprire, mentre lo sfogliamo, un Renoir con la rappresentazione pittorica di un pezzo in ceramica calatina”. “Non è una cosa che capita tutti i giorni – sottolinea Giovanni Patti, Direttore del Museo di Caltagirone - ci è scattata immediatamente quella adrenalina e quella voglia di “ collegarsi” con internet e navigare tra i musei parigini per rintracciare il quadro e accorgersi , nel contempo, che con lo stesso titolo c’è ne un altro a New York, al Metropolitan Museum, con la raffigurazione di una particolare boccia in maiolica policroma calatina tipica del XVIII, con decoro a foglie e rosette e parte di un medaglione, probabilmente con la raffigurazione di un personaggio”.

Ed è sempre il Dainone, che in “La ceramica siciliana”, con la presentazione dell’indimenticabile Prof. Nino Ragona, ceramologo tra più qualificati del ‘900, e già direttore del Museo della Ceramica di Caltagirone, recentemente scomparso dopo una lunga malattia, che ci fa scoprire di un secondo quadro sempre del Renoir dove c’è ritratto un albarello, coevo, però esposto al D’Orsay di Parigi.

In questo quadro ospitato al D’Orsay, come dicevamo, è raffigurato stavolta un albarello, sempre in maiolica policroma del XVIII sec., probabilmente, perché il tratto non è ben definito, a larga foglia con fiori e petali oblunghi su fondo blu/turchino di cui ci da una attenta descrizione Lucia Ajello sulla rivista OADI.

Renoir Metropolitan Museum (Small)

 

Ma parliamo del quadro. In esso, di cui esistono cinque versioni, tre in Musei e i restanti presso collezioni private, l’artista francese ritrae due giovani ragazze intente a suonare il piano. Un piano su cui sono poggiati,   in uno l’ albarello e nell’altro (quadro) una boccia, di manifattura tipica caltagironese entrambi coevi del ‘700. Un quadro, quest’ultimo, che segnò una “svolta” per l’artista permettendogli di ottenere dallo stato un riconoscimento ufficiale e il pregio di essere esposto al museo de Luxembourg, sempre a Parigi. Una “ svolta “ che appartiene anche alla ceramica caltagironese, che dimostra, ancora una volta, quanto la maiolica calatina fosse apprezzata anche fuori dai ristretti confini geografici dell’isola mediterranea, quanto la policromia dei suoi colori che vanno dal giallo oro, al verde ramina, al manganese che si accompagna al blu, su cui spesso prende il soppravvento su di esso, entrasse nelle salotti buoni d’Europa, in Francia, in Spagna dove veniva apprezza anche dai palati più raffinati, da “nuove frontiere della cultura”. Una ceramica quella di Caltagirone fatta non solo di vasellame da cucina o da spezierie, ma una maiolica che faceva mostra di se come soprammobile nelle case patrizie e di benestanti all’estero e che il Pierre Renoir ebbe modo di apprezzare, ancor prima dei dipinti, durante l’unica venuta a Palermo, in occasione del ritratto a Wagner, all’indomani della stesura dell’ immortale “Parsifal” , a palazzo Ganci, dove probabilmente vide ed apprezzò per la prima volta i colori della ceramica calatina, ricordando che da giovane era decoratore di porcella a Limoges, sua città natale.

” E’ nostra intenzione – dichiara Giuseppe Turco responsabile della conservazione e della promozione culturale dello stesso Museo - di allestire una vetrina con maioliche simili a quelle ritratte dal grande pittore Francese con accanto una riproduzione dei quadri dell’artista in modo che i visitatori possano riconoscere l’internazionalità della ceramica calatina”. “Intanto - conclude Giuseppe Turco - prenderemo contatti con i Musei di New York e Parigi per chiedere che nella descrizione dei quadri venga inserita che la ceramica riprodotta dall’artista è di produzione caltagironese.

Ma compito più arduo resterebbe quello di capire, ora, a quale bottega del 700° possano appartenere i manufatti ritratti da Renoir , ma questo non è cosa da poco! In quel periodo le botteghe dei “cannatari” erano tante, e tutte apprezzabili per la manifattura e il decoro, spiccavano i maestri Antonio Blandini, Salvatore Branciforti, i fratelli Lo Nobile, i Di Bartolo, Benedetto Carfì, Giacomo Campoccia, Baldassarre Patti, e tanti e tanti altri, ma ciò che probabilmente manca per capirlo è il compianto amico Nino Ragona, che meglio di tutti sapeva riconoscere i “cannatari” della sua amatissima Città. Ma questo sarà un argomento su cui, da oggi, sicuramente ci sarà un serrato confronto tra i ceramografi .

Il 9 luglio 2011 si è inaugurata la terza edizione del Festival della Fotografia di Capri, organizzato dalla Fondazione Capri in collaborazione con Contrasto.

Dopo il grande successo delle mostre dedicate al barone Von Gloeden (2009) e a Mimmo Jodice (2010), la Fondazione Capri prosegue la propria attività culturale e artistica con

l’ iniziativa estiva, interamente dedicata al linguaggio, all’ arte contemporanea e alla fotografia.

Il Festival della Fotografia di quest’anno si presenta al pubblico con una veste rinnovata, che assume la forma di una vera e propria rassegna fotografica, arricchita da workshops tematici, con Maurizio Galimberti, Denis Curti e altri esperti e critici del settore e un portfolio review aperto a tutti gli appassionati e professionisti della fotografia, organizzati nel mese di luglio.

La mostra si propone di definire il percorso di una trilogia dedicata alla grande fotografia classica e di cominciare una nuova esplorazione sul contemporaneo. La selezione

dell’ autore tedesco (Amburgo nel 1903 – Monaco 1975) conta 50 stampe in bianco e nero, provenienti dal prestigioso Estate List di Amburgo.

Herbert List ha ambientato all'interno dell’area geografica del Mediterraneo una porzione molto ampia del proprio lavoro, facendo sì che diventasse anch'essa protagonista del proprio immaginario e declinando al suo interno tutti i principali motivi della sua ricerca. E' infatti in Grecia che realizza gran parte delle sue immagini fra il 1937 e il 1939, spostando poi il centro del suo interesse all'Italia dopo la tragica parentesi della guerra fra il 1950 e il 1961.

Sono soprattutto al centro e al sud i luoghi che attraggono la sua attenzione: Roma, cui dedica un libro nel 1955, Napoli, che diventa un'altra pubblicazione monografica nel 1962, e poi la dura bellezza della Sicilia e la luce splendente di Capri.

Le opere di Maurizio Galimberti sono un naturale innesto all’opera di List. Il suo sguardo ripercorre luoghi e stili del maestro dell’eleganza, per trasformarsi in un percorso sulla sperimentazione e la ricerca artistica. Quella di Galimberti è la prima di una serie di mostre che la Fondazione Capri realizzerà ogni anno, affidando il compito di narratore ad un autore diverso, per sviluppare un racconto originale e inedito sull’ isola caprese. Galimberti è ospite della Fondazione in tre diversi momenti: inverno, primavera estate, proprio per riprendere le diverse anime e prospettive di Capri.

La prima serie, del Natale 2010, è realizzata con materiale polaroid in bianco e nero.

E’ qui che l’artista rende omaggio al grande Herbert List, restituendo il fascino degli stessi panorami silenziosi ed eleganti. In tutte le immagini prevale l’ idea della bellezza esclusiva. La natura, il mare, le prospettive inaspettate sono i soggetti privilegiati di uno sguardo intimo e riservato. La seconda serie è realizzata con la tecnica dei mosaici. Grandi fotografie che contano anche 200 scatti in Polaroid assemblati tra loro. Qui emerge la capacità di Galimberti di restituire ritmo e fascino delle architetture e dei magnifici belvedere sparsi sull’isola.

La terza parte è dedicata al grande formato Polaroid 50x60. Immagini uniche, ritratti, interni di case e ancora paesaggi mozzafiato, ripresi con i colori della fotografia istantanea.

 

Herbert List

La carriera fotografica di Herbert List, nato ad Amburgo nel 1903, è lunga circa trent'anni, concentrandosi fra il 1936, anno in cui lascia la Germania per ragioni politiche e personali, e la metà degli anni '60. E’ impegnato nella ditta del padre, protagonista nel settore dell'importazione di caffè dal Sudamerica e viene assorbito dall'attività di collezionista di disegni italiani realizzati nel XVII e XVIII secolo.

Inizia a scattare le prima fotografie, utilizzando inizialmente una Hasselblad con pellicola di medio formato e poi una più agile 35 millimetri, immagini che rimangono fra le più eleganti e poetiche dell'intera storia della fotografia.A voler rendere in estrema sintesi la sua biografia di fotografo, List appare anzitutto come un autore estremamente eclettico: lavora dapprima per riviste di moda come Vogue e Harper's Bazaar, si dedica alla produzione artistica e nel contempo dal 1951, dopo

l’ incontro con Robert Capa, entra a far parte del gruppo dei fotografi di Magnum, la più importante agenzia fotogiornalistica di sempre, fondata poco prima a Parigi dallo stesso Capa insieme con Henri Cartier-Bresson, David Chim Seymour e George Rodger. Eppure l'eclettismo di List è di una specie molto particolare, riguarda soltanto la sua capacità di adattare il proprio lavoro a destinazioni molto diverse, poiché al contrario la sua produzione si caratterizza per un'assoluta continuità nella poetica e nello stile.

Hanno radici italiane anche alcuni dei principali riferimenti culturali di List. Sono la Metafisica di De Chirico e il Neorealismo che caratterizza la rinascita artistica italiana, dopo gli orrori del conflitto mondiale e il cui apprezzamento da parte di List si concretizza in una collaborazione con Vittorio De Sica per la realizzazione della serie napoletana. Dalla Metafisica sembra provenire il costante interesse di List per le antichità e lo svelamento dell'aspetto enigmatico del reale. Il Neorealismo entra invece nel suo lavoro per via della predilezione di un contesto pastorale, vale a dire per uno specifico interesse nei confronti dell'ambiente naturale e la sua capacità nel restituirne allo stesso tempo l'incanto e la durezza. Antichità e paesaggio, cultura e natura, sono pertanto i termini opposti e complementari in questa sorta di arcadia che l’artista riscopre nel mezzogiorno d'Italia, ma il quadro non sarebbe completo senza l'introduzione di un ulteriore elemento intermedio che regola buona parte della ricerca del fotografo tedesco: il corpo umano. Alcune sue immagini sono un autentico trionfo di corpi, di carni e di muscoli esposti al sole, cui spetta la medesima importanza di una preziosa scultura o la maestosità di una marina. Ogni cosa è elevata al massimo grado di perfezione. Il mare, la sabbia, la pietra, il sole del Mediterraneo, risultano nella loro forma più pura. Tutte sono il frutto della sua straordinaria capacità di combinare la pulsione intima e viscerale nei confronti di ogni soggetto con il rigore estremo della rappresentazione. E' in questo sottile equilibrio che si ritrova l'unicità dell'opera di List, facendone un'inevitabile classico del moderno.

Durante gli anni sessanta l’ artista conduce ricerche di tipo antropologico su molti temi: dalle feste e i rituali religiosi del mondo popolare del sud ai problemi della sanità e della malattia mentale, dalla scuola alla reclusione, dal lavoro all'emarginazione sociale nella grande periferia napoletana. La sua fotografia sociale non si colloca però nel quadro del reportage tradizionale.

 

Maurizio Galimberti

Maurizio Galimberti nasce a Como nel 1956. Studia da geometra e nei cantieri e affina il punto di vista rigoroso con cui impressionerà il mondo.

Sin da ragazzo partecipa a numerosi concorsi fotografici, vincendoli, addirittura con nomi diversi, come quello della madre o della moglie. Inizia a fotografe utilizzando una classica pellicola analogica lavorando molto con una fotocamera ad obiettivo rotante widelux in bianco e nero e in diapo/cibachrome, poi nel 1983 inizia la sua passione-ossessione per la Polaroid. La sceglie per il semplice motivo che non sopportava l’attesa dello sviluppo per vedere il risultato del suo scatto e anche per una eterna paura del buio della camera oscura. Si accorge inoltre che la resa dei colori con la pellicola istantanea è semplicemente magica ed inizia un lungo percorso fino ad oggi di ricerca e di sperimentazione nell’uso di questo mezzo. Nei primi anni novanta abbandona l’attività edilizia di famiglia e decide di dedicarsi solo alla fotografia.  Nel 1991 inizia la collaborazione con Polaroid Italia della quale diventa ben presto il testimonial ufficiale e che ha come risultato il volume POLAROID PRO ART pubblicato nel 1995, vero oggetto di culto per gli appassionati di pellicola polaroid di tipo integrale.

Il 1997 è l'anno che vede l'entrata nel mondo del collezionismo d'arte dei suoi mosaici di polaroid. Nello sviluppo di questa sua peculiare tecnica hanno grande influenza il futurismo di Boccioni e il movimento cinetico esasperato di Duchamp.

Galimberti riesce in un istante a visualizzare una complessa scomposizione dell'immagine da ritrarre, matematica nel suo rigore e musicale nell’ armonia d’ insieme, che realizza di getto leggendo le note nella sua mente.

Con la stessa tecnica diviene conosciuto per i suoi ritratti a mosaico. Arriva nel 1999 la nomina al primo posto nella classifica dei foto-ritrattisti italiani redatta dalla rivista Class. La popolarità e successo con cui vengono accolte queste inusuali rappresentazioni di volti lo portano a partecipare nel ruolo di ritrattista a numerose edizioni del Festival del Cinema di Venezia. In particolare, nell'edizione del festival del 2003, il suo ritratto di Johnny Depp sarà la copertina del Times Magazine inglese del 27 settembre dello stesso anno. La curiosità per la particolare tecnica da lui sviluppata ha suscitato l'interesse di numerose aziende leader in vari settori, tra le quali: Milan calcio (“Il Milan del centenario”) Fiat Auto (calendario 2006, libro "Viaggio in italia...nuova fiat 500") Kerakoll (libro "NewYorkmatericomovimentosa") Jaeger Lecoultre  (libro "La grand maison") Illy caffè (campagna istituzionale 2008) Nokia ( libro "telefoninotempoemozione”)Lancia Auto (ritratti alla 66a mostra del cinema di Venezia).

Nel 2005 l'incontro con i Sig.ri  Fumagalli, appassionati e collezionisti di arte contemporanea, ha permesso a Galimberti di iniziare la realizzazione di importanti volumi sulle città del mondo come New York, Venezia, Berlino. Inoltre nel 2007 viene fondato l'Archivio NordEst che raccoglie, numera e cataloga le sue opere al fine di valorizzarle e di tutelarne l'autenticità. Nell’ottobre 2009 in occasione della riapertura di Polaroid è invitato in veste di testimonial ufficiale alla fiera della fotografia di Hong Kong per il lancio dei nuovi prodotti. Galimberti è inoltre visiting professor alla Domus Academy e all'Istituto Italiano di fotografia di Milano.

Tiene regolarmente workshop di fotografia creativa durante i principali festival fotografici.

Attualmente lavora ad un prestigioso volume sulla città di Milano in vista dell'Expo del 2015.

 

 

Il curatore

Denis Curti è direttore della sede milanese di Contrasto e vicepresidente della FONDAZIONE FORMA, Centro Internazionale di Fotografia.

Direttore del Master post universitario di Fotografia realizzato in collaborazione con NABA e Fondazione FORMA.

Direttore della scuola di Fotogiornalismo di Contrasto

Consulente della Fondazione di Venezia per la gestione del patrimonio fotografico

Direttore artistico del Festival di Fotografia di Savignano sul Rubicone dal 2000 al 2006

Per oltre 15 anni è stato giornalista e critico fotografico per le pagine di Vivimilano e Corriere della Sera. E’ stato direttore artistico di 5 edizioni della Biennale Internazionale di Fotografia di Torino.Esperto del mercato del collezionismo legato alla fotografia e negli anni l 2002-2003 è stato curatore delle prime aste fotografiche di Sotheby's a Milano.

Nel 2003 ha partecipato alla giuria della prima edizione del premio Internazionale di fotografia del Festival di Fotografia di Arles. Dal 1995 al 2002 ha diretto la Fondazione Italiana per la Fotografia Negli anni '90 è stato direttore della scuola di Fotografia dell'Istituto Europeo di Design di Torino. E' autore e curatore di diversi libri sulla fotografia, la sua ultima pubblicazione è Collezionare fotografia, pubblicato nel 2010.

Catalogo Contrasto Testi di Denis Curti.

 

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